01/02/2008

CARNEVALE


Mi hanno truccata. Io non volevo. Mi sentivo già abbastanza ridicola così conciata. Ho tentato di mettere il broncio, di rifiutarmi, ma broncio e rifiuto fanno talmente parte di me che nessuno ci bada più. Anche se ogni volta è perché davvero c’è qualche cosa che mi fa stare male. E non riesco a farlo capire a nessuno.
Ora come ora, stasera, la causa del broncio è questo stupido trucco, che insieme allo stupido vestito fa di me una stupida maschera.
Perché quando hai sette anni tutti credono di sapere cos’è che ti piace?
Sono una femminuccia e dunque uno crede che per carnevale io non aspetto altro che vestirmi da fatina buona. Qualcuno potrebbe mai immaginare che invece invidio le piume da capo indiano e l’arco con le frecce e i pantaloni con le frange e i segni rossi sulla faccia, e tutto quanto è stato dato in dotazione ai miei fratelli, solo perché maschi?
Ho tentato l’arma del pianto, ho versato lacrime vere e ho anche emesso qualche singhiozzo. Ma come ho detto, nessuno mi ha badato. Io piango sempre, non è una novità.
Un capriccio, passerà.

E così ora mi portano al veglione per bambini.
Cos’è un veglione? Una festa? E ci devo andare vestita così?
Sì. Anche col trucco, che mi fa la faccia bianca, ma tanto ero già pallida, e le guance dipinte di rosso col rossetto. E rossetto pure sulla bocca, che schifo!!
E ho la parrucca con i capelli finti e celesti, il berretto a cono, di cartone, e in mano tanto di bacchetta magica con stellina di plastica. Però non funziona, la magia, altrimenti avrei già fatto sparire questo vestito e io sarei sparita con lui, via di qua.
Mi sento ridicola come un pagliaccio del circo. Loro fanno ridere, con la faccia e la bocca dipinta, e io non ho niente di diverso da loro, perciò faccio ridere anch’io.
Ma io non voglio far ridere. E non voglio ridere. Non mi diverto niente a stare qui con questa sottana azzurra addosso, con sotto un maglioncino e i pantaloni lunghi, perché fa freddo. La parrucca mi fa prudere la testa come se avessi i pidocchi. Non lo so come prudono i pidocchi, ne ho solo sentito parlare a scuola, ma immagino che sia esattamente come mi prude la parrucca.
E se la parrucca avesse i pidocchi? Niente me lo toglie dai pensieri, e mi viene da piangere ancora di più. Ma mi hanno detto tutti di non piangere, che se no il trucco si rovina e allora sì divento un pagliaccio.

Quanto è forte la musica, non vedo chi è che suona, lo sento soltanto. Anche i sordi lo sentono, penso.
Che baraonda, mi gira la testa. Ci sono tanti bambini, tutti vestiti in maschera, e ridono e scherzano. Ballano in girotondo, io non capisco niente. C’è il pirata, qualche zorro, tanti cow-boy e damine.
Tante trombette, quelle di cartone, che suonano, e tutte fanno pepeee, nessuna fa un suono diverso e insieme alla musica così alta aumentano la confusione.

Dicono che a carnevale tutti si divertono e  si può fare chiasso e nessuno ti rimprovera. Io penso che con le piume da capo indiano sarei stata benissimo. Anche se i pantaloni con le frange mio fratello non me li avrebbe dati, poco importa, i miei sarebbero stati perfetti, già li metto dentro gli stivali come i veri indiani. E con le piume e gli stivali sarei andata nel bosco, come l’altro giorno, quando cercavamo i funghi. Mi sarei nascosta dietro gli alberi, avrei cercato le rane nello stagno, avrei ascoltato il vento nei rami. E il silenzio. Non mi avrebbe fatto male la testa, come stasera. Non mi sarei grattata il cranio in continuazione e questa inutile bacchetta magica l’avrei bruciata davanti alla tenda e davanti a tutta la tribù. Avrei accettato anche le trecce, ecco, di solito voglio i capelli sciolti, sono lunghi e piango quando la mamma mi pettina. Ma nei film ho visto che gli indiani portano le trecce  e allora anche io, così le piume stanno su meglio.

Non sono nel bosco, un pepeee nelle orecchie mi riporta alla realtà di questo veglione per bambini, e chissà come sono quelli dei grandi, che pure sono qui, mica se ne sono andati.
La strombettata viene da un principe in calzamaglia gialla e corona in testa. È di fronte a me, è grande come me, e ha gli occhi tristi. Soffia in una stella filante che mi si appiccica tra parrucca e cappello a cono, come una ragnatela. Lui non ride, ne soffia un’altra. Allora io mi ricordo che ho un sacchettino di coriandoli in mano, ne afferro una manciata e gliela getto addosso. Tutto intorno è pieno di coriandoli, per terra ce n’è un tappeto che nemmeno gli aghi di pino nel bosco sono così morbidi. E anche nell’aria c’è una nevicata di coriandoli e palloncini colorati sospesi che sono scappati dalle mani.
Il principe continua a soffiare nelle stelle filanti, che quando fanno la coda a spirale sono davvero belle, e lui è bravo. Però non parla. Mi chiede solo il nome, io glielo dico, lui mi dice il suo, ma non lo capisco, con questo chiasso.
Quando ha finito le stelle filanti, io ho finito anche i coriandoli e non sappiamo più cosa fare.
La festa impazza, ora bambini e grandi fanno il trenino nella sala.
Il principe rimane ancora un momento a guardarmi, e anche io lo guardo. Poi la sua mamma lo prende per mano e lo porta via. Mi fa ciao agitando la mano libera.
Resto sola, nella confusione. Voglio andare a casa.

Chissà come si chiamava.
Chissà se avrebbe potuto essere, rubando il colore del mio stupido vestito, invece che giallo, un principe azzurro.
Chissà se mai lo rivedrò, quando sarò grande.

silenziosamente concepito da Ramona 20:40:00 9 Commenti
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