06/01/2008
TI TOCCO, VECCHIO BAMBINO
Io ti tocco, vecchio.
Tocco la tua pelle sottile, fragile e antica come pergamena. Sulle braccia, sulle gambe, sulla pancia, i segni delle cure: chiazze viola che fanno impressione. Disegnano la mappa della tua fragilità e la ruvidezza delle mie attenzioni, pur necessarie. Giochiamo a fare che sia la mappa dei pirati, ogni chiazza un’isola da raggiungere, ogni livido il ricordo di un monte scalato. La pelle lacerata, nient’altro che una ferita di guerra, la sciabolata di un nemico.
Io ti tocco, vecchio, perché non posso farne a meno. Hai bisogno di me. Eppure non è per questo che non posso farne a meno. Ti tocco perché fra i due sono io ad averne la necessità.
Ti tocco, vecchio.
Ti scosto un ciuffo dalla fronte, quando ce l’hai un ciuffo da spostare. Altrimenti ti sfioro un’altura libera. Cerco di rubarti i ricordi, dovrebbero essere depositati più o meno a questo livello... Voglio vederti com’eri, attraverso gli occhi della mia mano, all’epoca in cui, se una ragazza ti toccava, forse arrossivi dal piacere.
Certo, forse anche adesso ti piace un tocco leggero, non mirato a rivoltarti come un calzino. Però non è la stessa cosa di allora, vero?...
Ti prendo la mano, vecchio.
Non ha più forze, mangiate dagli ictus, eppure si aggrappa alla mia. Vuoi essere condotto, guidato, aiutato, come si fa con i bambini. Un vecchio bambino. Non te ne accorgi neppure, la tua richiesta è spesso muta, inconsapevole. Quanti nodi alle dita, quante rughe, qua e là le macchie della vecchiaia. Le avrò anch’io mani nodose e rugose, se e quando sarò vecchia? Avrò le mani come le tue? E ci sarà qualcuno che me le stringerà con affetto e farà i miei stessi pensieri ?
Passo un dito sulla guancia, sul naso, ti faccio i dispetti. È divertente… reagisci ammiccando, fintamente infastidito. Se ce la fai borbotti, perfino. Cosa dici, non si capisce. Non sempre è facile comprendere i tuoi suoni. La lingua si rigira nella bocca, ha tanto spazio, perché non ci sono più i denti, ma questo sembra essere uno svantaggio, come se in tutto quel vuoto perdesse l’orientamento e non sapesse dove andare a pescare la parola. Però a volte sai quello che vuoi dire. Certo, se non ti capiamo la colpa è nostra, il linguaggio dei vecchi non lo abbiamo imparato, non ce lo ha insegnato nessuno. Quando lo avremo finalmente appreso, sarà perché i vecchi saremo noi. E nessuno ci capirà.
Ti tocco, vecchio.
È un gesto istintivo, come quello delle madri. Anche fra animali ci si tocca, per come può farlo un animale. Il contatto infonde qualcosa. La somiglianza fra i due esseri, il riconoscersi, la domanda e l’offerta di aiuto. La tenerezza. Io ti tocco, vecchio, perché mi riempi di tenerezza. Sei indifeso, inabile, eppure sei uguale a me, a quello che sarò.
Hai un tesoro, dentro, che rimane in gran parte sconosciuto. È il tesoro di ciò che sei stato, di ciò che hai vissuto, di ciò che hai visto. È il tesoro che ha occupato uno spazio nel tempo per tutti questi anni. Pagherei perché tu lo condividessi con me. Perché mi raccontassi, come il nonno ai nipotini, la favola del tuo essere stato persona.
Ti tocco perché tu mi trasmetta un po’ di te. Poi, se vuoi, accetta un po’ di me.
Ti tocco, vecchio, e sento il gelo che ti scorre nelle vene. La fatica del sangue che scorre, caparbio, nonostante tutto, nonostante la densità più vischiosa, nonostante il tragitto pieno di ostacoli trombotici.
Nelle vene nuotano con difficoltà anche i tuoi pensieri, così elementari, così retrocessi. Il nostro percorso, tu me lo insegni, non è che una parabola, si ritorna dove si è partiti, come nel volo del boomerang, solo con un bagaglio più pesante.
E così ritornano i panni e gli omogeneizzati, i denti sono andati persi chissà dove, nessun topolino porterà il soldino, ma pazienza… Si ritorna a balbettare e a fare i capricci, ma un ciucciotto non può più bastare a ritrovare la tranquillità, occorreranno le gocce. Si ha paura di cadere, come quando si impara a camminare, solo che ora si sono smarriti gli schemi del cammino, che non è più una fiduciosa scoperta, ma semplicemente un affare impossibile e due braccia di sostegno, sebbene forti, non ti tolgono il terrore e il tuo corpo diventa di piombo.
Ti tocco, vecchio bambino, ti asciugo il moccio dal naso, che ti colava anche quando eri piccino e la mamma ti sgridava… e ti asciugo la pappa che ti cola dalle labbra e che dimentichi di ingoiare, proprio come quando era l’ora di smettere di succhiare dal seno materno e tu, come tutti i lattanti, non ne volevi sapere.
Io ti tocco, vecchio.
Non ne posso fare a meno.
Una carezza non restituirà a te gli anni fuggiti.
Ma a me darà un senso.