14/12/2007

VESTIRE L'ALBERO DI NATALE


È giunta l’ora. Arriva il Natale, bisogna accoglierlo con tutti gli onori.
Comincio ad addobbare l’albero.
Il vecchio albero sintetico, un abete argentato un po’ spelacchiato, è entrato in questa casa insieme a me e al gatto Tobia. Molti anni fa. I segni del tempo sono evidenti su di noi. Ma lui è ancora in gamba, dopo tutto, proprio come lo siamo noi…Anzi, diciamo che i suoi tre piedini sono un po’ zoppi, che la pendenza è quella della torre di Pisa, che la calvizie incalza sui rami un po’ acciaccati e che qua e là un rametto è stato amputato da una posa scomoda nella scatola.
Ma lo stesso, non posso sostituirlo, l’abete. Non ancora. Fa parte di questa casa. Come il gatto. Come me. Perciò rattoppo alla meno peggio i pezzi amputati, distendo i rami anchilosati e procedo alla vestizione.

Ecco le palline, gialle e blu. Appenderle di solito mi regala una certa divertita rilassatezza. Bisogna disporle in un modo un po’ artistico, perché ce ne sono di grandi e di piccole, e poi si sa che vanno messe solo sul davanti dell’albero, come le luci colorate e intermittenti, però a me piace sapere che ce ne sono anche dietro, perché se no, povero albero, rimane nudo proprio sul posteriore e non sta bene…
Appendo una pallina gialla. Un’operazione distensiva, dicevo, che stavolta però non si esenta dal restare aggrappata alla realtà. E le mie riflessioni pure, si legano alle palline e procedono di pari passo all’addobbo, che doveva essere scacciapensieri e invece non lo è.
Così, mentre cerco un’altra pallina da appendere, penso a un uomo appena mancato, al vuoto che ha lasciato nella sua famiglia, in una figlia adorata e che lo adorava. Era un artista, e vivrà di certo, oltre che nel genio della figlia, uguale al suo, anche nelle opere che ha lasciato in questo mondo. A dimostrare che in fondo quando partiamo non possiamo portare nulla con noi di quanto abbiamo realizzato, perché deve servire a consolare almeno in parte chi resta col vuoto fra le braccia. Che triste Natale in quella casa…
Mi accorgo che insieme alla pallina gialla ho appeso una lacrima cristallina.

Passo a una pallina blu. È un bel colore questo blu lucente, né chiaro, né scuro. È trasparente, e mi fa riflettere su come spesso, invece di chiarezza e onestà, ottengo solo silenzi e ambiguità. Non lo sopporto. La sensazione di essere presa in giro mi rattrista, mi stampa dentro un interrogativo grosso come una montagna, ma destinato a non avere mai risposta… 
Le palline dell’albero di Natale, quelle classiche, quelle di una volta, sono fragili, si fanno male facilmente.  Anche io sono un pezzo di antiquariato. Ho pensato di farmi di plastica, come le ultime palle acquistate, ma non mi riesce. Accidenti, non mi riesce mai.
Ma ne vale la pena? In fondo ci sarà pure chi apprezzerà la delicatezza di una pallina di vetro e ne avrà rispetto. Io sono come sono, di vetro, non infrangibile, e questo è quanto.

Un’altra pallina gialla, un po’ più grossa. Questa la metto su un ramo basso, così se cade non fa troppi danni. Una persona cara invece cadendo si è fatta male, non ha potuto evitarlo, non aveva potuto scegliere un ramo basso, ed ora i pensieri intorno a lui si moltiplicano come funghi in un autunno piovoso. Ecco, diciamo che meritano più di una pallina. Una gialla, una blu, una qui, una lì. Vorrei che questi pensieri fossero come le palline. Basta appenderli, così li si guarda da lontano, non occorre più prenderli in mano, pesarli e soppesarli, cercar loro una sistemazione che quasi non lascia dormire la notte. Vorrei che Babbo Natale li appendesse per me, risparmiandomi dubbi, insonnie e timori di sbagliare. Ehi, Babbo Natale! Mi hai sentito???... Non fare finta di non sentire, non dare la colpa all’età, che se lo vuoi sei un giovanotto niente male…

Procedo verso l’alto, perché i pensieri ora si fanno lontani. Nel senso di pure distanza fisica, ma non per questo sono meno importanti. Una pallina lucente a ciascuno, a due bambini che chissà come vivranno il loro Natale. Forse non si accorgeranno che c’è qualcosa di diverso in casa, che l’atmosfera di festa è forzata e densa di preoccupazioni. Certo non sanno che potrebbero non averla più una casa, fra poco. E visto che Babbo Natale fa il sordo, cosa può fare un vecchio abete spelacchiato a mille chilometri di distanza? Solo regalare loro qualche pallina, un pensiero e tanto affetto, che non si riesce mai a dimostrarne abbastanza. I bimbi sono la continuazione e la speranza, sono quello che resta dopo di noi. Avvolgo le palline gialle e blu con un festone dorato e ci pongo vicino una lucetta intermittente. Hanno bisogno di protezione e calore, i bambini.
Ero una bimba anch’io, ieri.
Vorrei tanto esserlo anche oggi.
Ma devo continuare a vestire l’albero.

Ho terminato le palline, ma ho ancora qualcosa da appendere. Gli angioletti. Ce ne sono un paio fatti con la pasta, e questo mi fa pensare alle tristezze del mondo. Ai lutti recenti, all’indifferenza globalizzata, alla mancanza di valori, alla fatica che si fa a complicare tutto, quando le cose invece sarebbero molto semplici, proprio come questa pasta. Lo disse un Bimbo, quando divenne Uomo, più di due millenni fa: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Tutto qua. Mica difficile, no? Invece le vittime a questo mondo sono tante, così tante, che non so nemmeno da quale parte cominciare a rattristarmi. Né chi aiutare. Come si fa ad aiutarli tutti, quando non posso fare niente nemmeno per chi mi è caro e mi è più vicino?...
Ecco, angioletti, è qui che tocca a voi, fate il vostro dovere, fatevi ascoltare, guadagnatevi la pagnotta, epperbacco!!!
Uno degli angioletti è diverso, è delicato, adagiato su una nuvola bianca. È il mio angelo custode, che talvolta ha la testa sulle nuvole, appunto, e si distrae… Però c’è sempre, non manca mai. In fondo è bravo, rimedia in fretta quando si accorge di avermi abbandonata, solo per un attimo, per inseguire grilli e sogni… Rimedia regalando a me altrettanti grilli e sogni e amici e affetto e occasioni fortunate. Così io, che brontolavo perché mi sentivo sola, mi zittisco e gli strizzo l’occhio. È troppo adorabile, un po’ svampito ma generoso.

Ed ecco che grazie a lui i pensieri prendono la strada delle nuvole e per un po’ seguo la sua stessa leggerezza. Difatti è il turno dei fiocchi rossi, ora. Un tocco di allegria e di speranza che annoda gli aghi del mio abete spelacchiato, proprio all’estremità di ogni ramo. Un rosso acceso di passione e vitalità che mi ricorda che queste due qualità fanno parte di me, mi spingono in tutte le direzioni dove ci sia la vita, con le sofferenze e le gioie che essa porta e che, mi ricordo una volta di più, procedono sempre a braccetto, inscindibili. Basta accettarlo.
E se prima appendevo una lacrima trasparente insieme a una pallina, ora appendo un sorriso fiducioso per ogni fiocco rosso. E ritrovo il coraggio. Tanto che volo in cima all’abete per depositarvi la stella appuntita, e non ho paura di stare così in alto. Da qui posso abbracciare tutti, fare il pieno di fiducia e ripartire. Ancora una volta.

Ecco caro il mio abete. Sei vestito. E sei bellissimo.

 

silenziosamente concepito da Ramona 22:18:00 6 Commenti
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