28/12/2006
TERREMOTO
Un boato. Un gran colpo come di corpo che cade, ma un corpo assai pesante. Rumore di vetri, tremore alle gambe.
Tobia dorme sul divano ma è di colpo in piedi, con tutta la velocità che la sua vecchiaia felina gli consente. Ti guarda, non sa che fare, si guarda intorno. Uscire? In altri tempi, forse, a zampe levate e coda ritta. Il micio ora non ce la fa. Si fida di una carezza che vorrebbe dirgli: non ti preoccupare, non è successo niente, torna a dormire.
Ma cos’è stato, in realtà?
Te lo chiedi e ti rispondi in cento modi mentre ti precipiti giù per le scale.
Il cuore in gola, la paura dell’ignoto.
La tua prima ipotesi è quella che non ti auguri, ma pensi che sia quella giusta.
Il terremoto.
Questo è un sacrosanto terremoto, che si annuncia con tanto di botto e folate di vento improvvise. Non hai mai avvertito una cosa del genere, vieni da un tavoliere che sente i balli di altre terre, ma non è mai sede di per sé delle bizze del cuore terrestre.
Perciò hai esperienza sì delle danze dei lampadari, o del letto in cui riposi e che scambi per sogni inquieti. Ma il botto no, non lo avevi mai sentito.
Ma ti tremano le gambe ancora, anche con la terra ormai ferma. E conosci forse per la prima volta la paura della catastrofe.
Tutti sono fuori, come te, a cercare conferme, augurandosi smentite, a trovare rassicurazioni.
Si fanno altre ipotesi.
Un brutto scontro fra mezzi in movimento. No.
Un aereo supersonico che infrange la barriera del suono. No.
Un pezzo di montagna che crolla. No.
Niente ti convince e tutti la pensano al tuo stesso modo.
Terremoto.
Uno di quelli con la voce grossa.
E difatti ancora batte il cuore, con violenza arcaica.
S’intrecciano le notizie, tutti lo hanno sentito. Pochi hanno dubbi sulla natura del mostro.
E il terrore cresce, anche a posteriori. Ci si chiede se è finita così, o se invece si deve temere un seguito, di assestamento o molto più crudele.
Ancora una volta t’interroghi sulla precarietà della vita. Sulla fragilità dell’esistenza, che a noi sembra così importante ma che non è proprio nulla rapportata alla potenza degli eventi naturali, a quella dell’universo.
Ci pensi? Persino il sole, così bello, caldo, grande, forte, che dà vita a un intero pianeta (forse solo uno, forse di più, chissà) nulla può contro il suo destino. Che è quello di spegnersi, di morire.
Tutto muore, o morirà. Cosa vuoi che sia la tua piccola comparsa, per una briciola di tempo, su questo pianeta? Vedi, basta un attimo, un boato a ridosso del natale, o se vuoi, un’ondata più alta mentre sei in vacanza, uno scivolone di fango mentre stai dormendo, una valanga mentre ti stai divertendo sugli sci come un bambino. E non sei più niente.
La terra è fragile, e tu, che sei un suo microbo, lo sei ancora di più.
Non ci pensiamo mai abbastanza. Rimandiamo a domani qualsiasi cosa, che tanto crediamo ci sia tempo. E invece il tempo può non esserci. Basta un soffio.
Fa tutto parte della vita. Lo accetti.
Ma pensi anche allo scampato pericolo, a quello che poteva accadere, alle persone che potevano rimanere imprigionate per sempre in un ultimo, fatidico gesto, nelle pareti sicure del proprio nido: l’amore nel momento più bello, la poppata commovente del pupo, i compiti del figlio bambino, un bacio atteso e sognato da tempo, l’assistenza ai più deboli… Persone che sono in bagno, che parlano col mondo con telefono o computer, che ammirano un tranquillo paesaggio invernale, che sorridono o piangono…
Insomma, persone che vivono.
Ci pensi perché un rumore, un tintinnio di vetri come non avevi mai sentito prima, uno strano tremore nelle gambe, ha risvegliato la parte ancestrale di te. E ti ha gettato giù dalle scale di casa tua con il cuore in gola, come tutti. Uniti nella paura.
Una volta di più ti convinci che bisogna vivere. Che questa vita che ti è stata concessa in usufrutto è fuggente e precaria. Dura così poco che bisogna goderla appieno. E mai sarebbe da rimandare a domani, né un chiarimento, né una rappacificazione, né un’intenzione o un gesto.
Il domani potrebbe non esserci.