17/09/2006

NON E' PIU' ESTATE

Si allungano le ombre.

Sera e mattina sanno di un fresco frizzante, quasi freddo, e non si disdegna un vestiario un po’ più coprente. Solo le adolescenti, e le signore che credono ancora di esserlo, esibiscono imperterrite  e con coraggio ombelichi e spalle nude, immuni alle basse temperature. Bisogna essere giovani, o convinti di esserlo, per sfidare le intemperie…

Però le ore del giorno sono piene di sole, sono perfino calde. C’è ancora un’illusione di estate. Dopo tutto settembre è appena iniziato. Ci vogliono ancora quasi tre settimane prima di incontrare di nuovo il signor autunno, gentiluomo malinconico e umidiccio.

Intanto che ci si crogiola in questo amletico dubbio (fa fresco, fa caldo), perché non andare al mare? Perché non creare un caloroso ricordo da sfornare alle prime piogge, alle prossime nevicate? Perché non coltivare ancora un po’ accarezzandola, quest’idea estiva che non se ne vuole andare?

Tutti d’accordo, allora: domenica si va al mare.

E la domenica la carovana parte con giocosa aspettativa. Direzione mare…. ma allora che cosa c’entra la felpa?! In spiaggia si va col costume, mica col cappotto. Bravo, non vedi che ci sono 10° C qua fuori?? Ti sembra una temperatura adatta al bikini?

Sciocchezze. Al mare si va perché c’è il sole e bisogna prenderlo tutto, caldo o no che sia. Bisogna che la pelle ritrovi il color biscotto che aveva guadagnato tre mesi fa con le molto sospirate e mai sufficienti ferie estive…

Non solo. Al mare si va anche per vedere un po’ di azzurro e respirare il sale. Un po’ di aria fresca non fermerà la carovana.

E difatti, raggiunta la meta, sembra che vada un po’ meglio. I centigradi ora sono 18 e un vento che sa di maestrale spazza via il soffitto celeste, quello lassù, con tutta l’energia di una giovanile primavera più che di una morente estate o di un decadente autunno. Così, il turchino si veste a festa. E meno male, perché altrimenti di blu non si vedrebbe altro… perbacco, la distesa d’acqua salata, immensa e inquieta lì davanti, non è mica blu. Né azzurra, o celeste. Ma nemmeno verde o trasparente. Quello che anche qui si chiama mare è di uno strano color cappuccino…più o meno come le nocciole che maturano nel bosco proprio di questi tempi.

Scherzo della natura?

Contributo umano?

Non si sa.

Questa è Caorle, mica Porto Cervo. Queste sono le spiagge del nord est, non quelle del sud o delle isole.

 

C’è molta gente. Per tanti alla domenica si compie il sacro rito del riposo. Fuori di casa. Bisogna andare all’aria aperta, mare o montagna fa lo stesso, purché sia fuori… il settimo giorno è stato creato apposta perché gli uomini di buona volontà possano riprender fiato da tutti gli assillanti impegni quotidiani. Sì, va bene, c’è sempre quello che la domenica non se la può gustare, a causa di un mestiere importante e assurdo che costringe a lavorare il doppio mentre tutti gli altri si divertono. Ricordiamolo nelle nostre preghiere e amen.

Il maestrale gonfia le onde e increspa la pelle. Ci si accorge subito che non è più estate. Cosa c’è di diverso? Il freddo, capperi!! Il battere i denti!!

I coraggiosi però si spogliano lo stesso. Siamo o non siamo in libertà per un giorno sulla spiaggia dei nostri sogni?… d’accordo, non saremo a Malibu o sull’atollo onduregno dei Famosi, non la si può negare una così triste evidenza. Però…

Suvvia, un po’ di fantasia, e il gioco ravviva la giornata.

Chissà perché nell’ultimo giorno di vacanza, come nel primo, se fra i due intercorrono circa tre mesi, ci si sente un po’ a disagio nel costume. La pancetta, la cellulite, l’insano pallore da ospedale… si sa, quelle cosette fuori posto che credevi di poter dimenticare fino al prossimo anno, ritornano prepotenti alla ribalta. Come se nel mezzo ci fosse un intero inverno. Invece il mare lo abbiamo già visto, nella stagione che gli è più vitale. E ora, quando si credeva di aver archiviato il tutto, siamo ancora qui.

Una specie di miracolo accade. Il vento si placa, un po’ per volta, come esaurito da se stesso, sfinito, e per solidarietà si calma anche il mare. Che però neppure da quasi immobile riesce a rispecchiarsi nel cielo. I due proprio non si prendono. Uno resta ostinatamente blu, l’altro implacabilmente marrone.

 

Ma lo senti che non è più davvero estate.

Lo senti nella gente che c’è, numerosa, ma non esagerata. Mancano i rumori dell’affollamento, le radio accese, il ping-pong con i racchettoni e la pallavolo, inopportuni per definizione. Manca il sudore, non un rivolo sulla pelle asciutta. Però la crema bisogna spalmarsela: hai visto mai che il buco nell’ozono non si sia nemmeno accorto della fuga del pianeta dalla sua stella, da millenni uguale a se stessa in codesta stagione, e lasci passare gli ambiti raggi senza troppi filtri, come niente fosse mutato? In effetti ora fa caldo. Ci si lascia cullare e la pelliccia dell’oca scompare.

Offrire il viso al dio caldo e buono, chiedere che ti risparmi il fuoco, ma ti dipinga la pelle come solo lui sa fare, quando vuole. Quando è estate.

 

Ma estate non è più.

Gli alberi sono sbiaditi, non fanno ombra, l’ombrellone resta chiuso per quasi tutto il tempo. Il ristoratore seleziona le proprie offerte: non ti può servire tutto quello che vorresti, tra un po’ si chiude, le scorte languono e non si rinnovano, come i clienti.

 

Alla fine, perché, no?, ci scappa pure il bagno. Accidenti, attenti a dove si mettono i piedi: si procede a tentoni nell’acqua, la parte sommersa è invisibile, inghiottita dal marrone. A tirar su le mani a coppa, ricolme d’acqua marina, ci si aspetta di vederle colme di fango. Invece no, l’acqua è color dell’acqua, come dappertutto. Resta il mistero di questo colore infame. Forse meno misteriosa  è la spiegazione della sensazione di viscido che rimane sulla pelle dopo l’incredibile nuotata a vista, senza radar e senza sonar e senza visibilità se non in superficie. Ma su quella spiegazione ovvia si preferisce soprassedere, per non rovinarsi la giornata. Ci si chiede solo, un po’ in ansia, dove sia finito il sale, antico reperto di genuinità marittima.

 

Non è più estate.

In anticipo sull’orario consueto, quando in luglio ti appresteresti appena a tuffarti ancora una volta nelle onde, le ombre si sono allungate. E’ ora di andare. Di trascinare le ciabatte in un tappeto di foglie morte. Di raccogliere asciugamani sedie e ombrelloni per poi riporle in cantina.

Con gli occhi pieni d’azzurro, la pelle bollente di sole, torni a casa e archivi l’estate.

 

Oggi, una settimana dopo, piove.

 

silenziosamente concepito da Ramona 16:06:00 Commenta:
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