13/03/2006

A VOLTE E' DIFFICILE.

L’uomo se ne sta disteso sul letto. Indossa un pigiama, come tutti gli ospiti del reparto. Ha oltre 70 anni, ma li porta discretamente bene. Sul comodino qualche libro. Un uomo che legge, un uomo vivace intellettualmente. Un uomo che si esprime in un italiano corretto senza troppe inflessioni, dal tono gentile.

Vengono altri uomini, ogni giorno, a trovarlo. A fargli mettere una firma su uno speciale registro.

L’uomo è in libertà vigilata, dice qualcuno.

L’uomo è in attesa di estradizione all’estero, dice qualcun altro.

L’uomo è in attesa di processo.

L’uomo è stato condannato ed è ai domiciliari.

Come sempre, le voci di corridoio sono confuse, tutti sanno qualcosa, nessuno in realtà sa la verità. Ma c’è qualcosa che sembra sicuro. L’uomo è accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazzina. Le voci non dicono molto di più, se è già stato condannato o se è in attesa di processo.

Io lo guardo e devo essere cortese e professionale con lui. Non devo pensare ad altro. Soffre di cuore, perché un cuore ce l’ha. Come tutti.

La prima notte la passa quasi in bianco. Per una forma di rispetto nei confronti del più anziano vicino di letto si rifugia in bagno a leggere, così da non disturbare l’altro con la luce accesa. E’ un pensiero oltre modo gentile, che stupisce. Da vero signore. Sono tenuta a dirgli di tornare al suo posto, che possiamo chiedere al medico un sedativo se ne ha voglia, che il vecchietto accanto a lui sta già dormendo e anche se vuole leggere con la luce notturna non gli darà fastidio alcuno, che non è giusto che passi la notte in bagno, seduto su un cesso. Mi ringrazia, un po’ sollevato, ed esce. Torna a letto.

Una persona corretta, educata, colta.

Può una persona così “normale”, così “gentile”, aver compiuto quell’atto osceno di cui si dice?

Mi si rivoltano le viscere. Non lo so.

Non sono abituata a giudicare né a condannare a priori. Specialmente se non si hanno notizie certe. Ma stavolta non posso impedirmi quanto meno di pensarci.

Gli guardo le mani e provo a immaginarle addosso alla ragazzina. Lui, vecchio, lei fresca. Mi assale un conato di vomito.

Gli guardo i pantaloni del pigiama, dentro i quali governa l’impulso più abbietto di un uomo. Mi pongo un perché, un punto di domanda cui anche medici, ricercatori, legislatori stanno cercando invano una risposta. Perché dev’essere quel coso dentro i pantaloni a comandare un uomo, e non viceversa?

Faccio un reset dei miei sentimenti primordiali, cerco quelli professionali. Non giudicare, mi ammonisco, non sai come stanno le cose. Non hai diritti in questo senso. E mi faccio altre domande che non ottengono risposte.

E’ questo uno di quei “mostri” di cui parla troppo spesso la tv? Un pedofilo? E’ un uomo malato, uno di quelli per cui si invoca la castrazione, o è solo la vittima di un castello di carta ingigantito dalle voci? E’ uno che sta pagando il giusto debito con la giustizia, o è ancora tutto da decidere? O quanto gli sta accadendo è ancora troppo poco?

Mi dicono che ha scritto la sua storia in un libro. Una vita avventurosa, segnata fin dalla nascita da privilegi sociali, economici, culturali e fortunosi. E’ un uomo davvero colto, che difende la sua vita e la sua immagine con ogni mezzo. Si proclama innocente e accusa il paese estero che lo ha ospitato, e di cui ha la cittadinanza, di bigottismo ipocrita e ingiustizie. Fa nomi e cognomi ai livelli più alti. Là, dice, accusare qualcuno di abusi sessuali sui minori è come andare a comprare il pane. E’ prassi diffusa e disumana, per chi la subisce ingiustamente. Ai limiti della violazione dei diritti elementari. Un Paese, quello, che accusa un bimbo di 6 anni di molestie per avere baciato una coetanea a scuola.

Questo e altro racconta l’uomo nel libro.

Vorrei saperne di più. Devo cercare quel libro. Perché, cosa può darmi? Non posso certo io giudicare questa persona, non sono testimone di fatti, accusa e difesa per me potrebbero, devono, avere lo stesso peso. Io devo astenermi da ogni giudizio e ogni commento. Devo essere neutrale. Svolgo una professione che non mi consente di avere pregiudizi. E di norma non ne ho.

Mi vengono in mente i medici senza frontiere, le crocerossine di romanzesca memoria, e tutta quella gente che esercita una professione umanitaria in zone di guerra, dove la crudeltà detta legge, dove gli uomini non sono uomini e si nascondono dietro torture, omicidi, attentati, fuoco e morte, e in nome di cosa? Di un dio, di una pseudo politica, di soldi. Tutti quegli operatori lavorano in condizioni disagiate e non si chiedono chi ha ragione in un conflitto, o chi ha torto in uno scontro tribale, chi e perché paga una guerra cui loro devono porre rimedio curando bambini storpiati che colpa non hanno. Loro curano e basta. E me li immagino stanchi, oppressi da un senso d’impotenza che però non toglie la voglia di ricominciare il giorno dopo.  Curano tutti, feriti e feritori, mandanti, killer e vittime. Come è giusto che sia.

Io sono qui, in una comoda corsia d’ospedale, a lottare contro una prevenzione che non mi appartiene ma che fatico a domare. Perché dentro di me, io, che rifiuto la violenza, qualsiasi forma, fosse solo verbale, ho quasi l’impressione che nemmeno uccidere sia più grave dell’abuso su un bambino. Perché un’esperienza simile uccide lasciando in vita. Uccide la personalità, ferisce in modo irrevocabile e crea un nuovo killer.

L’uomo parla poco. Gli porto il sedativo, quando serve. Gli curo la ferita, se occorre. Se ha un bisogno sono là. Non ha particolari esigenze. Se ne sta in disparte. Non disturba, non chiede.

E’ anziano. E’ padre, mi dicono adottivo, forse è anche un nonno. Come tanti altri. Una normalità da incubo?

Se fosse colpevole gli chiederei: cosa ti ha spinto a prendertela con una bambina? Cos’è che ti gira nella mente così malata che ti fa vedere i piccoli come se fossero adulti? Il sesso è roba da grandi e per giunta consenzienti, nessuno te lo ha mai insegnato? Conosci il significato della parola amore? Perché non si fa solo sesso, si fa l’amore quando si è in due a volerlo. E credimi, quando si è in due a volerlo, è tutta un’altra cosa che forzare una bambina spaurita a fare gesti che non comprende e che la segneranno per tutta la vita. Se quest’uomo fosse colpevole, io vorrei essere grande un atomo, per entrare in quella testa e, girare, ispezionare, annusare ogni anfratto di materia grigia, cercando il neurone malato. Perché ci dev’essere per forza un punto marcio, qualcosa che dovrebbe collegare l’istinto alla ragione ma che invece latita. Non funziona. E’ lì che mi metterei, mi adagerei sulla falla a riparare il guasto e riporterei alla vita un uomo che potrebbe essere un gran brav’uomo e una bambina che non dovrebbe essere altro che una bambina.

Se questa persona invece fosse innocente gli direi: combatti, non ti arrendere, non lasciarti calpestare. Un’accusa così infame rovina per sempre. Mai più potresti avvicinarti con innocenza ad un bambino senza rabbrividire. E i bambini avrebbero paura di un orco che non esiste. Ti aiuterei io, che odio le ingiustizie, scriverei un altro libro per te, per riabilitarti e convincere la gente a vedere il lupo mannaro dove realmente è.

Com’è difficile, a volte. E’ difficile non pensare. E’ difficile vedere in un paziente in pigiama solo un uomo con problemi di salute senza una vita alle spalle da cui lasciarsi coinvolgere.  Le persone ce l’hanno una storia e non sempre è una bella storia. E di certo non solo i santi vanno curati.

Anche noi, come in Africa, in Iraq, o in ogni altro posto dimenticato dalla ragione, nel nostro piccolo curiamo i bisognosi. Senza chiederci chi sono. O almeno dovremmo farlo.

 Ma il pensiero corre. Quanto è giusto lasciarlo correre? Quanto è umano e giustificato, se poi, alla fine, il tuo dovere lo compi ugualmente?

L’uomo viene dimesso. Nessuno viene a prenderlo, cercherà un autobus o un treno. Chissà se quegli uomini che vengono a farlo firmare lo sanno.  Mi porge la mano, ringrazia per il trattamento “ottimo”, per le cure prestategli e mi fa un sorriso.

Stringo quella mano molliccia, o forse senza più forza, cerco lo sguardo, che vedo sfuggente, o forse è solo timido e riservato. Scene da incubo mi si affollano di nuovo alla mente, la bambina che è in me, che avrebbe potuto essere “quella”  bambina, urla in silenzio. Non posso farci nulla, se non costringermi alla neutralità cui lui ha diritto come tutti.

Gli ho sorriso anch’io, l’ho salutato. 

Sono stata brava e professionale. Come sempre.

E dopo tutto, non mi è costato nulla.

Nulla?

silenziosamente concepito da Ramona 18:10:00 Commenta:
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