09/02/2006
READING...OVVERO, INCONTRI CULTURALI DEL TERZO TIPO
Io ci avevo provato a negarmi, a glissare, a schernirmi, ma l’uomo era stato irremovibile.
Diceva:
“Avere una concittadina che porta lustro al paese e non farla neppure conoscere ai compaesani? Non sia mai!!!”.
Ma quale lustro?!!…
“Ma che, scherza?, una scrittrice abita qui in mezzo a noi, lo sa tutta Italia e noi no? Bisogna rimediare.”
Il signor G. è un uomo molto determinato. Sa cosa vuole. Però forse non sa bene cosa dice. In effetti già quando mi chiama scrittrice è in pieno fallo. Ci ho provato a spiegarglielo.
Io non sono una scrittrice. Scrivo. E’ diverso. Il mio nome è finito sui giornali per via del concorso Intimità, ma è un caso…
“Appunto, lo dicevo, è una scrittrice. Allora io farei così, per farla conoscere agli altri…. Ma lo sa che nessuno sapeva di lei, qui nei paraggi?”
E lo so, sì. Da 15 anni abito in questa piccola frazione del bellunese e sono riuscita a rendermi invisibile, esattamente come volevo. A parte gli stretti vicini di casa, buongiorno e buonasera, non conosco nessuno nemmeno io. Non è per presunzione, per creare le distanze, ma per puro e semplice pudore. Ho cercato di tenermi stretti i fatti miei, per non disperderli tra queste poche vie. Non mi è sempre riuscito. I posti piccoli sono pettegoli a nord come a sud come ad ogni latitudine. Ma in linea di massima, sì, diciamo che sono una perfetta sconosciuta, in un posto che ancora non si può chiamare nemmeno paese, tanto è piccolo. Una magia.
“Ecco, per farla conoscere, dicevo, e non si può ignorare una celebrità, io direi che possiamo organizzare un incontro culturale per gli anziani. Sa, qui abbiamo un gruppetto molto numeroso. E lei può rappresentare la scintilla per suscitare interesse in coloro, una minoranza sa, che hanno per la testa solo la tombola e la partita a carte.”
Io?!
“Massì!! Ecco, facciamo così. Lei leggerà a questi incontri i suoi racconti. Vedrà che sarà un successo.”
Sì, un successo. La raccolta di pomodori, quelli che mi lanceranno, sarà un successo. Come si può pensare che io, perfetta sconosciuta a casa mia, che non sono nemmeno “una del posto”, che non parlo il dialetto, come si può pensare che io sia più interessante del numero che può dare la cinquina? O del carico a briscola?
Ci ho provato a esternare i miei dubbi, anzi le mie certezze. Lasciamo perdere, pensavo, dicevo, non può funzionare. Bene che vada questi gentili signori se non mi prenderanno a pomodori si addormenteranno. Oppure mi diranno:
“Tasi, l’è drio a vegner fora al tredese, cositta mi fae tombola. Senti tu o no? Stròpate quela boccassa”.
Mi sembra che il significato sia evidente comunque traduco:
“Sta zitta, che sta per venire il tredici, così faccio tombola. Mi ascolti? Chiudi quella boccaccia!”
Insomma, mentre paventavo tutte queste possibilità, ho sentito, incredula, me stessa sospirare:
“Ok. Facciamolo.”
Facciamolo…. Facciamo ‘sta cosa e che Dio me la mandi buona.
Io che leggo i miei racconti in pubblico…
E cosa si legge a persone anziane, ma non dementi (fossero state dementi sarebbe stato più semplice…)? Non mi sembra di avere un gran repertorio. Come faccio a sapere se e cosa può piacere? E poi io non ho l’impostazione da attrice nella voce, ho un timbro monocorde con un tono basso e se qualcuno è anche duro d’orecchie, cosa non improbabile, non capirà niente. E i suoi “Ala dita che?…” (“Che ha detto?…”), creeranno il panico fra quelli che magari ci provano a concentrarsi.
Panico come quello che sento io ora addosso.
Perché ora mi sto recando alla sede del circolo degli anziani. Come un agnello sacrificale. Dopo questa figuraccia sarà meglio fare i bagagli e cercare rifugio altrove. Ci sarà pure nel mondo una casa di ricovero per scrittori falliti e presi a pomodori. Intanto mi tremano le gambe. Il panico del debuttante, l’ansia della prima volta sul palcoscenico. Ho parlato altre volte in pubblico, ma questa è un’altra cosa. Qui non devo insegnare niente. Qui devo cercare di creare uno stimolo. Che responsabilità. Chi mi dà questa autorità, con quali armi affronto questa sfida?
Il mio angelo custode, il signor G. mi accoglie festoso. Per lo meno la sua sicurezza è rassicurante.
Fa un po’ di presentazioni a chi ha voglia di stare a sentirle. Il resto del gruppo è proprio intento alle carte e alla tombola. Non si voltano neppure al mio ingresso. Cominciamo bene.
In tutto saranno una quarantina di persone. Non del tutto anziani, come immaginavo, perfino qualche signora giovane che fa parte del volontariato e si occupa dei rinfreschi.
Arriva in rinforzo una mia collega. Benedizione del Cielo, una sorpresa inaspettata che mi allarga il cuore, mi conforta. Vedo entrare la pettegola del paese. Il cuore si restringe, ma poi si riallarga: siamo generosi , mi farà un po’ di pubblicità se e quando mi servirà.
Il signor G. richiama l’attenzione, interrompe i giochi. Mi presenta ufficialmente e legge un mio breve curriculum. Lo ammetto. Ruffianamente ho sottolineato nel curriculum la mia ascendenza locale. Predispone meglio.
Mi lasciano il posto e la parola.
Sono ad un tavolino quadrato d’osteria, spalle al muro, circondata da gente seduta ovunque, su panche e ad altri tavolini. Non so contare le paia di occhi che mi fissano. Ma guardando quei volti rugosi, gli sguardi attenti, le espressioni d’attesa, capisco di avere scelto bene il programma. Sono persone semplici, che amano le cose semplici, che vogliono sentire parlare di cose che conoscono. E io, stranamente, ho quello che fa per loro.
Perché oggi, mentre cercavo con affanno qualcosa che poteva interessargli, mi sono resa conto di come la permanenza in questi luoghi mi abbia dato lo spunto per molte storielle semplici, quasi delle favolette, ambientate in zone di montagna, o nei boschi, storie che parlano di animali e di contatto con la natura. Storie semplici, appunto, senza pretese. Come me, dopo tutto. Sì, forse ho proprio quello che fa per loro.
Cambio mentalmente la scaletta originale, scelgo un racconto che non ero sicura di voler proporre, e comincio a narrare.
Cala un educato silenzio colmo d’aspettativa.
Non ho microfono, devo sforzarmi di alzare la voce, che pure mi trema un po’.
Racconto la storia di un giovane pastore che porta al pascolo le sue pecore, e durante il tragitto ne smarrisce una, il montone più stupido e ostinato che abbia mai avuto. E racconto di come nell’andarlo a cercare il pastore cade lungo il sentiero e finisce appeso a una radice. Descrivo i suoi vani tentativi di issarsi sul sentiero, i rischi che corre rimanendo appeso lì, i rumori e il buio della notte nel bosco. Racconto del vano tentativo di lanciare una corda, che cade a mezzo metro dall’appiglio che può essere la sua salvezza. E infine racconto di come all’alba, quando ormai per il giovane sembra finita, il montone accorre, e nella sua ottusità animale decide che è meglio salvarlo, il suo padrone, perchè litigare con lui è molto più divertente che restare liberi senza di lui.
Risata liberatoria, un applauso, la gente sorride. Sono contenti, loro, e io pure.
Passo al secondo racconto, un’altra favola, che mi sta molto a cuore.
La storia dell’amicizia impossibile tra un lupo e un bambino. Un amore che nasce nel bosco, dove il bimbo si è perso, e dove incontra il lupo che lo adotta. La storia di un amore diverso, ma reale, che secondo me potrebbe accadere davvero. Perché lupo e bambino sono due anime innocenti, pulite, si rispettano, vanno oltre le diversità. Sono gli altri, i cosiddetti umani che non capiscono. E difatti uccidono il lupo, che cade fra le braccia del bambino e s’inzuppa delle sue lacrime, lo uccidono perché non possono neppure immaginarlo un amore così.
Ogni volta che rileggo questo racconto mi stupisco della cecità dell’uomo. Per me è evidente che il lupo vuole bene al bambino, lo accudisce e lo protegge, hanno vissuto insieme per due mesi… e ogni volta, sempre, mi prende il nodo alla gola per la sorte dell’animale.
Per fortuna stavolta sono riuscita a trattenere l’emozione. Solo un piccolo groppo alla fine, subito ingoiato, un’incrinatura della voce… giusto un filo.
Altro applauso, s’intrecciano i commenti, i più (quelli delle carte) borbottano fra di loro, magari si stanno chiedendo quando finirà ‘sta storia…. Ma altri mi circondano, mi fanno domande, complimenti…. Mi arriva un coloratissimo mazzo di fiori che mi lascia senza parole e mi riempie di emozione, e in uno slancio di empatia per queste brave persone dedico loro lo sprint finale, il post dedicato ai grandi vecchi…
Nessuno di loro è un grande vecchio, me lo posso permettere… Il più anziano mi racconta orgoglioso di avere 87 anni e di dilettarsi anch’egli di scrittura “satirica”, nel senso di caricaturale, tutta dialettale. Tanto di cappello, penso ammirata. Io non sarò così lucida e fresca a 87 anni.
Anche il post suscita consensi, a quanto pare. E questo è tutto.
Proprio ora che avrei continuato all’infinito, fino a perdere la voce…
Finisce a tarallucci e vino. O meglio, a tè e biscotti. Poi riprende la tombola, il primo numero estratto è il 56.
Scambio ancora qualche frase di circostanza, mentre la pettegola sta facendo spudoratamente il terzo grado alla mia collega. Si parla di altri incontri, questo è stato così bello… organizziamone ancora dai…
Saluto tutti, raccolgo la cartellina con i racconti, il mio stupendo mazzo di fiori gialli e arancione, che non assomiglia minimante a pomodori marci, e mi avvio, a piedi, verso casa.
E’ stato un pomeriggio splendido.
