03/02/2006

STRANE ABITUDINI

Un po’ in ritardo, lo ammetto, e per capirne le cause bisogna leggere il post più sotto…

Un po’ in ritardo dicevo, ma colgo la palla che mi passa il buon (buono?!…) Cletus per cercare di spiegare al mondo, questo mio mondo composto da una decina di lettori, quali sono le mie cinque strane abitudini. Chissà poi perché devono essere proprio cinque. Potrebbero essercene di più o di meno. E poi come si fa a capire che sono "strane" quando per te sono normali? Chi è che stabilisce la stranezza della cosa? Mah!! Mandare in giro per la blogosfera questi giochini è secondo me già un’abitudine molto più strana della mia abitudine più strana. E difatti mi asterrò dal passare la patata bollente ad altri poveracci che andrebbero in ansia come già ci sono io… Però se qualcuno ci tiene, è invitato d’ufficio a proseguire questa insolita catena di S.Antonio…

1)      La mia prima strana abitudine è quella di mangiare sempre, al termine del pasto, un pezzetto di cioccolata. Perché strana? Perché per motivi fisiologici e a causa del progressivo incedere dell’età, i miei pasti sono quasi di tipo geriatrico. Minestrina a parte, che farà bene, ma fa anche un po’ orrore, quando riesco a pranzare o a cenare decentemente deve trattarsi di cosette digeribili e in modica quantità. Gli occhi, le papille gustative, le narici, quelli non invecchiano, è risaputo, e si mangerebbero tutto un menu di nozze senza fiatare (da queste parti si dice che si hanno gli occhi più grandi della pancia, come i girini). E’ lo stomaco la pecora nera, l’anello marcio della catena digestiva. Perciò poche cose e sane, o in alternativa golose e poche. Ma la cioccolata è la sana eccezione che conferma la regola. Perché dopo avere ingurgitato la minestrina (sempre lei!), avere evitato con dolore il pane e la sua mollica in quantità industriali, aver rimediato alle carenze con frutta che dovrebbe essere fresca ma che poi compri già marcia o rinsecchita, ecco che ti manca qualcosa. Un vuoto. Quel certo non so che. Quell’odore e quel colore e quel gusto che… insomma, la cioccolata. Che dopo il pasto non alza nemmeno la glicemia. Che si è scoperto non ingrassa neanche. Che contiene sostanze euforizzanti e afrodisiache innalzanti il buonumore e... bè, non occorre dire tutto. Come si può definirla una strana abitudine, questa?… Io direi che è sana, sanissima abitudine.

2)      Una ben strana abitudine invece è quella di voler procedere il più possibile con ordine. Se sul lavoro c’è il caos, bisogna prima riordinare. Il mare tempestoso e incomprensibile della burocrazia, soprattutto, è qualcosa che mi crea un’angoscia senza scampo, come al signor K. ne Il processo, di Kafka. Solo che io ho non sono così rassegnata… Io combatto. Non posso agire, non posso fare nulla se prima non è tutto in ordine, schedato, chiaro e funzionale. Ciò che è incomprensibile o superfluo, via!, nella pattumiera. Nel riciclo della carta. Ovunque, ma fuori dai piedi. Ciò comunque non m’impedisce di farmi ugualmente in quattro. Anzi, poiché mi prendo l’incarico di fare ordine, direi che mi faccio anche in otto. Anche in altre circostanze, a casa, per esempio. O nei pensieri solitamente confusi che mi si affollano in testa, creando una tale cefalea… Per forza, da soli sono allo sbando,  continuano a sbattere di qua e di là senza arrivare a niente, e quindi devo provvedere a disciplinarli. Ci devo mettere un semaforo, o un vigile, qualcosa insomma che riordini. Solo allora potrò capirci qualcosa e risolvere la cefalea senza la Cibalgina.. Ma, naturalmente, la follia è sempre in agguato, interviene di tanto in tanto e sovverte  il mio ordine, di cui si fa un emerito baffo. Per fortuna.

3)      Ho una strana, insana abitudine. Quella di dare fiducia alla gente e credere a quanto mi si racconta. Al giorno d’oggi si diffida di tutto e di tutti, si rinuncia al dialogo e si fa ognuno di testa propria. Ahimè, io invece sono del genere "cocciutus cecatus", procedo a testa bassa e mi guardo poco alle spalle. Nel senso che non so vedere la malizia, la cattiveria. Nel senso che sono totalmente incapace di credere che chi mi fa il sorriso poi possa pugnalarmi a tradimento. Io non ci credo. E quando lo scopro dico no?!? Sul serio??? Insomma, parafrasando Povia, i cretini fanno oohh!! E poi se un amico mi dice che sono sbarcati i plutoniani dietro casa con un badile per spalarmi via la neve, io ci credo, e metto su il caffè, o la cioccolata calda, o il tè, perché poverini, verranno pure da Plutone, ma dopo tutto il giorno sulla neve saranno intirizziti. Credo a tutto, o quasi, anche quando il senso della ragione o l’istinto, mi dicono stop, sveglia!… Credo nella buona fede delle persone anche se me le vedo davanti con la pistola puntata contro il mio cuore. Al massimo ripulisco il sangue, incredula, ci metto un cerotto e ricomincio. Perché tra l’altro non imparo nulla. Dov’è il problema? Il problema  è solo che questa strana, insolita abitudine, mi fa passare per idiota. Anche con i plutoniani.

4)      E i libri? Che bella e strana abitudine questa... Non si può cominciare un libro se prima non si finisce di leggere l’altro. E tra una e l’altra storia deve passare un periodo refrattario. Forse a causa dell’abitudine numero 2, per quella tendenza a fare ordine, devo mettere le storie in compartimenti stagni. Se per sbaglio si confondono gli intrecci narrativi, sono guai. Se Renzo e Lucia si ritrovano in un giallo della Cronwell, finisce che non si sposano più, ma si ritrovano sezionati su un lettino d’obitorio dalla brava e indefessa Kay Scarpetta. O se il buon Herzog (il mio ultimo amore…) incontra L’Illuminata della Carrano, la prima donna laureata in Italia (Europa?), finisce che i due intellettuali discettano di filosofia e si scordano che uomo e donna fanno anche l’amore, talvolta. Insomma, le cose si farebbero molto serie se non procedessi con un libro per volta. Mi toccherebbe andare dallo psichiatra, non distinguerei più la realtà in cui vivo io da quella dei miei amici personaggi di carta. Di certo quella di entrare e uscire dal manicomio non voglio farla diventare una strana (ih ih ih, risatina psichiatrica…) abitudine.

5)      E infine, ma solo perché sono arrivata all’abitudine numero 5, lo voglio proprio confessare. Di solito mi guardo allo specchio. E quello che è peggio, oltre che guardarmi, è che mi strizzo l’occhio. Vedo e conto tutti i miei difetti, li allineo in fila per due e mi sorrido. Così alla lista aggiungo i denti storti e la cicatrice sul labbro. E scopro le due rughe del buonumore intorno agli occhi. E  mi si arriccia il naso nel ghigno. Ma io sorrido e saluto quell’estranea lì di fronte. Perché le voglio bene. Perché credo che un’altra non ci sia di uguale. Fortunatamente per il mondo. Le sorrido perché mi porta fortuna, perché una sorella non ce l’ho, perché sa vedere la vita con il disincanto che a volte a me manca e con l’ironia che ci accomuna entrambe. Io non la chiamerei una strana abitudine. Io, semmai, chiamerei lo psichiatra di cui sopra.

 

silenziosamente concepito da Ramona 09:42:34 8 Commenti
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