14/12/2005

QUESTI GRANDI, GRANDI VECCHI

Io adoro i vecchi. I grandi vecchi, quelli che per i geriatri vanno dai 90 anni, o giù di lì, in su.

Sono bravi a prendermi il cuore. Come i bambini.

E come accade con i bambini, io parlo con uno di questi vecchi e nei suoi occhi percepisco la vita. Ci vedo il sale, il gusto e la fortuna d’invecchiare.

A volte incontro iridi sorprendentemente azzurre e vivaci, limpide da sbalordirmi. Altri occhi sono ammiccanti, alcuni non vedono molto bene, ma tutti riescono a comunicare ugualmente un gran divertimento. Perché questi grandi vecchi la fanno ogni giorno in barba alla morte e si divertono. Solo in apparenza dicono di essere rassegnati, di non aspettare altro che il Padreterno li chiami a sé, che sono stanchi di penare. Non è vero. Loro sono felici di esserci, e felici di poter esclamare ancora una volta, al tramonto di un altro giorno: “Anche oggi sono stato vivo”. Con l’omaggio di uno sberleffo per nulla rammaricato alla nera signora sempre in agguato.

I vecchi hanno visto talmente tante cose che il presente gli sta stretto. Troppo veloce, troppo tecnologico, per loro che camminavano scalzi riservando l’unico paio di scarpe alla festa. Per loro che andavano a piedi, che avevano un po’ paura di quelle cose con le ruote, così puzzolenti, che si diffondevano sempre di più, più rumorose e costose e veloci del  carro trainato dall’asino, che pure era lusso di pochi.

I nostri vecchi conoscono il sacrificio e l’umiltà.  Quelli che arrivano a essere vecchi, grandi vecchi, hanno grinta da vendere. Sono personalità forti da combattenti e conservano intatto il loro carattere vitalissimo e arguto. In qualche caso purtroppo il decorso decadente della vita e di una malattia della ragione senza più speranza, li rende simili a neonati, bisognosi di tutto, inconsapevoli di sé e del mondo. Ma altre volte hanno un cervello molto, molto funzionante, attivo e curioso. Si tengono in disparte dal progresso, odiano i surgelati precotti, non conoscono il microonde, sì e no sanno usare il telecomando della tv, spinti in questa specifica pratica solo dal bisogno di sconfiggere la solitudine di una casa vuota. Ma al contempo non disdegnano il cellulare. Solo che farlo funzionare, acciderba, che impresa… C’è il nipote che ne sa certo di più, ma vallo a prendere, benedetto ragazzo, è così impegnato… Però, quando sconfiggono i timori e s’impossessano dei segreti di una diavoleria nuova, quando ne capiscono il meccanismo, i vecchi sono fieri di essere stati capaci di imparare.

La mia bisnonna è un ricordo molto nitido. E’ morta a 97 anni, quando io ne avevo 6 o 7. Rammento benissimo il suo essere vecchia. Ricordo la sua difficoltà a pronunciare i nomi un po’ insoliti dei bis-nipoti. Rievoco un aspetto tipico da befana, di come per lo meno ci s’immagina che questa debba essere, e non per mancarle di rispetto, ma perché era così. Piccola e curva come una parentesi, capelli candidi raccolti e nascosti sotto un fazzoletto, vestita di nero e con lo scialle di lana sulle spalle. E’ vero, ho visto molte nonne negli anni seguenti così simili alla mia bis e forse mi confondo... I loro tratti si accavallano gli uni sugli altri, come se al mondo esistesse un’unica grande nonna, uguale per tutti, identica alla cara dolce vecchina che porta i regali ai bimbi. E chissà se in fondo non è proprio così…

Primo ha 92 anni. Legge tutti i giorni un quotidiano. Mangia poco, parla moltissimo. Fa domande intelligenti e curiose sui miei fatti personali. Crede che io abbia solo 20 anni. Gli altri anni, quelli che lui non mi vede addosso, lo stupiscono. La discreta sordità che lo affligge non è un problema: è sordo quando vuole. E dove vuole è autonomo, quando fa il capriccio invece si abbraccia all’infermiera perché lo aiuti. Non ha mica scordato quell’incongruente, confortante calore che si avverte al contatto con una pelle fresca… Un ricordo così è di quelli indelebili, quelli che si cercano in ogni momento per tutta la vita. E difatti ammicca e lo ammette. Ma intanto ti racconta delle privazioni di quando era giovane, di quando mangiava polenta tutti i giorni perché altro non c’era, del duro lavoro fisico, della guerra e della fame.

Alessandro ha 88 anni. Lui non è sordo, è totalmente autonomo, non c’è traccia in lui di demenza o “vecchiaia” in senso negativo. L’unica cosa che non gli funziona è il cuore, ma solo in senso anatomico. Nell'interno del miocardio, o dovunque sia la sua anima, funziona tutto a dovere. E’ un uomo mite, il nonno caro e sorridente che avrei voluto avere, capace di abbracciarti e chiederti come stai, lui che ogni giorno trascorso è vinto ai dadi. Cammina con il bastone, un po’ a fatica, è un uomo alto, o almeno lo era, e da giovane certo robusto e forte. Adesso è un olivo piegato dal vento, ma coriaceo, difficilissimo da abbattere. Almeno finora.

Fino a qualche mese fa viveva ancora con la moglie, ragazza come lui. Un giorno lei si è sentita male, e lui pure, di riflesso, nel vederla soffrire. Lei agonizzava e lui rischiava l’infarto dal dispiacere. L’ambulanza li ha portati entrambi, urlando, all’ospedale. Lei non ce l’ha fatta, lui sì, per un soffio.  Ma vederlo piangere nell’apprendere che la sposa di una vita se n’era andata in un posto inaccessibile anche al suo amore, è stato lancinante. Oltre 60 anni insieme. Come può resistere il cuore di un vecchio, specie se malandato, nel trovarsi solo dopo tutto questo tempo condiviso? E non poter nemmeno salutarla, né darle un bacio, costretto a curarsi per non doverla seguire subito.

Alessandro è il mio nonno preferito. Quello che sa offriti solo un grande affetto con la massima semplicità. E che mi fa dire con slancio: io adoro i vecchi.

E Giovanni di anni ne ha 90, e il suo declino è cominciato. Ma conserva modi e gentilezze da gran signore, parla solo italiano e cerca sempre con uno sguardo smarrito da cucciolo la rassicurante presenza della moglie, e le figlie che lo curano con un amore infinito e mai rassegnato.

Certo poi capita anche a me d’imbattermi nella vecchietta terribile, quella che sorpassa me e la fila di persone che fa disciplinatamente la coda in farmacia, o in un ufficio postale. Passa avanti con tutta tranquillità, come se fosse una cosa normale e dovuta. La guardo con rancore, ho il minuto contato, mi viene da protestare con altrettanta maleducazione. Ma cosa crede, lei, che solo perché è anziana deve fare la furba? In fondo anch’io ho poco tempo, tante cose incompiute, lasciate in sospeso per sbrigare mille commissioni…Questa qui, invece, che diavolo ha da fare di così urgente da non poter aspettare il suo turno, da passare avanti a tutti? Chi l’aspetta?

Ma guardandola meglio noto il cappotto liso, la faccia stanca, lo sguardo spento. Sbircio fuori dalla porta e vedo un vecchio cane che aspetta, mogio, col guinzaglio consunto e penzoloni, che tanto non ha la forza di scappare, gli occhi colmi di ansia. Aspetta una padrona che è tutta la sua vita, il suo mondo. E sa, ci scommetto che lo sa, l’anziana bestia, che lei potrebbe nemmeno uscire da quella porta, che c’è una possibilità che lo lasci lì, sulla strada, per sempre, o in luogo chiamato cimitero, ad aspettare invano, a illudersi su un cumulo di terra fresca coperta da pochi fiori pietosi. E forse sa pure, il vecchio cane, che potrebbe essere lui a non essere più in grado di aspettare. Ecco perché è in ansia, ansima e la cerca con lo sguardo oltre la porta a vetri: non vuole che arrivi il momento di partire senza poterla salutare. Non sarebbe giusto.

Allora penso che ma sì, in fondo il mio tempo può attendere. Loro no. Né il cane, né la grande vecchia che lo accompagna.

Questi vecchi con un fardello di anni enorme sulla schiena.

Com’erano da ragazzi?

Come hanno amato, vissuto, gioito?

Le feste erano sacrosante, ma semplici. L’abito migliore per la messa la domenica, poi la passeggiata, in centro al paese o verso la campagna. Corteggiamenti timidi, a volte non si osava mettere la mano nella mano. La sera era una sera come le altre, a chiacchierare insieme al resto del cortile, della via, dell’aia. A far filò, dicono qui. O a contare le stelle, immagino io.

E l’incubo della guerra, i partigiani feriti o gli alleati da nascondere. E il premio fascista a chi faceva più figli (bella politica, quella…). E la terra da lavorare, o il paese da lasciare per cercare fortuna. E altre cose che noi vediamo solo nei film, e ci sembrano, sono, così remote, perfino quasi incredibili. Niente tv, niente telefonino, niente computer, poca scuola, l’alfabeto e le tabelline grandi conquiste, niente acqua calda nel bagno e il bagno, se c’era in casa, era un lusso.… Accidenti, si viveva lo stesso?

Adoro i grandi vecchi. Guardo le rughe in quei volti e vi scopro la vita. Guardo il mio viso liscio nello specchio e penso che devo ancora cominciare a vivere.

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 17:58:00 2 Commenti
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