24/08/2005
QUANDO MUORE UN BLOGGER
Cosa succede quando muore un blogger? Posso dire con tranquillità che non mi sono mai posta il problema fino a un paio di mesi fa. Sono una blogger da troppo poco tempo, è tutto così nuovo per me, non faccio parte di grossi giri, ho pochi ma fidati frequentatori. Figurarsi se andavo a pensare una cosa simile.
La morte fa parte della vita di tutti, non fa differenze né ha preferenze. E’ una livella che tratta tutti allo stesso modo. Inoltre è un’ombra con cui ho avuto e ho personalmente a che fare quasi tutti i giorni. Diciamo che per il lavoro che faccio è una costante di cui non mi posso dimenticare. Siamo sempre in competizione, io insieme ai miei colleghi, e lei. Noi vogliamo salvare le vite, lei se le vuole prendere. Il più delle volte vinciamo noi, qualche volta vince lei. E’ di bocca buona, le va bene tutto. E in una corsia di ospedale c’è veramente di tutto.
Lasciarsi prendere dalle storie di ognuno è inevitabile, dividere la sofferenza pure, non togliersi mai di dosso né quella certezza che “lei” c’è, né il ricordo di persone speciali che ti entrano sottopelle e vengono nei tuoi sogni a trovarti, anche quello è impossibile scrollarselo di dosso. Quante volte ti chiedi con una punta di rimorso: ma davvero avrò fatto tutto il possibile? C’è stato qualcosa che avrei potuto ancora fare e non l’ho fatto? Non ci si abitua mai. Ci si convive. Sai che c’è. Sai che è inesorabile, sebbene talvolta la puoi prendere in giro strappandole di mano l’anima di turno all’ultimo istante.
Le persone che vedi andare via sono comunque persone che hai conosciuto, di cui hai condiviso il calvario, fanno parte di te. Sai che ognuno di loro lascia qualcosa: una moglie, un marito, dei figli piccoli, una montagna di debiti…
Perché ora penso al destino dei blogger? Cos’ha di diverso un blogger?
Ho cominciato vagamente a considerare la cosa leggendo del blog di un giovane inglese, in cui lui racconta tutte le fasi della sua malattia, un tumore al cervello che lo porterà alla fine in un paio d’anni. Vi descrive le speranze, le illusioni, le terapie, l’amore per i figli e la moglie, i vomiti, gli esami strazianti. Un giorno non ha scritto più. Basta, era arrivato all’ultima pagina. Ma le sue sofferenze avevano fatto il giro del mondo, il giovane aveva moltissimi lettori di ogni lingua e ceto che piangevano con lui e speravano con lui. Potenza della globalizzazione che finalmente unisce.
Ora leggo prima su vibrisse di Giulio Mozzi, poi sul blog di Cletus della scomparsa di Gino Tasca. E chi è Gino Tasca? Io non lo so. Non l’ho mai conosciuto, non ci ho mai parlato né gli ho mai scritto. Non so quanti anni avesse, né cosa facesse né com’era la sua faccia. Per me era un nome, ma un nome familiare. Frequentavo il vecchio blog di Mozzi ed era un nome che compariva spesso. Come tanti altri. Che tu non conosci. Con cui qualche volta discuti. Da cui ricevi critiche o complimenti che puoi ricambiare.
La bellezza del blog è che permette di fraternizzare con persone che non conosci, che forse non vedrai mai. Che ti permette di farle sentire infine familiari quanto meno come i divi della tv: ne conosci il nome ma non ci mangi insieme. Salti da un blog all’altro ed è come se andassi di casa in casa a portare fiori e cioccolatini, a fare quattro chiacchiere o a sbattere le porte perché il tizio ti ha fatto anche un po’ incazzare.
Ti abitui a veder circolare quei nomi, cerchi di figurarti chi ci sia dietro il nickname o il nome autentico con cui i più coraggiosi si firmano. Ti sorprendi ad ammirare ciò che dice uno, a contestare quello che scrive l’altro, a intavolare discussioni senza fine, o a tacere riflettendo, ma anche se la curiosità ti rode non fai nulla per conoscere di persona chi c’è dall’altra parte. Salvo poche eccezioni.
Gino Tasca non lo conoscevo dunque. Ma era un nome familiare e di quelli che si rispettano. Sono andata a leggere una parte del suo diario solo ora, perché di lui avevo dimenticato l’esistenza, non comparendo più nei blog che frequento. Ho scoperto una persona colta, appassionata, dolce, che faceva della letteratura una missione. Una persona che della sua malattia non parlava se non con vago disincanto, con leggerezza, per coprire pudicamente il dolore ma non nasconderlo del tutto. “Oggi mi hanno tolto l’acqua dalla pancia, perché ormai sembro incinto”, scriveva. Ci ha scherzato con dolce ironia, fra chissà quante sofferenze. E poi ci sono le sue osservazioni, i suoi scritti, l’accenno al corso di lettura da lui ideato, con una bella dose di originalità.
Ora mi chiedo, un po’ scossa da queste due sorti: cosa succede quando muore un blogger? Perché Gino Tasca era senz’altro tante cose, che io non conosco, ma per me lui era comunque un blogger. Come lo sono io nel mio piccolissimo. Cosa succederà ora ai suoi pensieri racchiusi in quelle pagine web? Pensieri vaganti nei meandri della rete, tradotti in codici html, ma pur sempre pensieri. Pensieri che sono stati affidati a quelle pagine sì per soddisfazione personale, ma anche e soprattutto perché fossero letti e condivisi. Pensieri pubblici.
Cosa succede quando un blogger non può più curare il suo diario? Succede che le sue parole rimangono sospese per qualche tempo, quelle pagine saranno disponibili ancora per … mesi? Anni? Fino a che il gestore telematico deciderà di liberare lo spazio web che non è più utilizzato. E quindi le parole andranno perse. Come quando le scrivi sulla sabbia: vento o acque le cancelleranno.
Nel caso del ragazzo inglese, se non ricordo male, il suo blog diventerà un libro.
E di Gino tasca cosa se ne farà? E di chiunque altro che affida parole, poesie, fotografie, cuore e anima a questa scatola collegata al mondo, perché ha voglia di gridare al mondo che esiste? Cosa resta di un blogger quando lui non c’è più? Se va bene, il ricordo di coloro che sono stati colpiti dai suoi sentimenti. Se qualcuno se ne preoccupa, un cd che racchiude queste opere, che sono così preziose perché personali, uniche. E irripetibili.
Altrimenti, più nulla.