05/05/2005
INSONNIA
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Del resto, la mia vita sa tanto di uovo sbattuto, in questi ultimi tempi. Non si dorme. Niente da fare. Tutte le sere mi getto a corpo morto sul letto molto presto, due pagine di un ottimo libro (Antologia di Spoon River), dieci pagine quando va bene. Poi crollo, palpebre come macigni. Bene, benissimo. Peccato che dopo poco più di tre ore spalanchi le stesse palpebre, così come il fornaio, più o meno nello stesso momento, alza la saracinesca della sua bottega. Forse anche prima. Diciamo intorno alle 2,00 a.m. Male, molto male. Cosa cavolo ho da fare a quell’ora? Niente. Mi giro. E mi rigiro, come la frittata di cui sopra. Ma la frittata è presto pronta, la spadelli e finita lì. La mia cottura invece è lunghissima e a fuoco lento. Conto le pecore. L’ultimo gregge che è passato per di qua era davvero molto grosso. Mi sembra di ricordarle tutte le bestiole, comprese quelle nere, che non è vero, come si dice, che siano rare: lì ce n’erano tante, ma tante, che tutto sommato essere definito una pecora nera potrebbe voler dire essere nella norma. Conto anche le capre che c’erano insieme. Poi gli asinelli che sempre accompagnano il gregge e i cani pastori. Infine i pastori a due gambe. Uffa. Le 3,00 a.m. Provo su un fianco. Provo a cambiare soggetto di conta. Conto gli amici. Uh… finisco troppo presto… quelli che si ricordano che al mondo ci sono anch’io stanno tutti sulla mano di un focomelico. Cambio fianco. Occhi spalancati nel buio, cerco con lo sguardo la finestra e il chiaro di luna che da essa traspare e che illumina la notte. Potrei contare le stelle. Sono miliardi, no?, prima di esaurire la riserva magari mi addormento. No, dovrei alzarmi, tirare su la serranda, fare rumore. Disturberei chi mi dorme accanto. Senza contare che non ho alcuna intenzione di alzarmi dal letto: qui sono, qui rimango, se c’è uno scampolo di sonno non lo voglio perdere. Allungo una mano in là. Sì, lui c’è. Dorme come un bimbo. Tra un’ora si alzerà per andare al lavoro. Non sarò io ad anticipare la sua sveglia. Mi sforzo di rimanere ferma, ma è come se avessi addosso il fuoco di sant’Antonio. Mi rimetto sul dorso. Fisso il soffitto. Tutti i pensieri del mondo si ammassano, fanno ressa, spingono e corrono tra cuore e cervello. La deprivazione del sonno, è provato, gioca brutti scherzi. C’è un filo diretto tra i miei pensieri e il ritmo cardiaco: gli uni provocano un’accelerazione spropositata del secondo. Credo che i miei battiti vadano a una frequenza di oltre 100 al minuto. Così, a occhio e croce, senza contarli. Avverto le extrasistoli. Non mi preoccupano, so che sono dovute alla stanchezza. Da quanto tempo non dormo una notte intera? Lascio fluire dunque questi pensieri, piuttosto foschi, stanchi, ingigantiti dalle tenebre. Li traccio sul soffitto. Qui spalmo i miei sbagli, là spennello la rabbia, in un angolo dipingo la solitudine. Incollo in ordine sparso i fantasmi del passato, l’incertezza del presente, la paura del domani. Mi sento così sola, in questo buio, nonostante il respiro lieve che avverto vicino. Del resto, mi sento spesso sola anche di giorno. E nemmeno nelle ore diurne recupero il sonno perso. Non so cosa mi sostenga. Cosa non mi faccia crollare su un qualsiasi pomolo di letto come Eta Beta. E se provassi a leggere? La Tv no, anche se ormai sono quasi le 4,00 a.m., corro il rischio di inciampare su un Bruno Vespa con le occhiaie fino alle ginocchia (come le mie, domani) che apre la sua dannata porta al lattaio. Ma nemmeno posso leggere. Nel delirio che vivo ogni notte non mi riesce più di concentrarmi. Le poesie di Masters meritano attenzione, non devono essere un surrogato al sonnifero. Giusto, il sonnifero… non ne ho in casa. Magari una camomilla può servire. Ma, ci risiamo, non ho voglia di alzarmi. Uffa. Mi giro. Mi rigiro. Sono a pezzi. Vedo nero, e non solo perché buio. Vedo tutta la mia vita nera, penso che magari sono malata, che qualcosa non va. Quanto si è più fragili, quando manca la luce del sole... Vorrei comprensione, affetto, compagnia, anche a quest’ora tarda. Vorrei poterne parlare con qualcuno. Ma, pur farneticante, comprendo che non posso chiamare nessuno a quest’ora. Però… Telepatia?… Lui dorme ancora, e nel sonno mi cerca, mi abbraccia, del tutto inconsapevole del mio malessere. Non gli dirò niente, magari mi passa. Ora mi godo il suo calore rassicurante, l’amore che mi dimostra d’istinto, sincero, anche senza la volontà cosciente di farlo. Una lacrima si fa forza ed esce dai miei occhi sbarrati, inopportuna. Bagna il suo pigiama, l’asciugo col tepore della guancia. “Buongiorno amore”. Un sorriso scintillante nell’oscurità, una tenerezza infinita. Sono le 4,00 a.m. Così ogni notte. E dopo, da sola, attendo sveglia ancora due ore, prima di abbandonarmi all’oblio. In compagnia di quel sorriso. |
Mi giro. Mi rigiro. Le lenzuola una graticola. Oppure, restando in tema culinario, il fondo antiaderente di una padella in cui fai saltare la frittata.