22/05/2009

QUANDO MIO FRATELLO RACCONTA: UNA VITA PER LA BICI

  (Racconto di Udo Corrado)


L’odore dell’asfalto bollente gli secca la gola, entra nelle narici e gli si attacca alla bocca dello stomaco pugnalandolo violentemente.
Il cuore pompa all’impazzata, centoquaranta, centoquarantadue, centoquarantacinque pulsazioni.
Il numero appare sullo schermo del cardio frequenzimetro bloccato sul manubrio della bicicletta e, per un attimo gli ricorda che a quarantasei anni non può osare troppo, ma il limite non è ancora raggiunto.

Centosessanta, le cosce cominciano a bruciare, il rumore che fa il suo fiato gli sembra quello di un metronomo che batte i quattro quarti di un ritmo indiavolato, l’acido lattico è entrato in azione mettendo alla prova il suo livello di allenamento. Ancora qualche secondo, quattro, tre, due, basta!
Centottanta pulsazioni, centocinque pedalate al minuto e cinquantanove chilometri orari. Forse un anno di vita in meno per lo sforzo fatto….

Tornando a casa lentamente, mentre attraversa il centro della città che un tempo considerava la sua migliore amica, si chiede il perché di tutto questo.
Quarantasei anni, una vita dedicata ai sogni, piena di promesse non mantenute, di facce di cui non ricorda i nomi, di donne che ci hanno provato a trattenerlo ma tutte con lo stesso identico risultato…
Ancora adesso tenta di rincorrere un sogno impossibile, forse è questo che gli dà la forza di tirare avanti, di non cedere, di perseverare sino ad essere patetico.
Ripone la bicicletta da corsa insieme alle altre, nello studio, come continua a chiamarlo, reminiscenza di un’altra avventura disperata e utopistica.
La casa è vuota, troppo grande per lui e gli ricorda ancora i tentativi di renderla accogliente e familiare con l’aiuto di una donna, l’ennesima.
Apre il frigorifero, prende uno yogurt e lo butta giù d’un fiato, dicono faccia bene, ma forse avrebbe preferito qualcosa di più soddisfacente di un insipido latte inacidito.
Caldo soffocante, forse avrebbe potuto comprarlo quel cazzo di ventilatore, ma le spese sono talmente tante che non sa più dove sbattere la testa e quindi….caldo…Il getto della doccia gli anestetizza i pensieri, del resto si è specializzato in questo, lo sa fare molto bene. Riesce a non pensare a tutti i casini che ha per parecchio tempo, come se cadesse in una meditazione zen egli si estranea dalla sua stessa esistenza. Sorride. E’ proprio per questo che ancora esiste.

Ma non sempre ci riesce. Ed allora il panico risale dalle profondità dove era stato sepolto, ignorato, e ricomincia a soffocarlo, o almeno ci prova. Il bastardo ancora non ha vinto.
Il letto dove si abbandona fa parte della cura. Con la scusa del recupero post allenamento riesce ad estraniarsi ancora un po’. Ma sa che è solo un palliativo. La guerra è ancora lunga e sa anche che, alla fine, perderà. Forse è per questo che gli preme tentare di portare a termine il suo ultimo tentativo.

I ragazzi che ha raccolto e che allena sono il suo riscatto. Il fatto di riuscire ad inculcare loro la voglia di lottare sino in fondo e di non arrendersi mai, per far sì che nessuno di loro abbia trovarsi nella sua situazione, nel suo stato d’animo è, per lui, determinante. Vorrebbe dire aver fatto qualcosa di buono nella vita, aver messo a disposizione di qualcuno le sue sconfitte e avergli impedito di fallire.

Utopia anche questa, e in fondo, lo sa.
Ma forse uno si potrà salvare.
Ma forse qualcuno ricorderà il suo nome.
Forse riuscirà a lasciare una traccia, chi lo sa.
Intanto il caldo e le mosche rendono inutile anche il ventilatore al massimo. Alle volte si chiede come sia possibile che due o tre ore di allenamento con quel caldo gli sembrino un inezia ed il fatto di rimanere steso sul letto in quella stanza, in quella enorme casa, sia così difficile.
D’estate le ombre della sera tardano ad arrivare. Restano in bilico per un tempo interminabile, fanno a cazzotti con il rosa del tramonto in una lotta tra titani, ma alla fine vincono sempre, riuscendo a portare un a traccia di fresco in questa torrida estate salentina.
Quando comincia la notte inizia per lui l’ultima battaglia della giornata: l’attesa di un oblio parziale che stenta ad arrivare ma che, sempre, lo esaudisce. Qualche ora di sonno non lo fa pensare e, qualche volta, lo fa sorridere.

Il bianco sporco avvolge ogni cosa.
I quattro metri per quattro della stanza a stento riescono a contenere tutti i macchinari che lampeggiano, respirano, squittiscono a tempo.
L’infermiera con un gesto scosta le tende e fa entrare un raggio di sole d’un bianco vivido che taglia in due l’aria e si poggia sul letto dove lui, in coma da dodici anni, sogna.




silenziosamente concepito da Ramona 11:41:00 2 Commenti
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