06/04/2009

L'AQUILA TERREMOTATA

Arriva sempre nei momenti peggiori.
D’inverno, quando non ti puoi difendere dal gelo.
D’estate, quando il caldo fa aumentare la sete, l’acqua manca e incombono le epidemie.
Di notte, mentre dormi, e nulla puoi fare per proteggerti.
Ma forse non esiste un momento meno peggio di un altro, per affrontare un cataclisma. Ogni volta è una tragedia.

Ore 3,32: orologi fermi per l’eternità a fissare quest’ora, in questa giornata sconvolgente.
Un brivido della Terra, il suo cuore che si spacca, ferite che si aprono. L’Abruzzo piange e conta i morti.
Nell’ora più indifesa della notte, quando le coscienze sono sospese in uno stato di non-morte, in un limbo temporaneo che dovrebbe ricaricare le energie necessarie ad affrontare un nuovo giorno, il nemico colpisce a tradimento.
Crollano edifici interi, senza distinzione di uso o destinazione: case, scuole, chiese. Detriti sui letti, sulle culle, nelle cucine, negli ambienti di una tranquilla quotidianità.

Si aprono voragini, sprofondano pavimenti in palazzi che restano con solo l’involucro addosso, sventrati come un pesce, come un pollo, privati dell’ossatura interna, di quegli ambienti di vita normale che l’uomo ha ammassato uno sull’altro, un piano sull’altro, strappando spazio a una terra che di spazio forse non ne ha.
Polvere, macerie, che pesano.
Pesano sul petto di chi è là sotto, di chi non ha più fiato per gridare aiuto.
Pesano addosso a chi ormai non se le sente più, addosso.
Pesano nelle mani di chi scava disperatamente, ferendosi, tagliandosi, chiamando, gridando un nome, asciugandosi le lacrime che tanto ora non sono d’aiuto.
Pesano sul cuore di chi ancora spera, ma teme.

La banalità di una notte pacifica nella gente in pigiama, in mutande, mezza nuda. A quell’ora, in casa propria, che resta da fare, se non dormire?
Ci saranno stati nottambuli, chi stava per alzarsi per recarsi in bagno, chi a bere un bicchiere d’acqua. Chi magari giocava all’amore in quell’ora tarda. Chi allattava il bambino, chi vegliava un malato. Nonni insonni a causa dell’età. Ci sarà stato chi aveva puntato la sveglia per mettersi a studiare, per recarsi al lavoro, per partire.
I più, però, di certo dormivano. Ma anche chi non dormiva, cosa ha potuto fare contro la febbre del centro della Terra, contro il brivido che ha scosso montagne e città? Nulla, o molto poco.
Il gigante si è scosso, il gigante ha cambiato posizione, il gigante non vede le formiche sopra di lui e le schiaccia.
Il gigante in fondo non è stato così violento. Mica è colpa sua se le formiche sopra di lui costruiscono muri di carta velina, spesso centenari, uniti uno sull’altro, ammassati uno sull’altro. Al gigante questo non interessa.
Interessa solo a chi resta. A chi ora piange. A chi ha perso tutto.

Scene che si ripetono, ogni volta.
Le persone sono diverse, ma sembrano sempre le stesse, perché nella tragedia siamo tutti uguali. Uguale la disperazione, le ferite sul volto, sulle mani, i traumi del corpo e dell’anima.
Uguali sono gli angeli che lottano con il tempo per contendersi un’anima in più: questa è mia, è viva, no, è mia, è morta.
Uguali sono i cani dal fiuto eccezionale, che si feriscono alle zampe scavando e si deprimono se trovano un cadavere, ma poi ripartono senza sosta, cercando il premio alla loro fatica: un umano vivo. Chissà quanti loro simili troveranno in questa ricerca: cani e gatti domestici, di cui i media non parleranno, ma che hanno condiviso fino in fondo il destino dei padroni, fedeli fino alla morte.
E uguali il pianto, le preghiere, lo smarrimento negli occhi dei sopravvissuti. Traumi che non guariranno mai, e che riaffioreranno nella paura del buio, della solitudine, di ogni soffio di vento, oppressivi come le macerie da cui sono nati.
Uguali le foto di vacanze perdute, di compleanni indimenticabili, sparpagliate fra le macerie in cerca d’identità, insieme a scarpe, vestiti, oggetti.


È il 1980, in Puglia, a casa dei nonni.  Fine novembre, fine serata, le 19,30 circa. La poltrona su cui sono seduta si muove con uno scossone per qualche secondo. D’istinto tutti gli occhi presenti si alzano verso il lampadario e le sue gocce di cristallo, così simile al lampadario di un castello fiabesco, ma molto meno prezioso, molto meno grande. Il lampadario oscilla come un pendolo.
Tutti gli occhi s’incontrano e tutti esprimono un dubbio: è uno scherzo, o c’è da avere paura? Sarà mica il terremoto?! Ma se è già finito!
Ci si affaccia incerti al balcone del secondo piano e si vedono altre persone, più veloci e meno titubanti già per strada. È il terremoto!
Poi la conferma al telegiornale. L’inizio dell’incubo per migliaia di persone, forse milioni.

È stato l’evento sismico che ho vissuto più intensamente, quello che ho avvertito più di tutti, tra i tanti incontrati finora. La vicinanza relativa con l’Irpinia mi aveva fatto assaggiare la tragedia senza farmela vivere. E una cosa ho capito: anche se sei sveglio, il brivido delle terra ti prende di sorpresa, ti paralizza, ti domandi perfino se è vero o se è una tua impressione. Pochi secondi di dubbio che possono essere fatali, ma che ti danno almeno una chance di salvezza. Ma mentre dormi, alle 3 di mattina, sei completamente indifeso. Non ti poni nemmeno il dubbio, il mondo ti cade addosso e non te ne accorgi.
Sogni, progetti, futuro distrutti. Famiglie mozzate. Bambini che non cresceranno e non saranno il bastone della vecchiaia dei loro genitori. Genitori che abbracciando un figlio gli regalano la vita per la seconda volta, perdendo la loro. Affetti perduti, vite perdute, piccole e grandi speranze perdute, oggetti e ricordi perduti.

Il grande gigante d’Abruzzo ha colpito duro.
Come in Sicilia, in Friuli, in Campania.
Come nel resto del mondo.
Le tragedie sono tutte uguali. E fanno male, sempre.
silenziosamente concepito da Ramona 20:47:00 Commenta:
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