18/02/2009
IO E LA MIA PAURA DI ESSERE DONNA
Io e la mia paura di essere donna dobbiamo convivere. Prima non ci conoscevamo molto bene, ci sfioravamo ignorandoci, consapevoli della reciproca esistenza, ma ora siamo costrette a essere inscindibili.
A dire il vero già da piccola mi dicevano di fare attenzione, la paura hanno cercato di inculcarmela da subito. Essere donna, o anche trovarsi in quella condizione intermedia in cui non sei propria una donna, ma nemmeno più una bambina, comportava, a detta di tutti, il dover “fare attenzione”. Me lo hanno detto il giorno che mi è comparso il ciclo, mentre mi consegnavano anche 500 lire come augurio per essere diventata donna.
Cioè, se ben capivo, diventare donna voleva dire che ti capitava una cosa così fortunata che ti regalavano dei soldi, e al contempo diventava una condizione obbligatoria a “ fare attenzione”. Ma attenzione a cosa?
Non ci ho messo molto a capirlo.
Essere donna significava ritrovarsi a essere, per definizione, una creatura a rischio.
Essere donna voleva dire mai fidarsi a camminare da sola per strada, specialmente se in posti poco frequentati, anche se la scelta del luogo non è che fosse fondamentale: essere donna, infatti, significava fare attenzione ovunque.
Attenzione che sul bus, o in coda da qualche parte, qualcuno non ti mettesse le mani addosso. Come se una ragazzina possa stare “attenta” a cose che non dipendono da lei, e che tanto succedono lo stesso.
Se uno vuole palparti ti palpa, anche in mezzo alla folla: hai voglia a stare attenta.
Essere donna significava anche stare attenta a come ti vestivi. Se prima volevi solo i pantaloni, e poi invece ti attiravano le gonne corte, era il caso di fare molta attenzione. Perché se avevi la gonna corta e qualcuno ti seguiva per strada allora te l’eri cercata.
E stai attenta, cammina sempre accanto a un muro, torna a casa presto, non rispondere se qualcuno ti parla, guardati sempre alle spalle, cerca, se puoi, una figura in divisa, un vigile, un poliziotto, a cui rivolgerti in caso di bisogno. Come se quello che c’era sotto la divisa fosse diverso da quello che c’era sotto un abito normale.
Fare attenzione, per una donna, è d’obbligo con chiunque e a prescindere.
Fai attenzione dunque, che ora sei grande e sei una donna.
Ma porca miseria, perché dovevo fare attenzione per il solo fatto che ero una donna?
Perché a un ragazzo non gli si diceva mai fai attenzione, che sei diventato un uomo?
Non ho mai avuto paura di essere una donna.
Solo, volevo gli stessi diritti dei maschi, perché non capivo dove stava tutta questa differenza fra me e loro.
Volevo il diritto di non “fare attenzione”, di fare un po’ più tardi la sera, di uscire da sola, di non guardarmi le spalle, di indossare quello che mi pareva, di parlare con ragazzi o uomini come fra camerati, senza essere fraintesa.
Volevo essere una donna senza rimpiangere di non essere un maschio.
Ma non era facile.
Il maschio ha i pantaloni, mi dicevano, e dunque può fare quello vuole. Tu sei una donna e devi fare attenzione.
Attenzione a non farti toccare, a mantenere la reputazione intatta, attenzione a non farti mettere incinta. Sempre alla donna tutte le attenzioni. È sempre e solo colpa sua, tutto quello che le accade è sempre per colpa sua.
Essere una donna stava diventando faticoso.
Ma nonostante tutto non ho mai temuto, non ho mai avuto paura di essere una donna.
Sono diventata grande fra le mille insidie che una donna deve affrontare. E sono stata orgogliosa della condizione che mi è toccata, delle conquiste fatte, a dispetto di quel minuscolo cromosoma così terribile da condizionare la tua esistenza.
La paura di essere donna continuavo a guardarla da lontano. Sapevo che c’era, ma ormai credevo non potesse più riguardarmi.
E invece.
Invece scopro che non è mai finita veramente.
Non è mai tempo, per una donna, di smettere di fare attenzione. Come se fosse sufficiente, fare attenzione. Come se il lupo cattivo diventasse più buono solo perché tu fai attenzione e non allunghi la mano ad accarezzarlo.
Ricordati, bambina: se uno vuole palparti, ti palpa. È la legge del più forte, la legge del coglione. La legge della vigliaccheria estrema, che fa sì che il predone non si misuri con un suo simile, ma con una creatura che non può contrastarlo.
Nessuna donna può permettersi il lusso, oggi come una volta e come sempre, di non fare attenzione, di accantonare la paura.
Dalla paura non è esente la bambina, né la ragazza e nemmeno la nonna.
Non è esente la bellissima e nemmeno la poco avvenente.
È la condizione stessa di donna, quella intrinseca al cromosoma, che costringe le donne a fare attenzione. Perché una donna non è un uomo, è un oggetto da usare e buttare in un cespuglio, da segregare in casa e riempire di botte tanto per sport, da mandare a forza di calci e pugni per strada accanto ad un falò. Una donna è una cosa da palpare a piacimento, da prendere quando si ha voglia tanto il suo parere conta niente. E poi, si sa, le rogne se le cerca. Quello che le capita è perché non fa abbastanza attenzione.
È sempre colpa sua.
Mica del maschio, abituato da sempre a prendere quello che vuole, a considerare la femmina solo uno strumento.
Tanto, se fosse reato picchiarla, stuprarla, segregarla, l’uomo sarebbe in galera. Ma l’uomo non va in galera per questo. O se ci va, ne esce subito. Ed è la sua parola contro quella della donna. E quella della donna, chissà perchè, pesa meno.
Di fronte a tutto questo, la mia paura di essere donna ha deciso che non può staccarsi da me. Mi si è avvicinata, si è presentata, non mi lascia.
Non c’è niente di nuovo.
Lo stupro è in alcuno paesi come il Congo, o il Darfur, un mezzo di sopraffazione di un’etnia sull’altra. Colpire le donne vuol dire colpire la società. Ma che strano, eppure le donne contano sempre la metà di un uomo…
Eppure non occorre andare lontano. Lo stupro è dentro casa, fuori dal portone d’ingresso, alla fermata del bus, mentre vai a scuola, mentre scambi tenerezze con il tuo amore, mentre ti diverti, mentre vai a lavorare. E uno stupro giornaliero sta nelle parole sconce, nella mani morte, negli strusciamenti abusivi, nella sopraffazione casalinga e non.
Mi ritrovo a desiderare gli stessi diritti di quando avevo 11 anni e mi dicevano, mettendomi in mano 500 lire di carta: fai attenzione.
Voglio avere, oggi come lo volevo allora, il diritto di camminare tranquilla per strada, di indossare quello che mi pare, di puntare lo sguardo in faccia alla gente e non tenerlo incollato al marciapiedi o a chi ho alle spalle. Voglio non perdere la fiducia nelle persone, voglio che la diversità dell’altro sia sempre fonte di apprendimento e non di paura. Voglio non avere niente da dimostrare e niente per cui fare attenzione. Voglio che chi indossa i pantaloni provi ogni tanto a scoprire cosa vuol dire indossare la gonna in questo mondo barbaro e cambi le prospettive.
Voglio che la mia paura di essere donna se ne vada, perché non la riconosco, non mi appartiene, è invadente e non mi piace.
A dire il vero già da piccola mi dicevano di fare attenzione, la paura hanno cercato di inculcarmela da subito. Essere donna, o anche trovarsi in quella condizione intermedia in cui non sei propria una donna, ma nemmeno più una bambina, comportava, a detta di tutti, il dover “fare attenzione”. Me lo hanno detto il giorno che mi è comparso il ciclo, mentre mi consegnavano anche 500 lire come augurio per essere diventata donna.
Cioè, se ben capivo, diventare donna voleva dire che ti capitava una cosa così fortunata che ti regalavano dei soldi, e al contempo diventava una condizione obbligatoria a “ fare attenzione”. Ma attenzione a cosa?
Non ci ho messo molto a capirlo.
Essere donna significava ritrovarsi a essere, per definizione, una creatura a rischio.
Essere donna voleva dire mai fidarsi a camminare da sola per strada, specialmente se in posti poco frequentati, anche se la scelta del luogo non è che fosse fondamentale: essere donna, infatti, significava fare attenzione ovunque.
Attenzione che sul bus, o in coda da qualche parte, qualcuno non ti mettesse le mani addosso. Come se una ragazzina possa stare “attenta” a cose che non dipendono da lei, e che tanto succedono lo stesso.
Se uno vuole palparti ti palpa, anche in mezzo alla folla: hai voglia a stare attenta.
Essere donna significava anche stare attenta a come ti vestivi. Se prima volevi solo i pantaloni, e poi invece ti attiravano le gonne corte, era il caso di fare molta attenzione. Perché se avevi la gonna corta e qualcuno ti seguiva per strada allora te l’eri cercata.
E stai attenta, cammina sempre accanto a un muro, torna a casa presto, non rispondere se qualcuno ti parla, guardati sempre alle spalle, cerca, se puoi, una figura in divisa, un vigile, un poliziotto, a cui rivolgerti in caso di bisogno. Come se quello che c’era sotto la divisa fosse diverso da quello che c’era sotto un abito normale.
Fare attenzione, per una donna, è d’obbligo con chiunque e a prescindere.
Fai attenzione dunque, che ora sei grande e sei una donna.
Ma porca miseria, perché dovevo fare attenzione per il solo fatto che ero una donna?
Perché a un ragazzo non gli si diceva mai fai attenzione, che sei diventato un uomo?
Non ho mai avuto paura di essere una donna.
Solo, volevo gli stessi diritti dei maschi, perché non capivo dove stava tutta questa differenza fra me e loro.
Volevo il diritto di non “fare attenzione”, di fare un po’ più tardi la sera, di uscire da sola, di non guardarmi le spalle, di indossare quello che mi pareva, di parlare con ragazzi o uomini come fra camerati, senza essere fraintesa.
Volevo essere una donna senza rimpiangere di non essere un maschio.
Ma non era facile.
Il maschio ha i pantaloni, mi dicevano, e dunque può fare quello vuole. Tu sei una donna e devi fare attenzione.
Attenzione a non farti toccare, a mantenere la reputazione intatta, attenzione a non farti mettere incinta. Sempre alla donna tutte le attenzioni. È sempre e solo colpa sua, tutto quello che le accade è sempre per colpa sua.
Essere una donna stava diventando faticoso.
Ma nonostante tutto non ho mai temuto, non ho mai avuto paura di essere una donna.
Sono diventata grande fra le mille insidie che una donna deve affrontare. E sono stata orgogliosa della condizione che mi è toccata, delle conquiste fatte, a dispetto di quel minuscolo cromosoma così terribile da condizionare la tua esistenza.
La paura di essere donna continuavo a guardarla da lontano. Sapevo che c’era, ma ormai credevo non potesse più riguardarmi.
E invece.
Invece scopro che non è mai finita veramente.
Non è mai tempo, per una donna, di smettere di fare attenzione. Come se fosse sufficiente, fare attenzione. Come se il lupo cattivo diventasse più buono solo perché tu fai attenzione e non allunghi la mano ad accarezzarlo.
Ricordati, bambina: se uno vuole palparti, ti palpa. È la legge del più forte, la legge del coglione. La legge della vigliaccheria estrema, che fa sì che il predone non si misuri con un suo simile, ma con una creatura che non può contrastarlo.
Nessuna donna può permettersi il lusso, oggi come una volta e come sempre, di non fare attenzione, di accantonare la paura.
Dalla paura non è esente la bambina, né la ragazza e nemmeno la nonna.
Non è esente la bellissima e nemmeno la poco avvenente.
È la condizione stessa di donna, quella intrinseca al cromosoma, che costringe le donne a fare attenzione. Perché una donna non è un uomo, è un oggetto da usare e buttare in un cespuglio, da segregare in casa e riempire di botte tanto per sport, da mandare a forza di calci e pugni per strada accanto ad un falò. Una donna è una cosa da palpare a piacimento, da prendere quando si ha voglia tanto il suo parere conta niente. E poi, si sa, le rogne se le cerca. Quello che le capita è perché non fa abbastanza attenzione.
È sempre colpa sua.
Mica del maschio, abituato da sempre a prendere quello che vuole, a considerare la femmina solo uno strumento.
Tanto, se fosse reato picchiarla, stuprarla, segregarla, l’uomo sarebbe in galera. Ma l’uomo non va in galera per questo. O se ci va, ne esce subito. Ed è la sua parola contro quella della donna. E quella della donna, chissà perchè, pesa meno.
Di fronte a tutto questo, la mia paura di essere donna ha deciso che non può staccarsi da me. Mi si è avvicinata, si è presentata, non mi lascia.
Non c’è niente di nuovo.
Lo stupro è in alcuno paesi come il Congo, o il Darfur, un mezzo di sopraffazione di un’etnia sull’altra. Colpire le donne vuol dire colpire la società. Ma che strano, eppure le donne contano sempre la metà di un uomo…
Eppure non occorre andare lontano. Lo stupro è dentro casa, fuori dal portone d’ingresso, alla fermata del bus, mentre vai a scuola, mentre scambi tenerezze con il tuo amore, mentre ti diverti, mentre vai a lavorare. E uno stupro giornaliero sta nelle parole sconce, nella mani morte, negli strusciamenti abusivi, nella sopraffazione casalinga e non.
Mi ritrovo a desiderare gli stessi diritti di quando avevo 11 anni e mi dicevano, mettendomi in mano 500 lire di carta: fai attenzione.
Voglio avere, oggi come lo volevo allora, il diritto di camminare tranquilla per strada, di indossare quello che mi pare, di puntare lo sguardo in faccia alla gente e non tenerlo incollato al marciapiedi o a chi ho alle spalle. Voglio non perdere la fiducia nelle persone, voglio che la diversità dell’altro sia sempre fonte di apprendimento e non di paura. Voglio non avere niente da dimostrare e niente per cui fare attenzione. Voglio che chi indossa i pantaloni provi ogni tanto a scoprire cosa vuol dire indossare la gonna in questo mondo barbaro e cambi le prospettive.
Voglio che la mia paura di essere donna se ne vada, perché non la riconosco, non mi appartiene, è invadente e non mi piace.
silenziosamente concepito da Ramona 15:47:00
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