13/01/2009

UN FANTASMA A QUATTRO ZAMPE

Sei arrivata da dieci giorni in questa casa. E già hai creato scompiglio.
No, non direttamente, perché qui in casa rimane più o meno tutto al suo posto, e grossi danni non ce ne sono stati. Ma hai subito calamitato le attenzioni e dunque hai recato scompiglio in una casa da un po’ vuota di vibrisse.

Sei arrivata una domenica mattina. Portata via alla tua mamma, che ti ha istruita su come vanno affrontati gli umani: fagli le fusa, due coccole, ti daranno tutto, ma stagli lontana figlia mia, che non si sa mai.
Piccola, ma non piccolissima, avevi già iniziato a vedere il mondo, ma, come raccomandava la mamma, un po’ da lontano. Però ti piacevano le carezze che quell’omone dalle mani ruvide ogni tanto ti faceva… ma la mamma era la mamma, lei non era mai entrata in una casa se non per rubacchiare qualcosa e fuggire subito, e dunque non avevi altro esempio, altra esperienza, che i suoi.
I fratelli, neanche a parlarne, erano ancora più prudenti di te. Loro nemmeno le volevano provare, le carezze ruvide. Tu, la più piccola, così bassotta da meritare il nomignolo di Gambacorta, somigliavi sempre più alla mamma. Stesso pelo candido e mascherina grigia, anzi, molto più candore su di te, a parità di mascherina.

Sei arrivata di domenica, terrorizzata e piangente. Dov’era la mamma? Cos’erano quelle pareti addosso, mentre fino a poco prima avevi solo la neve come confine e un qualunque buco come tana improvvisata da condividere con tutta la famiglia?
La tua disperazione era evidente e struggente. Da stringere il cuore.
Ma noi ti volevamo bene e avevamo bisogno di te.

Tempo mezz’ora, quella domenica, ed eri sparita da una stanza chiusa. Come nei migliori gialli, dove si trova il cadavere ammazzato dentro una stanza chiusa dall’interno e nessuno oltre a lui. Solo che tu non avevi lasciato neanche il cadavere. Non c’era niente. Eri sparita.
Ti abbiamo cercato ovunque per tutto il giorno, fino a tarda sera, arrovellandoci su dove avresti potuto essere andata. Eri piccola, ma con una bella e ingombrante panciotta da cucciola. Eri un gatto, non un topo, non potevi intrufolarti in un buco nel muro! Anche se temevamo fossi fuggita dal camino…
Una giornata piena di rimorsi, ci hai fatto passare, e di preoccupazione. Poi ti abbiamo trovata, piccolina, appiattita sotto una vecchia stufa, da dove non sei uscita in tutto il giorno. Per un giorno intero non hai mangiato, non hai bevuto, non hai fatto pipì, non hai pianto. Eri un fantasma.
E difatti, lo abbiamo imparato, sei ancora un fantasma.

La tua cuccia era stata preparata perché ti facesse sentire al sicuro. Coperta, nascosta, una piccola entrata. Dentro c’era un indumento morbido e un cucciolo di peluche. Vabbè, non era come avere mamma, zii e fratelli, vicino, ma l’hai accettata e ti ci sei rifugiata, ancora un po’ disperata.
Hai cominciato a mangiare solo il giorno dopo. Sconfitta dalla fame e dalla rabbia, mordevi, masticavi e piangevi. Ti sei arresa. E hai ricominciato a fare le fusa.
Ma le regalavi solo chi volevi e per il tempo che volevi tu. Poi tornavi a nasconderti, negli angoli più lontani.

Me, mi evitavi. Avevi paura. E io, sentendo il tuo distacco, avvertivo una frecciata al cuore. Non eri Tobia. E ho sempre saputo che non lo eri, ma ero pronta ad accoglierti con lo stesso amore. Solo che eri tu che non eri pronta per me. Forse sentivi che il distacco non era ancora avvenuto.
Può darsi. Però non è che tu mi aiutassi!!

In casa, ancora adesso, puoi stare tutto il giorno senza farti vedere. Ma ora sappiamo i tuoi nascondigli. Ne trovi sempre di nuovi,  ti cerchiamo come pazzi: qui non ci sei, là non ci sei… Vediamo la tua presenza dalla sabbia sporca, dalla ciotola vuota di notte (di giorno non si mangia!), ma non sentiamo quasi mai la tua voce. Riappari la sera, di solito, quando senti le parole di quello che hai deciso sarà il tuo compagno (e non sono io…). Ma, ancora, lo stesso, dopo qualche coccola, un po’ di gioco, due carezze e quattro dispetti, scompari. Vai a nasconderti.
Appari e scompari.
Come un fantasma.
Per questo non sei più Gambacorta.
Ora sei Belfagor. Il fantasma del Louvre.
Compari di notte e non ti fai vedere da tutti. Decidi tu se concederti o meno e per quanto tempo. Lasci le tracce del tuo passaggio, cominci a stabilire che c’è qualcosa in questa casa che non ti aggrada e lo fai capire. Quel pupazzetto seduto sopra un libro, per esempio, sulla libreria, è decisamente antipatico. La mattina è sempre per terra, e certo non ci va da solo.
Ti sei impadronita di tutti i letti di casa, ma non li vuoi condividere.

È stata dura sentirti così lontana.
È stata dura cercare di non pensare alla dolce invadenza di Tobia e non fare paragoni inutili.

Oggi avevo bisogno più che mai di te, piccola Belfagor.
Ti ho cercata, ti ho trovata, rintanata tra le zampe di un Garfield di peluche. Mi hai soffiato contro, ma non eri convinta. Dopo tutto il giorno che eri là, ti sarai forse accorta che Garfield non poteva darti il calore che cerchi. Ti sei lasciata prendere, ti ho portata con me sul divano. E fra le mie braccia sei stata beata, ronfando di piacere, lasciandoti carezzare e perfino giocando un po’. Sembravamo due vecchie amiche. Solo il campanello di casa ci ha separate, suonando inopportuno.
Sei sparita di nuovo.
Non fa niente, so dove sei.

È stata dura.
Ma ora ci sei.
Benvenuta, Belfagor.

silenziosamente concepito da Ramona 16:16:00 3 Commenti
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