05/09/2008
MA LA VITA E' ADESSO...
Ho deciso di uscire di casa. Quale casa, di tutte quelle che ho abitato? Sembra quella dell’infanzia. Sì, è quella. Scendo le scale brutte e sempre sporche e buie, dove da piccola giocavo sedendomi sullo scalino in cima e scendendo tutti i gradini così, da seduta, in una sorta di scivolo povero e fai da te. Non ho mai saputo come sia riuscita a non rompermi mai l’osso sacro e non avere conseguenze da grande. Si vede che le ossa dei bambini sono elastiche. Si vede che tutto quel latte bevuto a colazione come a cena, rinforzava i depositi di calcio di cui le ossa sono composte.
Esco sul vicolo.
Mi ritrovo in piazza.
La piazza è un concentrato di tutte le piazze incontrate. Non è una sola definita, c’è un po’ di una e un po’ dell’altra: portici, fontane, locali, traffico. Persone, tante persone.
Faccio degli incontri.
Un’ amica, per prima. Non è proprio un’amica, non mi ha mai convinto, non la sento sincera e detesto la sua insicurezza e il modo che ha di spettegolare su chiunque. Se vuoi conoscere l’ultimo gossip su qualsiasi tuo conoscente, chiedi a lei. Stai sicuro che anche lei conosce il tuo conoscente ed è aggiornata sugli avvenimenti che lo riguardano. Questa cosa non mi piace. Ma mi fermo ugualmente perchè lei mi sorride e a me piace la gente che sorride. E poi lei ha begli occhi e un bel sorriso. Insieme a lei un’ombra, qualcuno che non so chi sia.
Poi a noi si accosta C., un amico di un po’ di tempo fa. Non moltissimo tempo fa, ma sembra un secolo. Uno di quegli amici che perdi di vista e di udito, dato che non li vedi e non li senti. Lo sai che non succede per colpa tua, o almeno lo speri, ma insomma, succede e il tempo passa e quasi dimentichi di avere avuto un amico. O se ti viene in mente, provi quella dolce nostalgia di un bel tempo che fu. Perché nel ricordo rimane solo il bello di ciò che è stato.
Parliamo. C. parla molto, col suo tono strascicato e un po’ felino. La mia amica ride molto e forse a sproposito. L’ombra interviene, dice qualcosa in un dialetto che riconosco, e lo riconosce anche C., e insomma di colpo ridiamo e siamo affratellati da origini comuni. La piazza è sempre vaga e netta come un dipinto di De Chirico, non sappiamo dove si trovi, ma non è così inquietante, anzi, è ricca di calore umano.
C. si accosta al suo motorino ( bicicletta?), ci lavora un po’ e salta fuori un cassettone che non sappiamo cosa contenga, è ancorato alla ruota davanti. Somiglia a una piccola bara, ma è solo un contenitore, misterioso.
Comincio a pensare di rientrare a casa, sono in ritardo.
Giunge l’invito a unirsi al gruppo per andare a mangiare lo gnocco. Gnocco? Uno solo? Sì, è un piatto tipico.
Ricordo d’improvviso il primo invito che mi ha rivolto un ragazzo a passeggiare in centro. Avevo 12 anni, lui quasi 17. Avevo accettato, allora, con qualche senso di colpa e un timore: non mi salterà mica addosso?... Piccolo Calimero pulcino nero, ero così bambina e cominciavo appena a essere donna. Passeggiammo, a debita e innocente distanza l’una dall’altro. Forse lui mi diede la mano e forse gliela tenni un po’. Ma non ero bambina e non ero una donna, e forse la tolsi dalla sua. Mi portò in una piazza così simile a questa, eppure così diversa, e io non l’avevo mai vista prima di allora. Mi fece sentire grande, con una semplice passeggiata in piazza in una domenica mattina qualunque.
Guardando meglio C. trovo che somigli un po’ al ragazzo dei miei 12 anni. I tratti si confondono. Lui è seduto al tavolino di un bar, ora, mi guarda da sotto in su, io sono in piedi. Gli occhi… sono di un caldo castano, ma poi schiariscono, le iridi hanno un alone grigio pallido intorno al marrone e poi azzurro. Non sono gli occhi di C., che ricordavo scuri e profondi. Eppure è lui. Ed è anche quel ragazzo lontano. Non posso esimermi, gli tuffo una mano nei riccioli e li carezzo. Non sono così morbidi, non sono da ragazzo e sono grigi. Ma fanno tenerezza.
Il gruppo mi esorta a restare a mangiare lo gnocco, l’amica ammicca e mi sussurra tutto l’apprezzamento per C., e al contempo, in due secondi, promette di aggiornarmi anche su di lui.
Declino l’invito, papà aspetta a casa e non vuole che frequenti gli amici, i miei amici non gli sono mai piaciuti.
Risalgo le scale, fino al terrazzo, mi scuso con l’aria per il ritardo.
Rientro e non c’è nessuno.
Mi sveglio, sorrido e mi stiracchio. Il passato è dietro le spalle, confuso e tenero e riempie piacevolmente la fase REM del sonno.
Ma la vita è adesso.