14/02/2007

SAN VALENTINO /9 -SENZA TITOLO

                                               (di Biancastella Lodi)

Se tu mi guardi, 

sono il fiore rosso. 

Se tu mi parli, 

sono il cane che ascolta. 

Se tu mi ami, 

sono il sole che si scalda nei tuoi capelli. 

Se tu mi lasci, 

sono la canoa vuota che va sul fiume 

e il sasso la spezza.   

 

silenziosamente concepito da Ramona 09:24:00 Commenta:

12/02/2007

SAN VALENTINO/8 - VENTI VALENTINI CON ANGELA

                                                 (di Giuseppe D'Emilio)  

 

 

Lungo il lago di luce, laggiù, 

ci sia m fatti fra i faggi una tana. 

Con le Ore che danzano piano, 

il ca mino è di pietra serena.

silenziosamente concepito da Ramona 11:06:00 Commenta:

11/02/2007

SAN VALENTINO /7 - SAI, A PARIGI

Sai, mi piacerebbe riuscire a incontrarti un’altra volta, nella vita che ancora mi resta da vivere. 

Non mi era mai capitato prima di incontrare te, e chissà quando mi accadrà di nuovo, di ritrovarmi vicina-vicina ad un fustacchione del tuo stampo, di sostare basita, adorante e incosciente, alla distanza minima consentita dalla fiamma che in te arde, per bruciarmi consapevolmente al suo gelido calore.  

Oh no!, non mi dire che devo accontentarmi di sogni belli e impossibili come questa mia speranza... di cosa credi abbia vissuto finora?... Crudelia de Mon, dimmelo dunque, che vuoi la mia morte… 

Sai, il ricordo del nostro unico, indimenticabile incontro a Parigi mi scalda ancora l'anima, ma mi lascia un brivido d'oca sulla pelle... 

Troppo fugace, fu. 

Toccata… (magari!!… solo sfiorata, purtroppo) e fuga, mascalzone latino, mi lasciasti addosso, nell'ordine:   

a) un buco nel cuore che si riempì di braci   

b) uno slip umido ma tristemente intatto e così odoroso di brama che mi procurò in seguito l'inseguimento da parte di una muta di cani famelici e straniti,   

c) il tuo sguardo nero da miope che mi trapassava da parte a parte, fortunatamente senza distinguere con precisione i miei lineamenti da scaricatore di porto.  

 

Dove sei, uomo della mia vita passata e futura? 

Nel presente?! E dove? Ovunque il guardo io giro, amore mio io non ti vedo. 

Ciò che io veggo, ahimè, è l'ombra profumata e pestifera delle tante Rosa, Margherita, Viola, perfino un’Orchidea (detta Dea)… Un intero giardino di preziosi visi e corpi magnetici, calamite insomma, appartenenti a svariate fanciulle sempre più al limite della pedofilia. Fatte tutte in serie come in una paradisiaca fabbrica di bellezza: alte, indicibilmente perfette, toniche e proporzionate, e tutte more, come a te! Meno male che almeno non ti piacciono le bionde… ma perché la mia manina sul fuoco non la metterei a suggellare cotanta belluina affermazione?...  

 

E poi altre variopinte signorine o signore chiamate Bianca, Celeste, Bruna e ancora Rosa e ancora Viola. Ombre leggiadre di colore dotate di artigli rapaci, che allungano le suddette grinfie smaltate di impeccabile rosso sangue sul tuo adorabile corpaccione. Per poi farlo a pezzetti e nutrirsene qua e là.  

 

Però, foruncoletto mio adorato, io lo so, anche se tu lo ignori, che in realtà non sai stare senza di me. Io sono nei tuoi pensieri anche quando non mi pensi. Sono la tua nemesi, la tua angoscia. 

E se non mi chiami, non mi cerchi, dimentichi la mia faccia e il mio nome, come un perfetto demente Alzheimer è perché sei così bravo nella parte che neanche un dottore della mutua capirebbe che... tu sei davvero un demente. Solo un demente infatti può non vedere o apprezzare la mia devozione.  

 

Allora, ci sei, o ci fai?! Lo vedi, riesci a confondere anche le mie certezze…  

 

Ma tu, se ti inoltrassi una precisa e convinta supplica di chiarimento, sosterresti che tutto questo ignorare la mia esistenza, il mio essere vitale e strisciante per te, da parte tua è solo per non farmi soffrire. Caro il mio bene prezioso!! Come ti amo per questo!  

 

Sai che ogni mia cellula cellulitica anela al tuo pelo maschio mai sbirciato, vero?  

 

Ah, quel giorno a Parigi.. Mentre tu fingevi (fingevi?) di guardare le altre femmine, così charmant, irresistibile per le mie e altrui mutande, e al contempo fingevi (fingevi?) di non ascoltare una mia sola parola, fingevi (fingevi!) anche di non sapere che la gelosia mi stava suggerendo il modo migliore per farti fuori. Con amore, certo, anzi PER amore. Ma comunque farla finita con te e il mio inutile martirio amoroso.  

 

In che modo dunque si sarebbe potuto far avvenire il lieto evento della tua dipartita? 

Veleno nel caffè? … 

Troppo da femminuccia. Io maschia come a te sono. 

 

La lupara sarebbe stata più degna di attenzione, e in effetti mi sarebbe bastata una parolina, una sveltina con chi di dovere (se non fosse bastato, anche quattro pose da kamasutra, le meno complicate, suvvia), e la tua dolce vita si sarebbe affievolita con un tenue respiro nel mirino di un cecchino innamorato… 

…Innamorato di te, scellerato, perchè anche gli uomini ti adorano e s'ingelosiscono della tua dissolutezza canaglia.  

 

Optato definitivamente per la lupara, capitò che la sveltina e il kamasutra dovetti poi anticiparli con il killer scimmiesco designato all’uopo. Cosa vuoi, non si fa più nulla sulla fiducia…. E con tutto ciò, alla fine ti abbiamo risparmiato, uccellino mio (ehm). Perchè noi ti amiamo davvero. Io e il killer, intendo.  

 

Sai, io vivo nel ricordo di quel giorno a Parigi. Quel giorno che tu non fosti colà con la capoccia, sibbene le carni tue adagiate fossero meco, sulla bieca, vogliosa, lussuriosa seggiolina di un bar degli Champs Elysées. 

Tu invece ululasti alla luna, alle lupe e al tuo mal di pancia per amore altrui. 

Nemmeno piangesti sulla mia spalla, ché piangere non sai che significhi. Guardavi l’ora: mentre per te il tempo non scorreva più, per me veloce come Mercurio, con le ali ai piedi, passò. E ci lasciammo, salutandoci con pudibondo bacio sulla guancia.  

 

Sai, avrei voluto rivederti, cipollone mio. 

Non fu questo il nostro destino. Ma non mi scappi, sai? Eh no che non mi scappi. Il tuo sguardo miope gravida isterica mi lasciò, anche alla distanza terra-sole che interponesti fra noi. Pensa che potenza, da masculo vero… 

No, il killer scimmiesco non c’entra, adesso non barare... Ti dico di no!!!…

Anche se, a dir la verità, pure lui, per quanto peloso e selvaggio, non fu malvagio conoscitore di kamasutra… 

 

Sai che c’è di nuovo, raperonzolo?.... 

Mentre nei tuoi pensieri dimoro in eterno, aspettando l’ora che mai verrà, io e il tuo killer mancato andremo a farci una vacanzetta in liana.

E nel frattempo ti amo e ti amerò, caro prediletto (fusione di preda-da-letto), per l’eternità.  

silenziosamente concepito da Ramona 22:18:00 Commenta:

11/02/2007

SAN VALENTINO/6 -PRIMAVERA DISCRONICA

 

                                 (di Arturo Fabra)

Sera. 

“...Compi tanti anni… 

 mamma…amatissima… 

colmami con questo regalo”.  

 

Il sipario si chiude con la velocità di una ghigliottina sull'attrice mentre sgorga l'applauso. 

Dal fondo del teatro, in quella zona d'ombra dove si vede senza essere visti, si alza un uomo anziano, vicino alla settantina, vacilla per un momento, poi recupera il controllo delle gambe e si avvia silenzioso sulla moquette. 

Uscendo accende il cellulare e scambia due brevi frasi con qualcuno. 

Fuori dal teatro attende pochissimo nella serata primaverile poi una piccola utilitaria si accosta al marciapiede, l'uomo sale e la donna lo guarda con fare preoccupato.  

“Cosa c'è? Non sono stato di parola?” dice lui.   

Lei china il capo e sorride stemperando la tensione. “Precisissimo.”   

“Nessuno se ne avrà a male” replica lui e, non si sa da dove, tira fuori un mezzo toscano e se lo accende mentre la donna cerca di protestare, lui la zittisce con un gesto.   

“Lasci perdere, non lo sa? L'ultimo desiderio di un condannato a morte è sempre la sigaretta.”  

 

L'auto si muove lungo le strade della città fino al parcheggio della clinica, l'uomo e la donna scendono e con aria da cospiratori riprendono i loro ruoli, lei la caposala del piano e lui il paziente del letto ventiquattro.  

 

Mattina.  

 

Prima di lavarsi le mani l'uomo annusa le dita della mano destra, l'odore del tabacco,ultimo ricordo della serata, svanirà sostituito da quello del sapone.

Dal bagno sente la porta della camera aprirsi è l'inserviente con la colazione. 

Sa bene di che si tratta: un caffè che ha solo il colore della bevanda, fette biscottate frantumate e qualche specie di marmellata. 

Gli piaceva, una volta, la colazione, quella in cui imbandiva la tavola oppure quella chiacchierata al bar. 

Tutto finito.  

 

TOC TOC... 

Nemmeno un po' di pace al bagno? 

L'uomo esce.   

“Si?”   

“Le ho portato la colazione.”  

“Grazie, pensavo fosse venuta per fare sesso selvaggio.”   

Ringhia lui conscio dei propri privilegi. 

E' stato medico, ed ha lavorato in quella clinica, dunque il personale si è passato parola di riservargli un trattamento di favore anche se si comporta da vecchio bisbetico. 

E poi... 

Non gli romperà le palle più per molto, lo sanno tutti. 

Il corso dei pensieri è interrotto dall'infermiera che viene a dargli la terapia. 

 

“La vedo in forma” si lascia sfuggire, mordendosi le labbra sull'ultima parola.   

Lui le sorride, lei è  intuitiva, probabile che su di lui si vedano ancora le tracce della serata di fuga. Sta per risponderle quando sente un clacson insistente ed una frenata, rumori fin troppo noti, si affaccia alla finestra, seguito dall'infermiera e vede una berlina fermarsi davanti al Pronto Soccorso, l'autista si precipita a far scendere l'occupante, una donna dai capelli neri accompagnata da una ragazza, la donna viene messa su una sedia a rotelle come da regolamento e portata dentro, per un attimo si copre gli occhi schermandoli dalla luce, e lui intravede il volto e lo sguardo.  

 

“Ma chi è?” fa l'infermiera, riferendosi alla troppa agitazione attorno a quella che non sembra una vera urgenza.  

“Non ne ho la minima idea” mente lui.  

 

Pomeriggio.  

 

La seduta di terapia è stata lunga e la nausea lo accompagnerà fino al momento di addormentarsi, lo sa. Come ogni volta è indeciso se proseguire o lasciar perdere. “Troppo vigliacco per morire” si è auto definito.

Ma non è solo la nausea, il suo corpo sta cedendo un po' ai farmaci e un po' alla malattia, se ne sono accorti anche i suoi colleghi tanto da farlo riaccompagnare dall'infermiera. E' una che l'ha conosciuto quando lui stava per andare in pensione e lei era solo una tirocinante allieva e mentre lo spinge verso la camera chiacchiera.  

“Ma lo sa che questo è un trattamento da veri VIP? Non l'ha avuto nemmeno l'attrice.”  

Eccola, la nota di invidia e astio scontato verso le persone famose. 

“Quella che è arrivata al pronto soccorso stamattina, vero? Che ha?”   

“Mah, un capogiro, ma quando una è famosa... è nelle camere a pagamento e la stanno rivoltando come un calzino.”  

 

Sono arrivati alla sua camera, lui si lascia mettere a letto e socchiude gli occhi ringraziandola amabilmente.  

Lascia passare una decina di minuti e si rialza. 

Infila le pantofole e da un occhiata fuori dalla camera, l'inattività tipica del tardo pomeriggio. 

Esce, l'idea di combinarne una delle sue gli fa passare la nausea, anzi, ha voglia di un buon caffè, cosa impossibile da ottenersi. Prende l'ascensore e sale al piano dei paganti, la zona VIP che lui ha rifiutato da malato e che gli creava sempre un certo disagio da medico. Esce e sente la musica ambient diffusa dagli altoparlanti a livello ottimale, decide come fingere: sarà il  paziente della stanza in fondo al corridoio. E si avvia come se dovesse tornare al suo letto, all'incrocio dei corridoi sente qualcuno che sta arrivando verso di lui e si infila nella medicheria.   

Le veneziane sono abbassate sui vetri e le cartelle in buon ordine. 

Senza nemmeno riflettere prende quella dell'attrice. 

Una rapida scorsa e capisce.  

 

“Amore, la mamma è incinta.” E' la voce di lei, appena aldilà dal vetro.  

 

Lui si nasconde e gira poco poco le stecche della veneziana. 

Lei sta parlando con una sua copia più giovane, con occhi azzurri e carnagione olivastra non di quel bianco stupendo della madre che lui ricorda bene, è la figlia avuta dal primo marito.   

“Ma hai quasi quarantadue anni.” Ribatte la ragazza.   

“I medici dicono che bisogna solo avere qualche precauzione in più. Smettere di recitare per un po'.”  

Dal bagno della medicheria esce un infermiera.“Ma...”   

Lui la guarda implorante. “Se non mi mette nei guai le racconterò una storia.”  

 

Sera.  

 

L'uomo guarda l'orologio, le 21.30. 

L'attrice ha iniziato il suo monologo, è stata dimessa e probabilmente con buon senso del Teatro darà l'annuncio ufficiale di momentanea sospensione delle recite finchè non sarà felicemente mamma. 

Lui invece ha terminato il suo di monologo, quello con il quale ha intrattenuto l'infermiera.  

 

Le ha parlato di un amore clandestino di tanti anni prima, quando convenzioni sociali ed età cronologica sembravano non dovessero contare, e invece... 

Le ha confidato dei loro slanci amorosi e della loro passione, delle loro fughe e delle litigate, delle esigenze di ciascuno e di come le loro vite si separarono, lei diventò attrice e regista, una celebrità del teatro nazionale nonostante la giovane età e lui si avviò alla pensione e alla malattia. 

 

L'infermiera lo ha ascoltato rapita, e lui si è compiaciuto di saper ancora raccontare, e al tramonto, quando lui ha detto: “Lei fu la mia primavera  in pieno inverno” l'infermiera ha aperto la finestra della medicheria sul cielo primaverile dove le prime rondini si inseguivano garrendo.  

 

E quella sera lui scivola nel sonno sentendo le rondini e ricordando una primavera discronica. 

 

silenziosamente concepito da Ramona 19:26:00 Commenta:

10/02/2007

SAN VALENTINO/5 - STESO

                            

                                           (di Matteo Scandolin)

Oggi in autobus un signore ha citato 

Guccini, e ho scoperto una cosa 

i mportante, ma poi era la mia fer mata e

ca m minando al freddo quello 

che ho scoperto l’ho di menticato subito. 

Peccato perché volevo 

entrare in casa tua con questa brillante 

intuizione e stenderti.

Ma avevi i capelli appena tagliati, 

profumavi di te 

e sei stata tu 

a stendere me, e senza neanche fare la ruota.  

 

silenziosamente concepito da Ramona 22:28:00 Commenta:

10/02/2007

SAN VALENTINO/4 - CHE HO FATTO?

 

 

 

 

                                         (di Ezio Tarantino)  

 

Che ho fatto? Ho scritto il suo nome dentro l’ascensore. Con la chiave, inciso nel legno. Che mi ha preso? Follia pura. Ora è lì, si legge benissimo. Accanto allo specchio. Avevo le chiavi in mano e lui in testa. E ho cominciato a intagliare. Un nome corto, cinque lettere. Volevo fermarmi all’iniziale, e invece l’ho scritto tutto. MARCO. Poi quando lui verrà, vedrà scritto MARCO. Se lo vedrà. Lo vedrà? (Dio, fa che lo veda. Dio, fa che non lo veda). Poi sono uscita dall’ascensore, ho chiuso la porta. E dentro c’è rimasto lui. Su e giù, giù e su. L’hanno richiamato subito. Ovvio. Sempre così. La signora di sotto, sono sicura. Che avrà pensato? Marco è un nome come un altro, per fortuna. Marco Marco. Mi riempie la bocca. 

 

Da ragazza, a scuola, la prima cosa che facevo quando mi innamoravo di uno era scrivere il suo numero di telefono compulsivamente, decine di volte su foglietti di carta. Poi mi mettevo lì e me li leggevo e rileggevo, per ore. Quanto mi piacevano. Ero scema. Poi il nome. Centinaia di volte. Ma prima il telefono. Non c’era niente di più intimo. Avevo quattordici anni, quindici. 

 

Mai scritto il nome di nessuno dentro un ascensore. E ora? La prima volta che verrà qui a riprendersi la bambina alzerà gli occhi, e… Io scema a scriverlo proprio accanto allo specchio. 

Ce l’ho messo apposta. Così non può non vederlo. Si guarderà per mettersi a posto i capelli, e vedrà la sua stessa didascalia. Come se lo specchio fosse il suo ritratto al museo: MARCO, 2005, collezione privata. Viene sempre lui, mai la moglie. Vuoi vedere che sono separati? Però a scuola li ho visti insieme. No insieme insieme. No abbracciati e neanche si toccavano. Anzi poi lui mi ha vista e mi ha sorriso, mentre lei no, nemmeno mi ha salutato, strano no? Di solito è fra mamme che ci si conosce e ci si saluta. Marco. Quand’è che vieni? Devo dire a Lorenzo di invitare Francesca un pomeriggio, dopo la scuola. Marco, inventati una scusa e vieni lo stesso. Vieni per me. Marco Serafini. 

“Sono il papà di Francesca”, dice, al citofono. Non dice “Sono Marco”. Lo odio per questo. “A sì, sali, quinto piano”, dico tutte le volte, ormai lo sa a memoria. Dovrebbe saperlo. Guardo l’orologio, sono le sette e mezza non si tratterrà, è tardi. “Scusami, per voi è tardi”. “Figurati, assolutamente.” Marco mi guarda accaldato. “Francesca!” Chiamo forte, spunta prima Lorenzo, paonazzo, la camicia di fuori. “Stavamo ancora giocando” comunica e scompare, come il vento. “Sempre così”, dice, una cosa del genere. “Fai venire Francesca!” E Francesca arriva, maledizione, nemmeno due secondi dopo. “Avanti, il cappotto”, le dice Marco. Lo guardo. Ha un bel cappotto scuro, la sciarpa di cachemire, i capelli quasi bianchi, folti, pettinati all’insù.  

 

Si slaccia la sciarpa. E’ sudato. “Scusami”, dirà senza neppure guardarmi, mentre continua ad abbottonare il cappottino a Francesca. 

 

“Vuoi bere qualcosa?”   

 “Ti ringrazio. E’ che sono salito su a piedi.” 

Lorenzo mi dice che vuole invitare qualcuno della classe. Tremo.  

 

Andrà così ci posso scommettere. Salirà a piedi. Così avrò il tempo di cancellare la scritta. MARCO diventerà MARCONI o MABCO o MABOO, e tutto sarà come prima. 

 

“E invitiamo qualcuno.” Faccio l’appello di tutta la classe “Federica? Carlo? Filippo, Andrea, Susanna, Renata, Viola, Brunella, Giacomo, Yoris?” Li dico tutti ma non “Francesca”, non mi esce, non ci riesco, se dico Francesca, Lorenzo mi vedrà scritta sulla faccia la voglia, il peccato, capirà Marco sono sicura, “Terry? Luna? Aiutami. Chi vuoi che chiamiamo? Betta.” Quasi nessuno di questi bambini è mai venuto a casa nostra, perché dovrebbero proprio oggi? Non conosco i loro genitori, di molti non so neppure dove abitino, e di molti neanche il cognome. “Marco, Maurizia, Annamaria..” “Mamma, non c’è nessun Marco in classe mia.”  

 

“Ah, no? Perché che ho detto io? Marco. Chissà perché, Marco.” L’avrei ripetuto duecento volte ora che era uscito da solo, liberandosi dal graffito in ascensore, era volato fra le fessure delle porte e materializzato fra le mie labbra e la lingua, i denti, e l’arco palatale, partorito da un soffio d’aria espulso dai polmoni e infine scritto nell’aria.  

 

“Posso far venire Francesca?” domanda Lorenzo.  

“Francesca?”

“Eh.” 

“Va bene.” Ci voleva così tanto?  

"Ora la chiamiamo.”  

“I suoi genitori sono partiti”. 

“Come partiti?” 

“In vacanza.” 

“E dove sono andati?” 

"In Norvegia, mi pare, boh?” 

“Chi te l’ha detto?”
”Come, chi me l’ha detto? Francesca.”
”Francesca. Può darsi che scherzasse: ha voluto farti uno scherzo. In Norvegia!” Mi viene da ridere per davvero. 

“Che razza di scherzo cretino.” 

“Telefoniamo, vediamo chi ha ragione.” Sto perdendo il controllo. Così com’era venuto così se n’è andato, sparito, volatilizzato e tornato in quello stupido ascensore. Devo essere più esplicita. Ora esco con una scusa e ci scrivo TI AMO, accanto al nome, così non si può sbagliare. Quinto piano, non può salire a piedi. Quinto piano. Marco in Norvegia. E’ una barzelletta.  

 

“Mamma, ma me l’ha detto lei!” protesta piagnucoloso. 

“Quando fai questa lagna ti prenderei a schiaffi.” Povero Lorenzo, lo abbraccio, lo bacio. Marco era qui fra le mia labbra ora non più. Non potrei mai telefonare, non l’avrei fatto comunque e in ogni caso lui non sarebbe stato a casa, e anche se ci fosse stato avrebbe risposto la moglie e o non avrei potuto dire mi passi Marco, e neppure avrei potuto riagganciare, come nei film, avrei semplicemente detto sono la mamma di Lorenzo Silvestri, pensi, mio figlio ha detto che eravate partiti per la Norvegia. Sì, sua figlia, Francesca, ha detto proprio così, invece ci siete, a Lorenzo avrebbe fatto piacere…  

 

Ma io non posso alzare la cornetta e dire pronto Marco? E dico a Lorenzo: “E chi ce la può portare qui Francesca?” 

“La nonna.” 

Certo. La nonna, che appena metterà piede in ascensore la prima cosa che vedrà sarà la scritta MARCO accanto allo specchio. La nonna. Mamma di? Che differenza fa? MARCO è un nome qualsiasi, come potrà pensare mai che si tratti di quel Marco lì? Non mi lascerò intimidire da una nonna. MARCO rimane lì. Per sempre.   

Sono così stanca.  

 

“Mamma, io non so telefonare.” Dice Lorenzo. Neppure io, vorrei dire. Io non so, anzi non voglio telefonare. Anzi sì. “Allora chiamo io. Vai a prendermi il cordless. Anzi no, vai a lavarti se no non faccio nessuna telefonata”. 

 

Vado in camera sua, prendo il diario dallo zaino, cerco il numero. Apro la rubrica. Non ci capisco niente. Disegni, stelle, fiori, armi, spari, facce, mostri. Il numero di Leonardi Francesca.  

 

Lo trascrivo su un foglietto di carta. Due volte, una di qua e una di là. Altre due volte, di traverso, da un lato e dall’altro. E un bel numero, me lo rigiro fra le mani, lo dico ad alta voce, lo ripeto lo memorizzo, già lo sapevo a memoria, ma fingo uno sforzo originale. E’ la prima volta che leggo questo numero. Però, è proprio un bel numero. 

Vado al telefono. Spunta Lorenzo fra i piedi, “e questo tu lo chiami lavarti? Avanti, spogliati.” “Uffa…” Lorenzo torna, strisciando i piedi, verso il bagno. 

Compongo il numero. Mi ravvio i capelli:

“Pronto, vorrei parlare con Marco”. 

“Sono io, chi parla?” 

“La mamma di Lorenzo.” 

“Ciao! Scusa se non ti avevo riconosciuto.” 

Farfuglio qualcosa sulla Norvegia. 

“Dovevamo.” 

“Ah, non siete più andati!” Stento a trattenere il sorriso. Lorenzo non può vedermi, allora spalanco la bocca, cerco di non farlo capire, lancio il braccio in aria come dopo un gol i calciatori. Guardo verso il corridoio.  

 

“Francesca ha la febbre alta.” 

“Come la febbre alta?” 

“Purtroppo.”

“Mi dispiace.” 

“Anche a noi.” 

“Pensa che Lorenzo voleva invitarla.” 

“Ti ringrazio, ma chiaramente…

“Certo, anzi, falla stare riguardata.” 

“Sarà per un’altra volta.”  

 

Chiudo il telefono con molta delicatezza. Arriva Lorenzo. “Allora?” 

“Franci ha la febbre.” 

“Uffa che pizza”. 

“A chi lo dici.” Non ho più niente da perdere. 

“E adesso? Adesso a chi possiamo chiamare?” 

“Lollo, gli amichetti sono i tuoi, devi decidere tu. Io non so che suggerirti.”  

 

Vado in cucina. E’ lì che finisco la frase. C’è da sistemare mezza casa. Una montagna di panni da stirare. Marco non viene. Non è un problema. Anzi, doveva essere in Norvegia con la moglie, è già qualcosa. E’ qui, a pochi chilometri, che dico? A poche centinaia di metri da me. Sta leggendo un libro alla figlia. Poi le preparerà la minestrina. Fa tutto lui in casa, sono sicura, la moglie non mi sembra il tipo. Ora lo richiamo, bisogno di qualcosa? Hai tutte le medicine? È sabato, non è detto che le farmacie… Marco. Pronto Marco? Ho ancora il foglietto con il numero di telefono in mano. Lo appallottolo piano, non vorrei che finisse fra le mani di Lorenzo, mi prenderebbe per scema. Sto facendolo a pezzetti. Che sofferenza. E’ molto meglio così.  

 

Apro il  rubinetto del lavandino. Sotto c’è la pila di piatti, del pranzo e della cena di ieri sera. 

L’acqua schizza dappertutto, mi bagna la camicetta e il viso. 

Sposto il rubinetto verso la bacinella dei piatti sporchi, nell’altra vasca. Mi chino sulle ginocchia, apro lo sportello, mi faccio largo fra il secchio della spazzatura e le buste del supermercato e prendo il detersivo per i piatti, una bella bottiglia verde, trasparente. 

Mi rialzo a fatica, più che altro recito, mi devo percepire, mi devo fare compagnia. Verso tre gocce belle grasse nella bacinella che si sta riempiendo di acqua bollente. Infilo i guanti, uno giallo e uno arancione, perché l’altro arancione si è bucato ieri mattina. Travaso i piatti dalla vasca dentro la bacinella, gli schizzi ora sono di schiuma impalpabile, che resta appoggiata al cotone della camicetta senza quasi bagnarla. 

Non me n’ero accorta: Lorenzo è venuto anche lui in cucina, si è seduto al tavolo e si è messo a leggere un Topolino. “Aiutami a sparecchiare” gli dico, ma neanche mi sente. Lo lascio in pace.   

Suona il campanello. 

Lorenzo si alza: “E’ papà!” Corre ad aprire. 

Entra in cucina, Lorenzo lo segue, cercando di aprirgli la borsa dell’ufficio cercando non so che.  

 

Mio marito si avvicina a me per salutarmi. “Ciao!” “Ciao. Fatto tardi”, dico. Mi volto verso di lui. Ho i capelli sugli occhi, e i guanti di due colori diversi. Mi aspetterei qualcosa, ma forse ha ragione lui. Mi spegne la lampadina della cappa, come fa sempre e “che hai fatto?” mi domanda. Io no so mai qual è la risposta giusta. Certe volte mi chiedo come sarebbe raccontata questa storia dal suo punto di vista.  

 

“Chi è Marco?” Mi domanda sfilandosi il giaccone. “Lì, in ascensore...” aggiunge. 

“Boh. Io non conosco nessun Marco”, dico. Lorenzo mi guarda.

 

 

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 12:52:00 2 Commenti

10/02/2007

SAN VALENTINO/3- TU MI RIMPROVERI

(DI BARTOLOMEO DI MONACO)

Tu mi rimproveri 

perché non ti dico più spesso

ti amo, 

ma nessuna cosa al mondo 

amo più di te. 

Quando coi tuoi giochi 

mi tratti da bambino 

o quando ai nostri figli, 

indicandomi, dici: 

ecco l'orso della casa; 

quando, fuggita dai tuoi, 

troppo brontoloni, 

vieni a sederti accanto a me 

e parli della tua Inghilterra, 

del Galles o della dolce Scozia selvaggia, 

o quando, mentre ascolto il telegiornale, 

invadi la stanza con la tua voce 

e più non sento nulla 

e ti faccio il gesto supplicante 

di tacere, 

oh sì, io ti amo 

e nessun amore è così ficcante,

così caldo, 
così odoroso; 
o quando nuda giri per la casa, 
ma nuda per davvero 
come un'eterna diciottenne, 
e vieni a servirci la colazione 
e i nostri figli ti guardano e sorridono, 
oh potessi donarti il mondo 
per questa tua allegria! 
La mia mente ritrova te, sempre;
nei momenti di smarrimento 
sei tu che mi fai risorgere: 
quando ti conobbi giovane e bella 
e mi apparisti all'improvviso 
davanti al negozio di fiori, 
tu la rosa più splendida,
ed io sentii di averti trovata, 
donna dei miei sogni, 
della mia adolescenza felice. 
Tu mi rimproveri 
perché non ti dico più spesso 
ti amo,
ma nessuna cosa al mondo 
amo più di te,
ed il mio è l'amore senza parole, 
quello che leggi negli occhi, 
che vibra nel corpo 
quando sento la tua voce,
nelle mani calde 
quando le stringo a te. 
Nessuna cosa al mondo 
amo di più,
e lo sa il vento 
che ci carezza sulla collina 
a sera 
e noi nel silenzio ascoltiamo
l'usignolo; 
lo sa il bosco che ci conobbe 
coi nostri figli vocianti, 
e i grandi pini odorosi 
che ci aspettavano,
i nostri visi all'insù, 
rivolti alle chiome giganti. 
Non potrei vivere senza di te, 
se mi lasciasse la memoria 
di ciò che sei stata e sei 
ancora oggi. 
Tu mi rimproveri 
perché non ti dico più spesso 
ti amo, 
ma nessuna cosa al mondo 
amo più di te.

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 07:55:00 Commenta:

09/02/2007

SAN VALENTINO/ 2 - I DUE BRIGANTI

(DI MANUELA PERRONE) 

 

Doveva soltanto comprare una camicia. Per questo era entrato pimpante in quella boutique del centro. Per questo aveva cominciato a muovere gli occhi veloci, dal basso verso l’alto. Scartate le righe, che odiava, si era concentrato sui quadri. Rigorosamente azzurri. Avrebbe fatto un’eccezione per il bordeaux. Ma non c’erano camicie a quadri bordeaux: o erano troppo rosse o erano troppo viola. 

 

«Posso aiutarla?», chiese lei, materializzandosi alla sua sinistra. 

 Lui le gettò un’occhiata fulminea. Gli bastò per liquidarla come tipo B, classe A: trascurata, ma potenzialmente attraente. Preferiva il tipo A, classe B: curatissima, anche se imperfetta. 

Alessia, quel pomeriggio, aveva le unghie smaltate di rosso. Ma la vernice si era scrostata in vari punti. «Intollerabile», pensò Raniero. Alessia aveva i capelli raccolti, ma disordinatamente: una specie di chignon improvvisato, tenuto insieme da una penna di legno. «Sciatto», pensò Raniero. Alessia portava un cardigan lungo, da uomo, color mattone. «Deformante», pensò Raniero.  

 

«Grazie, faccio da me», rispose lui, stizzito.  

 

«Come vuole", disse lei, accennando un sorriso.

«Però, quando sorride… », pensò lui. 

 

«Esattamente il soggetto che odio», pensò lei. 

 

Alessia si diresse verso il bancone del negozio e prese a sfogliare distrattamente il giornale. Fu a quel punto che lesse quel titolo, stampato a caratteri cubitali: “Ladro gentiluomo rapina i ricchi per donare ai poveri”. Poi guardò la foto. Nessun dubbio: era lui. Sbarrò gli occhi nella sua direzione. Lui se ne accorse e sfoderò il suo sorriso migliore. La mano di Alessia si avvicinò lentamente alla cornetta del telefono. Lui corse al bancone e la strinse.

 

Fu un attimo: Alessia riempì svelta la sua borsa di finto coccodrillo con un pacchetto di fazzolettini di carta, le chiavi di casa e un paio di caramelle gommose alla liquirizia. Raniero uscì fuori ad aspettarla. Lei chiuse il negozio in fretta e furia, sbuffando mentre la saracinesca si abbassava automaticamente. «Andiamo», disse lui. E montarono in sella a un’elegante moto Guzzi.  

 

Da quel giorno, per nove giorni, un raffinato delinquente e un’anonima commessa scorrazzarono per il Paese in lungo e in largo. Si fermarono nella città da bere, con il suo duomo e le sue aziende, i bar pullulanti di modelle e la tangenziale più trafficata dello Stato. Bottino: 100mila euro. Virarono a Est per godersi un giro in gondola tra i 177 canali di una laguna triste, che ancora sa d’Oriente. «Malinconica», commentò lui. «Romantica», rispose lei, mentre nascondeva nel reggiseno 10 bigliettoni da 500 euro. Costeggiarono la riviera dei divertimenti e delle ore piccole, respirando la vitalità inesauribile della gente. «La spiaggia fa schifo», disse lui, infilando nella sella della moto 15mila euro. «Andiamo a ballare», propose lei. 

 

Poi entrarono nel cuore verde della nazione, dove le “ti” diventano “di” e  le ragazze si chiamano “freghe”. Fu lì, al quarto giorno, accanto alla fontana dagli 85 volti, che Raniero le disse a bruciapelo: «Sposiamoci». E fu allora che Alessia disse: «No». 

 

Freschi di altri 20mila euro, ripartirono alla volta della regione delle terme e dei vini. Si concessero una pausa nella galleria dov’è sempre Primavera e una passeggiata senza rapine su un vecchio ponte di soli orafi. «Sciacquiamo i panni qui», propose lui. «Nel mezzo del cammino», aggiunse lei. Scovarono un angolo sul lungofiume. Si spogliarono. Si chinarono a lavare le camicie di lui e il cardigan di lei. Tra uno schizzo e l’altro si baciarono. «Umido», dissero all’unisono. E lo fecero di nuovo. Poi Raniero le accarezzò delicatamente il seno e lo scoprì grande e turgido. Poi Alessia gli graffiò la schiena. Infine furono l’uno dentro l’altro. E ancora. E ancora. E ancora. «Animalesco», concordarono soddisfatti. 

 

La tappa successiva fu la capitale. Evitarono l’anfiteatro più celebre del mondo e anche il colonnato ellittico davanti alla basilica. Dopo aver razziato le ville con le finestre blindate dalle grate per racimolare 30mila euro, si dedicarono alla gastronomia. Gustarono un’ottima tagliata di manzo dietro la fontana dei fiumi. Assaporarono una coda alla vaccinara con tanto rosmarino in un campo dove un mago ermetico arse sul rogo. Mangiarono noccioline arrampicandosi su per il passetto da cui i papi scappavano via.

 

All’ottavo giorno presero il mare alla volta dell’isola di Arturo e dei limoni, non senza prima sottrarre 13mila euro ai nobiluomini di stirpe borbonica. Fotografarono le casette gialle e rosa dei pescatori ammucchiate sulla costa. Si fermarono nei luoghi dove l’attore dal cuore debole girò il suo ultimo film sul poeta dal cuore caldo. 

 

Tra due vecchie barche di legno blu, Raniero ripeté: «Sposiamoci». E Alessia, incantata dal luccichìo del mare e dalla musica dolce che le risuonava dentro, rispose: «No». 

 

Rimontarono in sella, si imbarcarono per tornare sulla terraferma e proseguirono giù, giù, fino al borgo di fronte allo stretto dove la bellissima fanciulla bevve l’acqua avvelenata della maga. Si amarono nell’antro davanti al famigerato gorgo. Le loro grida, come quelle del mostro, spaventarono i marinai. «Divino», disse lui. «Mitico», echeggiò lei.

 

Era il nono giorno. Avevano accumulato 168mila euro. Era giunta l’ora di fermarsi.

 

Veronica sospira: «Mamma, ti prego, raccontamelo di nuovo». Alessia ride. Ha i capelli sciolti e lisci. Qualche ruga. Un abito rosso elegante. Un filo di perle intorno al collo. 

«Lo sai, tesoro, che domani devi alzarti presto». 

 

«Ma voglio risentirla ancora», mugugna Veronica.

 

«Adesso basta. La damigella più bella del mondo dovrà essere riposata».

 

Veronica chiude gli occhi, sognando la corona di fiorellini e il vestito bianco che Alessia le ha preparato. Si apre la porta. Entra Raniero, in giacca grigia. Impeccabile, come nove anni prima.  

 

«Sei pronta?», bisbiglia ad Alessia, dandole un bacio sulla guancia e rimboccando le coperte a Veronica. 

 

«Adesso sì», dice lei. 

 

«Finalmente», risponde lui.

Si danno la mano. Si guardano: due briganti. Due complici. Poi escono insieme ad affacciarsi sul gorgo, salutando la luna di ceramica appoggiata sulle onde.  

 

silenziosamente concepito da Ramona 09:24:00 Commenta:

07/02/2007

SAN VALENTINO/1- AMORE, SEMBRA CHE VAI ALLA GUERRA

Sembra quasi che vai alla guerra.

Così hai sussurrato quando mi hai visto uscire di casa. Ma come facevi a saperlo, che andavo alla guerra, se in realtà avevo indosso la mia solita divisa di poliziotto? Il resto dell’armamentario, il manganello, il casco con la visiera e il giubbotto antiproiettile lo avrei preso in caserma. Anzi no, forse quest’ultimo non sarebbe stato necessario. In fondo dovevo prestare servizio presso uno stadio, mica ero di scorta ad un magistrato antimafia…

Ma tu lo sapevi amore mio. Sapevi che andavo incontro ad un rischio quantificabile solo come alto…E scherzando mi hai detto che andavo in guerra. Io l’ho letta la paura nei tuoi occhi, ma ti sei fatta coraggio, come sempre, e non le hai lasciato spazio. Hai sposato un poliziotto, e insieme a lui hai accolto in casa i rischi della sua professione, che ben conoscevi.

Ho baciato i tuoi occhi neri, stamattina, una carezza ai ragazzi, e sono uscito. Come tante altre volte.

Ma stavolta andavo davvero in guerra.

 

In realtà, l’ho detto,  andavo in servizio allo stadio. A fare la guardia ad un pallone.  

 

Amore mio, non ti ho mai raccontato cosa avrei potuto incontrare davvero ogni volta che ero di pattuglia, o di servizio presso una manifestazione, un corteo, una gara sportiva. Non ti avevo mai raccontato che la guerra è ogni giorno per le vie di questa città. La divisa da poliziotto scatena l’istinto crudele dell’uomo, che di colpo non è più un uomo, perché si trova faccia a faccia con le proprie paure, la rabbia di una vita compromessa, e poiché non può prendersela con se stesso, riversa l’odio covato e represso contro chi invece cerca di garantire la stabilità e la sicurezza per tutti. 

 

Amore mio grande, ti ho detto stamattina, prima di uscire di casa, quanto sei bella? Forse no, ma volevo proprio farlo. Te lo giuro, solo a guardarti mi sentivo sciogliere per te. E’ un’emozione che non ho mai saputo confessare, né dimostrarti, perché se le avessi dato modo di avere il sopravvento su di me tu non avresti potuto fare altro che raccogliermi con una cannuccia…

Credimi, anche se non te l’ho espresso, lo avevo dentro quel nodo al gargarozzo, il mio complimento per te. E’ che uno non pensa mai che può non avere più l’occasione per esternarlo, specie se è uno che va alla guerra come me. 

 

Sai, amore, non avevo mai dubitato, prima d’ora, che sarei sempre tornato a casa, dopo ogni turno. Perché tu eri lì ad aspettarmi, insieme ai nostri figli, e non ti sei mai mostrata impaurita o preoccupata. Sapevamo, lo abbiamo sempre saputo, che accanto a me c’era una creatura che mi lusingava come una prostituta. La signora morte non celava troppo la sua presenza né i suoi inviti, e di emissari inviatimi come promemoria, in questi anni di divisa grigio-blu, ne ho incontrati molti. Però li ho semplicemente ignorati, forte della tua presenza e di quella dei ragazzi. 

 

La vedevo, la nera signora, nella pistola tra le dita di un balordo, nei sacchetti bianchi di polvere che passavano di mano in mano, nelle minacce dell’ignoranza e della disperazione, in un coltello arrugginito di sangue che sbucava da una tasca senza alcuna sorpresa. La vedevo, sì, le sorridevo, e tornavo da te, da voi. Punto.

Come se fossi un impiegato. E in fondo lo sono, un impiegato al servizio dello stato. Un impiegato con l’ufficio sulla strada e la poltrona nei bassifondi. 

 

Cosa c’era di diverso stamattina, amore? Niente. Solo una partita di calcio, come tante altre. La scorta ad un gruppo di tifosi, colpevoli di essere di un’altra città della nostra stessa isola e di tenere per un’altra squadra. Non è una colpa, ma vallo a spiegare alle teste calde. Sono ragazzini, sai, così simili ai nostri figli, persi, cresciuti senza una guida, senza un amore come il nostro. Presi uno per uno, alcuni meriterebbero solo uno scappellotto. Altri non avrebbero il coraggio di guardarti in faccia. Ma chissà perché, tutti insieme hanno la forza del leone e nascondono la vigliaccheria della iena.

Anche quello che mi ha fronteggiato, oggi, dopo lo scoppio della bomba carta, non doveva essere diverso. Non l’ho visto in faccia, né prima né dopo. C’era l’inferno, amore mio, la signora morte galleggiava tutto intorno, nel fumo, e aspettava. Era triste, ma esigeva il suo tributo. E guardava me, me ne sono accorto, nella confusione, nella concitazione, nel tentativo di ripararsi dai sassi, dai fumogeni, dalle botte. Nella rabbia di dover usare i manganelli su quelli che potevano essere i nostri figli, pecore da soli, cieche talpe omicide in branco.  Me ne sono accorto, ma non ho potuto farci niente. Quel ragazzo, perché era un ragazzo, ci scommetto, mi ha fissato solo per un attimo, ma già era tardi. Troppo tardi per qualsiasi cosa. Anche per farti quel complimento che mi era rimasto nel gargarozzo stamattina.

E’ stato subito buio. 

 

Amore mio, so che non piangerai. Sarai allucinata per un po’, non vorrai crederci, ma in fondo te lo aspettavi. Non ne sarai sorpresa. E dovrai essere forte per i figli, per la gente, per i media che ti vorranno intervistare. Fornirai un’immagine forte che non senti, ma che sai di avere il dovere di mostrare. Hai sempre avuto un saldo senso del dovere. Hai sempre amato la mia divisa. E hai sempre amato me. Anche se sapevi che sarei andato in guerra.  

 

Sembra quasi che vai alla guerra, mi hai detto.

E ci sono andato, amore mio. Alla guerra del pallone. E non sono più tornato.

Scusami.

Volevo solo dirti che per me resti la più bella ragazza dell’isola. Ecco, così non ce l’ho più nel gargarozzo.

Ricordami nella nostra prossima vita, quando ci rincontreremo, perché di sicuro saremo ancora insieme e io ti sposerò un’altra volta… ricordami, dicevo, che quando si va alla guerra è bene non portarsi sui campi di battaglia il fardello di parole mai dette. Potrebbero non dirsi mai più, e io non voglio più sentire la stretta al gargarozzo. 

 

Ti amo. Per sempre. 

 

silenziosamente concepito da Ramona 20:52:00 Commenta:
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