20/11/2008

FINE DELL'INCUBO

Una grande camera da letto, quasi una camerata, letti affiancati. Ci siamo io, il mio lui, una persona che potrebbe essere sua madre e un altro distinto signore di una certa età.
Sguardi e sorrisi e ammiccamenti tra i due anziani, un timido tentativo di fare un’amicizia insperata in quella stagione della vita. Me ne accorgo, sono distesa a letto e al mio lui, che mi volta le spalle sul lettino accanto, sussurro divertita la cosa.

Si scatena l’inferno. Un giovane uomo irrompe furioso, contesta quello che ho visto, quello che ho detto, non è vero!, urla (pare che l’anziano sia suo padre).

Di colpo non c’è più nessuno, siamo io e il ragazzo. È biondo, circa 30 anni, forse meno, occhi nocciola sbarrati, viso d’angelo con i lineamenti stravolti dalla furia.
È un demonio, vuole farmi del male.
Balzo in piedi, me lo trovo vicino schiumante cattiveria, lo spingo e cerco di scappare. È una fuga in gabbia, non c’è scampo. So, sento, che mi vuole fare del male. Protende le mani ad artiglio contro di me, come nei migliori film dell’orrore. Sono terrorizzata, ma anche incazzata!! In qualche modo reagisco, di certo lo picchio, anche se non mi vedo mentre lo faccio. Ma il suo volto è una maschera di sangue, e so di essere stata io, per difendermi, a ridurlo così.

Ogni volta che lui tende le mani verso di me con l’intento di afferrarmi, lo vedo sempre più ferito e insanguinato. Sono io che lo concio così, ma non so come faccio. Continuiamo a inseguirci tra quattro mura chiuse che non hanno pareti, lui è sempre più malridotto e sempre più cattivo.
Mi dispiace vedere il suo bel viso ridotto a una poltiglia di carne e sangue, ma sono furiosa anch’io. Devo difendermi, sono stufa di subire angherie che non merito, sono stufa di scappare e di essere inseguita. È sempre lui, in volti e situazioni diversi, ma è lui, mi perseguita da anni.
Ora basta!!
Nei colpi che gli assesto, e che non vedo, sento la forza della rabbia repressa, la voglia di riscatto, la sete di libertà.
No caro mio, non mi fai più paura!

Trovo la porta d’ingresso, salgo correndo su per le scale. Mi rendo conto che in alto non c’è via d’uscita: è la terrazza della mia infanzia, piena di sole, ma da lì non posso volare via, non ho le ali. E lui sarà presto alle mie spalle, con la sua maschera di sangue e le unghie protese verso di me.
Torno giù, gli passo davanti mentre esce a sua volta dalla porta, sempre più affannato. Procedo nella discesa delle scale, faccio quasi 4 gradini per volta, con il cuore in gola, ma al tempo stesso ormai sicura di me.
Non mi prenderà.
Fuori, per strada, c’è il mio lui. E gli consegno virtualmente il mio persecutore, ormai sfinito, su cui resta ben poco da fare.

Ho vinto io.

Mi sveglio con la tachicardia, come sempre. Ma stavolta non resto paralizzata dalla paura, stavolta non è come le altre volte.

Il mio incubo ricorrente si è presentato molte volte nei miei anni verdi.
C’è sempre un uomo, ogni volta diverso, che mi rincorre per uccidermi, di solito con una lama in mano, ma non necessariamente. Talvolta scorre il sangue, non si capisce mai a chi appartiene. E io corro, corro, per non essere raggiunta, ma lui è sempre lì. E ride sguaiato, sa che mi prenderà. A volte chiudo una porta fra me e lui e lui l’attraversa con un coltello. Vuole me, vuole il mio sangue. E io riprendo a correre, o mi precipito giù per le scale.
Mi risvegliavo sudata e terrorizzata, incapace di muovere un dito per molto tempo, con il cuore nelle orecchie come deve averlo un coniglio in trappola. Quasi sempre temevo che il mostro fosse lì, nell’oscurità accanto a me e proprio come un coniglio attendevo inerme il colpo di grazia.

Da moltissimo tempo non avevo più questo incubo, lo avevo anche dimenticato. È tornato in quest’ultima versione, nel mio sonno solitamente leggero dopo il turno di notte.
Ma, come ho detto, c’è qualcosa di diverso rispetto al solito.
Questa volta ho due sensazioni precise mai avvertite prima.

Innanzi tutto ho la consapevolezza che lui, il cattivo, non mi ha neppure sfiorata. Né in questo incubo, né in quelli precedenti. Avevo la convinzione assoluta che mi avrebbe uccisa, ma in realtà, anche potendo farlo, lui non mi ha toccata. Mai. È un’illuminazione improvvisa, non ci avevo mai fatto caso, ero ciecamente convinta che se mi avesse presa mi avrebbe squartata in mille pezzi. Ero troppo terrorizzata, troppo intenta a fuggire e poi troppo paralizzata per pensare.

La seconda consapevolezza è quella della vittoria. L’ ho sconfitto! Era pesto e sanguinante e sono stata io a ridurlo così. Io che sono una non violenta nel DNA, io che solitamente subisco e fisicamente non sono in grado di fare del male a una mosca, ebbene, io ho quasi ammazzato il mio persecutore. E ogni colpo assestato, che pure non sono riuscita a vedere, conteneva tutta la mia rabbia, la disperazione, il bisogno di essere lasciata in pace!
Voglio solo vivere una vita tranquilla, in fondo, che male c’è, che ti ho fatto, perchè non me lo permetti, maledetto?!
 
Alla fine ho vinto io.

Il risveglio è stato meno traumatico del solito, perché ho avuto la percezione di essermi liberata di qualcosa o qualcuno di sgradevole, pesante, intollerabile.
La leggera tachicardia non era più accompagnata dal sudore o dal terrore, ma da un sorriso, dallo stiramento dei singoli muscoli, piacevolmente affaticati come se avessero realmente combattuto, e dal senso di benessere globale.

Ho vinto io.
Qualsiasi cosa sia stata il mio mostro (non sono tuttora in grado di identificarlo), ho vinto, l’ho lasciato pesto e sanguinante e sono molto più leggera, una piuma, una farfalla!
Certo, nel sogno ho continuato a scappare verso la salvezza, forse non sono ancora del tutto sicura di me, ma sono stata io, da sola, a salvarmi.

E ne sono fiera.

silenziosamente concepito da Ramona 04:39:00 2 Commenti

05/09/2008

MA LA VITA E' ADESSO...

Ho deciso di uscire di casa. Quale casa, di tutte quelle che ho abitato? Sembra quella dell’infanzia. Sì, è quella. Scendo le scale brutte e sempre sporche e buie, dove da piccola giocavo sedendomi sullo scalino in cima e scendendo tutti i gradini così, da seduta, in una sorta di scivolo povero e fai da te. Non ho mai saputo come sia riuscita a non rompermi mai l’osso sacro e non avere conseguenze da grande. Si vede che le ossa dei bambini sono elastiche. Si vede che tutto quel latte bevuto a colazione come a cena, rinforzava i depositi di calcio di cui le ossa sono composte.

 

Esco sul vicolo.
Mi ritrovo in piazza.
La piazza è un concentrato di tutte le piazze incontrate. Non è una sola definita, c’è un po’ di una e un po’ dell’altra: portici, fontane, locali, traffico. Persone, tante persone.
Faccio degli incontri.
Un’ amica, per prima. Non è proprio un’amica, non mi ha mai convinto, non la sento sincera e detesto la sua insicurezza e il modo che ha di spettegolare su chiunque. Se vuoi conoscere l’ultimo gossip su qualsiasi tuo conoscente, chiedi a lei. Stai sicuro che anche lei conosce il tuo conoscente ed è aggiornata sugli avvenimenti che lo riguardano. Questa cosa non mi piace. Ma mi fermo ugualmente perchè lei mi sorride e a me piace la gente che sorride. E poi lei ha begli occhi e un bel sorriso. Insieme a lei un’ombra, qualcuno che non so chi sia.

 

Poi a noi si accosta C., un amico di un po’ di tempo fa. Non moltissimo tempo fa, ma sembra un secolo. Uno di quegli amici che perdi di vista e di udito, dato che non li vedi e non li senti. Lo sai che non succede per colpa tua, o almeno lo speri, ma insomma, succede e il tempo passa e quasi dimentichi di avere avuto un amico. O se ti viene in mente, provi quella dolce nostalgia di un bel tempo che fu. Perché nel ricordo rimane solo il bello di ciò che è stato.

 

Parliamo. C. parla molto, col suo tono strascicato e un po’ felino. La mia amica ride molto e forse a sproposito. L’ombra interviene, dice qualcosa in un dialetto che riconosco, e lo riconosce anche C., e insomma di colpo ridiamo e siamo affratellati da origini comuni. La piazza è sempre vaga e netta come un dipinto di De Chirico, non sappiamo dove si trovi, ma non è così inquietante, anzi, è ricca di calore umano.

 

C. si accosta al suo motorino ( bicicletta?), ci lavora un po’ e salta fuori un cassettone che non sappiamo cosa contenga, è ancorato alla ruota davanti. Somiglia a una piccola bara, ma è solo un contenitore, misterioso.
Comincio a pensare di rientrare a casa, sono in ritardo.
Giunge l’invito a unirsi al gruppo per andare a mangiare lo gnocco. Gnocco? Uno solo? Sì, è un piatto tipico.

 

Ricordo d’improvviso il primo invito che mi ha rivolto un ragazzo a passeggiare in centro. Avevo 12 anni, lui quasi 17. Avevo accettato, allora, con qualche senso di colpa e un timore: non mi salterà mica addosso?... Piccolo Calimero pulcino nero, ero così bambina e cominciavo appena a essere donna. Passeggiammo, a debita e innocente distanza l’una dall’altro. Forse lui mi diede la mano e forse gliela tenni un po’. Ma non ero bambina e non ero una donna, e forse la tolsi dalla sua. Mi portò in una piazza così simile a questa, eppure così diversa, e io non l’avevo mai vista prima di allora. Mi fece sentire grande, con una semplice passeggiata in piazza in una domenica mattina qualunque.

 

Guardando meglio C. trovo che somigli un po’ al ragazzo dei miei 12 anni. I tratti si confondono. Lui è seduto al tavolino di un bar, ora, mi guarda da sotto in su, io sono in piedi. Gli occhi… sono di un caldo castano, ma poi schiariscono, le iridi hanno un alone grigio pallido intorno al marrone e poi azzurro. Non sono gli occhi di C., che ricordavo scuri e profondi. Eppure è lui. Ed è anche quel ragazzo lontano. Non posso esimermi, gli tuffo una mano nei riccioli e li carezzo. Non sono così morbidi, non sono da ragazzo e sono grigi. Ma fanno tenerezza.

 

Il gruppo mi esorta a restare a mangiare lo gnocco, l’amica ammicca e mi sussurra tutto l’apprezzamento per C., e al contempo, in due secondi, promette di aggiornarmi anche su di lui.
Declino l’invito, papà aspetta a casa e non vuole che frequenti gli amici, i miei amici non gli sono mai piaciuti.

 

Risalgo le scale, fino al terrazzo, mi scuso con l’aria per il ritardo.
Rientro e non c’è nessuno.

 

Mi sveglio, sorrido e mi stiracchio. Il passato è dietro le spalle, confuso e tenero e riempie piacevolmente la fase REM del sonno.
Ma la vita è adesso.

silenziosamente concepito da Ramona 10:47:00 2 Commenti

01/12/2007

TI RACCONTO I MIEI SOGNI

UNO.

Sono a casa sua.
La casa è sulla spiaggia, in un paese esotico. Forse Brasile, non ne sono sicura, ma non m’importa. La sabbia è bianchissima e fine come polvere di marmo.
È notte.
Sono sulla soglia di una porta finestra. Sento la voce del mare, un mormorio sommesso, ma lo distinguo appena, una macchia scura contro il chiarore della spiaggia.
Vedo le luci di altre case, vicine, ma lontane quanto basta per sentire protetto il proprio privato.

L’attrazione circola latente, non si dichiara.
Lui indossa solo un costume da bagno. Non boxer o mutandoni informi. Slip aderenti color del mare quando il mare è azzurro. Fisico magro, asciutto, muscoloso. Neanche l’ombra di volgarità. Molta naturalezza, nel muoversi per casa.
È allegro, ride, molto giocoso.

Lo vedo a letto con la segretaria. Elisabetta, bella, lunghi capelli biondi. Ma è un attimo. Invece sorride a me e mi abbraccia. Lei non conta veramente, si sa. Ma è lui che conta per lei, le leggo la sofferenza negli occhi arrendevoli.
Lei è molto triste.

Ci sono ladri in casa. Minacciano con un coltello. Sono nascosta da una porta, non mi vedono, mentre io osservo tutta la scena. Sembra un film.
In costume da bagno azzurro e grembiule da cucina, lui è costretto dal coltello a preparare da mangiare.
Ho paura. Lui è teso, si vede, ma rimane tranquillo. Sta asciugando un piatto, sorridendo al coltello.

Mi sveglio con il cuore impazzito.
È buio.


DUE.

Sto andando dalla zia. La casa è uguale a 30 anni fa, quando la zia era ancora una zia e non un mucchietto di cenere. L’ingresso, il salone, la cucina. Tutto è come era.
Lei è malata, ma vado da lei perché mi ha detto che vuole studiare con me.

Entro, la trovo addormentata sul divano. Appare sfinita, pallida, consumata. Un gran mucchio di indumenti è poggiato sul tavolo, sembra buttato là alla meno peggio. Riconosco il mio bucato, appena raccolto, evidentemente, e fuori è buio.
Le serrande sono abbassate. In casa la luce artificiale è piuttosto cruda.

In silenzio comincio a ripiegare meglio, ordinatamente, il mio bucato. Asciugamani, strofinacci, mutande. Sul viso addormentato della zia l’approssimarsi della Signora. È accoccolata sul divano, accanto a lei.

La zia apre gli occhi, si fa forza. Non ne ha, di forza, eppure la trova. Perché vuole che studiamo insieme. Per vedere quello che io so, la mia conoscenza, e per mantenere il pensiero attivo.
È proprio lei, grintosa, tosta, com’era prima che diventasse polvere; nei suoi gesti l’impronta genetica, le movenze della famiglia che riconosco.
Non lo so cosa voglia studiare, o cosa vuole che io studi. Non si tratta solo di imparare, ma proprio di studiare.
Allora, ripiegando una federa ricamata, comincio a parlare di come è fatta una federa.

La zia annuisce, seria. Faticosamente si alza e va a preparare il te.

TRE.

Andiamo al mare. Non è stagione, fa piuttosto freddo. Ma il mare è sempre il mare. Al suo richiamo non si resiste.
Con gli amici arriviamo sulla spiaggia, tutti imbacuccati.
C’è gente. Già da lontano vedo bagnanti coraggiosi e passanti freddolosi con i piumini addosso.

Il mare è furioso, onde alte e verdi trascinano rabbia e sporcizia, di alghe e altri lordumi. Ma a tratti, dove è calmo, appare cristallino.
Bambini, a riva, giocano sul bagnasciuga, nonostante il freddo. Non lo sentono, il vento freddo.
Nell’acqua bassa qualcosa che si muove: due figure.
Una piccola e grigia, con le orecchie lunghe. Un cane dal lungo pelo bagnato. Muove la coda pesante.
Accanto c’è qualcosa di più grosso. Un cavallo, immerso fino al ventre. Alza di colpo la testa, la criniera disegna un arco bagnato in controluce, le gocce vanno al rallentatore. L’animale ha il sole alle spalle e contro il verde del mare induce una splendida suggestione.
I due escono lentamente dall’acqua, passeggiano sulla spiaggia, indifferenti.
Il cavallo ha il mantello candido come neve vergine. Abbaglia. Ma non è un cavallo. Sono due!! Da un unico corpo escono due teste, non appaiate, ma una dietro l’altra, in fila perfetta sullo stesso collo. Come disegnate. Indipendenti, bellissime, intelligenti.
È una creatura magnifica e orribile. O sono due creature in una, orribili e magnifiche? Non so se devo pensare al plurale. Le nobili teste si voltano all’unisono a guardarmi, gli occhi parlano. Poi, su sole quattro zampe, se ne vanno.

Ci avviciniamo ad un pontile molto alto, da poterci sostare sotto, ma il personale ci manda via. È in arrivo una nave nigeriana e sono in corso i preparativi per i festeggiamenti e il gran pavese sbatte nel vento colorandolo.

La bambina che è con noi mi porta tutta contenta il borsellino che ho lasciato in questo luogo, dimenticandolo, tanto tempo fa. Lo apro. Il passato è ancora tutto là, in uno sbarluccichio di monetine.

silenziosamente concepito da Ramona 13:03:00 4 Commenti

10/04/2007

SOGNANDO DI SOGNARE

È notte e sono al lavoro. È andata bene, il turno sta finendo, i pazienti hanno dormito tutti. Ma al momento del cambio succede qualcosa e c’è da impazzire.

Una signora ha attacchi di diarrea, va lavata e cambiata a ripetizione, non se ne vede la fine, le scariche non si fermano! E lei si sente male.

Un giovane uomo presenta al monitor alterazioni elettrocardiografiche, è sudato e sofferente. Chiamiamo il medico. Non è un reparto ospedaliero, questo, ma un girone infernale. Il caos è pazzesco, i campanelli suonano come fosse festa…

Arrivo a casa con un notevole ritardo. È mattina da un pezzo. La mia casa è quella in cui ho abitato fino ai 20 anni, quella nel vicolo. C’è un posto libero per parcheggiare la macchina, quasi accanto al mio portone. Quasi. Devo fare un po’ di manovra in retromarcia, e non è mai stata il mio forte. E poi sono sotto gli sguardi sfacciatamente curiosi di un gruppetto di comari sedute in circolo fuori da uno dei portoni, tutte intente a raccontarsela, a spiare i fatti altrui. A spettegolare.  Ci sono le rondini che volano in tondo, da un lato all’altro del vicolo, sfiorando i muri delle case. Il chiarore del giorno è impressionante. Accecante. Sembra una tiepida e luminosa sera d’estate e invece è un chiaro mattino di primavera.

Le comari mi guardano, io le saluto, educata, e m’infilo nel portone. Salgo le scale, stancamente. I gradini sembrano tirati a lucido. Sono di marmo grezzo, ma io me li ricordavo grigi, sporchi e malandati. Invece sono lucenti, come nuovi.  

Voglio solo andare a dormire.

Non so perché, entro nella camera da letto che era stata dei miei genitori. Ora non lo è più. Sulla poltrona letto di pelle verde, quella della nonna, dorme mio fratello, avvolto in un plaid fatto all’uncinetto. La Tv è accesa.

Vado in cerca del mio lettino e da lì, da sotto le coperte, si alza una vocina tremolante, sottile, lamentosa. Scopro l’ammasso informe e trovo mia madre, tutta rannicchiata su se stessa. Mi rimprovera del ritardo, preoccupatissima, in ansia.

Vorrei arrabbiarmi, dirle che non ho più 14 anni, sono maggiorenne da un pezzo, lei non deve più controllare quello che faccio o non faccio, e io non devo giustificare niente.

Invece non mi arrabbio, perché per lei il tempo non è passato. Ha ancora l’aspetto che aveva a 38 anni, l’ultimo che le è stato concesso, solo un tantino più curato. Ha perfino il rossetto e la sua pelle è liscia come allora. E’ minuta e bella.

Sospiro, mi siedo accanto a lei, le prendo una mano e con pazienza le spiego il motivo del ritardo. Come se fosse lei la bambina da rassicurare perché si sveglia e non trova la mamma accanto a sé e ha paura. Le racconto tutto, in ogni particolare.

Di colpo è in piedi, sorridente, e svanisce.

M’infilo nel letto, nel posto ancora caldo di lei, e mi addormento, consapevole che tutto è solo un sogno.

silenziosamente concepito da Ramona 23:37:00 6 Commenti

28/12/2006

A LETTO CON L'AMICO

La cosa è imbarazzante. Perfino nel sogno.

 

Ospito il mio amico G. (Giulio? Giuseppe? Gianni? Giacomo? Gianqualcosa? Giocondo? Genoveffo?) in casa. Non so bene per quale motivo, e del resto sto sognando, non è mica detto che ci sia un perché logico a tutto. Fatto sta che lui c’è.

E’ ora di andare a dormire. Per quanto sia inverno e faccia freddo, in casa il calore è quasi eccessivo. La nonna, che non è la mia vera nonna, ma è comunque una nonna, lascia aperte le finestre, soprattutto quelle delle camere. Nella cameretta degli ospiti ci sistemo l’amico G. in un lettone fatto per due. E difatti, non so perché, mi ci metto anch’io sotto le stesse coperte, dopo di lui. E insieme a lui.

 

Sto pensando che tanto siamo amici. E un amico è come un’amica, in fondo. Con la differenza che, essendo uomo, dal suo corpo emana più calore… E’ risaputo che gli uomini sono una fonte infinita di calore. D’inverno vanno benissimo. D’estate sudano troppo, ma  insomma, non si può pretendere…

 

Parliamo un po’, con le coperte tirate sul mento. A bassa voce, come fanno le ragazze che si confidano segreti. Ma parliamo di tutto e di niente e del fatto che quella finestra è aperta.

Non so perché, quella finestra aperta mi fa sentire freddo. Ma non è che mi alzi a chiuderla, no, rimane così e basta. Però istintivamente allungo un piede verso l’unica fonte di calore che ho a disposizione. Un altro piede.

 

Dal piano di sotto arriva la voce della nonna che sta parlottando con qualcuno. Mi sembra di sentire voci di altre persone.  Sta raccomandando qualcosa. A chi, a me?... Anche la porta della cameretta è aperta e s’intravede la luce delle scale.

Il calore del piede si diffonde piano a tutta la gamba. Non parliamo più e non ci curiamo della finestra e della porta aperte. Di colpo ci dimentichiamo anche di essere amici e…. be’, il resto posso fare a meno di raccontarlo… Dico solo che si è svolto tutto sotto le coperte perché la finestra è rimasta spalancata. E anche la porta.

 

 

Tentativo di traduzione.

 

Sono a casa mia. Ambiente conosciuto, rassicurante. Mi dà coraggio.

L’amico G. è solo un amico, ovvio, se pure a me caro. In questi giorni sto pensando a lui piuttosto intensamente. E la sua è una presenza che di solito dà calore.

Il rifugiarsi sotto le lenzuola è un mio cercare protezione nei confronti di problemi nati al di là delle barriere, cioè delle coperte, che invece mi fanno da scudo.

La finestra e la porta sono aperte. Apertura verso il mondo, anche se percepito come freddo, in forte contrasto con la necessità impellente di calore. E  bisogno di comunicare, innocenza assoluta e nulla da nascondere.

Le voci sono appunto quelle del mondo, si trovano a portata di mano, anche se non posso vedere a chi appartengono. Sono presenti, e me lo fanno sapere. Non m’infastidiscono, ma restano, al momento, un po’ in disparte. Le raggiungerò, prima o poi. Lo sento. Sono voci amiche e sono in casa mia.

La nonna. La saggezza. Persona paziente e antica, mi raccomanda  qualcosa,  forse che ad avere fiducia non si sbaglia mai. La vedo agitare l’indice come per una ramanzina. Io le credo, con tenerezza. Somiglia a una nonna da fumetto, fisicamente. Alta e secca, con i capelli grigi e raccolti, gli occhiali alla nonna papera, e come nonna papera rassicura e prepara cose buone. E’ una che non sbaglia.

Ciò che si svolge sotto le coperte… ehm… un flash di una scena vista in tv. Capita a sproposito, con protagonisti insoliti e diversi da quelli della fiction, ma non è colpa mia se il regista di questo mio onirico film fa un po’ di confusione.

 

Certi sogni sono sconvolgenti. E imbarazzanti.

Ma per fortuna sono solo sogni e non si è responsabili della loro comparsa. Si può però cercare di sdrammatizzali e capirli, basandosi sulle esperienze vissute nel quotidiano, su desideri e aspettative e problemi insoluti fatti apposta per rosicchiare neuroni e pazienza.

 

Almeno in questo caso, quindi, tutto è solo conseguenza di qualcosa, non c’è alcun significato recondito.

Chi sogna non ha colpe. Al massimo si diverte, come ho fatto io, e ne sorride.

Per forza.

Altrimenti, chi lo guarderebbe più in faccia senza arrossire, l’amico G.?

O l’altra metà del mio cielo?

Tranquilli. Non è realtà. E’ sogno.

 

Dispenso tutti gli amici il cui nome comincia per G. dal chiedere “sono forse io?”. E’ una frase che mi ricorda una G. celebre, quella di Giuda, altamente inappropriata in questo caso. Inoltre, non svelerò mai l’identità dello sventurato G. che ha diviso letto e sogno con me. Il mio segreto resterà tale per sempre!!!

 

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 18:49:00 Commenta:

12/09/2005

INCUBO

Siamo al mare. Non siamo mai venute prima in questo posto, ma mio fratello lo ha tanto decantato che abbiamo ceduto alla curiosità. Ed è davvero stupendo, ma decisamente insolito. Non c’è spiaggia. Siamo su una costa fatta a gradoni artificiali. C’è la mano dell’uomo, naturalmente, che ha costruito questo argine a scalini alti quasi un metro, rivestiti completamente di piccoli sassi lisci e tondi, che sporgono dal cemento in modo artistico, fitti fitti e colorati. Dall’ultimo gradone si diparte la discesa a mare, anch’essa costruita con gli stessi sassi, piccoli, tondi e lisci. Sarà alta quattro o cinque metri. Il mare è realmente fantastico, irreale. Trasparente, calmo come l’olio ma non altrettanto denso. Si vede il fondale, le persone nuotano nella trasparenza di un bicchiere d’acqua. Alti scogli intorno proteggono questo miracolo di natura.

Mia madre procede cauta, non si sente per nulla sicura su quegli scalini alti e stretti. Raggiungiamo mio fratello, abbronzantissimo, che ci indica la gente intorno a sé: una folla, davvero si sta assiepati come sugli spalti di uno stadio durante un derby. Ma tutti sono evidentemente sereni e soddisfatti.

Mia madre e una bambina scivolano lungo la discesa e finiscono in acqua. Ridiamo. La bambina indossa i braccioli, non ci preoccupiamo. Mia madre non sa nuotare, ma siamo tutti convinti che con un’acqua simile sia impossibile affogare. Ed è vero, mia madre galleggia senza apparente paura. Ride anche lei. E’ ancora vestita, indossa una lunga gonna jeans anni ’70 e una camicia pure di jeans ed è un po’ buffa rispetto alle persone in costume intorno a lei. Sembra proprio contenta: non ha mai imparato a nuotare bene, aveva sempre avuto bisogno di un appoggio, tipo un salvagente per stare a galla e adesso invece fa da sola.

Ora vuole uscire. Si arrampica lungo la discesa, che è diventata salita, ma quando arriva quasi in cima scivola e torna in acqua. Ci riprova, scivola ancora. Altre persone come lei che vogliono uscire dall’acqua incontrano la stessa difficoltà. Molti arrivano quasi in cima e poi tornano giù. I più ne sorridono e la prendono come un gioco. Solo qualche giovanotto riesce a uscirne grazie all’agilità e alla forza dell’età.

Io sono preoccupata. La cosa si sta prolungando oltre il semplice gioco. Mia madre si affaccia nuovamente alla sommità della salita, l’afferro per un braccio per aiutarla, ma è pesante, rischio di scivolare anch’io con lei. Chiamo disperata mio fratello, che prova a reggermi dall’altro braccio, ma anche lui non ha appigli, quei maledetti gradoni sono troppo stretti. La mamma mi guarda, ha ancora gli occhiali, che assurdità!, quegli occhiali dalla montatura grossa e quadrata e con le lenti scure che in tutti questi anni non ho più visto indossati da nessuno. Non ce la faccio, sto per precipitare, devo mollare la presa. Lei annuisce. Si lascia andare lungo i sassi scivolosi, lucidi di acqua di mare, e finisce ancora in acqua.

Sono disperata, impotente. Rimango in piedi a guardare quel mare meraviglioso, verde e azzurro che sta per diventare una trappola. La giornata è quieta, il sole è caldo e amichevole, ma io non riesco più a godermi il paradiso. Mi tormento le mani, vado avanti e indietro agitata. Lei nuota ancora, tra uno scoglio e l’altro. Le grido di sfilarsi la gonna, così sta più leggera e magari potremo utilizzare l’indumento come corda per tirarla su. Infatti mi ascolta, si arrampica di nuovo, con la gonna in mano, e quando è quasi in cima me ne allunga un capo. Io tiro, mio fratello mi aiuta, ma i sassi sono troppo lisci e troppo scivolosi. Quando lei arriva a sfiorare le nostre mani, noi siamo costretti a mollare e lei ritorna giù.

Seguono infiniti altri tentativi che non portano a nulla. Come in un girone dantesco dove i dannati sono costretti per l’eternità a subire lo stesso supplizio. 

Mamma, non puoi raggiungermi, sei costretta, ancora e sempre, a lasciarmi sola. E io non sono in grado di salvarti. Nemmeno questa volta.

silenziosamente concepito da Ramona 11:52:00 Commenta:

08/07/2005

RAOUL BOVA VS. GIULIO M, SCRITTORE

Lecce, una sera piena d’estate. Anzi, una notte d’estate, perché al sud se si vuole vedere vita, bisogna aspettare le ore notturne, quelle più fresche. E di vita ce n’è, difatti, nel cuore pulsante della città. Tantissime persone passeggiano in centro, colorate, anonime, eleganti.

Mia suocera ci passa in mezzo, fendendo la marea umana con piglio deciso e con gran fretta. Poi non la vedrò più, inghiottita dalla folla. Io comunque avanzo dietro di lei, in qualche modo. E dietro di me c’è Raoul Bova. Raoul è il mio fidanzato, è circondato da amici che lo proteggono e non riesce a raggiungermi. Stiamo tutti cercando qualcuno, o qualcosa.

Siamo in piazza S. Oronzo, ancora più affollata di piazza Mazzini e di Via Trinchese, se possibile. Sull’anfiteatro romano galleggia, come su una nuvola, una splendida orchestra. Gli orchestrali sono tutti vestiti di gran gala. Io ne vedo solo il busto, perché sono seduti, ma la giacca scura è certo quella di un frac, e s’intravede il panciotto grigio e una cravatta grigia. Tutti hanno un fiore bianco all’occhiello e nessuno suda, nonostante il caldo. La melodia, romantica, viva, si diffonde nell’aria. I violini, che sono in maggioranza, spremono tutte le loro lacrime.

Cerchiamo qualcuno. Ora so che cerchiamo Giulio M., scrittore. Dov’è?

Ad un tratto ne sentiamo la voce, attraverso alcuni altoparlanti posti in cima ai tetti delle case. Sta leggendo qualcosa. Dei brani molto dolci, di quelli che pervadono l’anima infondendo benessere.

Vedo Raoul che si precipita, insieme ai suoi amici, in un negozio di scarpe all’angolo. Ha individuato il luogo dove si nasconde Giulio M., scrittore. Entro anch’io, c’è una porta in un angolo che da su una scala. Lui è all’ultimo piano, lo sento. Faccio per passare anch’io di là, ma la commessa mi blocca, non si può, dice.

Torno fuori, sento ancora per un po’ la voce agli altoparlanti, poi nulla. Mi ritrovo per le mani quello che dovrebbe essere un libro, rilegato artigianalmente, senza copertina. Lo sfoglio, ma le pagine sono tutte bianche. Però tra pagina e pagina ci sono altre pagine, strappate da un vecchio quaderno a righe a fogli gialli, tutte scritte a mano. Ma certo, è il manoscritto originale, scritto di pugno da Giulio M. Se è un regalo, mi commuove. Per chi scrive, regalare il manoscritto originale, con tutte le correzioni, le annotazioni, i pensieri del momento, è un sacrificio immenso. Lo ha fatto per me?!….

Mi sento chiamare, mi volto. Giulio M., scrittore, mi viene incontro, mi abbraccia e mi bacia, a sua volta commosso. Mentre rimango così, sorpresa, ma felice, vedo Raoul. Mi sorride, comprensivo, capisce. Gli faccio ciao con la mano, lo liquido così, senza rimpianti. Io sto troppo bene con Giulio M., scrittore.

Fantastico.

Ho rinunciato ad avere un Raoul Bova per fidanzato.

Succede solo nei sogni. 

silenziosamente concepito da Ramona 12:17:00 2 Commenti

19/05/2005

SOGNO DI PRIMAVERA

 

 Visto che il diretto interessato già ne parla qui  mi permetto di fornire i particolari...                

Io e uno dei miei fratelli stiamo andando a casa di Cletus, a Bari (!), dove saremo ospiti per una notte. Ma da quando Cletus abita a Bari? Non era a Roma? E io, che ci faccio nel capoluogo pugliese? Qualcosa non quadra, ma sembra tutto perfettamente normale. Non conosciamo la strada, rischiamo di perderci in città. Abbiamo lasciato il lungomare, siamo in uno strano centro città fatto di via parallele e perpendicolari. Il traffico ci confonde,  è un casotto di macchine e clacson che suonano. Un labirinto. Intuendo la nostra difficoltà qualcuno, non si sa chi, di sicuro un’anima pia, usa una specie di satellitare, o un telecomando e come per incanto ad ogni incrocio, ad ogni svolta, compare un segnale stradale, di quelli direzionali, con la freccia, con su scritto, in grande, CLETUS. Il nome lampeggia sullo sfondo azzurro del cartello, come nei flipper. Come i richiami luminosi, ipnotici, di Las Vegas. Megalomane, penso. Ma almeno ora seguiamo le frecce e non sbagliamo più.

 

Arriviamo di notte, entriamo in casa senza disturbare, ci sistemiamo nella camera degli ospiti. Chi ci ha dato la chiave? Ammesso che fosse chiuso a chiave… Ma soprattutto, chi ci ha dato il permesso di entrare alla chetichella, come ladri?? Per non parlare del fatto di impadronirsi di una camera… Dormiamo insieme, come quando eravamo bambini e andavamo all’arrembaggio del lettone della mamma. Ma al risveglio mio fratello non ci sarà più.

 

La mattina presto comincia un viavai di gente. Distesa a letto vedo tutto. Sono come in un corridoio di passaggio. Tutti passano di là, ma non capisco dove vanno. Sono ospiti anche loro, immagino. Tra gli altri, Baldini, Palommella rossa… non li vedo, non li distinguo, ma so che ci sono e mi hanno salutato. Poi un anziano e gentile signore di cui non conosco il nome e altri ancora. Il signore gentile è un po’ calvo, carnagione scura. Ha sul viso schiuma da barba, mi sorride e dice qualcosa.

 

Non mollo la mia postazione, mi sento una regina che riceve l’ossequio del suo popolo. Sono ancora un po’ assonnata però, il letto è comodo e concilia. Ad un tratto, squillo di tromba, la folla si apre al passaggio del grande Cletus, in persona e… mutande… Asciugamano al collo, indossa solo un paio di boxer, neanche troppo moderni, ma non proprio quelli del nonno: bianchi, lucidi (di seta?…) a stampe colorate. Non so dire che genere di stampe, ci ho provato a guardare ma…  Di colpo realizzo che stavo per alzarmi e andargli incontro, ma indosso solo una maglietta marrone che mi copre appena e  che mi ha fatto da pigiama. Mi riprecipito sotto coperta, non sta bene presentarsi così. Lui invece fischietta allegro, m’ignora, va nel bagno. Dalla porta socchiusa davanti al mio letto lo vedo mentre si fa la barba e si lava i denti. Si ammira nello specchio e sorride ancora con tutti i denti di cui è capace. Rifletto se potrebbe essere come lo immaginavo. Più o meno, decido. Fisico da pugile che regge bene anche i boxer fuori moda; capelli grigi un po’ troppo lunghi per l’età, ma che tutto sommato ci possono stare; sorriso sornione da “’An vedi, oh, che so’ troppo bbono?” …

Non riusciamo a parlarci. Il sogno cambia scenario e soggetti. E questa sarà un’altra storia… Peccato.

 

 

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 13:28:00 2 Commenti
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