25/07/2007

L'ULTIMO SABATO DEL DOTTORE

Era una mattina d’estate, bella e luminosa. Un sabato, per la precisione. Mattina presto, ma già si preannunciava il caldo. Non bastava quella nuvoletta bianca nell’azzurro splendente a garantire il fresco nelle ore a venire o un po’ di pioggia, da molti invocata per raffreddare le temperature medie stagionali, in netto rialzo.
Era la mattina ideale per andare in bicicletta.
Partenza prestissimo, con un amico, poi via dai viali inquinati del centro urbano.
“Prendiamo la statale che fa un po’ da cintura a questa Signora delle Dolomiti.” Così aveva proposto, probabilmente, il dottore all’amico, e lui di certo sarà stato subito d’accordo. O forse sarà stato il contrario, chissà. Poco importa. Erano partiti, in bici, di buonumore.
La statale forse era un po’ pericolosa per le biciclette, le macchine lì di solito vanno via ben oltre il limite concesso, ma era sabato, con un po’ di fortuna il traffico avrebbe potuto non essere intenso, e poi … la strada è larga, stando in parte, a destra e in fila indiana, cosa vuoi che ci capiti? Dopo tutto abbiamo il casco, no?

Risate.
Voglia di vivere.
Voglia di sentire il proprio corpo vivo e forte, impegnato nello sport.
A poco più di 50 anni, oggi, si è ancora giovanotti. Si hanno ancora tante energie dentro. Si è belli fuori.
Il dottore era anche bello anche dentro. Il sorriso non dimenticava mai di accompagnarlo. Sembrava nato per fare il medico dei bambini, con tutta quella dolcezza che faceva sognare anche le mamme…

Pedalava e rideva, il dottore, quella mattina di sabato. Di certo, quanto meno, sorrideva e scherzava, perché lo faceva sempre. Lui era così.
Accanto ai due amici già sfrecciavano i mezzi motorizzati, pesanti e non pesanti, tanti, pochi, non si sa… non era previsto un censimento, quel sabato.
Quattro ruote almeno per volta e un gran casino per ognuno di quei mezzi che passando accanto ai ciclisti li avvolgeva in un turbinio di polvere.
 
Da compatire.
Cosa ne sapevano quegli esseri amorfi chiamati autisti, poveracci, della bellezza di due ruote mosse solo dalla volontà e dalla tenacia, senza alcun tipo di inquinamento? Niente gas, niente rumore, solo silenzioso e biologico sudore della fronte. E tutto il tempo per guardare le vette, maestose e splendide, pulite come appena lavate, tirate a lucido come spose il giorno delle nozze. Uno, al volante, non può concedersi questi lussi, a meno che non sia imbottigliato in una colonna infernale, ma allora è così compresso di rabbia ulcerosa che nemmeno i miracoli della natura lo possono consolare…
Sulla bici sì che si può.
Si ha tutto il tempo per guardarsi intorno.
Anche per vedere d’un tratto un mostro a quattro ruote, proveniente dall’altra corsia, cambiare rotta deciso e puntarti addosso.
Sicuro che l’avevano visto il mostro, il dottore e il suo amico. Forse hanno avuto anche il tempo di dirsi : “Guarda questo qui, cosa sta facendo?!…”
E dopo tempo non c’è più stato.

SBAMM!!

Due birilli colpiti in pieno al bowling.
Che rumore fa la palla contro il birillo?

Un colpo durissimo. Schianto di lamiere e di ossa.
E con meraviglia, subito dopo,  il dottore scopriva di saper volare.

Lo stupore uccideva il suo sorriso, mentre dell’atterraggio, ancora più violento, non si accorgeva neppure, povero birillo scomposto.
Volava oltre il guard-rail, senza le ali, ma insieme alla bici. E mentre questa si fermava sull’albero come un bizzarro uccello di metallo, lui, impreparato, sorpreso di andare così in alto per poi precipitare immediatamente, atterrava di testa, e quella parte così delicata che regge il filo della vita si spezzava, ramo secco travolto dall’incuria umana.
Toccava il suolo, il dottore dei bambini, e il suo sé di luce riprendeva nello stesso istante il volo, verso qualsiasi destinazione  avesse voluto la sua fede.

Era sempre una bella mattina di un sabato di luglio, ma d’improvviso l’aria tersa si colorava di rosso. E di morte.

Erano giorni che alla tv la cronaca registrava incidenti su strade che grondavano sangue. Per colpa di alcool, droga e incoscienza. Di certo anche il dottore aveva commentato quei fatti disgraziati con la famiglia, gli amici, i figli poco più che adolescenti. Come medico dei bambini di sicuro sarà rimasto sconvolto dalla tragedia dei tre piccoli falciati non per disgrazia, ma per colpa. E come loro tanti altri.
Quei giorni era tutto un fiorire, dal nord al sud del Paese, di notizie del genere. Un macabro rosario di nomi cancellati, privati di un futuro da chi con leggerezza cancellava il proprio con l’abuso, vuoi di ectasy, vuoi di cocaina, vuoi di superalcolici, vuoi di …merda da inghiottire!!
Perché perdere la dignità di sé è un affare personale, ma NON se ti metti al volante, straccio che a quel punto di umano non hai più niente, e NON se scambi la strada per una pista di bowling.
In strada non si deve fare strike.
In strada gli altri li devi evitare, non centrarli tutti come in un videogioco.
Chi ne ammazza di più vince.
Vince il rimorso eterno. Almeno spero.

Il dottore non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato lui il prossimo protagonista della cronaca nera. Come avrebbe potuto credere di incontrare sulla sua strada, quella statale così larga e ora maledetta, ancora vivibile alle 7 di mattina, due ragazze ubriache dalla notte passata nei locali da sballo, così strafatte da non capire che la loro auto stava invadendo la corsia opposta? E cosa avrebbe detto sapendo in seguito che quella di loro che era alla guida era pure senza patente perché già ritirata dopo un’altra sbronza?

Lui, anima gentile, potendo farlo, avrebbe detto solo “poverina, quella ragazza”, avrebbe fatto solo un cenno tra la compassione e il rimprovero, ma non avrebbe mai giudicato. E avrebbe, ancora una volta, sorriso a quella vita che ora non ha più.

Dottore, spero solo che la tua bici sia venuta con te, a farti compagnia su strade senza confini e senza idioti al volante.


silenziosamente concepito da Ramona 12:36:00 Commenta:

28/04/2007

UN FIORE PER TE, BAMBINO


Sto piantando un fiore per te, bambino. E’ piccino, come lo sei tu, ha petali delicati, per vederlo diventare alto bisogna dargli tanta acqua, mai dimenticarsi di lui.

Si chiama non-mi-toccare.

 

Impara questo nome, bambino. Ricordalo quando un uomo nero viene a cercarti e ti promette giochi in gran segreto. E intanto ti carezza la testa, ma ha le mani fredde e ti fa venire un brivido, come quando hai la febbre.

Ricordati allora di dirgli: non-mi-toccare.

 

Sto piantando un non-mi-toccare rosa e uno bianco. Un fiore rosa come la tua innocenza e uno bianco come il tuo sorriso d’angelo. L’orco nero sparirà alla luce dei colori, se tu ricorderai il nome di questo piccolo fiore. Non-mi-toccare, devi dirgli. E dillo forte, fatti sentire. Perché sei un bimbo coraggioso, che non sa cos’è la paura. Almeno, non lo sapeva finora. E non conoscevi il nome di questi fiori, perché tu invece volevi essere toccato e abbracciato e baciato. Qualche volta hai fatto anche i capricci per farti prendere in braccio da mamma e papà e sentire le loro labbra sulla tua guancia e le loro braccia avvolte intorno a te a proteggerti.

Di solito, bambino, tu sorridi a tutti, prendi per mano l’adulto e lo fai tornare piccolo perché sei tu a volere che giochi con te. Per te il mondo è buono e bello, non c’è dubbio alcuno. Essere buoni vuol dire avere le carezze che ti piacciono tanto.

Ma ci sono persone, caro bambino, uomini cattivi, che con le carezze fanno male. Hanno mani pesanti che vanno dappertutto, sono piovre. Ma non come quelle dei cartoni animati. Sono uomini veri, come il tuo papà, o il tuo nonno. A volte, inoltre, anche le signore, possono essere cattive. Devi stare attento.

Attento quando qualcuno ti chiede di fare un gioco, e poi scopri che questo gioco non ti piace. Stai attento se qualcuno cerca di portarti via, se ti stringe con forza e ti fa male: quella persona  non ti vuole bene, anche se ti dice il contrario.

In questo caso, ricordati del fiore che oggi sto piantando per te, grida il suo nome più forte che puoi: non-mi-toccare! Grida grida grida!!!

 

E’ una magia, sai. Serve a far scomparire la persona cattiva. Puoi diventare più bravo di Harry Potter se pensi al fiore e gridi il suo nome.

Certo, qualche volta non funziona, purtroppo… ma tu provaci comunque. Per favore.

 

Sto piantando un fiore per te, bambino. E per tutti gli altri bimbi che non lo conoscevano ancora.

Un fiore, un bimbo.

Un fiore, una lacrima.

Le lacrime annaffiano i fiori, sai bambino? Non ti spaventare per me. No, non ho la bua. O forse sì, ce l’ho nel cuore. E’ che io penso ai bimbi che volevano giocare e che poi ne hanno perduto la voglia. A quei bimbi cui gli adulti hanno fatto tanto male e che ora non ridono più. Penso che ci sono vergogne che gravano sulle nostre spalle in modo indelebile.

Non basteranno tutti i fiori del mondo.

Ma tu, bambino, ricordati del tuo diritto di urlare: non-mi-toccare!!!

silenziosamente concepito da Ramona 19:50:00 2 Commenti

21/02/2007

IBRIDI VOLANTI

Non sapevi come dirlo, che volevi volare. Che in questo mondo ti sentivi pesante, ancorato al suolo, affossato da zavorre indefinibili.

Forse non ti rendevi conto neppure tu, che volevi volare.

Chissà se ci avevi mai pensato prima.

Chissà se da bambino, cioè ieri, ti eri mai perso col naso in su a seguire il volo degli aquiloni, le fughe azzurre degli uccelli, il pellegrinaggio delle nuvole, la lattea scia degli aeroplani o la confusione allegra degli insetti. Lo immaginavi tu, che un giorno avresti volato?

 

Oggi è un giorno in cui non sei più bambino, ma a 16 anni cosa si è? Ibridi, esseri senza forma, non incasellabili in un’etichetta.

Non sei un bambino, non sei un uomo, ti dicono solo che hai 16 anni e questo ti deve bastare.

Non hai diritto d’opinione, non puoi votare, però puoi andare in moto. Se te la comprano. Il che non è pacifico. Potrebbe voler dire entrare in guerra. 

Non puoi piangere, certo che no, ormai ti spunta la barba, e chi ha la barba non piange! Eppure non è ancora ora di radersi, il rasoio morde la pelle tenera.

Gli ibridi non hanno una vita facile, le regole addosso stanno strette, non si adattano alla fantasia. Essendo ibridi, poi, non comprendono il linguaggio comune e non lo parlano. Non è ancora stato inventato un modo di comunicare con gli ibridi. Si parla ai sordomuti, ai defunti, ai delfini e agli scimpanzé, ma mica a un adolescente. Quelli, chi li capisce! Hanno il pensiero veloce e un cuore vuoto che vogliono disperatamente riempire. Di che cosa? Di chi?

Di amore, attenzione?... Che parole impronunciabili. 

 

Non capisci. Non ti capiscono. Nessuno capisce.

E intorno il nulla. Quella terra che attrae con la sua gravità maligna, ti tiene legato, t’impone passi da elefante mentre tu sei puro spirito. 

 

Regole, imposizioni, che palle! Tutti vantano dei diritti su di te, ma che ne sanno loro, se neppure parlate la stessa lingua? Che ne sanno di quel vuoto pneumatico intorno, del piombo ai piedi, della costrizione di vivere?  

 

Chissà se avevi mai pensato, ieri quand’eri piccolo, che un giorno avresti volato.

E chissà se te ne sei ricordato, oggi, quando hai legato la bicicletta al palo, ti sei arrampicato oltre la rete che proteggeva i fianchi del ponte e infine hai volato per davvero. 

 

Ti sei sentito farfalla? Un giovane dio onnipotente? Un falco? Una mosca insolente? Oppure sola aria? 

 

Sei stato veramente felice per un attimo, in quell’attimo, più che in una vita intera? Prima di accorgerti che il piombo era ancora su di te, addosso a te, e che inesorabilmente la terra maligna lo richiamava?

E cosa è stato per te quell’istante di consapevolezza, quando hai realizzato che l’abbraccio finale sarebbe stato violento, duro, cattivo?

Hai sorriso? In fondo era quello che volevi?

Hai chiamato la mamma, come il bimbo che ha paura del buio o di una marachella che ha combinato?

Hai cercato disperatamente di invertire il volo? Ma, aria nell’aria, sospinto dal vento tremendo e contrario della disperazione, non avresti potuto tornare indietro.

Hai avvertito un dolore immenso mentre ti schiantavi? O non hai fatto in tempo? 

 

Sai, i tuoi amici oggi ti chiamano eroe. Lui sì che ha avuto le palle, dicono. Lui sì che è stato coraggioso. E t’invidiano, per avere dato voce all’urlo silenzioso che covano in tanti. Ibridi senza forma, senza linguaggio, senza desideri o forse troppi, con un corpo ingombrante che non si sa dove mettere o cosa significhi.

Ma tu lo sai che non sei stato un eroe. Solo tu e Dio sapete cosa tu sia stato, oltre che a un ibrido incompreso. Di certo ora sei un angelo in più. Ora sì voli, e niente ti può più richiamare al suolo. 

 

Chissà chi o cosa saresti diventato da grande, visto che le metamorfosi sono il nostro destino.

Chissà se avresti riso un giorno di quella sera che dopo un litigio col genitore ti sei avviato verso il ponte in bicicletta e hai guardato giù, pensando, rabbioso, a come sarebbe stato bello dare a “lui” un grosso dispiacere, fargliela pagare così, col rimorso, mentre tu volavi e non ci pensavi più… ma poi hai voltato la bicicletta e sei tornato a casa, sconfitto. Vivo.

Secondo me, da grande, avresti sorriso di tenerezza a quel progetto incompiuto e avresti detto, ai nuovi ibridi disperati, che certi momenti poi passano, sono solo momenti, appunto, brevi, intensi, irripetibili e capitano a tutti.

E poi avresti assicurato loro, con una certa luce negli occhi, che la vita, dopo tutto, è bella.

silenziosamente concepito da Ramona 23:31:00 3 Commenti

20/02/2007

UCCIDERE IL FUTURO

Un angelo di sei mesi e una mamma cattiva.

Botte coltelli droga. 

 

Un cherubino di un anno appena.

Il coltello materno.  

 

Milioni di mamme senza bambini.

Provette donatori ovuli e semi. Rapimenti inganni.  

 

Milioni di bambini senza mamma.

Cassonetti sacchetti di plastica istituti.

 

Mamme nonne. Egoismo provette scrupoli zero.

Orfani piccoli, molto piccoli.  

 

Istituti, nazionali esteri. Orfani mondiali.

Leggi impossibili, pastoie burocratiche, beghe internazionali. 

 

Embrioni sepolti cristianamente.

Proteste italiane. 

 

Innocenze stuprate.

Bambole giochi perversi. Video come cinema. 

 

Bimbi e stenti, elemosina, angoli di strada,stanzini di miseria.

Cina, Filippine, Sudan, Bangladesh, Africa e Asia.

Bambini soldati mitra e bombe.

 

Ci stiamo suicidando. Uccidiamo il futuro innocente.

 

silenziosamente concepito da Ramona 20:08:00 2 Commenti

19/07/2006

CUORI SENZA FRONTIERE

ORE 23.00.

Yesser era stufo di studiare. Nella tiepida notte mediorientale mille aromi: profumo di fiori, di primavera, di vita. Tutto invogliava a uscire, a camminare fischiettando e ringraziando Allah per la sua grande e illuminata presenza. C’era gente per strada. Non si udiva sparare nel cuore di Gerusalemme; la paura poteva essere accantonata, almeno per quella sera. Yesser decise di raggiungere il bar e cercare qualche amico.

 

 ORE 23.00.

Mosheh piangeva in silenzio. Non era virile mostrare le lacrime in pubblico. Ora, solo nel letto d’ospedale, poteva dar sfogo al fiume amaro e salato represso da tanto tempo. Per compagnia, nient’altro che il brontolio dell’ossigeno; attraverso un sottile tubo trasparente gli soffiava nei polmoni l’alito vitale. Poco prima il ragazzo aveva appena superato l’ennesima crisi, ancora una volta per un soffio. Ogni volta era sempre più dura. Il dottore era stato esplicito. La salvezza consisteva solo ed esclusivamente in un trapianto di cuore. Dio di Abramo, Signore d’Israele, dove sei? Perché reclami la mia giovane vita? Ma soprattutto, perché la vuoi spegnere in questo modo? Più giusto, più santo sarebbe stato morire in una divisa mimetica con il fucile in mano. Morire da eroe, combattendo una guerra giusta, come la divisa di soldato imponeva. Morire nel tentativo di eliminare i cani musulmani dalla Terra Santa.

 

 ORE 23.30.

Yesser, seduto al tavolino del bar, sfidava la sorte. Era un grosso rischio per un palestinese trovarsi in una zona di frontiera come quella. Il piccolo quartiere era arabo, ma si trovava in mezzo a due insediamenti ebraici. Lì Yesser era di casa, ci aveva abitato da piccolo e aveva ancora delle amicizie. Presto sarebbero arrivati i suoi amici. Erano israeliti, certo, ma come lui erano ragazzi che credevano in un futuro diverso. Credevano che, sotto il cielo limpido della Palestina, quell’unico imparziale sole che illuminava le colline di Gerusalemme avrebbe scaldato un popolo eterogeneo, sì, ma amalgamato, perché tutti avrebbero vissuto in armonia.

Assorto nei suoi pensieri di libertà Yesser non badava al pericolo. Aveva sentito di un nuovo attentato a Tel Aviv. Un altro palestinese, appena sedicenne, figlio di un suo vicino di casa, si era fatto esplodere su uno scuolabus. Ancora morti, tanti, troppi. Ancora una volta bambini, i più innocenti, quelli che senza colpa pagano per l’odio dei padri. Fratelli contro fratelli, divisi da un confine invalicabile, fatto di antiche prevaricazioni, odio primitivo, una diversità religiosa forse solo apparente: chi poteva sostenere come cosa certa, difatti, che Dio e Allah non fossero la stessa cosa? In fondo, non si era tutti “a’nas”, cioè “umani”?

Yesser, come tutti gli altri, sognava che la terra in cui aveva visto la prima luce della sua vita, diventasse uno Stato vero, riconosciuto dagli altri Paesi. Non sapevano che farsene di uno Stato di carta. Se il sogno si fosse realizzato, tutte le nazioni avrebbero dovuto portare rispetto all’ultima nata. Anche Israele. Nell’ideale così apparentemente utopistico di Yesser i due Stati avrebbero vissuto fianco a fianco, in armonia, dividendosi equamente i luoghi sacri, le dolci colline, la buona terra. Quello che è giusto è giusto. La pace però, nel sogno, sarebbe stata raggiunta diplomaticamente. La guerra sarebbe stata dimenticata, o portata come esempio da non seguire, i cannoni avrebbero taciuto per sempre, la parola attentato sarebbe stata cancellata da tutti i vocabolari. Il sangue non avrebbe più bagnato la sacra polvere di quelle strade. Per questo stava studiando legge, voleva dare il proprio contributo pacifico, una volta laureato e gettatosi nella mischia politica. Gerusalemme, culla dell’umanità, non sarebbe stata divisa in tre spicchi, uno musulmano, uno ebreo, l’altro cristiano; non sarebbe stata contesa da tutti, fonte di odio e disordine, rivendicata da tre Padri crudeli ed egoisti. Gerusalemme sarebbe stata libera, senza alcuna frontiera politica o religiosa. Sarebbe diventata il simbolo dell’unità e dell’amore universale.

 

ORE 23.30.

Mosheh chiuse finalmente gli occhi. Sfinito. Il vecchio tiranno che aveva nel petto, esausto, aveva deciso di concedergli una proroga. Padre, sia fatta la tua volontà.

ORE 24.00.  

 

Yesser fissò negli occhi un ragazzino in moto. La gioventù di oggi scriverà la storia domani, pensò; questo ragazzino rappresenta il futuro, la speranza. Invece era la sua morte. Il ragazzino gli passò accanto, lo riconobbe per il nemico, leggendoglielo sul volto. Estrasse una pistola e mirò alla testa. Fuoco. Centro.

ORE 1.30.

Mosheh si svegliò fradicio, ansante. Un sogno. Il lampo di uno sparo davanti agli occhi, una fiammata, poi tutto rosso. Una mano tesa verso di lui, forte, bruna, giovane, proprio come la sua prima della malattia. Era un segno che sarebbe potuto tornare a combattere.

ORE 2.30.

Una famiglia piangeva un figlio, un fratello. Yesser giaceva immobile su un bianco lettino, irraggiungibile. L’ansare ritmico del respiratore automatico, le urla lamentose della madre, della sorella. Il padre, un pover’uomo invecchiato in un attimo, non aveva nemmeno il tempo di piangere il suo unico figlio maschio. Una dottoressa cortese, ma decisa, gli aveva spiegato. Yesser era morto. Il proiettile aveva devastato il cervello, quel giovane cervello così intelligente e ricco di ideali, che voleva unire le disuguaglianze con la sola forza delle parole. Quel cervello non c’era più. Ma c’era il cuore, che ancora batteva perché riceveva l’ossigeno meccanicamente. Un cuore che poteva salvare una vita. Si poteva avere il consenso per l’espianto? Poco tempo per decidere. Nel frattempo i dati dei tessuti del ragazzo morto erano già partiti per strade informatiche, nei computer del centro trapianti, alla ricerca di un possibile ricevente.

ORE 4.00.

 

Mosheh fu nuovamente svegliato, in quella convulsa notte insonne, da Leah, l’infermiera del turno notturno. Cosa gli stava dicendo... Forse c’era un donatore. Non doveva illudersi, ma poteva sperare e pregare.

ORE 4.15.

Il padre di Yesser fu informato che un candidato a ricevere il cuore si trovava in quello stesso ospedale. L’ultima spiaggia per un giovane; un giovane israeliano. Doverosa la precisazione. Ma il padre assomigliava al figlio, non aveva pregiudizi. Yesser sosteneva che si era tutti “a’nas”, e lui era d’accordo. Yesser sarebbe stato felice di salvare una vita, anche se ebrea, e il padre concordava anche in questo. Aveva già deciso. Però chiese e ottenne due cose: di avere la certezza che il Corano non vietasse questo scambio d’organo e la garanzia di seppellire il corpo entro il giorno successivo, come prescritto.

Gli esperti del Sacro Testo, interpellati in tutta fretta, ma con grande umiltà e franchezza, non ebbero dubbi, né dovettero consultarsi a lungo. Non era scritto che non si potesse donare qualcosa di sé ad un ebreo. Si poteva fare.

 Un ultimo sguardo. Addio, figlio. Qualcosa di te rimarrà ancora in questa vita.

ORE 8,30.

L’intervento era in pieno svolgimento. Per un attimo, lungo un’eternità, il chirurgo ebbe tra le mani, uno per parte, due cuori che avrebbero dovuto odiarsi. Erano perfettamente identici. Dal mondo esterno giungevano, di tanto in tanto, notizie di una sconfortante normalità. Un attentato, una ripicca. Due morti palestinesi per un morto ebreo. L’intifada araba, la repressione israeliana. Funerali e sangue. Frontiere chiuse dai posti di blocco. Frontiere figlie dell’odio. Città divise, barricate insormontabili che accecavano la ragione. Parole senza senso, in quell’attimo sospeso. L’uomo vestito di verde, nel silenzio della sala operatoria, contemplò emozionato quei cuori. Uno di essi si sarebbe fermato solo perché stanco, ma l’altro avrebbe compiuto ancora il proprio dovere. Anche in un petto “nemico”. Il chirurgo sospirò, superò il momento magico e continuò il suo piccolo, grande miracolo.

TRE GIORNI DOPO.

Forse era di nuovo notte, là fuori. Mosheh, dalla sala di terapia intensiva, riusciva a stento a contare il tempo. Non che gl’importasse. Era tutto tempo prezioso, guadagnato. Il suo nuovo cuore palestinese era forte, lo sentiva lavorare imperioso, desideroso di vita, e lui si gustava ogni battito. Ancora non riusciva a crederci. Per tutta la sua breve esistenza aveva odiato i “cani musulmani”. Grazie alla politica governativa aveva creduto che arruolarsi volontario nell’esercito avrebbe dato uno scopo alla vita. Distruggere il nemico, vendicare secoli di oppressione, era stato l’unico obiettivo che lo aveva fatto sentire vivo. Invece ora doveva ringraziare uno di loro se era ancora al mondo. Forse aveva sbagliato tutto. Forse gli avevano insegnato qualcosa di sbagliato.

 Ora un altro palestinese aveva trovato posto, un posto che già gli spettava, in quel nuovo cuore. Il padre del suo salvatore. Nel vederlo, con gli scuri occhi liquidi di lacrime inespresse dietro la maschera sterile, aveva provato l’impulso di prostrarsi ai suoi piedi e abbracciargli le ginocchia. Solo i cavi dei monitor e i tubi delle flebo lo avevano trattenuto. Ma quando il vecchio lo aveva ringraziato per aver accolto il cuore del figlio, era esploso il pianto liberatorio. Non pensava più a mostrarsi virile. Si sentiva piccolo e immeritevole di un dono così grande. Aveva tante cose da dire a quel sant’uomo, ma le parole gli si affollavano alla bocca precipitose e s’impedivano a vicenda. Ora piangeva anche il vecchio, stretto a lui, lacrime arabe mescolate a lacrime ebree, identiche.

Aveva ragione Yesser, aveva ragione suo padre e adesso lo sa anche Mosheh: siamo “a’nas”, siamo umani. Tutti.

 

 

 

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 17:17:00 2 Commenti

02/04/2006

MI CHIAMO TOMMASO

Mi chiamo Tommaso e ho 18 mesi. Non avrò altra età che questa.

Mi chiamo Tommaso e ho riccioli d’oro e occhi di cielo. Come gli angeli. Questi occhi hanno una colpa, quella di piangere perché non vedono più la mamma, così che hanno fatto arrabbiare gli uomini cattivi.

Mi chiamo Tommaso e sono un bambino. Gli uomini non si sono accorti che sono un bambino. Pensano che io sia uno dei miei bambolotti. Forse era un bambolotto che volevano.

Mi chiamo Tommaso, so dire mamma e papà e da poco ho cominciato a camminare. Volevo esplorare il mondo, che mi sembrava così fantastico. Non saprò mai com’è fatto questo mondo.

Mi chiamo Tommaso e so fare una magia. Ogni tanto la mia mente cancella le cose brutte. Si spegne, come quando spegni la luce, facendo click e basta. Non lo so cosa succede quando la luce è spenta. Ma quando si riaccende va tutto bene. Mi danno lo sciroppo perché ciò non accada, ma sai, non è così tremendo. Certe cose sì, sono davvero brutte. Sono un bambino e ho la facoltà di non vederle. Facendo click, ogni tanto.

Mi chiamo Tommaso e sono tanto malato. Quei signori che mi hanno portato via, di sera, forse volevano portarmi dal dottore. Ma la mia mamma non c’era più e i miei occhi piangevano. Faceva freddo ed era buio. Sono un bambino, volevo dire a quei signori. Ma loro credevano di avere in mano un bambolotto e i bambolotti non piangono. Oppure piangono il tempo che dura la carica della pila. La mia pila non si esauriva, le lacrime nemmeno. Quei signori hanno trovato un interruttore diverso dal mio, ma mi hanno fatto fare click pure loro. Solo che ora io non sono più capace di riaccenderlo.

Mi chiamo Tommaso e sono qui da giorni, in riva al fiume, in compagnia di animali che vengono, mi annusano e se ne vanno. Loro si sono accorti che sono un bambino.

Mi chiamo Tommaso e sono di fronte a un Signore con la barba bianca. Signore, dicono che tu sei il papà di tutti e mi hai fatto entrare qui insieme al mio angioletto, che piange più di me perché lui voleva giocare ancora a lungo con me. Signore, se tu sei il mio papà, e adesso mi tieni fra le tue braccia, sei anche il papà di quegli uomini che credevo volessero portarmi dal dottore? Ma se tu sei buono, perché loro non lo sono? Dovresti dirgli, Signore, che i bambini piangono perché non sanno ancora parlare. Che i bambini vogliono stare con la mamma, e che hanno paura del freddo e del buio. Che i bambini vogliono diventare grandi anche loro, mangiando tanta pappa ma anche godendo di molte carezze. Che i bambini vogliono vedere i cartoni animati e hanno bisogno del ciucciotto. Che i bambini non si toccano perchè sono il futuro di tutti.

Signore, se gli dici questo, tu che sei buono, forse loro non faranno più quelle cose brutte e non spegneranno più gli interruttori ad altri bambini. E se gli spieghi tutto per bene, magari io la prossima volta torno e finalmente divento grande.

Intanto sto qua con te. Non so perché mi hai chiamato. Ma a parte che non c’è la mia mamma, sento che tu mi vuoi bene.

Mi chiamo Tommaso, ero un bambino. Ora sono davvero un angelo.

silenziosamente concepito da Ramona 09:28:00 Commenta:

02/01/2006

A SEBASTIANO

Eri venuto per divertirti. Con la fresca energia dei tuoi pochi anni, non riuscivi a stare fermo in macchina, allegro, eccitato. La scuola un ricordo lontano, i compiti qualcosa di astratto di là da venire.

Ci sarà la neve lassù, diceva il papà. Ci divertiremo, andremo a sciare con lo zio e i cuginetti. A mezzanotte accenderemo i botti, vedrai che meraviglia. Poi chiameremo la mamma, a casa, le faremo gli auguri, e dopo a nanna. Ché sei ancora piccolo, non puoi fare troppo tardi. Ma domani, sì, domani di nuovo sulle piste e ci sarà il sole che incendierà la neve e ti colorerà le guance. Una cioccolata calda, un pupazzo con una carota per naso e il cappello dello zio in testa, e prendersi a palle di neve…

Il tuo papà è un po’ bambino anche lui.

Guarda quante cose ti aveva promesso.

E ci credeva, perché anche per lui doveva essere una vacanza speciale. Un momento di riflessione e di relax, ma anche di divertimento puerile, perché no? Perché negarselo, quando la vita ti concede con una mano e ti toglie con l’altra?

Ma questi sono discorsi fumosi, da grandi, incomprensibili per un bimbo di sei anni. Un bimbo che però sa contare, conosce i giorni della settimana e sa quando la bianca avventura deve finire.

Una settimana di vacanza, anche meno, poi tutto sarebbe tornato come prima. All’arrivo della Befana, caro il mio piccolo, dovevi trovarti nel tuo lettino di tutto l’anno, se no lei non ti avrebbe trovato. E non si può fare aspettare la vecchina amica dei bambini, né la si può fare ammattire mandandola in cerca di te che sei chissà dove. Un po’ di rispetto per gli anziani, perdinci!

La calza è appesa al caminetto di un’abitazione accogliente e calda di vita, non a quello di una casa vuota che vive solo per pochi giorni.

Il caminetto….

Forse il caminetto si è offeso per questo sgarbo. Forse anche il vecchio caminetto della casa di vacanza avrebbe voluto, per una volta, agghindarsi con la calza per la Befana e conoscere la vecchia e  la sua scopa volante. Altrimenti perché avrebbe dovuto diventare così cattivo?…

Tu e i fratelli, i cugini, il papà e lo zio avete atteso la mezzanotte, come fa tutto il mondo in questa notte speciale che è l’ultima di un anno moribondo. Avete acceso i botti, quelli buoni, quelli che non fanno paura. E la tua bocca era un tondo O di meraviglia, e nei tuoi occhi  le stesse scintille dei fuochi. Il cielo di Cortina era tutto dipinto, la neve si tingeva di mille colori. Un po’ di puzza di polvere da sparo, nell’aria, il mite prezzo da pagare per uno spettacolo incantato. E tu ridevi, piccolo, e battevi le mani, fra i fiocchi di neve, e dicevi al papà: anch’io, fammi provare!  Ma il papà non ti faceva provare, perché sei troppo piccolo. Cresci ancora un po’, mangia pastasciutta che diventi grande, poi ne riparliamo.

Tutti ridevano, gli adulti con una bottiglia in mano, i figli masticando il panettone .

Poi l’ora di andare a dormire, sotto le palpebre ancora le luci, i colori, sulle labbra un sorriso insieme allo sbadiglio, a conclusione di una giornata bella ma faticosa. I tuoi pensieri ingenui, bimbo, non arrivano al di là del domani. Non possono fare previsioni per il futuro, né bilanci per il passato, come si fa di solito a Capodanno. Tu sei stanco, eccitato, ma domani ti aspetta la pista. Buonanotte a tutti, papà, zio. A tutti un bacio.

Il caminetto non regge a tanta gioia. Felice di scaldare i cuori e i corpi, irritato che la cosa sarebbe durata così poco, voglioso di conoscere la Befana. Un rutto trattenuto, una favilla vomitata, mal digerita, sputata sul vecchio tappeto. Il quale non si fa pregare e si sacrifica, in una notte di freddo e neve, per portare calore. Un calore eccessivo, esagerato. Mortale. Brucia, il tappeto, in un attimo. Gli oggetti intorno vengono contagiati, le pareti stesse, di legno montano, arrossiscono, ardono, si distruggono. Qualcosa però non arde come dovrebbe. Qualcosa si consuma lentamente ed emana gas venefico. E d’improvviso è fumo. Nero. Acre. Tossico.

Fumo che sveglia di colpo adulti e bambini, getta ognuno nel panico. Semina terrore e morte. Chi si butta dalla finestra si salva. Ma questo è un atto che solo un adulto che in quel momento pensa per sé e alla propria vita può fare. Un papà porta fuori il figlio, e le fiamme gli sbarrano un nuovo accesso, gli lambisce il volto e le mani e le urla muoiono nella sua gola impotente. Un bambino sviene fra due lettini, lo tirano fuori, lo salvano per miracolo, respirazione bocca a bocca, ma il suo calvario ancora non è concluso: transita in un letto di rianimazione.

Altri sono feriti, intossicati, ma tu dove sei, piccolo? Dove ti sei nascosto?

Tu sei terrorizzato, non capisci cosa sta succedendo, tossisci. Scappi in bagno, alla cieca, la prima porta che trovi aperta. Ti rannicchi sul pavimento, forse hai il tuo orsetto con te. Non pensi più a domani, perché il domani non ti vuole. Nel bagno non ci sono finestre, è una trappola per topi e tu sei così piccino, così accoccolato, che il gas ti raggiunge e ti abbraccia. Tu chiami papà, chiami mamma, piangi, e poi ti addormenti.

La tua vacanza è finita qui, piccolo Sebastiano. A 6 anni. La Befana non ti troverà a casa, la calza rimarrà vuota. Il 2006 sarà solo una data tragica per chi ti ricorderà. Tu, col tuo orsacchiotto e la tua anima pura, per ogni Capodanno che verrà, sarai fuoco nei fuochi, tra le stelle del cielo, fredde e indifferenti come la neve .

silenziosamente concepito da Ramona 20:45:00 6 Commenti

13/11/2005

TU-TUM TU-TUM

Non era così che doveva andare.

Fin dall’inizio ho avuto coscienza di me. Non sapevo com’ero fatta, quale fosse il mio aspetto visibile, ma sapevo, di certo, che c’ero. Esistevo. Vivevo in un mondo acquatico, scuro ma rassicurante. Vivevo al ritmo dato da un suono a due toni: TU-TUM, TU-TUM.

Mi ha fatto da subito così tanta compagnia, quel rumore, che davo per scontato che senza non avrei potuto vivere. Quel suono scandiva il mio tempo, perché io il tempo non lo conoscevo e ne ignoravo il trascorrere inesorabile.

Un po’ alla volta crescevo, mi formavo e TU-TUM, TU-TUM, il suono era sempre lì.

Poi mi sono accorta che anche dentro me qualcosa faceva TU-TUM, anche se a un ritmo più veloce.

Nuotavo nell’oscurità, legata ad un cordone, e danzavo, piroettavo, ascoltandone la musica. Poi sono diventata troppo grande e non ho potuto più muovermi molto. Ma crescendo ho capito che a dettare i tempi della danza erano due cuori, il mio e quello della mia mamma.

TU-TUM, ecco, una capriola.

TU-TUM, mi metto un dito in bocca, perché ho scoperto di avere le mani e una bocca. Ho scoperto anche di essere femmina. Non so chi me lo abbia detto e cosa voglia dire. Lo so.

Adesso ascolto la voce della mamma e quella del mondo oltre l’oscurità. Sento voci più acute, e so che sono voci di bimbi. Ridono. Chissà perché. Voglio sapere perché si ride. Voglio vedere qual è il gioco che fa ridere i bambini. Io nel frattempo posso solo sorridere, ma  capisco che non è la stessa cosa. La risata è il contatto della voce con l’aria, è qualcosa di contagioso, di rumoroso, che ti fa venire la voglia di ridere ancora e ancora. Parte dal cuore, attraversa la gola, esce e ti fa sentire sereno. E io non vedo l’ora di uscire di qui per provarla. Sì, qui sto bene, ma io ho fame di conoscere la vita oltre questo buio, di capire perché i bambini sono così felici, perché ridono. Voglio sentire il suono della mia risata che fuoriesce dalla strozza e dai polmoni. Sarò una bimba sempre allegra, io.

Provo a spingere, voglio uscire…

TU-TUM, TU-TUM, TU-TUM. Il cuore di mamma accelera, ma queste pareti ancora non si aprono. Credo che sia ancora presto. Tanto so che di qui uscirò, devo avere un po’ di pazienza. Poi vedrò i colori, respirerò aria e riderò. Starò comoda tra le braccia di mamma e sorriderò.

TU- TUM, TU-TUM, TU- TUM…

 

Qui si agita tutto attorno a me. Non c’è più l’acqua, non galleggio più, lo spazio si è ristretto. Il mondo mi si contrae addosso e spinge, spinge… mi spinge fuori.

Ho gli occhi chiusi, vado alla cieca, seguo un percorso già stabilito. Dolore? Non so cosa sia. Però... TU-TUM, TU-TUM, il ritmo di mamma sembra impazzito, come il mio. La nostra musica batte lo stesso tempo, sembra una cosa sola. Non ho paura, le ondate mi prendono, mi accarezzano e mi sospingono. Tra poco riderò, mamma, e i cuori rallenteranno e si allargheranno.

TU-TUM… TU-TUM

 

Sono fuori? Credo di sì. Apro gli occhi, non vedo molto, mi par quasi di stare ancora nell’acqua. Che strano, piango invece di ridere, ma io voglio dire a tutti che sono viva e felice, che voglio gioire e scherzare come gli altri bambini, quelli che sentivo da dentro la pancia della mamma.

Due mani mi afferrano, mi schiacciano sul torace. Mi manca il fiato, quel soffio che avevo appena incontrato per la prima volta,  pochi attimi fa. Pochi respiri fa.

TU-TUM, TU-TUM, TU-TUM, TU-TUM…

 

Il ritmo ora è uno solo, frenetico. Mamma dove sei, non ti sento più…  mamma, non respiro, non ti vedo…

Di nuovo l’acqua, ma … è calda, troppo!! La pelle mi brucia. Toglietemi di qua, io non sono più il pesciolino di prima, io ho bisogno dell’aria. L’acqua, questo liquido bollente, mi uccide…Mi fate male… Non respiro… io… volevo solo ridere…

TU…TUM.  TU…

 

 

 

 

 

Dedicato alla piccola anima uccisa alla nascita, affogata nell’acqua bollente, schiacciata da un peso malvagio e disumano, e infine gettata nella spazzatura. Come un micino indesiderato. Come una bambola rotta. Senza nome, senza amore, senza  una risata.

silenziosamente concepito da Ramona 14:18:00 Commenta:

02/06/2005

RISPOSTE SUL REFERNDUM

Chiedo scusa, ma per qualche problema non mi riesce di rispondere su due post fa a coloro che gentilmente hanno voluto lasciarmi la loro opinione a quanto dicevo sul referendum. Lo faccio qui.

PER KICIE:

Ti ringrazio per la tua lucida analisi. Forse non è sembrato, ma io rispetto democraticamente chi sceglierà di votare NO. Ho un'amica cui è stata preclusa la possibilità di diventare madre a causa di questa legge, e quando ormai aveva quasi concluso e sopportato coraggiosamente tutti gli esami necessari. Sai cos'ha fatto? Ha scelto l'adozione. Sono due anni che corre da un colloquio all'altro e ormai ha anche oltrepassato la soglia dei 40 anni. Nonostante tutto il suo amore e la sua buona volontà sta cominciando a scoraggiarsi. Perchè non si fa qualcosa di più per facilitare le adozioni? Perchè ci si deve limitare ad una sola, discutibile strada?

Sul fatto che l'embrione senta o meno, che sia una persona o meno, si discute da una vita a livelli molto più alti dei nostri. E' una di quelle cose dal risvolto etico e morale che non potendo essere provata per certa in un senso o nell'altro è affidata alle convinzioni personali. E la mia convinzione, personale, è che quel grumetto di cellule sia una persona. Quando è la natura a selezionare, OK, sono cose previste, accade anche agli animali. Quando è l'uomo a selezionare la sua stessa prole, a conservarla in frigorifero, o in altri casi, a selezionare i suoi stessi simili, be', scusami, ma mi vengono i brividi. In base a cosa, in nome di cosa sceglie?

E poi non credere che io non viva la sofferenza umana. Lavoro in ospedale, ho visto soffrire e morire bambini, giovani e anziani. Ho visto a cosa portano certe malattie, le ho vissute e le vivo come se fossi io l'interessata. Ma siamo esseri così intelligenti, perchè non cerchiamo qualche altra alternativa?

Comunque, ripeto, io cerco di non cristallizzarmi sulle mie opinioni, come dici tu. Perchè magari fra un po' ci sarò io su quel lettino a maledire una legge che non ha consentito le sperimentazioni sugli embrioni. Tuttavia, nonostante questa possibilità, non posso impedirmi di avere un'opinione contraria. E' un'opinione, senza pretese, ma è la mia. Ti sono vicina  per tua esperienza così simile alla mia. Io quando ho perso il mio secondo "bambino" (e non embrione), nemmeno sapevo di essere incinta. Un doppio trauma. Un saluto con amicizia.

PER MAURO: Grazie anche a te per il tuo intervento, ma rileggi bene il mio post: non ho mai considerato i bambini in provetta o creati in laboratorio dei mostri. Ho esperienze vicine a me e quello che vedo sono bambini a tutti gli effetti, e ammiro chi li ha cercati con tanta costanza e amore. Io li considero bambini dal primo momento, è per questo che non accetto facilmente l'eventualità di farne oggetto di sperimentazione. Perdonami, sarò all'antica, ma è così. E sono arrivata a queste conclusioni, come avrai letto, sulla base di traumi personali che non mi hanno comunque impedito d'interrogare la mia coscienza. Sono felice per chi è riuscito ad avere figli grazie alla scienza, e io stessa ho tentato fino a che me la sono sentita, ma credo che sia giusto imporre dei limiti, alla scienza stessa. E la nostra libertà, si dice, termina dove comincia la libertà degli altri. L'embrione non può tutelare la propria libertà da solo, è inumano decidere per lui a sue spese. Ma, lo dico anche a te, è una mia piccola opinione, espressa in punta di piedi. Un caro saluto. Ti ho risposto anche dall'altra parte. Ciao.

silenziosamente concepito da Ramona 13:05:00 2 Commenti

26/05/2005

A PROPOSITO DI REFERENDUM

E va bene, ora dico la mia. Ho tentato in tutti i modi di starmene lontano, di non crearmi opinioni, di non parlarne, di fingere che il problema non esistesse né mi riguardasse. Mi arrendo, non è così. La faccenda mi riguarda, come riguarda tutti, anche chi non lo crede, perché c’è di mezzo un argomento spinoso, terribile e meraviglioso. Il diritto alla vita.

Ovviamente mi riferisco alla questione dei referendum sulla procreazione assistita. Giuro, ho cercato davvero di non interessarmene, ho provato a far finta di niente, a innalzare un muro di filo spinato intorno al centro della mia anima per proteggerla, ma questa non vuole tacere, non vuole chiudere gli occhi.

E allora parlo anch’io. C’è libertà di pensiero e di parola, no?, quindi parlo anch’io. E con cognizione di causa.

Io sono una mamma mancata. I miei due frugoletti, indecisi fin da subito se era proprio il caso di venire a conoscermi, hanno infine scelto di restare dov’erano. Probabilmente questo mondo difficile, usa e getta, in cui il sentimento è una perla troppo rara, è sembrato loro che non meritasse di essere visitato. Troppo faticoso. O forse hanno pensato: questa qui non ci sembra possa essere una buona mamma, forse non conosce neanche una ninna nanna… Chissà. Di fatto si sono affacciati nel mio ventre solo per farmi vedere che loro c’erano e che ci avevano provato, ma non ce l’hanno fatta a restare. Per un motivo X qualunque, sono tornati nel limbo degli angeli, cullati dalla musica del Paradiso.

Quello che ho fatto io, oltre a piangere e disperarmi, oltre a chiedermi perché era accaduto proprio a me, è stato di seguire l’iter di tutti. Visite specialistiche con medici freddi e impersonali, quando non maleducati, e interventi chirurgici dolorosi e inutili. L’amore programmato nel tempo, nelle posizioni, nella frequenza; quasi quasi anche con l’orologio in mano, oltre che con il calendario. Esami che poco hanno di dignitoso, che ti violentano nella tua sfera più intima, e più ti mettono alla ribalta quanto più tu vorresti nascondere il tuo privato.

Tutto perché in un grumetto di sangue perso sul lettino del dottore tu hai visto tuo figlio. Quello che poteva diventare tuo figlio. E non ti rassegni all’idea che è toccato proprio a te, perchè anche tu hai “diritto” come tutte le donne a diventare madre. Perciò accetti di tutto. Dai consigli più strampalati ma sinceri del tipo: “Prova a farlo nel mare, l’acqua salata aiuta…”, come se fosse facile mettere in pratica una cosa del genere sulle nostre spiagge, oggi… Alle opinioni più professionali, che ti rimandano di specialista in specialista e ti alleggeriscono sempre più il portafoglio, perché anche una semplice chiacchierata (in genere fredda, poco comprensiva e sbrigativa) ti può costare un capitale, se il nome è di grido.

Tu ci provi, sì, perché è un tuo diritto.

Però deve venire un momento in cui dire basta. Un momento, come è successo a me, in cui ti propongono la FIVET come unica soluzione ai tuoi problemi. Pagando, s’intende. Con il 25% di probabilità di riuscita a ogni tentativo. Ciò significa che devi mettere in conto almeno 4 tentativi. Se poi ci aggiungi un ulteriore intervento chirurgico, l’ennesimo, sempre a pagamento, quando già altri ti hanno detto che sarebbe stato rischioso, ecco che ti ritrovi a fare due conti:

1)  devi accendere un mutuo se ti vuoi buttare nell’impresa

2)      scopri, ma nessuno te lo dice chiaro, che puoi rischiare la pelle, o quanto meno una menomazione irreparabile

3)      il tutto senza alcuna garanzia di successo

I miei bambini non nati mi hanno detto in un orecchio: mamma, lascia perdere, qui stiamo bene. Pensa a te.

E ho lasciato perdere.

Ho pensato a me e alla mia vita che è comunque piena di affetti.

Ho accettato che essere senza figli non è una malattia.

Ho accettato che il mio ruolo nel mondo può essere qualcosa di diverso da quello di madre.

Sto ancora cercando di accettare il fatto che nel mondo civile capiti ancora di vedere neonati, abbandonati alla nascita nei posti più impensati, che si giocano la sopravvivenza per la colpa o l’ignoranza degli altri; mi costa ancora fatica non reputarla un’ingiustizia, dirmi potevano venire da me, nel mio nido, dove avrebbero potuto trovare solo amore. 

E non riesco, questo no, ad accettare i tanti bambini uccisi o seviziati da “madri” che non hanno saputo o potuto riconoscere la fortuna di essere madri. Vogliamo ricordare la cronaca di Lecco delle ultime ore?… Non voglio condannare, ma permettetemi di pensarla come un’ulteriore ingiustizia.

Con ciò, senza dilungarmi oltre su cose che mi costa fatica esprimere in un luogo pubblico, credo di avere spiegato i motivi per cui parlo con cognizione di causa.

Nonostante questa mia esperienza, però, io dico NO.

NO al voler essere genitori a tutti i costi, oltrepassando i confini naturali dell’amore per sconfinare in quelli dell’egoismo. Avere un figlio non è l’unico scopo della nostra esistenza. In natura è previsto che ci siano coppie estremamente fertili e altre sterili: le une compensano le altre. Accettiamolo. Il sole sorge tutti i giorni ugualmente.

NO quindi a metodiche innaturali, da produzione in serie: la fabbrica dei figli è un concetto che mi fa rabbrividire. Produrre embrioni a cottimo come fossero bulloni (1, 2, 3, 10, fa lo stesso, meglio se sono di più, caso mai poi li congeliamo, come le bistecche), selezionare i migliori, magari testarli (vedi com’è il Dna, se sono difettosi li buttiamo), impiantarli in loco e aspettare che la macchina entri in funzione. Non sono bulloni, Dio Santo: sono bambini!! Sono l’idea di un bambino, la promessa di un bambino, che una volta avviata si trasformerà in due occhioni grandi, un sorriso sdentato, un primo vagito, un primo giorno di scuola e così via. Sfido chiunque a dimostrare che non ci sia l’anima in quelle provette. In quel coagulo rosso sul bianco lettino del medico io ci ho visto un bambino: ho pianto un bambino che non è nato, non un’insieme di cellule. Non potrei accettare né una selezione o un’offerta 3+1 da supermercato né il congelamento e la conservazione dei miei bambini in un qualsiasi scomparto del ghiaccio. Non parliamo poi di distruzione degli embrioni in eccesso: non era Hitler quello che selezionava ed eliminava a sua discrezione con stragi di massa?

NO, tanto meno, alla sperimentazione sugli embrioni. Alzi la mano chi permetterebbe alla scienza di fare esperimenti sul proprio figlio già nato. L’embrione, la cellula che si forma dall’incontro di due cellule madri, è  un bambino: un potenziale bambino, uno che sarà un bambino, e poi un adulto, a tutti gli effetti. Dicono che la scienza non va fermata, non può essere fermata. Vero, ma può essere indirizzata diversamente quando intraprende una strada sbagliata. Per tornare all’esempio di prima, erano forse leciti gli esperimenti dei nazisti nei lager? E se la fantasia di una scrittrice potesse diventare realtà, sarebbe lecito adoperare pezzi di uomini diversi, unirli e dar vita, arbitrariamente, a creature mostruose come Frankstein? La scienza deve rispettare la vita, riconoscere i limiti dell’uomo, il quale non può paragonarsi a un Dio che forse c’è o forse no, ma che comunque dimostra di saperne più di noi, che invece tante cose non sappiamo spiegare. La scienza può e deve intraprendere altre strade, senza pregiudizi che non siano quelli morali e senza cedere agli interessi economici più a portata di mano. Anche qui parlo con cognizione di causa: non vivo nel paese delle fate, lavoro in ambiente medico sanitario, ho l’abitudine alla razionalità.

Di mio ci aggiungo anche un NO ai complicati, per non dire tortuosi, interminabili iter per le adozioni, che scoraggiano potenziali genitori pronti a donare il cuore anziché invogliarli a compiere un atto d’amore. NO anche alle spese eccessive delle associazioni per le adozioni, che richiedono un mucchio di soldi per “adottare” un bimbo straniero. Roba da accendere un altro mutuo.

Bene, le mie opinioni sono solo opinioni, non voglio fare della demagogia, non ne sono capace. Il mio pensiero, espresso come sempre “in punta di piedi”, lascia il tempo che trova, non cambierà la vita a nessuno e non vuole influenzare nessuno. Anzi, non voleva nemmeno uscire dai circuiti cerebrali in cui era rinchiuso…

Il giorno del referendum non sarò a casa per poter votare, sarò dunque un’astensionista forzata. Ma la mia assenza equivale al voto che darei. La legge attuale è forse carente in molte cose, può essere perfezionata, ma ha una cosa di buono: cerca in qualche modo di tutelare il diritto di un insieme di cellule a chiamarsi bambino.  Perchè amare vuol dire anche questo.

silenziosamente concepito da Ramona 20:18:00 8 Commenti
Archivi
Ultimi Post
L'ULTIMO SABATO DEL DOTTORE
UN FIORE PER TE, BAMBINO
IBRIDI VOLANTI
UCCIDERE IL FUTURO
CUORI SENZA FRONTIERE
MI CHIAMO TOMMASO
A SEBASTIANO
TU-TUM TU-TUM
RISPOSTE SUL REFERNDUM
A PROPOSITO DI REFERENDUM
CIAO KAROL
Links

categorie
a volte sono anche qui...
... e qui ci lavoro!
alcuni racconti in rete
Il dono delle fate (vibrisse bollettino) L'emigrante (La gente d'Italia) Lecce (vibrisse bollettino) La valigia (Latribunaonline) Gemelle (bombasicilia) Chiara, l'alieno (LPELS) Oro (LPELS) L'agnello (nella raccolta Si sta come a Natale-Edizioni Vibrisselibri) Patate fritte (LPELS)
simpatie nel web
nicola pasa cielolibero fabio letterario shamanic mimmo rapisarda ilse
Diffondi i contenuti (XML)
Diffondi i contenuti (RSS)
Powered by