29/10/2009

GUARDARE, E NON VEDERE, UN CORPO

La signora parla e mi racconta la sua storia, così travagliata. Io l’ascolto un po’ per dovere, visto che lei entra oggi nel mio reparto e alcune domande sono la prassi per inquadrare la situazione. E un po’ l’ascolto perché ogni persona è una vicenda a sé, un’avventura unica al mondo, simile a tante altre ma mai identica.
La mia nuova paziente ha poco più di una sessantina d’anni e da  quasi venti lotta con il cancro. Gli ha sacrificato una parte di sé, quando ancora la mastectomia totale era obbligatoria e senza rimedio. Oggi invece la donna non perde i pezzi quando affronta la stessa sorte, quello che le viene tolto le viene poi ricostruito, perchè non perda dignità e autostima e soprattutto speranza.
Ma allora usava così, e la signora racconta serenamente la propria odissea.

La chemioterapia, poi la recidiva, poi la complicazione del catetere per la chemio rotto (“mai successo prima, signorina, mai!”), la cardiopatia che consegue alla terapia (lei non dice proprio così, parla di scompensi di cuore, ma io so perché li ha avuti, gli scompensi).
E ora di nuovo un nuovo ciclo e un nuovo scompenso.
Non mi rivela perché sta facendo un altro ciclo di terapie, quasi volesse ignorarlo per prima, ma anche questo mi è facile ricavarlo dalla documentazione.
Metastasi.

Scaccio anch’io per un po’ questo pensiero e vado avanti.
Raccolgo dati, eseguo un prelievo, misuro la pressione, rassicuro, sorrido, faccio un elettrocardiogramma.

Faccio un elettrocardiogramma.

È il giorno dopo, ritorno dalla stessa signora, che mi saluta, contenta di rivedere me e la mia gentilezza. Le devo fare un nuovo elettrocardiogramma.
Lei si prepara e continua a sorridere tranquilla, nascondendo l’ansia.
Quando alza la maglia vedo lo scempio del suo corpo: là dove una volta c’era il simbolo del suo essere donna, ora c’è una lunga cicatrice e il vuoto.
E di colpo mi sento male.

Perché io ieri questo orrore non l’ho visto! Io che ho fatto l’elettrocardiogramma allo stesso modo di sempre, così come lo sto facendo ora, io che ho avuto sotto gli occhi lo stesso corpo, la stessa superficie di pelle, io che sapevo quella storia, che la stavo ascoltando in diretta, io questa cicatrice, questo vuoto, non li ho visti.

Non riesco a capacitarmi. È come se vedessi la nudità offesa di questa donna per la prima volta. Ma non è la prima volta, l’ho vista anche ieri, perché ora mi appare come nuova?
Non è una mancanza di memoria, dato che ricordo tutto di ieri.
È una mancanza di attenzione.
E questo mi spaventa.

Ne ho visti a decine di corpi come questo. Mi sono forse assuefatta? Tanto da non notarli più quando mi capitano sotto le mani? Neppure quando li maneggio?
Non mi era mai capitato finora.
Sono forse stanca?

Ho ascoltato dalla voce della donna il calvario che ha attraversato, ma la mia mente in contemporanea  non ha registrato il messaggio che stava ricevendo dagli occhi.
La mia mente, in realtà, viaggiava nel tempo e seguiva di persona le tappe pregresse della sofferenza.
Di questa storia non ho dimenticato niente, ogni particolare mi ha scavato dentro. Ho solo dimenticato di “vedere” il corpo vivo davanti a me. Un corpo di sangue e carne che parlava con il suo solo esserci, senza parole inutili.

Mi chiedo perché è successo.
Forse mi sono troppo immedesimata e ho perso il contatto con la realtà oggettiva, inseguendo invece il dolore del ricordo.
Non lo so.
Voglio solo sperare che non sia perché mi sono abituata agli orrori. Non ci si può abituare alla sofferenza, non si deve, neppure quando la si incontra tutti i giorni.

La signora tossisce, sorride, allontana da sé lo spettro che da vent’anni l’assilla, è rassegnata alla lotta anche se non vuole sapere contro cosa combatte, cerca una rassicurazione.
Io guardo la sua cicatrice e la “vedo”.
Vedo anche la storia futura, quella che avverrà, quello che nessuno mi ha raccontato, ma che è dentro ogni singola cellula di questo corpo ignorato.
Ho un nodo in gola, ma sorrido anche io.

Ci sono, sono presente, connessa e operativa.
silenziosamente concepito da Ramona 20:43:00 Commenta:

25/08/2009

CIAO, ANGELI DELLE DOLOMITI

Ho sempre odiato andare a funerali. La tristezza, il dolore, le lacrime, il senso di perdita, sono cose che ho cominciato a conoscere troppo presto. E non c’è preghiera, purtroppo, che lenisce la sofferenza, quando chi hai amato non c’è più. Solo il tempo e lo scorrere naturale della vita ti aiutano a fartene una ragione.

Odio i funerali.
Ma a questo funerale speciale ho voluto fortemente andare. Volevo salutare di persona Fabrizio, Marco, Dario e Stefano. Volevo esserci.

Piazza del Duomo è gremita fino all’inverosimile. La chiesa è già strapiena almeno due ore prima della funzione. Trovo per una sorta di miracolo un parcheggio su un’aiuola; nessuno, oggi, mi multerà. Sì è già messa in moto la macchina per garantire viabilità e parcheggi alla folla delle grandi occasioni di una piccola città senza troppi spazi.
È una grande occasione oggi.
È lutto provinciale, una condizione che non è nemmeno prevista dalla legge, creata ad hoc. Perché il cuore di tutta la gente di questa parte delle Dolomiti è in lutto, è ferito, ha perso quattro figli.
La fatalità ha voluto che quattro uomini giovani perdessero la vita con il loro elicottero mentre si accertavano di non avere altre vite da porre in salvo, dopo una frana gigantesca ai piedi del monte Cristallo. Niente altro che la fatalità è la colpevole, perché loro erano tutti molto esperti, prudenti, generosi.
La gente bellunese non ha parole per descrivere il dolore, è gente di montagna che parla poco. Parla meglio con i fatti.

Ed eccola qua, tutti vogliono esserci, come me. Quei quattro giovani volti che in questi giorni hanno imparato a conoscere e ad amare, in realtà pochi li avevano visti o conosciuti dal vero. Erano presenze senza volto ma con le ali, le ali di Falco, l’elicottero morto insieme a loro. Lui sì si vedeva e si sentiva quando passava, e si sapeva che qualcuno là dentro c’era, ma chi mai poteva vederli in faccia, a quelle altezze?
Io conoscevo almeno uno dei quattro. Il medico che tante volte ci ha portato pazienti da ricoverare o prelevato pazienti da trasferire in altri ospedali. E chi se lo dimentica, quel bel viso?

Entro nella piazza ed è un’esplosione di colori. Tantissimi i fiori, e poi le divise, tante, colorate. Sono le divise fluorescenti gialle, arancione o rosse del personale di soccorso: il 118, i volontari soccorritori, la protezione civile, il soccorso alpino: vengono da ogni provincia, quasi da ogni parte d’Italia e forse anche dall’estero.
E i vigili del fuoco, polizia e carabinieri, e la polizia municipale, che vegliano sulla sicurezza oltre che a esserci fisicamente e in spirito in un momento di solidale tristezza.
Ci sono le fasce colorate dei sindaci e i vestiti blu e le cravatte dell’uomo di potere. Riconosco Rosy Bindi, vice presidente della Camera dei deputati, che conosceva bene una delle vittime. Non so perché, ma è bello vederla nella sua semplicità poco istituzionale.

E ci sono loro. I colleghi degli angeli con le ali spezzate dalla fatalità. Hanno la divisa rossa del soccorso, e volti tesi, lineamenti tirati dal dolore che tre giorni non sono bastati ad ammorbidire.

E tanta, tanta gente comune. Il cuore della gente che non vuole mancare.
Il silenzio si tocca.
Nessuno parla, non c’è niente da dire. Si aspettano le bare.
Il pianto di un neonato ci ricorda che la vita continua, nonostante per qualcuno si fermi troppo presto.
Telecamere, macchine fotografiche professionali, microfoni. Diritto di cronaca e di informazione: per chi ora non può essere qui, presente, ma lo vorrebbe.
Anche queste cose ci ricordano che oltre il muro del dolore c’è altro. C’è vita.

Io mi nascondo nella folla. Non ho la divisa colorata, la mia è la semplice divisa bianca di un’infermiera qualunque che lavora in corsia, e il mio lavoro, per la gente, non è così eroico come quello di questi angeli che rischiano davvero la vita con salvataggi spericolati, e talvolta effettivamente perdono la scommessa con la morte.
Mi nascondo, qui sono in borghese, voglio mimetizzarmi. E non voglio che la telecamera riprenda i miei occhi già rossi un’ora prima che cominci la cerimonia funebre.

Intanto penso.
Cerco di raffigurarmi il momento fatale, quando il rotore del Falco inciampa sui cavi dell’alta tensione e si ferma. Quanto ci ha messo Falco a cadere? Quanto tempo hanno avuto i quattro a capire cosa stava succedendo? Hanno capito, almeno? Hanno avuto paura? Credevano di potercela fare?
Cosa passa nella testa di chi sta precipitando a tutta velocità verso un suolo troppo duro e da un’altezza troppo elevata? C’è il tempo per pensare? O per gridare? O per bestemmiare?
Mi si chiude la gola in un groppo mentre cerco di immaginare quegli ultimi istanti.
Sono morti sul colpo.
Se tempo hanno avuto, l’impatto col suolo ha annientato in meno di un attimo pensieri, passato, presente ma soprattutto futuro di quattro uomini di età compresa fra i 42 e i 48 anni.

Arrivano. Nel silenzio profondo arriva il corteo funebre. Le quattro bare sono uguali, di legno chiaro, ma ancora un’esplosione di colori nelle rose che le rivestono e nelle grandi foto con i sorrisi di quelli che stanno là dentro.
La foto di Fabrizio, soprattutto, il medico, l’unico che conoscevo, libera la riserva di lacrime che credevo di poter contenere.
Non è giusto, tutto questo non è giusto.

Il parroco li accoglie, mentre le campane suonano assurdamente rumorose e assurdamente festose, o almeno così sembra a me. Il cuore della gente applaude, liberatorio, mentre i feretri entrano nel Duomo, seguiti da un dolore familiare estremamente composto, che di lacrime forse non ne ha più.
Entro anche io in chiesa, sorprendentemente sembra dilatarsi per accogliere quasi tutti. Diranno, poi, che eravamo in 5000, tra dentro e fuori. I più erano dentro.
C’è fresco, per fortuna. La massa umana non riesce a scaldare troppo queste antiche mura, e anche se non manca chi si sventaglia, non si sta male.
L’altare è ancora un arcobaleno. I colleghi delle vittime si sono disposti alla spalle del viola vescovile a gruppi, secondo la propria divisa. Nel mezzo anche un coro di montagna. Non avevo mai sentito cantare dal vero uno di questi cori: è una dolcezza che ti ruba l’anima.

Lì davanti parenti e autorità, da dietro non li vedo, ma non m’importa. Seguo la funzione cercando una risposta, e non la trovo.
Arriva il saluto e il dolore del Papa, attraverso un messaggio del segretario di stato vaticano. Il vescovo legge un paio delle centinaia di messaggi di cordoglio che la gente semplice ha voluto lasciare, colpita nel profondo dalla perdita.
Si legge un brano dell’Ecclesiaste:

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?
Ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine. Ho concluso che non c'è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c'è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è; Dio ricerca ciò che è già passato. Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c'è l'iniquità e al posto della giustizia c'è l'empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l'empio, perché c'è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. Poi riguardo ai figli dell'uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c'è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell'uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora:
tutto è venuto dalla polvere
e tutto ritorna nella polvere.
Chi sa se il soffio vitale dell'uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?  Mi sono accorto che nulla c'è di meglio per l'uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

C’è un tempo per tutto: per nascere e per morire. Ma non riesco a farmela bastare, questa affermazione, anche se ne comprendo il senso.
E quando si comincia a cantare Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore, solo allora mi viene spontanea una preghiera: aiutami a credere che sia vero, oppure devo pensare che  niente ha un senso.

La cerimonia finisce, semplice, nonostante tutto, sentita. I feretri escono di nuovo nel sole, sono disposti affiancati, l’equipaggio è quasi al completo. Manca l’infermiere, salvatosi quel giorno solo per una predisposizione che ha del divino. In realtà è presente, o almeno credo: mi è sembrato di vederlo mescolato fra gli altri colleghi. Quale può essere il suo pensiero di miracolato, di fronte a tanto dolore, di fronte a quelle quattro bare chiare?

E in un attimo sospeso nel tempo, nel silenzio pesante del lutto, un rumore che paralizza tutti: un elicottero! Ed è proprio l’elicottero giallo che sostituisce momentaneamente Falco nella sua opera di soccorso, che ora sorvola la piazza, il Duomo, le auto aperte con le bare esposte. Fa due giri nel blu accecante di questa giornata caldissima, ed è inequivocabile la sua presenza. L’estremo saluto dell’elicottero ai suoi amici.
Tutti guardano in su, e tutti, adesso, piangono. Le lacrime sono sui volti di tutti, senza più pudore. Anche sul mio.

Vado via.
silenziosamente concepito da Ramona 22:04:00 2 Commenti

04/07/2009

TRE STORIE, UNO SBAGLIO

La camera d’ospedale non è che un contenitore di storie. Tre donne davanti a me, tre età diverse, diversi i caratteri, diverso il vissuto. Diversi i bisogni.
Prima di entrare indossando il mio solito pratico sorriso faccio un gran respiro: qua dentro bisognerà fermarsi  a lungo, c’è un gran bisogno d’assistenza, ci sarà modo di ascoltare, parlare, conoscersi.
Tre donne e tre esigenze distinte.
Da dove cominciare?
Bisogna fare un rapido calcolo, stabilire le priorità, non trascurare nessuno.

La donna a sinistra è una settantenne che oggi verrà dimessa. È l’unica che provvede da sola alle proprie necessità.
La donna a destra è una cinquantenne con gravi problemi di mobilità, dal viso di bambina, la mente sveglia imprigionata in un corpo traditore e deforme bisognoso praticamente di tutto.
La donna in fondo ha oltre 90 anni, è una delizia di nonna lucida ma dal corpo piagato, incontinente, pesante e rigida come un monolite.

Da dove cominciare?
Sono abituata a scelte veloci, perché il lavoro deve poi proseguire, non ci si può fermare.

Prego l’unica donna autosufficiente di aspettare fuori, mentre ci apprestiamo a lavare, medicare, rinfrescare, alzare…
Lei esce, conciliante, capisce.

Le cose vanno per le lunghe. I due corpi sul letto sono da maneggiare con cura, ma con impegno. Lava, rigira, medica, cura, disinfetta.
La donna più giovane va messa seduta in poltrona, è la prima volta che si alza, dopo giorni. Le sue manine deformi non l’aiutano nelle operazioni più semplici, bisogna perfino spremerle il dentifricio sullo spazzolino. Tutte cose che si scoprono un po’ alla volta, parlando, chiedendo. Non si può andare oltre un certo limite di privacy, ma la storia clinica di questa donna la conosco: è tremenda. Una sopravvissuta a molti mali gravi.

La donna più anziana è pesantissima e rigida sul letto. Alle manovre di cura risponde irrigidendosi di più. Ha paura di cadere dal letto. Ma è la nostra schiena che ne risente. Eppure non è colpa sua, la sua paura. È l’istinto, la consapevolezza di dipendenza, a cui segue il logico dubbio: “starò al sicuro?”. Non puoi pensare alla tua schiena, devi tranquillizzarla e cominci a scherzare e a fare domande. E scopri negli occhi rugosi della nonna una grande storia d’amore col suo uomo, perso da 17 anni. Un gran brav’uomo dice la nonna, non meritava di morire così presto. Mi ha lasciata sola e non so perché io sono qui ora e lui no.
Cosa si può rispondere?
Nulla.
Parlo della mia nonna, che ha più o meno la sua età e riusciamo a distrarla, un po’ si rilassa e finalmente il pannolone è cambiato, la camicia da notte pure, e le gambe, due tronchi immoti bucati dalle piaghe, sono medicate.

È passato del tempo,  per quanto veloci ed efficienti si possa essere.
La donna fuori ha chiesto più volte di rientrare, ma non l’ho accontentata. Il lavoro nella stanza non era finito, le altre due donne erano ancora seminude e con tutte le loro tremende problematiche umane esposte. Non ritenevo giusto metterle in vista alla curiosità sia pure involontaria di qualcuno che problematiche del genere non ne ha.
Cortese, ma ferma, invito la signora a restare ancora un po’ sulla poltrona in corridoio. Tra poco andrà a casa, penso, non le sto chiedendo un sacrificio, non sta male, la precedenza a chi sta peggio.
Ed è qua il mio sbaglio.
Sono proprio sicura che il malessere fisico sia peggio del malessere interiore? E perché non ho riconosciuto tale malessere nascosto?
Quando finalmente la porta si riapre, la povera donna rientra piangente.
A causa mia.
Sono stata cattiva.
Non l’ho considerata bisognosa. Non è che stesse male, era solo stanca. Mi dice che anche lei è una paziente, anche lei ha un letto in quella stanza. Avrebbe chiuso gli occhi di fronte alle nudità e alle miserie delle altre, se l’avessi lasciata entrare, perché davvero era troppo stanca.

Rimango male.
Ha ragione, è anche lei una paziente.

È evidente che non si tratta né di stanchezza né di malore. Ma di depressione profonda, di paura di non essere guarita, di uno stato d’ansia che non ha nome né motivo d’essere, se non per l’avvenuta presa di coscienza di aver appena superato, almeno per ora, un brutto momento. A volte le reazioni sono tardive. Dovrei saperlo. Anche io reagisco molto tempo dopo agli eventi brutti. Come se l’organismo e la psiche dovessero mettersi d’impegno a capire che è successo davvero qualcosa e che non era una cosa bella. Allora tremo e talvolta piango, ci penso per giorni e giorni. Perché questa anziana donna dovrebbe essere diversa da me?

La lascio sfogare, ha bisogno di liberare il proprio dolore, superare il mostruoso senso d’ingiustizia di cui si sente vittima. Forse si vergogna anche un po’. Come io mi vergognerei di mostrarmi debole.

Passa ancora un po’, un’ora o due. Rimetto il sorriso pratico e professionale, mentre ho lo stomaco annodato. La mia reazione tardiva mi accusa di aver sbagliato, sia pure in buona fede, e mi dispiace così tanto di quanto è accaduto che entro nella camicia da notte della signora e divento lei, avverto il suo disagio e lo faccio mio.

Sta un po’ meglio, ma non del tutto.

Mi siedo sul suo letto, quel letto che ha rivendicato con le lacrime poco fa. Non è suo, ma le appartiene fino a che non tornerà a casa.
Le abbraccio le gambe, come se fosse la madre che non ho più, le sorrido e le spiego.

Sono stata anche io una paziente. So cosa vuol dire avere bisogno ed essere esposta agli sguardi. So che non è giusto, perché nei limiti del possibile, pure in un ambiente disumano com’è l’ospedale non si deve guardare solo alla salute, ma anche alla dignità delle persone. Che sono persone, appunto, e non oggetti in mostra.
Mi trema la voce e sento di avere umido negli occhi.
Lei capisce. Ripete che non avrebbe certo guardato, ma prima era tanto stanca e voleva solo il suo letto.
Non sottolineo che sul corridoio non era in piedi e abbandonata, ma seduta su una comoda poltrona, e che se si fosse sentita poco bene una marea di persone, me compresa, l’avrebbero soccorsa. Non lo sottolineo perché in quel momento, se pure la poltrona fosse stata un trono d’oro morbido come piuma, lei avrebbe ugualmente preteso solo il suo letto e il suo diritto.
Anche a lei trema ancora la voce.
Entrambe siamo emozionate.
Mi scuso per non aver capito.
Lei si scusa per aver esagerato la propria reazione, perché di solito non è una che piange per niente.
Le chiedo un bacio.
Me ne dà due.

La lascio con le raccomandazioni per la convalescenza. Mi sorride, forse serena anche lei, adesso, ma ancora molto fragile.

Torno al mio da fare, questa mattina sembra non voler finire mai, si corre, si corre si corre.
Sto meglio, ma non del tutto.
Non mi sento in colpa per le mie scelte, ma mi dispiace aver procurato disagio e malessere qualcuno senza peraltro averne avuto intenzione.
Sono la persona più pacifica del mondo.
Di solito sono io quella che piange.

Penso che l’autorità che deriva dalla divisa è un potere da calibrare con cura. Tutta presa dal mettermi all’altrui servizio, dal soddisfare bisogni, non mi accorgo che in realtà io ho il potere.
La divisa bianca fa la differenza, ai piedi del letto, in corsia: è uno strumento di autorità che sottintende che gli altri dipendono da te, in un certo senso sono in mano tua.
Ma anche se con le migliori intenzioni questo potere può a volte essere usato male. Perché la materia prima che hai in mano è imprevedibile, fragile, delicata. È la stessa materia prima di cui sei fatto tu, ma messa da quella parte ha sempre ragione, e tu molto spesso torto.
E allora che potere è mai questo?
Hai la possibilità di fare il bene, che non è però solo un bene fisico. Non devi dimenticare che hai di fronte esseri umani, che i risvolti dell’anima sono infiniti, che un bisogno psicologico è uguale a un bisogno fisico. E soprattutto che, per chi se ne sta in pigiama o in camicia da notte, tu rappresenti quel potere che nemmeno sai di avere. Che ogni tua azione, parola, gesto intenzionale o meno viene soppesato e giudicato, nel bene e nel male, dalla sensibilità di ognuno. Perché non sei un’anonima faccia che emerge dalla divisa bianca. Tu sei riconoscibile e responsabile di ciò che dici e fai.
E non hai scusanti, perché hai il potere e devi saperlo gestire.

Mille pensieri rotanti nella testa, e una sola certezza.
Che si può, e si deve, fare di più.


silenziosamente concepito da Ramona 21:05:00 Commenta:

07/02/2009

IL MOMENTO DI ELUANA

Cara Eluana, è un’infermiera che ti scrive, una come tante, come quelle che ti accudiscono da tanto tempo. Volevo dividere con te alcuni pensieri, se posso.

Sai, lavoravo da poco nel reparto di cardiologia, quasi diciotto anni fa, e mi trovavo alle prese con i misteri di una nuova tipologia di malattie e malati, diversa da quelle che avevo fino allora conosciuto.
Ero alle prese anche con la tecnologia: il monitoraggio continuo del ritmo cardiaco di tutte quelle persone mi ha angustiato per parecchio tempo. Mi metteva ansia per la responsabilità che mi caricava sulle spalle. Certo tu non lo puoi sapere, ma il personale che ti assiste non è esente da paure e stress psico-fisici. Solo che li ignora, perché il suo compito è assistere e curare, la propria persona passa in secondo piano, com’è giusto, davanti alle sventure umane.
A quell’epoca dicevo, stavo scoprendo il perché delle nuove tecniche. Il pace maker, quel piccolo genio computerizzato che rimette in moto i cuori stanchi che si fermano, e che già da vent’anni veniva regolarmente impiantato anche nel mio piccolo ospedale, mi costrinse a farmi delle domande, che espressi a uno dei cardiologi.
”Dottore, ma le persone con il pace maker non muoiono mai?”
Ricordo ancora il sorriso divertito del dottore e il compatimento per la mia beata ignoranza che da esso trapelava, però mi rispose:
“Non ti preoccupare: anche quelle persone muoiono, quando è il momento”.

Quando è il momento.

Avrei dovuto pensarci.
Mia nonna materna aveva il pace maker, ma è morta lo stesso. D’infarto.

Con l’esperienza di vent’anni di lavoro in corsia, se c’è una cosa che ho capito è che, come diceva il medico, per tutti arriva il momento di andarsene. Non c’è tecnologia che tenga.
L’avvento dei defibrillatori impiantabili, che salvano la persona da aritmie mortali, non impedisce che il cuore si arresti comunque, quando è, appunto, la sua ora.

Tutti moriremo, Eluana, e di norma non è prevedibile come. Stiamo bene, in salute, usiamo tutte le medicine e i dispositivi possibili, giustamente, perchè abbiamo il dovere di preservare questo dono prezioso che è la vita. Nessuno può immaginare a priori la propria morte.
Però è immaginabile come non si voglia morire.
O come non si voglia vivere.

Eluana, povera creatura, sei divenuta simbolo di una umanità eccessiva da un lato, crudele dall’altro, eppure dietro a te c’è un iceberg, di cui tu sei la punta esposta, ma la cui base è visibile tutti i giorni all’interno di ospedali, reparti di rianimazione, hospice e strutture che accolgono i malati terminali.
Chi ci lavora lo sa, e normalmente non ne parla. Perché è difficile parlare in generale, quando i casi sono migliaia, milioni, e diversi l’uno dall’altro. La medicina non è una scienza esatta, è una scienza probabilistica. Per lei parlano le statistiche, ma le statistiche non sono che dei numeri.
La medicina invece parla di vite umane.

Tutti moriremo. Questo è certo.
Le tecnologie ci danno una mano a vivere più a lungo. Questo pure è abbastanza certo.
Ma non ci garantiscono sempre la qualità della vita stessa. E soprattutto, non possono darci una risposta che sia univoca, uguale per tutti.

Di persone come te, Eluana ce ne sono tante, quasi tutte giovani, ma non solo. Le vostre funzioni cerebrali di relazione e di pensiero sono inesistenti, ci dicono.

In un corso che ho frequentato qualche tempo fa, il medico anestesista ha spiegato molto bene: quando s’interrompe l’asse neurologico le conseguenze sono di diverso tipo, a seconda dell’altezza in cui avviene l’interruzione. Coma vigile, coma transitorio, coma irreversibile, paralisi, potenziale recupero, capacità relazionale… tutto varia, dipende da dove avviene la frattura, il taglio, il guasto insomma del sistema cerebrospinale. Feci il tuo nome, volevo capire. Lui decretò la tua non “esistenza” come persona che possa interagire con l’ambiente. Il tuo cervello, da questo punto di vista, era morto. Mentre le altre funzioni mantenute erano solo riflessi della parte primitiva della struttura cerebrale, che continuavano a funzionare spontaneamente, senza coscienza. E raccontava, il medico, di casi in cui i pazienti morti cerebralmente si muovevano, si agitavano, urinavano, tossivano… pur essendo morti al mondo.
Immagino che anche tu sia in questo stato. Non ti ho vista, di te passano le foto di quando eri una splendida ragazza di vent’anni, ma non mi è difficile ricostruire la tua immagine fisica di oggi.

Razionalmente capisco tutto, la mia preparazione tenica non può non ammetterlo e capirlo. La parte meno razionale di me fa  però più fatica a credere che ci sia veramente la fine, in una fine simile.
Del resto, pensa un po’ che stupida, anche quando sul monitor vedevo la linea piatta (asistolia) dove fino a prima c’era il pulsare di un cuore vivo appartenuto ad una persona che magari stava ancora parlando, mangiando, respirando, anche in quel caso, per molto tempo, mi è stato difficile credere che quella persona non c’era più.
Nemmeno l’evidenza, dunque, mi aiutava
Sai, è come quando non riesco a staccarmi da un vecchio indumento malconcio: è brutto, mal messo, non lo indosserò più, ma riempie uno spazio vicino a me. Le persone che sono morte nel mio reparto, accanto a me, occupavano un mio spazio che di colpo si vuotava. Ci voleva un po’ per recuperarlo pienamente, quello spazio vuoto, ma poi ce l’ho sempre fatta. È la vita.

Però si muore.
Nonostante i macchinari, nonostante le manovre rianimatorie, nonostante la professionalità e la buona volontà di pazienti e operatori, si muore.
Se una cosa ho capito  in tutti questi anni, Eluana, è che si muore comunque.

Quello che fa la differenza è il modo.
Una volta si moriva e basta.
D’infarto, d’incidente, di cancro, di vecchiaia. Arrivava il momento e stop.
Mia madre è morta a trentotto anni, Eluana, era appena un po’ più vecchia di te. Era il suo momento? Ho sempre pensato di no, con l’amore di figlia lasciata sola troppo presto. Ma è morta perché la sua malattia trent’anni fa era incurabile. Lo è ancora oggi, puoi solo sperare in un trapianto. È una speranza, ma c’è, all’epoca no. Dunque, era il suo maledetto momento. Perché avesse una probabilità di eludere il suo momento avrebbe dovuto nascere e ammalarsi ai giorni nostri. Ma se fosse stato comunque il suo momento, nemmeno il trapianto l’avrebbe salvata.

Oggi però l’evoluzione delle conoscenze e delle tecnologie ti danno una possibilità in più. Ma è pur sempre solo una possibilità. E ha delle conseguenze, che vediamo, per esempio, su di te.

Ai tempi di mia madre anche tu saresti forse morta in poco tempo. Subito o poco dopo, per complicazioni. Saresti stata considerata un caso disperato, irreversibile, e non si sarebbe potuto fare niente per salvarti. Chissà se sarebbe stato meglio.
Ma ai tuoi tempi era diverso, si è tentato in tutti i modi di salvarti, si è sperato, ci si è accaniti. E difatti sei sopravvissuta, ma non come tutti volevano. Da allora sei stesa su un letto, vieni alzata con un sollevatore, non rispondi, non dai segni di comprensione, vieni alimentata a forza. Ma sei viva, vero? Dicono che sei morta. Forse è così, ma noi come possiamo saperlo?
Noi non abbiamo la granitica certezza di certi uomini di medicina. Dentro me, per esempio la mia preparazione razionale dice: Eluana è morta, quella istintiva dice: sei sicura?
No.
Questioni di probabilità.
Ci sono persone cui era stata diagnosticata la morte cerebrale, poi tornate in vita. A dispetto delle probabilità. Si è sperato questo per te, ma le probabilità stavolta sono state tutte contro.

A questo punto ho capito un’altra cosa, cara Eluana.
Essendo la medicina una scienza probabilistica, come si può pensare di creare una legge esatta valevole per tutti i casi?

Ho visto persone rifiutare interventi che sulla carta garantivano vita migliore e più lunga, preferendo una via più naturale per chiudere la propria esistenza.
Ho visto persone aggrapparsi ad ogni minima speranza, ad ogni terapia, ad ogni esperimento, pur di restare a questo mondo.
Ho visto persone rifiutare l’impianto del defibrillatore perché poteva costargli la patente. Meglio andare in macchina che salvarsi la pelle.
Ho visto malati terminali che faticavano a morire, e i loro parenti così lontani dall’accettazione che chiedevano di fare loro la vaccinazione antinfluenzale, magari aiutava.
Ho visto persone che amavano il congiunto, moribondo e invalido, tanto da volerlo accanto anche così, come vegetale, piuttosto che niente.
Ho visto persone “assenti” come te curate con amore fino a che è arrivato il loro momento.
Ho visto persone in arresto cardiorespiratorio, recuperate, considerate spacciate, riprendere una vita normale.
Ho visto persone destinate a morte certa a breve, consapevoli di ciò, non arrendersi mai.
Ho visto viaggi della speranza ma anche rifiuto di terapie.
Ho visto, se non tutto, molte cose che possono accadere per il solo fatto che siamo esseri viventi e fragili e destinati a morire.
Ho capito che ogni singolo caso è diverso. E va trattato diversamente.
Ho capito che ci vuole solo rispetto, per coloro che stanno male e per chi sta vicino a queste persone.
Ho capito che si deve accettare in pari misura la volontà di chi vuole rinunciare alla probabilità di sopravvivenza pagata a suon di calvari, e quella di coloro che proverebbero anche una terapia extraterrestre, se ci fosse.
Hanno diritto tutti al rispetto.

La si può pensare come si vuole. La morte arriva per tutti.
Anche per te, Eluana. Se si continuasse a nutrirti e idratarti, arriverebbe comunque il tuo momento. Come arriva per i portatori di pace maker o defibrillatore. Un’aritmia, uno scompenso, un’embolia… chi lo sa?

Dottore, ma chi ha il pacemaker non muore mai?
Non ti preoccupare, muoiono anche loro…

Non dimentico queste parole.

Il vero problema è stato all’origine, penso. Il tuo momento, Eluana poteva essere quello dell’incidente. Se si fosse avuto abbastanza coraggio da seguire il corso naturale della vita, compresa la sua fine, tutto si sarebbe fermato allora.
Ma questo è senno di poi.
Evidentemente non era il momento giusto, perché era scritto che dovevi fare ancora parlare di te e dovevi costringerci con la tua presenza-assenza silenziosa a interrogarci. Sulla vita, sulla morte, sul rispetto. Su dove stiamo andando.

Nonostante tutto, non mi è ancora mai successo di dover decidere della vita di una persona a me cara. E non posso dire cosa farei, se succedesse. Dipenderà, credo, da molte cose. E sarà l’istinto e l’amore a farmi decidere.
 
Per quello che riguarda me, Eluana, io amo profondamente la vita. So che farò di tutto per preservarla e non ne avrò mai abbastanza. Lotterei fino allo stremo delle forze per vivere, perchè la vita è sempre la vita.
Se fossi al tuo posto… non lo so. Non so davvero se pensi o capisci cosa ti stia succedendo, se questi miei pensieri ti arriveranno mai. Di certo provi il dolore fisico, se non ti danno una sedazione, e questo potrebbe bastare per considerarti viva. Del tuo pensiero, se c’è, non sapremo mai. Perciò non so cosa preferirei, al tuo posto.

Ci sono persone che non accettano di vedere compromesse le proprie funzioni, che non sopportano di essere ridotte allo stato di mummie. Qualcuno riesce a dirlo, altri non possono, né noi potremo mai scommetterci che non lo pensino. A quanto pare tutti dicono che tu eri, sei, fra queste persone.
Altre restano aggrappate al battito di ciglia, ad ogni speranza, fino a che il loro cuore batte e il loro respiro, più o meno aiutato dalle macchine, espande i polmoni.
Io le rispetto tutte, ma penso di appartenere alla categoria di coloro che vogliono vivere.
Però ho troppe conoscenze delle malattie, troppe esperienze vissute sulla vita degli altri, per poter dire come la penserò in caso di… in caso mi trovassi al posto tuo, per esempio.

Io credo che vorrei essere trattata con rispetto. Non sopporterei di sentimi considerata una macchina biologica, vorrei che non ci fosse bisogno di costringere nessuno a ricordare che sono una persona.
Vorrei proseguire il mio percorso fino a che sarà sensato e possibile farlo. Perché il mio momento arriverà comunque, e nessuno può dire a priori quando.

Ti mando un abbraccio forte Eluana, credo che sia arrivato il tuo momento. Così hanno deciso gli uomini. Spero solo, e tanto, che tu non stia soffrendo. E che al di là dell’assenza cerebrale, di cui nulla sappiamo, nessuno dimentichi la tua condizione di persona.

Ciao
Ramona



silenziosamente concepito da Ramona 17:45:00 8 Commenti

15/12/2008

EPPURE E' LA VITA

Il mal di testa pulsa, atroce. Un martello pneumatico che non lascia scampo e offusca la concentrazione, rende lo sguardo incapace di fissarsi e il pensiero incapace di nascere.
Però non si può mancare al turno di lavoro solo per questo. Basta prendere una pastiglia. Prima o poi passerà.

Non è proprio così, il mal di testa persiste. Ma non c’è tempo di ascoltarlo. C’è chi ha più bisogno, chi lotta per sopravvivere, chi ha un mare di problemi, chi non ce la fa da solo, chi non può alzarsi dal letto.
Un mal di testa, per quanto terribile, può, e deve, essere accantonato.

L’uomo nel letto è anziano, ma non troppo. Ridotto molto male da una serie di problemi fisici che lo rende simile a un bambino che non comprende perché di colpo è così indifeso.
Ha la febbre alta, non respira bene, ha la polmonite e altre cose.
Guarda stralunato chi gli si affaccenda intorno, con le mani in movimento perenne e scoordinato, non ne vogliono sapere di stare ferme, ma non sanno bene cosa fare.
La pressione del sangue dov’è andata a finire? Precipitata nei bassifondi.
Suda, è cianotico, il fiato faticoso dentro la maschera dell’ossigeno.

Tutto quello che si può fare, che il medico ordina, si fa velocemente.
Come sta?, chiede il dottore dopo poco.
Stazionario, forse leggermente meglio, lui.
Il mal di testa invece persiste, morde il cervello, lo sbrana, ma questo al dottore non interessa, non lo ha chiesto. Neppure sa che esiste, il mal di testa, che in questo momento è presente è vitale. Lui cura i pazienti, le infermiere non si ammalano mai, e se succede stanno a casa, mica vanno a lavorare. Se lavorano vuol dire che stanno bene.
L’analgesico tarda a fare effetto. Il paziente invece, aumentando il flusso di ossigeno si rischiara, quasi si illumina.
Si continua a leggere una sorta di stupore sul suo viso rugoso e sdentato. Come se non capisse quello che sta accadendo, e soprattutto che sta accadendo a lui.

Meno di dieci minuti.
Un urlo nel corridoio.
Non respira più!

Correre e vedere che lo stupore si è congelato su quel viso, e che il fiato, semplicemente, si è assentato. Se n’è andato. Troppa fatica lavorare con questo nonno malandato, ha rinunciato. Così il torace è fermo nonostante l’ossigeno insufflato a forza, e gli occhi sono fissi a guardare un punto sul muro di fronte, senza vederlo.

Parte la macchina rianimatoria.
Arrivano i medici nel tempo necessario a un battito di ciglia. Hanno volato.
Massaggio cardiaco e intubazione.
Farmaci di tutti i tipi, quelli necessari.
Ossigeno.

Mal di testa che picchia, morde e sbrana.
Ma non ci si può fermare.
La lucidità la si deve trovare anche in fondo alle scarpe, serve tutta.

In cinque attorno a quel letto, a cercare di trattenere con le unghie e con i denti un’anima stanca di combattere. Coordinati come una macchina da guerra, sincronizzati, senza perdere nemmeno un secondo. L’anima viene acciuffata per i lembi della veste, ma tira, tira, tira con tutte le sue forze. Non ne vuole sapere di restare cucita a quel corpo che ne ha viste tante. Forse l’aspetta qualche altro contenitore.
A forza di tirare, la veste si strappa. L’anima se ne va.
Il cuore si mette a riposo.
Gli occhi restano fissi su quel punto del muro che chissà cosa mai ci sarà, lì, niente altro che un intonaco bianco, sembra, eppure loro qualcosa ci hanno visto. Forse hanno salutato lo spirito ballerino con cui hanno condiviso molti anni di vita, forse lui era proprio lì e faceva ciao con la mano e mandava un bacio di rimpianto.

Mal di testa che pulsa.
Sembra di non farcela più, di dover crollare senza più forze, senza più sensi, nella stanza soffocante del sudore di tante persone che hanno combattuto fino all’ultimo.
Aprire la finestra e respirare un po’ dell’aria fredda e piovosa di questo stupido inverno.
 È quasi natale. E un uomo muore anche se è quasi natale, mentre il Bimbo sta per nascere.

Mal di testa mal di testa mal di testa.
Senso di sconfitta, consapevolezza che niente si poteva fare di più.
Mal di testa.

Musica.
Musica?!
Un cellulare dalla suoneria stramba che suona inopportuno?
No, pare una banda di paese, viene da fuori.
Una banda in ospedale?!

Spiare dalla finestra: il mal di testa crea allucinazioni, di certo, sembra di vedere una decina di babbi natale con gli strumenti musicali che suona allegra sotto le finestre di reparti in cui regna la sofferenza. Fanno pure ciao ciao, salutano guardando da sotto in su.
Traveggole, non può essere vero.
Eppure lo è. Tutti vedono i babbi natale vestiti di rosso e con la gran barba bianca e tutti sentono la musica, un po’ natalizia e un po’ no.
Non è il mal di testa.

Tutto questo è irreale.
C’è qualcosa che stride tra la volontà dei babbi natale di allietare qualche minuto delle persone alle prese con un nemico tremendo, e il risultato perdente di una dura lotta qui davanti, nelle sembianze di un nonno sfinito di malattia.
Stride, fa a pugni con l’umore di chi non ce l’ha fatta a salvare una persona in pericolo. E stride perché quella persona non può sentire il lodevole tentativo dei babbi natale di riempire di natale le fredde stanze di degenze, senza invadere spazi già difficile ed esistenze problematiche, ma stando lontano, a rispettosa distanza: tanto la musica è leggera, vola e arriva ovunque, con il suo messaggio di solidarietà e augurio.
Arriva anche qui, da chi non può sentirla.
Ma poi, chi l’ha detto che non la sente? Forse l’anima fuggita è ancora nei pressi e ascolta commossa il saluto, che un po’ l’incoraggia, in caso ci ripensasse, a intraprendere il suo cammino verso altre mete.  Qui non ha più niente da fare, il contenitore è troppo logoro, non è stato possibile ripararlo, purtroppo.

Mal di testa pulsante, a ritmo di musica.
È forse irriguardosa questa musica natalizia nei confronti di chi lascia questo mondo?
Ma no. Perché non pensare che invece è un segno d’affetto?

Nonostante appaia tutto così surreale, i babbi natale, la morte, la marcetta allegra, la pioggia che scende, i famigliari in lacrime composte e rassegnate, la stanchezza, il disordine di una stanza stravolta, un letto bianco e un lenzuolo a coprire occhi vuoti, mani guantate che salutano, sorrisi sotto le barbe candide, nonostante tutto, questa è la vita.

Mal di testa appena un po’ meno feroce, pulsa sul davanti e sul dietro del cranio, allenta un po’ la morsa, pensieri lucidi quanto basta per accettarlo. In fondo prima o poi passerà.

Anche questo pulsare dolorante è vita.
silenziosamente concepito da Ramona 00:52:00 7 Commenti

05/11/2007

LA GUERRA, NEI RICORDI


“Scusa G., ma tu di che classe sei?”.
I due anziani si vedono per la prima volta, dividono la stessa stanza d’ospedale. G. è appena arrivato, mentre M. è qui da un po’.
“Eh, son del 1922…”.
“Oh, che brutta annata…”.
“Quella…”.
“…della guerra”.
Quest’ultima frase è pronunciata all’unisono. I due si sono compresi al volo.
M. dice ancora:
“Mio fratello era del ’22. Aveva 20 anni, nel gennaio del ’43, quando  ricevemmo la sua ultima cartolina dalla Russia. Di lui, da allora, non abbiamo saputo più niente”.
“Io ero in attesa di partire per la Russia, già nel novembre del ’42. Dovevo andare a rinforzare l’armata. Le notizie non erano delle migliori, la disfatta era già nell’aria. Però dicevano, gli italiani resistono.  Ma avevano bisogno di soldati ed io aspettavo. Non mi hanno mai chiamato. Così mi son salvato.”.
“Mio fratello era nel battaglione (…), reparto sciatori. Era alpino istruttore. Aveva l’incarico di insegnare a sciare ai soldati italiani che non lo sapevano fare. L’inverno in Russia era un inferno, bisognava lottare soprattutto con la neve e il gelo.”.
“Ho aspettato 40 giorni. Poi arrivò la conferma della ritirata, il disastro, e non sono più partito.”.
“Non sappiamo dove si trovi mio fratello, se, e come è morto. Non sappiamo nulla. Solo che non è più tornato.”.

Ascolto parlare questi due vecchi e mi calo di colpo nel loro passato, che non è studiato sui libri di storia, ma vissuto sulla pelle. Questi vecchi, la storia, potrebbero scriverla.

Una famiglia vede partire il figlio più grande, spedito in un paese lontanissimo, quasi dall’altra parte del mondo. Lui che è nato sulle montagne, sulla neve ci ha gattonato, ha volato con uno slittino improvvisato, ai piedi, da quando ha imparato a camminare, i pesantissimi sci di legno e gli scarponi, che per lui sono come pantofole. È troppo bravo. Nel suo battaglione lo scelgono come istruttore per i commilitoni in Russia. Deve insegnare loro a sciare per tentare di sopravvivere. A combattere in condizioni climatiche impossibili. A sparare ai fantasmi bianchi di neve, giovani come loro, padroni del gelo e delle steppe. Perché sparare? I ragazzi che marciano affondando nel bianco fino alle ginocchia, non lo sanno, perché devono sparare. La Patria in quel momento è un concetto troppo assurdo, difficile, al massimo si può riassumere nel focolare di casa, nel bacio della mamma o l’abbraccio furtivo della morosa. Voglia di polenta, voglia di profumo di fieno, voglia di sguardi a montagne amiche che abbracciano le stelle, così vicine da toccarle nelle notti d’estate.
Lui, l’istruttore di sci, vent’anni come gli altri, ha la stessa nostalgia. E scrive una cartolina a casa: A presto, baci.

In un’altra famiglia si aspetta trepidando. Si accendono ceri in chiesa, si fanno fioretti.
Signore, non far partire il mio figliolo per quel posto così lontano… tutti mormorano che da lì non si torna vivi. Ma non si può dirlo ad alta voce, è un reato punibile con la galera. Signore, ho solo queste dalmede (zoccoli di legno, n.d.A) per camminare, ma giuro, faccio voto di camminare scalza se lasci qui il mio ragazzo. Ho solo lui, due braccia forti che potranno aiutare le sue sorelle, ancora bambine.
Poi, lo so che anche qui si può morire… Io non lo so, però, perché dobbiamo fare la guerra, che male gli abbiamo fatto, noi siamo gente povera ma onesta. E i russi, gesummio, sono comunisti mangiapreti, ma che vuol dire, se ne stanno a casa loro come noi stiamo nella nostra.

La cartolina arriva. In famiglia la baciano come una reliquia. Il figlio, il fratello, è vivo e pensa a loro. Finirà questo inverno, finirà questa guerra, e lui ritornerà… Mentre altre famiglie sono in lutto. Ritornano a casa i resti di quelli che erano stati giovani con un futuro davanti, oppure non torna nulla, solo qualche vestiario. O a volte neppure quello.
A volte ti dicono: è morto da eroe… ma solo perché da morto non può smentire, non può raccontare di essere morto nel fango, con la paura e il pianto e la voglia di casa che taglia la gola.
No, lui ritornerà. Perché noi lo aspettiamo.

Le voci sono sempre più insistenti, anche alla radio se ne parla… la campagna di Russia è un fallimento, le truppe italiane, o quel che ne resta, si ritirano, ma dopo una strenua, eroica resistenza. Le reclute in attesa saranno destinate ad altre campagne, di certo meno infernali, pure se in mezzo alle bombe, pure se sotto il fuoco incrociato del nemico (ma perché nemico?!). Il figlio rimane qui, vicino casa. Grazie signore, camminerò scalza fino a che non me lo riporti sano e salvo a casa.

L’istruttore di sci si è dissolto nel nulla come la neve delle sue montagne. Le autorità dicono solo: disperso. Neanche una tomba su cui piangere, solo la speranza, ultima a morire, che sia andato a sciare da qualche altra parte. Vivo, sorridente, forte. Non fa niente se lontano, purché vivo. Non avendo dei resti da piangere, passeranno i decenni, arriverà un nuovo secolo, e il giovane militare sciatore rimarrà giovane per sempre.
Il ragazzo che doveva partire per la campagna di Russia, evitata per un soffio, dopo il sacrificio di migliaia di coetanei, sopravvive al resto della guerra. Ritrova la pace, vede scorrere gli anni, imbianca, sposa la morosa di allora e poi la perde, dopo una vita passata insieme, cercando di dimenticare le bombe e chi non è più tornato.

Le vicende dei due soldati tornano a incrociarsi qui, più di 60 anni dopo, in una stanza d’ospedale. Si sviluppano liberamente nella mia fantasia, incrociano nella memoria nozioni scolastiche e sono vive.
Comunque sia, io trattengo il respiro, di fronte alla Storia.

silenziosamente concepito da Ramona 20:17:00 2 Commenti

27/05/2007

DI NOTTE

Il temporale infuria, stanotte. La rabbia repressa dell'universo si sfoga nel vento furioso e in rombi di tuoni vanagloriosi. La fine del mondo. Pioggia a secchi. Diluvio universale. Ma che importa? È tutto là fuori.
Lei pensa che tutto sommato si trova al sicuro. Lascia che piova, che infuri la bufera. Un tempo del genere concilia il sonno a chi può dormire. Tra queste quattro mura si può pensare di essere inattaccabili dal maltempo. Se ne ha già abbastanza di fare i conti con la propria salute, non può essere che uno stupido temporale riesca a disturbare il riposo.

La donna fa un giro per le stanze. È proprio così. Le persone dormono quasi tutte. C'è chi le domanda se piove, ma con una sorta di stupefatto distacco. Una proforma. Non è che importi veramente, le cose inquietanti sono ben altre. Però fa bene pensare che l'acqua, nel suo venire giù furibonda, in fondo annaffia l'orto di casa che si è dovuto lasciare in fretta e furia e senza cure. Una preoccupazione in meno. La verdura crescerà. Oddio, ma anche l'erbaccia… bè fa niente, quando esco di qui starò meglio e farò il contadino.

Dormono. Le porte e le finestre, lasciate aperte per ricambiare l'aria malsana, sbattono per il ventaccio, fanno rumore, ma nessuno si lamenta.
Com'è diversa questa notte da una notte di plenilunio. Per qualche misterioso sortilegio, la luna piena rende insonni. Favorisce le nascite, certo, e l'alta marea… ma anche l'insonnia. In quei casi, una sorta di nervosismo strisciante collettivo, senza spiegazione, fa sì che sembra di essere in pieno giorno. Le persone si ritrovano tutte col bisogno di parlare, si rivoltano nel letto come una frittata, sballottate senza dubbio dagli influssi argentei. Signorina che ore sono? Signorina, ho qualcosa che non va, ma non so cosa… Signorina, posso avere una camomilla? Signorina sto male…
Col temporale no. Si riposa. Si perde finalmente il controllo di sé, ci si abbandona al nulla della notte, che per le persone normali è, appunto, fatta per dormire.

Lei non dorme.
Vorrebbe tanto, ma non dorme.
Il sonno degli altri è contagioso come lo sbadiglio. Basterebbe così poco, appoggiare la testa da qualche parte, allungare le gambe su una sedia e chiudere gli occhi. Dieci minuti, mezz'ora…basterebbe. La bocca aperta per il rilassamento della mandibola, magari un lieve russare discreto. L'arrendersi definitivo della coscienza…Il sonno, insomma, non chiede molto. Solo far dormire. Almeno un po'.
Non ancora, il turno non è finito.

Cosa fanno i dormienti?
C'è chi si copre con una coperta, perché ha freddo. Ne vuole altre. Dieci chili di coperte.
E c'è chi nel sonno invece suda e le coperte le tira giù. Rimane esposto, in pigiama. Altri sono in mutande. Affiora qualche pannolone. Bambini giganti, bambini invecchiati, inconsapevoli delle proprie funzioni, del proprio stare al mondo. Avranno caldo o freddo? Non è che tutti sappiano rispondere. La donna deve immaginarlo da sé e provvedere.

L'annaffiatoio del cielo non si è ancora esaurito. Gli orti da bagnare sono tanti, gli alberi da spettinare innumerevoli. Il vento soffia forte, la notte s'illumina di lampi e sembra giorno. Ma per fortuna qui si dorme.

Per passare attraverso il buio delle stanze occorre una piccola luce, sfuggente, discreta, ma che faccia bene il suo lavoro: è importante capire, osservare, distinguere… Quei corpi abbandonati in pose spesso scomposte a volte inducono un sospetto:  c'è qualcuno, lì dentro? Qualcuno che si sia assentato solo momentaneamente, s'intende, per andare a visitare un mondo che non esiste, giusto fino alla prossima alba. Oppure non c'è più nessuno, e il corpo rimane lì per finta?
La differenza fra esserci e non esserci è vitale. Ma nella notte è minima. Il sonno temporaneo da quello eterno, di notte, si distingue per un soffio, per un alzarsi o meno del torace, per il movimento impercettibile di un muscolo, un arto, o per uno strizzare d'occhi alla luce che viene impietosa ad indagare.
Che responsabilità accertarsi che tutto questo ci sia!, si dice lei, una volta di più. E pensare che sono in preda agli stessi sintomi e vorrei solo essere lì, in quel letto, a fare il morto al posto di quell'uomo, quella donna, quell'anziano o chiunque sia, col respiro così lieve da far indugiare la pila sul torace una volta di più per essere sicuri che…
Ok, qui è tutto a posto.

Passata la grancassa del temporale, resta lo scrosciare dolce e conciliante dell'acqua, musica nell'alba che avanza a passi lenti.
Ma le ore sono più lunghe di notte?

Nelle stanze odore di corpi, sudore, piedi. Capelli sul cuscino, gambe fuori dal letto. C'è chi non può cambiare posizione da solo, è meglio girarlo… ma sta dormendo… La donna pensa che se fosse lei al suo posto preferirebbe dormire che cambiare posizione…
Qualcuno deve fare pipì.
Qualcuno sogna. La luce della pila si attarda sulle fronti aggrottate, in cerca di sogni. Questo mestiere non permette di leggere anche i sogni. Si conosce tutto dei corpi che ora appaiono, e sono, così indifesi, non c'è segreto e non c'è privacy che tenga. Qui dentro si è radiografati in toto. Ma i sogni no, restano privati. Ed è giusto. Si può solo tentare di indovinarne la presenza nel mormorio sconnesso di qualcuno, nel lamento o nell'agitazione ad occhi chiusi, in un sorriso appena accennato che si allarga al risveglio… Il sogno come segno di vita non è misurabile.

Volti  lucidi di sudore. Le stanze sono opprimenti di calura.
Un sonoro russare s'interrompe in una pausa da cronometrare con ansia.
Il rumore dell'ossigeno negli erogatori e la luce verde del monitor. I ritmi cardiaci come ipnotiche montagne russe, una specie di videogame in cui non ci si può permettere di perdere.
Silenzio.

Il ticchettio della tastiera che da vita a questa pagina è l'arma della donna per sconfiggere le ultime ore di tentazione. Anche se si potrebbe definirla un'arma impropria: la mente non si collega, dopo un certo orario proprio non ce la fa, e le dita vanno da sole sui tasti, inconcludenti.
Allora si apre un libro, che faccia dimenticare il luogo e l'orario impossibile, che apra un nuovo mondo e un'altra storia. Però dev'essere proprio avvincente, altrimenti la pagina aperta resta fissa a lungo. Intonsa.

Perché le palpebre le hanno fatte di piombo?

Di notte il corpo di chi veglia lievita. Il calore, la postura, dio sa che cosa, fa aumentare le circonferenze. La donna sa che faticherà a reindossare i propri panni, una volta smessa la divisa, tra poco. Poi la posizione orizzontale, una volta a casa, restituirà l'equilibrio. Che strana cosa.

Non piove più. Cominciano a giungere i rumori da fuori. Non tanti, oggi è domenica. A quest' ora è un po' presto per le gite fuori porta. Chissà perché non è presto per andare a lavorare. Qualcuno deve farlo anche oggi.
Ecco il camion del latte fresco. Ettolitri di latte. Durante la settimana a quest'ora arriva anche quello del pane. Quintali di panini. E se è d'inverno, con tanta neve, spazzaneve e ruspe fanno compagnia, maneggiano la neve con facilità e sembrano giocattoli telecomandati visti dall'alto.
Nella notte, mentre molti dormono, tanti lavorano.
Niente neve in questa notte di maggio. Tanta pioggia, e vento, e tuoni arrabbiati, ma ormai è tutto passato. Sta per schiarire, là fuori. Con fatica, ma il cielo ancora bagnato è già un po' più chiaro. E' ancora vestito di grigio, con appena un merletto giallo, un raggio pallido che s'intrufola fra le cuciture delle nuvole. Non ha ancora smesso di mungersi, il cielo, questo suo vestito promette ancora umido…

La donna si alza, ricontrolla ancora una volta tutte le stanze, dove stanotte, come le altre notti, gli occupanti hanno cercato di dimenticarsi della presenza di una malattia. Stanotte hanno dormito. Hanno riposto respiri più o meno lievi, odori più o meni forti, vite più o meno complicate e si sono tutti abbracciati a Morfeo.

Albeggia. Iniziano i risvegli, i ritorni di coscienza, dove sono e cosa faccio qui…
Anche questa è andata.
La donna siede di nuovo alla tastiera del pc. Termine una frase, poi salva e chiude tutto, con le dita gonfie. Ancora una lotta con gli occhi che non ne vogliono sapere di restare aperti. Quest'ultima battaglia è la più ardua, quella che impegna di più, perché viene da dire che tanto, ormai, manca poco…
La donna sogna (e non sa se si è già addormentata) il suo letto, un abbraccio caldo, il riposo. La quiete. Per lei la notte è questo giorno che sta arrivando.

 

silenziosamente concepito da Ramona 14:28:00 Commenta:

24/05/2007

PAURAPAURAPAURA

NO, NO… PAURAPAURAPAURA…
Lo dici scherzando, col sorriso, ma è chiaro che non puoi impallidire per finta. Hai davvero paura.
Ogni volta che mi avvicino a te per prelevarti un campione di sangue, o infilarti un ago in vena per la flebo, o comunque per compiere sulla tua persona una qualunque azione che ti possa essere poco chiara, alzi le braccia, come ad arrenderti, e ripeti, in un mantra ipnotico: PAURAPAURAPAURA. NO, NO. PREGO, PAURA.
Sono poche le parole della nostra lingua che conosci, anche se vivi qui da tempo. Però da quando sei fra noi, malato, hai imparato a comunicare meglio. La tua paura è stata la prima cosa che sei riuscito a far capire di te. Anche se non la sai spiegare.

Sei un uomo giovane, nemmeno quarantenne, con un fisico imponente e il sorriso dispettoso di bambino. Provieni dall’altra parte dell’Adriatico, da una terra a lungo martoriata, come tutti quei paesi che cercano il diritto all’indipendenza. La tua pelle ha il pallore malsano della malattia, e sembra impossibile che possa sbiancare ancora di più quando averti il “pericolo”. Perché, lo immagino dalle tue reazioni, per te ogni manovra appena un po’ più cruenta che ti tocchi concretamente, è un pericolo.
Il contatto di un ago sulla pelle, per esempio. Ti fa sobbalzare non appena ti sfiora, però scherzi, sorridi, ti copri gli occhi dopo averli sgranati e nonostante il tuo coraggio si vede che il terrore è autentico.
Chiedi l’anestesia, addirittura, per le procedure un po’ più impegnative. Non vuoi vedere, non vuoi sentire. Fate tutto quello che volete, che dovete, ma non lasciate che io veda.
PAURAPAURAPAURA.

Il ritornello ormai è diventato un modo per sdrammatizzare, sorridiamo io e te nel mormorarlo insieme, io con un interrogativo dubbioso  (PAURAPAURAPAURA?...)  e tu con un esclamativo convinto (PAURAPAURA !!). I tuoi occhi nerissimi hanno un bagliore divertito e insieme ansioso.

Non posso non pensare a quanto ho saputo di te. Quei tuoi occhi che qui ora ridono con noi, pochi anni fa hanno visto l’orrore. Sei stato in guerra, quella guerra che ora ci sembra così lontana, quasi mai avvenuta, eppure era di fronte a noi, lontana solo un braccio di mare, ché l’Adriatico in fondo non è che una tinozza, e con un saltello ci pare si possa arrivare di là. Sono sicura che, fossimo stati allora capaci di ascoltare il silenzio, avremmo sentito il rumore delle bombe.

Cos’è che non hanno visto i tuoi occhi neri, in quel periodo?
Cos’è che ti ha segnato così profondamente?
Quanto sangue altrui hai visto scorrere, tanto che ora ti è insopportabile anche la vista del tuo?
E tu che sei stato sotto le bombe, hai forse sparato e forse ferito o ucciso (io non lo so se è così, ma la guerra di solito prevede anche questo), tu ora hai PAURAPAURA di un ago, o di un taglio?
E il tuo cuore, quanto ha patito in tutto ciò, se ora ne paga le conseguenze, sfiancato, ballerino così maldestro da richiedere un aiuto meccanico per rallentare la sua follia e garantirti la sopravvivenza?
Sei troppo giovane amico mio, hai altrettanta vita davanti. Nonostante le bombe. Che ormai fanno parte del passato, mentre tu devi pensare al futuro, tuo e dei tuoi bambini.

Perciò capisci bene che la procedura scelta per te è quella giusta, sai che è necessaria, ma hai così PAURAPAURAPAURA che il tuo pallore è quello di un morto, mentre ti accompagno nella sala dove ti metteranno il tuo salvavita personale.

Il giorno dopo è tutto finito. Ti vedo mentre passeggi nel corridoio, mi saluti col sorriso negli occhi neri, a farmi intendere che ci sei e stai bene.
Ti domando:
PAURAPAURAPAURA?....
E tu, indicandomi il punto dove so esserci la ferita fresca d’intervento:
MALEMALEMALE!!!
E sorridiamo, insieme: dopo tutto, essere vivi vuol dire anche questo.

 

silenziosamente concepito da Ramona 21:08:00 2 Commenti

08/03/2007

AUGURI, DONNE. UN GIORNO COME TANTI.

8 marzo, festa della donna. E una donna muore.

Cosa gliene importa, a lei, che oggi sia la sua festa?

E a noi? 

 

Anni di sofferenze, in cui V. combatteva con una grinta impressionante. La decisione ferma di chi vuole vivere a tutti i costi, infischiandosene di imposizioni, restrizioni, consigli. La cosa importante è vivere.

Quando si dice che si resta attaccati alla vita con le unghie e con i denti, è, appunto, un modo di dire. Ma nel sentirlo ogni volta alla mia memoria si riaffacciano nomi e volti e corpi di chi questo detto l’ha messo in pratica.

V. è una di queste persone. Arrivata al capolinea alza la bandiera bianca della resa e chiude la sua personale guerra oggi, 8 marzo, nella festa a lei dedicata. 

 

Dopo giorni e giorni in cui si naufraga nella pena, giorni in cui ti auguri che a te non succeda la stessa cosa, arrivano anche i giorni in cui è lecito pensare cose assurde, del tipo: ma perché quando è il momento non basta spegnere un interruttore, se questo è il nostro destino? Perché bisogna stare male da cani?

V. rimarrà nel mio ricordo con il pigiama giallo sole e le unghie colorate, la voce roca e l’arrabbiatura sempre a portata di mano. Nessuno in casa, un figlio sempre vicino, eppure lontano. La voglia di fare a modo proprio. Purché vivere. 

 

La sua ultima notte in mano mia. 

 

Aiutami.

Aiutami.

Fammi respirare, non ce la faccio. 

 

Aiutarti, V., è stata una priorità assoluta stanotte, ma a che è servito?

Morfina, per combattere dolore e terrore. Niente.

Antiemetico, per il conato con cui sembri voler rigettare il mostro che ti divora. Niente.

Ossigeno, sempre più concentrato, perché l’aria non vuole più entrare nei tuoi polmoni. Niente.

Diuretico, per alleggerire la massa dei liquidi che ti soffocano, perché hai un cuore così stanco che non ce la fa più a spingere. Niente.

Cortisone, perché aiuta a rilassare lo spasmo del respiro. Niente. 

 

Aiutami. Fammi qualcosa. 

 

La testa che sbatte sul cuscino, rabbiosa. 

 

Mamma. Mamma. 

 

Chiama la mamma. Forse la vede pure. Il cuore si stringe anche a me. Più di ogni altra esperienza professionale, più di ogni valutazione “tecnica”, questa invocazione è un segnale che, ho imparato, non sbaglia la prognosi.

 

Un sorso d’acqua, che la sete è tanta.

Una carezza sui capelli sparati per aria.

Su e giù le gambe dal letto, fino allo sfinimento, fino a consumare il residuo di grinta.

Su e giù sul letto, il cuscino così, no colà.

Il dottore è qui, ma cos’altro resta da provare?

Solo pietà.

E sperare, egoisticamente, che arrivi presto la fine del turno e che non tocchi a me il suo ultimo respiro. No. Io ho in mente il pigiama giallo sole e il sorriso furbetto. Non voglio altri ricordi di V. 

 

Aiutami. 

 

Semiseduta sul letto, un momento di tregua. Occhi chiusi, ma se mi sente lì vicino ancora mi domanda di aiutarla.

Arrivano le 6 del mattino. V. respira, dorme sfinita il sonno dell’abbandono che ha rincorso per tutta la notte, incapace di concedersi.

Arrivano le 7 del mattino. V. non respira più e dorme un sonno che finalmente non la tradirà.

Ha aspettato che me ne andassi.

Aiutami, diceva. Ma è stata lei ad aiutare me.

 

 

8 marzo, festa della donna.

Poche stanze più in là. Un’altra donna.

Una giovane madre attende il suo secondo figlio. Il piccolo è nella pancia, ha già 5 mesi ed è piuttosto sballottato. Il cuore della mamma, anziché fargli da ninna nanna col suo tono rassicurante, lo sta assordando come un tamburo impazzito. E’ un cuore che ha deciso di viaggiare forte, oltre i 230 battiti in un minuto.

Come un pilota di formula uno, corre a una velocità pazzesca, sprezzante del pericolo.

E’ folle, canta una canzone dai ritmi frenetici, ossessivi. Troppo, per una creatura che vuole solo diventare mamma. E troppo per quella che vuole solo diventare figlio.

I consulti sono serrati e convulsi. La mamma ha bisogno di farmaci, ma si rischia di rallentare anche il battito fetale. Come salvare uno e l’altro è la priorità di questa mattina. Perché la vita continua, per una che si è spenta un’altra resta accesa e vitale, ed è in quel grembo. E va salvata.

Speriamo sia femmina. 

 

Ma è la festa della donna, oggi.

Qualcuno ci pensa?

Auguri donne, perché le sofferenze vi siano risparmiate almeno oggi, in questo giorno che è un giorno uguale agli altri.

silenziosamente concepito da Ramona 17:44:00 5 Commenti

16/12/2006

CRISI DI ASTINENZA

Ha lunghe treccine rasta, a contorno di tempie invece rasate quasi a zero.

Ha occhi verdi da gatta. Diffidenti e guardinghi.

Decine di braccialetti etnici, grossi e vistosi come le spille punk che le perforano i lobi, le ornano i polsi.

Ha 25 anni ed è una tossicodipendente, cronica e in fase attiva.

Figlia di una madre apprensiva, rassegnata eppure combattiva, e di un padre suicida a poco più di 30 anni.

 Circondata dagli specialisti di ogni settore.

C’è chi parla di disturbo borderline della personalità.

Chi dice che non è ancora una manipolatrice e dunque può essere recuperata.

Una comunità le apre le porte, appena starà meglio.

 

E intanto insulta e bestemmia, piange, e farebbe a pezzi il mondo con la rabbia incontenibile che l’ha spinta verso l’autodistruzione.

 

Ha 25 anni ed è, o potrebbe essere, carina, come tutte le ragazze.

Alla sua età c’è chi si sposa, chi mette al mondo figli, chi si affaccia alla vita, chi sogna di amare il cantante o la star, chi vuole sfondare nello spettacolo e luccicare da velina.

 

E c’è chi si buca.

Chi futuro non ne ha perché si è bruciata il presente. E naviga a vista fra sedativi, tranquillanti, sigarette e metadone.

Chi ha il cuore in pericolo, in tutti i sensi che gli si vuol dare, a questo povero organo.

Chi ha i polmoni distrutti e dei 25 anni non le resta un granchè.

 

Un paio di poliziotti vengono a farle visita perché è agli arresti domiciliari. Divise azzurre con la pistola al fianco e il sorrisetto di sufficienza di chi crede di sapere come va il mondo e si arroga il diritto a giudicare. Un giudizio che è di condanna.

Delinquenti.

Tossici.

Le giacche blu mettono in subbuglio il resto dei degenti, che sgranano gli occhi intimoriti e fra di loro sgomitano e si pongono domande.

Ed è ancora una condanna non detta.

  

E’ una tossica, non ha diritti.

Nemmeno alla privacy.

Nemmeno a stare chiusa nel bagno, anche se se ne approfitta con arroganza, perché deve dar conto anche di quello.

  

 E’ sempre una condanna.

Lei si difende attaccando e insultando. Ci accusa a gran voce di voler far fuori tutti i  tossicodipendenti, così poi saremo contenti. Rifiuta cure ed esami. Per poi accettarli fra le lacrime, e altre urla e altri insulti. Difende le proprie vene, l’autostrada senza fermate che porta la roba dritta al cervello.

Guai a toccarla dove non vuole.

Guai a toccarla.

Guai a guardarla.

 

Fa i capricci come i bambini, ma gli insulti sono pesanti e il livello è quello dell’isteria.

Non faccio fatica a immaginarla, anziché così aggressiva, abbracciata invece all’orsacchiotto di peluche mentre scrive piangendo: caro diario, nessuno mi vuole bene e il mondo è cattivo…

 

Ma la cosa è tremendamente più seria.

Distorsione di una realtà che è all’opposto. E’ lei, solo lei, che sceglie di non farsi voler bene.

  

E’ così… inspiegabile.

  

Io vedo ogni giorno la lotta per la vita che altre persone, condannate a volte perfino dalla genetica, intraprendono fin dalla nascita. Chiedono solo una vita normale. E vogliono vivere.

  

Lei invece ha 25 anni, e una vita normale non ce l’ha per scelta. La fatalità ha forse solo suggerito la via, più comoda e insieme scomoda, terribile. Poi, per il libero arbitrio di cui godiamo, lei sola l’ha scelta, quella via.

 

Ma ora che rifiuta di curarsi, e sembra invece gridare aiuto, ora che rifiuta la mano tesa, anche quella è una libera scelta?

O è la scelta obbligata di una “malattia” che diluisce i contorni, distorce i fatti, manda in pappa i neuroni e una intera possibilità di vita?

Dov’è in questo caso il libero arbitrio?

Dov’è il limite tra scelta e incapacità d’intendere?

  

Come si fa spiegare a chi non vuol sentire che il cuore malato necessita di calma e cure adeguate da seguire con scrupolo?

Quali sono le parole adatte da usare con una ragazza che ha scelto di suicidarsi lentamente nel peggiore dei modi, per convincerla invece a curare la patologia acuta che…le potrebbe essere fatale?

E perché poi dovrebbe scegliere di curarsi?

Ha diritto di voler farne a meno?

Ha diritto di urlare la propria rabbia e la diffidenza, di spaventare il resto del piccolo mondo circostante?

Ha diritto di far piangere la madre che le ha dato la vita, quella stessa che ora vuole bruciare, una povera madre che ormai ha più paura che lacrime?

Come si fa stabilire diritti e doveri in questa storia?

  

Io non ne sono capace.

Non ho nemmeno parole.

Sono confusa e triste.

Il mondo è sempre più ricco d’ingiustizie.

silenziosamente concepito da Ramona 22:40:00 6 Commenti
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