13/11/2009

LA CA', I RACCONTI DEL RESEGONE (DI MARCO SIMI) - un regalo per me dalla Rete


Si  spendono molte parole per criticare la Rete. La Rete è pericolosa, porta a illusioni, a relazioni effimere o pericolose. Non c’è molto di buono nella Rete e quel poco va valutato attentamente.

Non dico che non sia vero.
Da quando navigo in questo mare virtuale ho incontrato un po’ di tutto. Ma non mi sento di demonizzare completamente questo fantastico mezzo di comunicazione e informazione.
Certo, le relazioni si fanno virtuali, il che spesso equivale ad effimere. Amici che vanno, amici che vengono… magari anche amori che vanno e vengono.
Le mie esperienze personali mi hanno portato a prendere ciò che la Rete mi offre con slancio e prudenza e, dopo qualche batosta, a non soffrire per eventuali delusioni. La Rete ingoia ciò che prima ti ha regalato, spesso a ritmo vertiginoso.

Sia. Non per questo bisogna tirarsi indietro, la Rete è il mondo intero, oggi, e anche di più, e noi ne facciamo parte.

La Rete porta ogni tanto delle sorprese impagabili.

Vorrei regalarti un libro.
Una mail, un giorno, mi annuncia questo desiderio.
Mi piacerebbe che lo leggessi. È di un caro amico, parla di cose semplici, come fai tu. Io penso che ti conquisterebbe.

Un regalo da qualcuno che nemmeno conosco, se non per pseudonimo.
Un regalo senza secondi fini, con la semplicità delle persone sincere e motivazioni spiazzanti.
Va bene, ho detto, sorpresa.
Un libro è sempre ben accetto. E questa voglia di donarlo proprio a me, senza altro scopo che non quello di farmi una cosa gradita, di condividere qualcosa di bello, m’impressiona e mi commuove. C’è ancora del buono, a questo mondo.
C’è qualcuno che offre e non chiede nulla.
 
Ma che libro sarà mai? Chi l’ha scritto? Di che parla?

I misteri si risolvono presto.
Il libretto, piccolino ma ben curato, s’intitola La Ca’, i racconti del Resegone, edito da Itaca editore. L’autore è un certo Marco Simi.
Ok, mi dico, non è un best seller, non ho visto recensioni in giro, i lit-blog non ne parlano, l’autore mi è sconosciuto.
La cosa m’intriga ancora di più e cerco informazioni. Ne ricevo in parte dal generoso amico che mi ha fatto questo bel dono, in parte vado da me. Perché la Rete, madre e matrigna, non nasconde nulla e ti dice tutto quello che vuoi sapere.

Marco Simi è un personaggio notevole. Anzi, purtroppo bisogna dire che lo è stato, perché è mancato in una giornata di primavera del 2004, improvvisamente, a soli 46 anni. Lasciando, come si dice, un gran vuoto in chi lo conosceva. Dalla Rete e dal risvolto di copertina giunge la descrizione di un uomo buono, disponibile, che si metteva letteralmente al servizio degli altri. Ha creato, nella sua breve vita, associazioni umanitarie per bambini in difficoltà, ha aperto le porte della sua casa a una serie di affidi regalando la serenità a creature sbandate. Con la famiglia in cui è cresciuto ha dato asilo e conforto a ragazzi tossicodipendenti. Ha affrontato serenamente le battaglie contro la malattia della figlia e le vicende d’ingiustizie legali legate a una delle figlie in affido.
Un uomo normale, ma forte e pieno di iniziative, schietto e onesto. Come la montagna.
E del resto Marco Simi era un uomo di montagna.

Aveva trascorso buona parte della sua vita di ragazzo e poi di adulto, sulle montagne, in particolare sul Resegone, dove la sua famiglia aveva una casa, o una baita, un autentico buen ritiro.
Il Resegone io non lo conoscevo, ma anche qui la Rete amica ha rimediato alla mia ignoranza. Montagna piccola fra le montagne, nemmeno 2000 metri, dall’aspetto tipico a “denti di sega” da cui probabilmente il nome, tra le province di Lecco e Bergamo. Piccola e famosa, visto che viene nominata anche dal Manzoni nel romanzo per eccellenza, I Promessi Sposi:

La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune.

Montagna a tutti gli effetti, col bosco, la neve sulle vette, la vita semplice e antica.

La quotidianità rassicurante della gente montanara, appunto, era rimasta nella pelle a Marco, che, dotato di evidente e grande creatività, aveva voluto fissare sulla carta (o sulle pagine di un computer, chissà), i suoi ricordi e le piccole grandi cose di un ambiente a rischio di estinzione.
Per chi abita in città la vita in montagna ha del folkloristico, si può sperimentare per una vacanza, ma poi è così rilassante tornare a tutte le comodità urbane.
Chi però ci nasce e ci vive, poi la montagna se la ritrova nel sangue. Non sa allontanarsene.
E chi ha il dono di saper raccontare, racconta.

Un racconto di piccole cose quello di Marco: ricordi, qualche riflessione, descrizioni di un angolo di paradiso incontaminato, di momenti belli, divertenti, magari anche commoventi, vissuti nella Ca’, dove il tempo si è fermato, e la modernità ci arriva sì, ma quasi di striscio e non sempre benvoluta. Racconti brevissimi, una pagina o due, da assaporare con calma, con i ritmi lenti della montagna stessa. Perché ci vuole il tempo giusto per fermarsi a leggere la descrizione di un piccolo corso d’acqua che noi da soli non degneremmo di un’occhiata. O la scoperta delle castagne ancora dentro ai loro ricci. O la preparazione dei fagioli con la cipolla: sembra una roba semplice da fare, ma bisogna metterci il cuore, e a seguire la ricetta di Marco si sente l’acquolina in bocca. Un po’ meno, forse, quando si parla di un certo minestrone, più saporito del solito a causa di… due candele cadute inavvertitamente, e sciolte, nel pentolone durante la cottura a fuoco lento. Gli amici non lo sanno, però giurano che quello era il minestrone più buono che abbiano mai mangiato!

Cuor gentile anche nella narrazione, Marco Simi, persino nel descrivere di situazioni ben poco romantiche, ma estremamente naturali, come il problema dell’evacuazione intestinale quando si va per monti… e vi assicuro che non è un problema da poco! Ma la sua ironia leggera assolve questo compito in modo garbato.

Mi sono ritrovata in molte delle situazioni descritte da Marco (no, non quella dell’evacuazione, giuro!!). Io sono nata al mare, e il mare è sempre nei miei pensieri, ma la montagna è la mia casa ormai da tanto, tanto tempo, forse c’è sempre stata, perché un po’ del mio DNA contiene geni che sopravvivono sopra i 2000 metri. Nel  corso di tutti questi anni ho attraversato boschi, raccolto funghi, mangiato polenta fatta sul fuoco, ho visto animali selvatici, ho attraversato corsi d’acqua corrente e limpida, sono andata lentamente e in silenzio per i sentieri, ho ascoltato i racconti di vecchi boscaioli e di chi ha vissuto la guerra da partigiano, ho visto un mondo fantastico da vette altissime e le nuvole sotto di me.
Ho apprezzato questi racconti che sebbene nati nel nord ovest dell’arco alpino, sono così simili a quelli del nord est che conosco meglio.

Lo stile di Marco è colto e semplice allo stesso tempo, non privo di personalità, come del resto lo era lui: a testimoniarlo, in coda ai racconti l’omelia del parroco al suo funerale, e la prefazione di Antonio Socci, noto giornalista e scrittore.

Insomma, è un libretto, questo dei racconti del Resegone, di cui forse i media non parleranno mai. O non con i toni che siamo abituati a sentire: non provocherà schieramenti, non riceverà onorificenze più o meno discutibili, non vedrà vendite stellari e di certo non diventerà il caso letterario dell’anno.

Non importa.

Nella bufera delle polemiche intellettuali e dei grandi numeri, c’è posto anche per una brezza leggera e fuori dal coro: la voce di Marco, da qualunque posto arrivi, aiuta a respirare.

Un grazie a chi me lo ha fatto conoscere.


(Questa lettura inaugura anche il mio nuovo scaffale in Bottega di Lettura, che da pochissimo ha cambiato casa: andate a visitarla qui. )
silenziosamente concepito da Ramona 20:14:00 Commenta:

10/10/2009

SONO L'ULTIMO A SCENDERE (E ALTRE STORIE CREDIBILI)

                                       Sono l’ultimo a scendere.
Non mi sarei mai persa questo libro, che già dal titolo sento
così vicino a me. Anche io, infatti, sono sempre l’ultima a scendere. Non tanto nella pratica: nei miei viaggi in treno infatti sono la prima ad appressarsi alla porta, sia nel salire che nello scendere; questioni ormai note di lentezza da bradipi e di imbranataggine nel trasportare il bagaglio, di solito sproporzionato, mi suggeriscono di prendermi per tempo, onde evitare di essere linciata dalla folla viaggiante.
Piuttosto sono sempre l’ultima a capire come stanno le cose, l’ultima a entrare nella realtà, persa in un mondo contemplativo e fantasioso: l’ultima in tutto, quella che cade sempre dalle nuvole.
E dunque, un titolo intrigante come quello del recentissimo libro di Giulio Mozzi,  edito da Mondadori, non avrebbe mai potuto non invogliarmi, anche se il senso, in questo caso, vuole essere un altro.
O no?

Comunque non basta certo un titolo a conquistare un lettore. E non basta, spesso, neppure l’amicizia con l’autore.
Un libro deve saper colpire e affondare, nel bene e nel male. Nel senso che deve saper lasciare un segno, una risata, una riflessione, un dolore, in chi lo legge. E finora mai un testo di Mozzi è passato sotto ai miei occhi senza lasciare un solco.

Io questo libro lo leggevo da prima che nascesse.
Lo leggevo sotto forma del diario pubblico, cioè online, di giuliomozzi (come lui ama firmarsi). Lo leggevo tutti i giorni, da quando ne ero venuta a conoscenza.
E in effetti Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) non è che un estratto di quel diario in rete, un tentativo di ricavarne il meglio di. Ma è così difficile fare una cernita di anni di aneddoti, personaggi, gag e quant’altro, che secondo me si può parlare proprio solo di tentativo. Moltissima altra vita è rimasta nelle pagine virtuali di quel diario pubblico, e come si può dire che non avesse meritato anch’essa di finire in carta?

Per tornare al diario.
Un diario dovrebbe aiutarti a capire di più la persona che lo scrive. Io lo leggevo per capire meglio la personalità di uno scrittore, conosciuto per caso, che stava diventando un amico. Così come ho letto in seguito molti dei suoi racconti. Ma mentre i racconti, che pure contengono una notevole traccia dell’anima di chi li ha scritti, hanno una struttura narrativa spesso lunga e complessa, che portano all’introspezione, alla riflessione, al riconoscimento di sentimenti a volte dolorosi per entrambi, per chi scrive e per chi legge, il diario pubblico aveva, ha, una forma completamente diversa.
Vi sono descritti, con amabile umorismo, fatti di ordinaria e oggettiva quotidianità, che nulla hanno di ordinario né di oggettivo.
C’è la vita ordinaria e straordinaria di uno scrittore che per vivere fa il consulente editoriale per una casa editrice e partecipa a innumerevoli convegni e corsi in giro per l’Italia, spostandosi solo con treni e pullman. Questo mestiere bello e difficile lo porta a contatto con una umanità quanto mai variopinta e assurda, che ha talmente tanto dell’impossibile, che ti viene da pensare che non può che essere inventata.
E può darsi che lo sia, inventata, almeno in parte, come spiega lo stesso autore nella post-fazione. Tuttavia  c’è anche del vero, sostiene Mozzi, così inframmezzato alla finzione che non si riesce a distinguere le due cose.
Io so che è davvero così.

Di viaggi in treno sono maestra anch’io, sono per così dire nata su un treno, essendo figlia di un capotreno. E da quando ho cominciato a spostarmi da sola, da quando ho cominciato ad osservare la gente e a considerarla fonte inestinguibile di materia prima per una narrazione (e da ben prima di entrare inpuntadipiedi nel mondo letterario), so perfettamente che certe cose succedono realmente, o possono accadere, e certi personaggi esistono sul serio, o possono esistere. Li puoi incontrare da un momento all’altro, o forse li hai già incontrati in uno qualunque dei tuoi viaggi. Basta solo saperli guardare con occhi diversi, meno prosaici, liberare la fantasia e colorare con  pastelli personali ciò che accade, le facce che incroci.
E loro vivono.

Chi è che non ha mai avuto a che fare, com’è raccontato ironicamente nel libro, con ragazzi poco educati che sbraitano parolacce al telefonino rendendo tutti partecipi dei fatti loro? Chi non ha mai incontrato un controllare pignolo, o uno chiacchierone, o uno equivoco, o uno nervoso? E qualcuno ha mai visto una persona alimentata tramite PEG (sondino in pancia) durante un viaggio in treno? No?
Strano.
E due poliziotti di nome Giusè e Tonino, un po’ severi un po’ comprensivi che a forza d’incontrarti e chiederti i documenti finiscono per confidarti i loro umanissimi problemi?
Nessuno li ha mai incontrati?
Eppure esistono.
D’altro canto chi non ha mai incontrato un compagno di viaggio come il Giulio Mozzi protagonista del diario (alter ego irresistibile di quello vero), così amorfo, quasi in preda ad uno stupor psichiatrico, che interpellato risponde a una domanda con altre domande, polemico tranquillo senza neppure volerlo essere, e che perfino nella gentilezza risulta talmente scostante da far innervosire il proprio interlocutore?
Vabbè, forse, e per fortuna, non ce ne sono poi tanti, di personaggi come questo Giulio… ma io non escluderei d’incontrarne, prima o poi.

Questo fantomatico Giulio incontra di tutto anche nei momenti più banali e più quotidiani. Alla fermata dell’autobus, ai tavolini di un bar, mentre si reca ad un appuntamento. Uomini e donne normali, ma che talvolta, per caratteristiche proprie o delle circostanze, si fa fatica a definire tali. E comunque sempre indimenticabili.
Come indimenticabili, surreali, sono le telefonate che il povero Giulio riceve, e che spesso somigliano così tanto a quelle che tutti riceviamo dai call center. Solo che in queste telefonate, già assurde di per sé, il ricevente Giulio innesta un dialogo spiazzante che mette in difficoltà l’operatore o l’operatrice. Quello che tutti vorremmo essere in grado di fare, una volta o l’altra, sperando di liberarci dalle tanto importune chiamate.

Dialoghi surreali, incontri assurdi, circostanze banali ma anomale. Invenzione o realtà, ti ritrovi immerso fino al collo, ci sei dentro senza scampo. Perché sono perfettamente credibili anche nella loro incredibilità.
Io almeno, quando le leggevo in rete, ci credevo quasi sempre. Immaginavo cioè che da un fatto reale la fantasia dello scrittore sapesse ricavarne un aneddoto gustoso, divertente, raccontato ad arte in modo ambiguo.

Eppure ci sono cose che neppure oggi credo siano inventate, ma penso che facciano parte del Mozzi uomo più di quanto lui stesso voglia far capire. Sono alcune riflessioni che sanno troppo di verità, perché riguardano la sua vita privata: gli amici persi, morti per malattia o suicidio; la tristezza del  troppo frequente risveglio in fredde camere d’albergo, tanto perfette da non poterne più; quel senso di vuoto che un creativo avverte più di chiunque altro negli inevitabili momenti di impasse, quando mancano “cose” che riempiano la vita per farti sentire felice.

Questo e molto di più era presente anche nel diario pubblico che lo scrittore metteva a disposizione dei suoi lettori. Io sono felicissima di averlo ritrovato, almeno in parte, sotto forma di libro.
Non è che un libro, certo.
Un libro di piccole grandi storie, credibili o meno, per divertirsi o riflettere.
Per imparare a scendere per ultimi, per guardarsi meglio attorno, e magari guardare il nostro vicino, quello con cui dividiamo un pezzo di vita, un pezzo di viaggio, con gli occhi che in fondo abbiamo tutti: quelli della fantasia.
silenziosamente concepito da Ramona 20:44:00 3 Commenti

03/09/2009

INCONTRO CON DAVIDE


Per mesi Davide ha peregrinato di casa in casa, di porta in porta, bussando, chiedendo permesso, accomodandosi e parlando con garbo di sé a chi lo aveva invitato. Davide non chiedeva altro che di essere ascoltato.
Inevitabile che anche io, che di storie belle ho sempre fame, prima o poi incontrassi questo personaggio unico della Storia.
Si era fatto un po’ pregare, il divo. Ricordo che l’ho atteso per due mesi, ma poi è giunto fra le mie mani e mi ha fatto compagnia nella mia breve vacanza al mare. Non avrei potuto lasciarlo a casa, sarebbe stato maleducato, dopo averlo tanto cercato. E così gli ho fatto spazio sul mio asciugamano, in spiaggia, e ho cominciato a conoscerlo.
Un tipo interessante.

Poi ci siamo ritrovati  di persona, ancora prima di finire la conoscenza virtuale, ed è allora che mi sono permessa di fargli delle domande. Perché sono una curiosa e certe cose mi premeva approfondirle.
In fondo se lui se n’è andato così tanto in giro, doveva pur aspettarsi di essere considerato un po’ una celebrità, e come tale deve saper stare al gioco delle interviste, come fanno tutti i vip.

Un tantino di soggezione all’inizio me la metteva.
Lui era un re, una leggenda, un Eletto. Io una qualunque, una lettrice affamata, una che vuole conoscere quanto più possibile le pieghe del passato e che s’incanta davanti a tanto carisma.

Quel giorno che l’ho avuto di fronte, in carne e ossa, mi sono fatta dunque coraggio, ho messo da parte la timidezza e così ho parlato al re.



Ehm… come la devo chiamare? Sire? Maestà?
Mio signore potrebbe andar bene. Così mi ha sempre chiamato il mio popolo.

Bè, non so se ci riesco…Possiamo però darci del tu, vero? Il lei o il voi non erano in uso ai tuoi tempi. Forse suoneranno strani alle tue orecchie.

Invero ho udito queste strane espressioni dei vostri tempi, ma non le comprendo.

Mi dici in due parole chi sei, re Davide? Ammesso che bastino due parole per spiegare il tuo ruolo nella storia dell’umanità, dell’ebraismo e del cristianesimo.
Vorresti dire che hai letto la mia storia e ancora non hai capito chi sono? Eppure le prime parole del volume che hai per le mani lo dice: “Ascolta: io Davide, messia, re d’Israele…”.
Non ti passo a fil di spada perché in fondo anche io ci ho messo un sacco di tempo a capire chi sono in realtà.
Sono l’ultimogenito di Isai il Betlemita, discendente diretto di Abramo. Sono un figlio della tribù di Israele. Ero un pastore di greggi, avevo i capelli rossi ed ero forte; amavo la mia appartenenza e suonare la cetra, niente di più. Ma un giorno fui prescelto e diventai l’Eletto del Signore. Il resto delle mie imprese è narrato negli annali.

Sei l’Eletto… ma secondo quanto scrivi nella tua autobiografia, non sempre ne sembri felice. Anzi, il tuo Signore e Padre, l’Eterno dal nome non pronunciabile, sembra più un datore di lavoro alquanto severo che un genitore affettuoso.
Io avevo un compito, ma la mia doppia natura di uomo, istinto e bestialità, spirito e carne, alle volte confondeva la mia strada. Dio, mio Padre, mi ha sempre condotto nel giusto. Non senza che prima commettessi degli sbagli, qualche volta, per i quali dovevo essere rimproverato e anche punito.

Diciamo che nemmeno tu sei perfetto, vero? Qualche birichinata, qualche ammazzatina, qualche lascivia, te la sei ben concessa…
Sono stato un re, ho avuto la responsabilità di un popolo. E a quel tempo dovevo dare inizio alla più grande storia dell’umanità. Non c’erano i presupposti per andare tanto per il sottile.
Se tu sei qui davanti a me è perché io ho portato avanti il progetto divino con ogni mezzo.
Ho avuto 400 figli che hanno popolato la terra. Forse sei una mia discendente anche tu!

Quattrocento figli… e quante donne? Tantissime, e non solo quelle ufficiali, le tue mogli o concubine. A te quando piaceva qualcuna, te la prendevi, con la scusa di essere il re capostipite dell’umanità…
Talvolta ho abusato del mio potere, è vero. Ma che ci posso fare se Dio oltre che re mi ha fatto uomo e anche molto virile? Della mia potenza nessuna donna si è mai lamentata, anzi…

(n.b. lo guardo affascinata e concordo: è un gran bell’uomo, assai possente, coi muscoli formati dalle battaglie… non posso che sospirare, languida anche io, e bloccare l’immaginazione che ha preso altre strade....)

Eppure sei diventato re, nonostante i tuoi vizi così… terreni. Bell’esempio, per il tuo popolo.
I disegni del padre mio sono sempre stati imperscrutabili, anche per me. Io ho fatto del mio meglio per essere un buon re sotto la guida divina. Ma ero anche un uomo. Questo Dio lo sapeva meglio di me.

Parliamo di Golia e dei duecento prepuzi promessi a Saul?

No. Di quello si sa già tutto.

Ok. Diciamo allora che nonostante tutto, il tuo Signore e Padre magari prima ti bastonava, ma poi ti perdonava. Ti sei chiesto il perchè? Perché ha scelto proprio te, così umano e fallibile?

Sì, me lo sono chiesto molte volte. Non è stato facile essere il prescelto. Dio mi amava e io lo amavo. Ma non è stato così facile amarci.

E non ti è mai venuta voglia di mandarlo al diavolo? Perché hai sempre accettato tutto ciecamente, o quasi: le pretese, le punizioni, le missioni impossibili?

Che domande… perché lui è l’infallibile! Ha sempre i suoi buoni motivi quando si comporta in modo inspiegabile. Per esempio, credevo che l’essere il prescelto facesse di me un essere immortale… e mi sbagliavo, e dunque tremavo come tutti al pensiero della mia morte.
E poi mi ha privato degli affetti più cari, come Gionata. Sono arrivato allora a dubitare, perché come poteva essere Amore colui che l’amore lo toglieva? Ho faticato a comprendere la differenza tra la vita e l’essere. Quando la persona che amavo perdeva la vita, io mi arrabbiavo e mi disperavo. Poi, un po’ alla volta, capivo. Ma so che tanti ancora adesso non capiscono.

(n.b. anche io sono una di quelle che non capisce ancora… ma a Davide non lo dico, ho il sospetto, da come mi guarda, che lo ha ben compreso da sè.)

Si legge chiaramente nel tuo racconto l’ambiguità della tua personalità: ti definisci sdoppiato, come fossero due Davide in te. Vuoi parlarne?

L’ho già detto. Sono stato un uomo, come tutti, con le debolezze dell’uomo. E sono stato spirito perché mi veniva da mio Padre.
Ma non lo siamo un po’ tutti, sdoppiati? Non è questo che ci differenzia dagli animali?

Come distingui il tuo amore per l’Eterno, come lo chiami tu, dalla pura superstizione? A volte leggendo quello che racconti, specialmente quando parli dell’Arca, sembra davvero di cogliervi un certo timore superstizioso, come quello per un gatto nero che attraversa la strada il venerdì 17…
L’Arca è il simbolo, il luogo in cui siede la Divina-Presenza. Me lo spiegarono da piccolo, e io l’ho sempre sentita quella presenza. Non era possibile alzare gli occhi e guardarci dentro. Meno che meno mancare di rispetto e toccarla impunemente. Dovresti avere letto cosa succedeva a chi sgarrava. Dio richiede rispetto. Non sembrate capirlo molto, oggi.

Perché hai sentito il bisogno di raccontare la tua vita? C’erano già gli annali, no?
Le cronache sono sempre di parte, o parziali. Nessuno è mai stato nella mente di un altro uomo, per descrivere cosa la attraversa. Le mie imprese sono state ampiamente descritte. I miei tormenti li sapevo solo io,  e ho voluto che si conoscessero.

Come e dove hai incontrato Carlo Coccioli, l’uomo che  ti ha aiutato a scriverla, la tua vita? Ricordiamo che eri un uomo istruito per i tuoi tempi, componevi versi e suonavi la cetra, conoscevi i testi sacri a memoria, però fare ordine nel caos della tua lunga esistenza non era impresa delle più semplici. Fra donne, battaglie, peccati e pentimenti, disgrazie… e tutti quei parenti!

Le strade degli uomini si incontrano seguendo percorsi prestabiliti. L’uomo chiamato Coccioli si è innamorato (anche lui) di me, della mia fragilità e della mia forza, e delle mie contraddizioni nell’amore assoluto per l’Eterno. Amarlo e contestarlo. Avere voglia di disobbedire, e riconoscere l’infallibilità del suo Essere. Non ho fatto altro, per tutta la vita.
Ho vissuto a lungo, sì. Riconosco che non è stato facilissimo ripercorrere la mia esistenza prima che entrassi nei palazzi dell’Assoluto.

Hai conosciuto bene Coccioli? Che tipo ti è sembrato?

Ha saputo entrare in me. Ha saputo capire. E ha sofferto per il mio dolore.
Ora è anche lui nei palazzi dell’Assoluto.

Secondo te, perché Coccioli si è soffermato su di te e non, che so, su Noè, su Abramo, Isacco o chi si voglia? Sono tutte figure importanti, personaggi illustri, non credi?

Non dovresti porla a me questa domanda. Posso solo dirti che il mio amore per Dio è stato immenso e sofferto. A differenza dei miei antenati, io ho anche provato a ribellarmi, discutere con lui, soffrendo per il suo silenzio… salvo poi continuare ad amarlo e a leggere le sue risposte in quello che non mi diceva.
Io credo che voi contemporanei vi facciate le stesse domande, vi arrabbiate allo stesso modo. Per questo c’è chi, come Coccioli, si ritrova in me.

La tua autobiografia può essere considerata scomoda o interessante, oggi, con quel tuo sbandierato amore per l’Eterno?
Io credo che vi si possano trovare delle consolazioni. Le risposte, poi, ognuno le deve trovare da sé.

Sono passati millenni dalla tua prima sepoltura. Poi ne hai subita un’altra, quando il tuo racconto è finito nel dimenticatoio. Chi ti ha riportato alla luce terrena, aspettando quella dell’Altrove? E soprattutto, perché lo ha fatto, secondo te?

Anche qui devo dirti che le strade che percorriamo hanno una loro direzione, le storie s’intrecciano nei crocevia. L’uomo che ha riscoperto la mia storia scritta da Coccioli, evidentemente doveva incontrarmi perché così era scritto. Il perché lo abbia fatto puoi chiederlo a lui. Ti risponderà che nel mio amore contrastato per l’Altissimo ha ritrovato identico quello del narratore Coccioli per lo stesso Dio, che i nostri sentimenti e le nostre passioni si sovrappongono e questo è ai suoi occhi seducente. 

E poi hai cominciato a viaggiare, oltre che nelle librerie, oltre che sugli articoli di giornali, anche nelle case della gente. Cosa ti pare di questa esperienza? Cosa ti dà il contatto con le persone, che forse da re avevi un po’ trascurato, interessandoti solo ai rapporti di convenienza?

La gente, la mia gente, è sempre stata al centro dei miei pensieri. Solo che fino a che ero re dovevo badare a molte cose e spesso sembravo crudele e guerrafondaio. Ma io amo il contatto con la gente. Ho adorato entrare nelle case di persone che volevano sapere, conoscermi. E io mi sono dato a loro volentieri.

Viaggerai ancora?

È possibile. Ma non devi chiederlo a me.



Insomma, alla fine la timidezza mi è passata, ascoltare il re Davide è appassionante.
Tutti noi abbiamo letto qualche pagina della Bibbia, oppure ce l’hanno letta al catechismo o l’ascoltiamo distratti durante la Messa della domenica. Però è un’altra cosa sentire dal vivo una voce di quei tempi. Oppure leggere le parole attualissime, pure se ambientate in tempi così remoti, dell’uomo Davide. O immedesimarsi nei suoi dubbi laceranti, nelle sue crisi d’identità, e identificarsi nelle debolezze, nella sua umanità.
E alla fine toccare con mano il peso determinante che un uomo, non proprio come tanti, visto che da bambino guardiano di pecore è diventato re, ha avuto nella storia dell’umanità.

C’è ancora una cosa che vorrei chiedergli, ma chissà se mi risponde.

Ancora una cosa, re Davide… Vorrei tanto sapere, per un bisogno personale, ma anche, credo, a nome di tutti coloro che ci leggeranno… insomma…  ecco, ora che anche tu sei entrato nei palazzi dell’Assoluto… puoi dirci… sì, com’è davvero Lui, il Tetragramma? L’Essere dai tanti nomi ma senza un volto? L’Eterno che ci aspetta alla fine della nostra esistenza?...
E insomma, puoi dirci cosa c’è in quel palazzo?


Davide sorride, per niente stupito. Le sue sembianze sono, per me, quelle del bellissimo uomo che è stato, e non del vecchio dalle carni fredde che nemmeno una giovane schiava riesce a riscaldare. Ma nonostante l’aspetto con cui mi piace immaginarmelo, con cui lo vedo, la saggezza da lui acquisita con tanta fatica ha il sapore dell’immensità.
Infatti, non mi risponde.
silenziosamente concepito da Ramona 17:46:00 Commenta:

21/07/2009

I CICCIONI ESPLOSIVI

Capita, credo, un po’ a tutti di cambiare i gusti nella vita. Ciò che ci piaceva una volta oggi non ci piace più. Ciò che non ci piaceva allora ora ci appassiona. Questo vale indubbiamente anche per le nostre letture.

Per quel che mi riguarda in questo senso, come Picasso, riconosco di avere avuto i miei periodi. Il periodo del giallo, il periodo del rosa, il periodo del nero e dell’horror, il periodo rosso piccante dell’eros, il periodo grigio fumo del legal thriller, eccetera.


E la lista di quello che voglio ancora leggere è lunghissima e molto varia, sconfina perfino dal colore: va da alcuni classici immortali (ebbene sì, qualcuno mi è pur sfuggito) ai contemporanei italiani, cercando non so cosa, forse di riempire dei vuoti personali. Sono spinta a cambiare (a cercare) dalla fame di conoscenza, dalla voglia di aggiornamento, dalla sensazione assillante di non riuscire a fare in tempo a leggere tutto. Se penso a quanto non ho ancora letto di quello che vorrei, mi assale l’angoscia: morirò prima di avercela fatta!

 

E tuttavia  anche le circostanze, i nuovi corsi della vita, nuove frequentazioni e nuovi ambienti possono influire sulla mia curiosità e dare una virata al gusto verso cose nuove.


La scrittura multipla per esempio. Ne avevo sentito parlare, mi ero ripromessa di leggere qualcosa, ma finora non ci ero mai riuscita, affogata da altre urgenze che sul momento sembrano sempre inderogabili.

E gli autori contemporanei italiani, appunto. Fino a qualche anno fa non rientravano neppure in un mio ipotetico catalogo ideale, tutta presa da altri gusti. Ora m’incuriosiscono.


E l’editore? Ammetto tranquillamente che finora non avevo mai comprato un libro guardando se l’editore fosse di prestigio o meno. C’è chi mi prende affettuosamente in giro per questo. Io compravo il libro perché m’incuriosiva la storia, o perché conoscevo già l’autore e il suo modo di scrivere. E a dire il vero credo che questa sia l’unica mia prerogativa che, in fatto di gusti letterari, non cambierà mai. Anzi, le recenti polemiche dopo l’assegnazione del premio Strega hanno solo rafforzato questa mia convinzione.


Quanto al colore, l’ho già detto, seguivo il mio periodo personale senza preoccuparmi troppo della tendenza.


Le circostanze, dicevo, possono avere un ruolo fondamentale sulle scelte letterarie.


È proprio per tutta una serie di circostanze, assai lunga da raccontare qui, che mi ritrovo oggi in mano, fra tanti, un libro curioso, che soddisfa buona parte delle mie più recenti esigenze: è scritto da un autore multiplo (di cui, sempre per i casi della vita, sono diventata amica e tifosa), italiano contemporaneo, ha mille sfumature cromatiche ed è pubblicato da una piccola casa editrice (sì, ora almeno ci faccio caso, anche se non cambio per questo la mia opinione).


Il libro s’intitola I ciccioni esplosivi, di Pelagio D’Afro, edizioni Montag.


È un buon rappresentante della mia nuova, non so quanto temporanea, predisposizione di lettura, e mi piace analizzarne i motivi.


La storia.
In breve, in una città di provincia accadono cose inaudite: alcune persone decisamente obese esplodono, di punto in bianco. Si pensa ad un serial killer, subito denominato Cicciobomber, ma una parte delle indagini segue pure una pista islamica di possibili attentati o kamikaze. E in effetti leggendo seguiamo anche le avventure di tre improbabili arabi pasticcioni che, imbranataggini a parte, evocano scenari purtroppo a noi noti. Ma i veri protagonisti della storia sono tre anziani piuttosto arzilli, coinvolti per caso nelle indagini, che scoprono ben presto come stanno realmente le cose e le risolvono a modo loro, in una indagine parallela a quella Digos, dell’FBI, della questura locale…
Di contorno, ma nemmeno troppo, un ispettore di polizia che cita Dante, una prostituta bellissima, intelligente e affascinante e… di tutto un po’, dalla farsa alla tragedia.
Divertente l’uso di nomi di fantasia, di solito una leggera storpiatura di quelli veri, per luoghi, situazioni e persone facilmente riconoscibili. Per fare un esempio, la cittadina in cui è ambientata la storia si chiama Gomitona, ma non ci vuole molto a riconoscere Ancona, il cui nome originario, Ankon, in greco significa proprio “gomito”, ed è dovuto alla disposizione ad ansa lungo la costa adriatica.


L’autore.
Pelagio D’Afro è lo pseudonimo che racchiude quattro autori: Roberto Fogliardi, Alessandro Papini, Giuseppe D’Emilio, Arturo Fabra: i primi due costituiscono anche un pezzo, per la precisione due terzi, di un altro autore multiplo, Paolo Agaraff. C’è da perderci la testa a tentare di districare la matassa, in tanta abbondanza di scrittori. In realtà è più semplice di quello che sembra, anche se non sembra... Quello che conta però, alla fine, è il prodotto.


Il prodotto.
Stiamo parlando di una storia scritta a otto mani e a quattro teste. Mi affascina constatare che non lo si direbbe. C’è compattezza nella storia e unità di stile. Com’è possibile? Lo stesso autore lo spiega, dicendo che ognuno dei quattro ha la massima libertà sullo scritto degli altri. Tutti possono cancellare e riscrivere, aggiungere o togliere su quanto già scritto, in pieno accordo, alla pari.
Ecco, l’armonia necessaria, la condivisione, così difficile da raggiungere in un mestiere che porta a essere solitari ed egocentrici. Questa cosa mi piace molto, per me è del tutto nuova!
Nella molteplicità di Pelagio D’Afro tutto è condiviso in allegria e il risultato è godibile e spensierato, esattamente come nella realtà è/sono lui/loro (uff, si usa il plurale o il singolare parlando di un autore multiplo?). Non so se è così anche per altri autori multipli, come per esempio i ben più celebri Wu Ming, o se invece lo stacco fra una mente e l’altra sia più netto. Indagherò dove gli autori siano almeno più di due, perché credo che in due si lavori più facilmente che in tre o quattro. E comunque di testi scritti in coppia se ne trovano di più che quelli scritti in gruppo.


Il genere.
Per quanto riguarda la definizione cromatica, questo libro, per la collocazione nel mio nuovo periodo, è un po’ difficile da catalogare. Come dicevo I ciccioni esplosivi ha mille colori.
Il giallo del thriller, ben delineato, anche se presto risolto.
Il noir delle uccisioni misteriose e tragiche, per quanto assurdamente comiche.
Il rosso violetta delle fissazioni erotiche dei tre vecchietti, ma anche di quasi tutti gli altri personaggi, come filo conduttore e a rappresentanza delle umane debolezze.
E poi le allusioni nemmeno troppo velate a fatti di cronaca terribilmente noti, come gli attentati dei terroristi islamici e quelli del famigerato Una-bomber.
E i risvolti sociali, legati ad esempio al fattore obesità, che la società moderna condanna senza appello, costringendo i poveri ciccioni a dipendere da sostanze miracolose su cui nascono e prosperano vere multinazionali dai traffici non sempre trasparenti.
In un arcobaleno di generi che rende il testo inclassificabile nei canoni soliti, scoprendo via via riferimenti, spesso nascosti, di alto spessore culturale, ci si accorge che la storia è raccontata con umorismo ed eleganza, per una lettura che non è impegnativa, ma fa pensare, che diverte, ma non esagera, che non ha la pretesa di vincere un premio, ma solo di far passare qualche ora lietamente.


Il che, in fondo, è quello che si chiede, che io chiedo, ad un libro, al di là di tutto.


Il sito dell’autore: http://www.pelagiodafro.com

Il sito dell’editore: http://www.edizionimontag.com

Il sito di Paolo Agaraff:  http://www.paoloagaraff.com/

Una interessante intervista all'autore:  http://www.thrillermagazine.it/rubriche/8408/

silenziosamente concepito da Ramona 15:00:00 4 Commenti

19/06/2009

ENCICLOPEDIA DEGLI SCRITTORI INESISTENTI

Va bene, diciamocelo: nessuno si è mai preso la briga di leggere un’enciclopedia intera per il gusto di farlo. L’enciclopedia si consulta al bisogno, è una cosa seria e affidabile, al massimo soggetta a un fisiologico invecchiamento, visto che gli argomenti più attuali non potevano essere previsti né descritti in un’edizione di, per dire, 20 anni fa.
Niente di più serioso di un’enciclopedia. Tanto che di una persona molto colta, magari un filino noiosetta, si dice che ha un sapere enciclopedico. E il comune mortale, per invidia, poi maligna: sì, ma uno così che palle, non sa essere divertente, si prende sul serio, non ride mai, passa la vita a studiare!
Un’enciclopedia è un concentrato di sapienza. È, o dovrebbe essere, obiettiva, precisa, documentata. Concreta.
Merita rispetto.
Dietro ogni volume c’è un lavoro immenso che dura anni. Non si può pretendere che sia anche divertente.

Però oggi c’è un’enciclopedia diversa, che grazie a Dio strappa il sorriso.
Niente voluminosi e seriali tomi a ingombrare i ripiani della libreria: già questo le assicura un doppio punto a favore.
È leggera, in tutti i sensi, occupa poco spazio, solleva lo spirito, rende piacevole la “cultura” (virgolette obbligatorie, e poi vedremo perché) e accompagna senza pretese qualche ora, o minuto, o giornata di chi si prende la briga di sfogliarla.

Il volume è unico, dicevamo. Piccolo, con la copertina cartonata (illustrazione di Matteo Pericoli, mica uno qualunque…), bianca che illumina lo scaffale. Chi ricordava la cupezza delle enciclopedie dal dorso di un nudo color rosso cupo o marrone o le sovraccoperte destinate a lacerarsi anche nell’inutilizzo, si accorge ora, semplicemente, di respirare senza alcuna oppressione.

È un’enciclopedia monotematica. Il che spiega probabilmente anche le ridotte dimensioni del volume. Certo, anche le Garzantine sono volumi monotematici, eppure hanno una consistenza più pesante.
Forse un motivo per cui l’opera è così leggera sta nel fatto che l’argomento trattato non è molto diffuso né conosciuto, ed è ancora in fase di scoperta e aggiornamento. Sono certissima infatti che andando avanti nuove voci si aggiungeranno a queste già raccolte, perché i rinvenimenti si moltiplicheranno e sarà un boom che al confronto nemmeno le scoperte d’Egitto a loro tempo.

Ma allora, di che tratta questa magica enciclopedia?
Il titolo può trarre in inganno: Enciclopedia degli scrittori inesistenti, stampato presso Boopen (Led) editore.
Cioè, se sono inesistenti, che cosa si raccoglie in una enciclopedia che, come si diceva, dev’essere seria, affidabile eccetera? Non è un paradosso?
Di fatto l’enciclopedia, in quanto tale, è proprio serissima, frutto dell’impegno e della fantasia di un gruppo di scrittori (più o meno esistenti), denominati collettivamente Homo Scrivens. Tuttavia  l’argomento trattato (scrittori che non esistono, movimenti letterari inventati e riviste fasulle), sotto la parvenza della credibilità più assoluta è affrontato con uno stile assai ironico e piacevole.

Certo, l’operazione di concepire personaggi letterari non reali non è nuovissima. In Bottega di lettura abbiamo già da tempo raccolto vita, opere e miracoli di tale Alex Fringberger, documentandoli e registrando le nuove scoperte sulla assai prolifica opera di questo scrittore… che non c’è.
In questo caso però l’impresa è più ampia, comprende un’infinità di autori, movimenti e riviste del tutto inventati. Ecco perché accennavo alla cultura fra virgolette: un’enciclopedia che non può insegnare nulla.

Eppure.

Eppure ognuno di questi autori, pur non esistendo, affonda spesso radici e attività nel reale, in ciò che esiste o è esistito, che la storia e la letteratura ufficiale riportano ampiamente. E lo fa in un modo che è impossibile credere veramente che questi personaggi non siano esistiti o non abbiano potuto esistere in un certo contesto.

E magari esistono ancora…

Alcuni autori infatti sono dati per contemporanei, in vita o appena scomparsi, come tal Bianchi Mario, detto Mario Bianchi (1952-2009), che dopo aver vinto il premio letterario “Un premio in Italia non lo neghiamo a nessuno” è stato candidato al premio Strega nel 2001, cui non volle partecipare per non turbare l’equilibrio fra le case editrici, e ha smesso di esistere non appena si è accorto dell’esistenza di una scheda che lo ritraeva in un’enciclopedia di scrittori inesistenti (Aldo Putignano).
Oppure come tale De Filippis Incostanzo Maria, nata nel 1960 e… non se ne vede la fine, definita filosofa pedagogista e scrittrice, tra le cui opere sono da ricordare la trilogia a sfondo sociale C’è posto per me! (1995), C’è posto per te! (1997) C’è posto per tutti! (1999) e il sottile scavo psicologico di Uomini e donne: mai capita la differenza del 2003. (Francesco Mari)

Non solo contemporanei. Gli autori del passato la fanno da padroni, incastrandosi nella Storia o nella leggenda in modo mirabile.

Primo fra tutti, ricordo il progenitore degli scrittori, un certo Adamo (Eden anno zero, sesto giorno – Terra ?).
Nato da una sagoma di fango e da un soffio di vino, per tenere nascosti i propri pensieri a una certa Eva, con cui veniva facile solo l’arte dell’incastro dei corpi, ma non la comunicazione, prese a scriverli su foglie di banano cucite fra loro in pile ordinate con graspi d’uva (da qui il termine “sfogliare”), prototipo degli attuali libri; tra i titoli ricordiamo La disgrazia di non essere solo, L’alibi del serpente, Che peccato!, Il trasloco, Ricominciare. Eva poi se ne appropriò e intitolò la raccolta I libri della Genesi. (Cristina Maria Russo)

E gli autori del futuro?

Peter Grimm nato in Canada nel 2056 e in sospensione crionica è concepito in provetta e programmato geneticamente impiantando nel DNA il gene della letteratura; è l’inventore del bio-book, tramite il quale, con una sofisticata apparecchiatura, il lettore può diventare realmente il personaggio del libro, vivendo un’esperienza subalterna alla vita reale.(Angela Petriccione)

E poi le riviste e i movimenti letterari, tutti falsi, che non elenco qui ma che sono spassosissimi, inverosimili, ma perché no?, a volte possibilissimi.

Come già detto, lo stile dei compilatori di questa enciclopedia è generalmente ironico, a volte grottesco, e francamente a certe voci c’è proprio da sorridere o ridere.
Tutto al contrario di un’enciclopedia “vera”.

Curatori del volume sono Giancarlo Marino e Aldo Putignano. Quest’ultimo nella sua interessante prefazione spiega meglio di me la realtà di un’opera irreale, dove persone, miti e opere letterarie mai esistiti di colpo si ritrovano a vivere come in una fiction.
Di mio aggiungo che non è semplice inventare personaggi di questo tipo. Voglio dire, quando si scrive una storia è normale creare i protagonisti e le loro vicende, dare loro un contesto e un percorso di vita. Ma questa operazione enciclopedica secondo me è qualcosa di diverso.
Le citazioni storiche e letterarie di cui le voci sono infarcite e che rendono appunto “reali” gli autori inesistenti sono prova della cultura e delle conoscenze di chi li ha inventati. Per dire, io ero stata invitata a partecipare, ma pur avendo inventato nei miei racconti tante storie talvolta anche ispirate alla realtà, in questo caso non sono stata davvero capace di immaginarmi nulla. Perché pur essendo nato per gioco e come un gioco per divertire, la compilazione di queste vite non è stata, secondo me, semplicissima, o almeno non è stata alla mia portata. Con mio sommo dispiacere.

Il mix di cultura e ironia che pervade il libro mi ha affascinata e ammiro moltissimo chi ha partecipato alla sua realizzazione. Si presenta elegantemente non come un racconto, o un saggio, ma proprio come un testo enciclopedico, o al più come un dizionario, con le voci in ordine alfabetico e i lemmi in neretto. Ci sono forse dei refusi di troppo, ma è garantita la correzione nelle prossime ristampe.

Due parole sull’editore. Io di editoria non m’intendo granché, mi sento ancora in fase di apprendimento, grazie all’esperienza con Vibrisselibri. Boopen è un editore print-on-demand, cioè stampa senza filtri solo su richiesta (rimando al sito per i dettagli). Ma la sezione “Boopen Led” è un vero editore che seleziona i suoi testi e ne cura l’editing e la promozione sempre senza chiedere soldi ai suoi autori.

Io non lo so se questo sarà uno dei futuri possibili per l’editoria, come ripeto, non sono in grado di entrare nel merito. La mia modesta opinione è che comunque, perché si parli di libro “vero”, ci deve essere un dialogo con l’autore. Tuttavia la possibilità aperta a chiunque di veder stampato un proprio scritto mi sembra abbastanza democratica e tutto sommato innocua, visto che la cosa è gratuita per l’autore…
In ogni caso starò alla finestra a guardare, riflettendo magari sulla nota finale del curatore che spiega come il sistema adottato da Boopen “permette a tutti di pubblicare testi anche senza interrogarsi sulle presunte esigenze di mercato […]: se un libro ha senso, ciò basta.”.
Il senso di questa enciclopedia?
Puro divertimento, anche se coltissimo.
E ciò basta.

Metto di seguito l’elenco completo degli autori (esistenti) compilatori. Tra di essi alcuni miei compagni di merende nella mitica Carboneria Letteraria:

Vincenza Alfano, Andrea Angiolino, Carmela Anzalone, Atepais, Antonio Balistreri, Edgardo Bellini, Matteo B. Bianchi, Elisabetta Bilei, Elena Birmani, Francesca Bonafini, Tiziana Brondi, Riccardo Brun, Alexandre Calvanese, Claudio Calveri, Simona Camplone, Davide Cannata, Rosalia Catapano, Ugo Ciaccio, Gianluca D’Angelo, Maurizio De Angelis, Maurizio de Giovanni, Antonella Del Giudice, Giuseppe Della Monica, Giuseppina Dell’Aria, Giuseppe D’Emilio, Eolo Di Casola, Andrea Di Consoli, Francesco Di Domenico, Mascia Di Marco, Gabriele Falcioni, Monica Florio, Marco Fossati, Lucilla Fuiano, Raffaele Galiero, Francesca Garello, Francesca Gerla, Marcella Grimaldi, Daniela Gugliotta, Homo Scrivens, Pino Imperatore, Marco Innocenti, Filippo Kalomenidis, Vinicio Lamia, Biancastella Lodi, Fabio Lubrano, Francesco Mari, Ciro Marino, Giancarlo Marino, Maria Marmo, Francesca Giulia Marone, Ketti Martino, Santa Mileto, Valerio Millefoglie, Sandro Montalto, Davide Morganti, Gianluca Morozzi, Herik Mutarelli, Liliana Nardi, Ada Natale, Mario Natangelo, Giovanni Nurcato, Gaia Pacileo, Mauro Palmis, Luigi Palumbo, Alessandro Papini, Angelo Petrella, Angela Petriccione, Luigi Pingitore, Silvia Pingitore, Antonella Platì, Gianni Puca, Mariarosaria Pugliese, Aldo Putignano, Lucio Ricci, Mariarosaria Riccio, Patrizia Rinaldi, Gaia Rispoli, Lucio Rufolo, Cristina Maria Russo, Arianna Sacerdoti, Sergio Saggese, Alfredo Sansone, Domenico Santillo, Ilaria Santoro, Michele Serio, Riccardo Servanò, Gabriele Stasino, Alessio Strazzullo, Mizzi Taurisano, Rossella Tempesta, Nadia Terranova, Francesca Toglia, Chiara Tortorelli, Luana Troncanetti, Simona Valentino, Licia Vetere, Mariangela Vigo, Andrew Reginald Violet, Maria Carolina Visconti, Nando Vitali.



(Naturalmente questa mia lettura è anche in Bottega, nel solito scaffale)
silenziosamente concepito da Ramona 20:45:00 Commenta:

30/12/2008

IL DIO FEMMINA STUPRATO NEL BOSCO

Il bello del parlare con un’amica vera è che è più facile andare oltre le frivolezze o i pettegolezzi, le confidenze sentimentali o le lamentele sulla banalità del quotidiano. Certo, contano anche  le futilità, la vita è fatta anche di leggerezza… ma su, noi ragazze siamo capaci anche di altro!
Io e la mia amica Dona amiamo molto leggere. Abbiamo gusti diversi, ma proprio per questo ci piace poi confrontarci e discutere delle nostre letture, con passione e accanimento.

Un giorno le ho detto: sai, ho letto un libro un po’ strano, particolare già dal titolo: si chiama Il Dio femmina stuprato nel bosco, di Stefano Marcelli. Sto cercando di farmene un’opinione, lo vuoi leggere anche tu?
E lei mi risponde con un sì entusiasta, con lo stesso entusiasmo e la stessa determinazione che mette in ogni cosa che fa. A lanciarle una benevola sfida, Dona risponde sempre con molta generosità.
Ora che mi ha restituito il libro incominciano i confronti.

Le opinioni di Dona sono qui, le mie, in confidenza tra me e la mia amica, qui di seguito.

Cara Dona, ammetto che la tua recensione  è stata illuminante. Hai colto nel profondo alcuni aspetti che io avevo raggiunto solo in superficie. Del resto, confrontarsi vuol dire anche questo.

Te lo avevo detto che era un libro un po’ strano, vero? Come pure ti avevo detto che era un bel libro, e che mi era  molto piaciuto il modo in cui era stato scritto.
La storia che vi è raccontata ha il sapore di una favola, sebbene non sia molto adatta ai bambini.
Aspetta, te la riassumo in due parole.

Un anziano psicanalista, il professor Abramo Veritier, scopre per caso che un suo antico paziente, Giacomo Canto, è stato eletto a furor di popolo a capo della nazione. Inizia così un viaggio nei ricordi, perché quel Giacomo Canto il professore lo aveva conosciuto bambino, molti anni prima. Era un bambino che presentava un certo problema, ragione per cui la madre, disperata, glielo aveva portato, vedendo nello studioso di fama l’ultima spiaggia, l’ultima speranza di venire a capo del disturbo misterioso.
A dire il vero, indagando, si scoprì che per Giacomo non si trattava affatto di un disturbo. Per lui era una condizione naturale.
Il bambino aveva l’abitudine di fare l’amore con gli alberi. Perché lo faceva sentire bene, diceva. Volendo dare il nome a questa nuovissima, mai studiata anomalia, il professore la definì fitofilia. E ne fu così incuriosito che volle sperimentarla di persona.
Dopo avere appurato le origini famigliari di Giacomo, che risultò essere figlio di una ninfomane di nome Virginia e di un personaggio strano di nome Silvano, che si scoprirà poi essere una divinità dei boschi (potenza evocativa dei nomi!), c’era poco da meravigliarsi del comportamento del bambino. Ma il nostro Abramo volle ugualmente provare.

Apriamo una parentesi.
Il professore appartiene a una stirpe di ebrei convertiti. C’è un bellissimo intermezzo che racconta la storia di questa famiglia di ebrei migranti e perseguitati, dal nonno di Abramo fino a lui, lo studioso, e alle sue scelte, ai motivi dei suoi studi particolari, le insolite interpretazioni della Bibbia e le sue originali teorie su alcuni episodi biblici.
Nonno e nipote sono accomunati dalla passione per il sesso. Non per niente Abramo, al momento presente della narrazione addirittura centenario, è ancora attivo in questo senso, grazie alle attenzioni della sua governante, uno dei personaggi più ruspanti e teneri del romanzo.
L’Abramo luminare invece, negli anni migliori della sua carriera, esalta e fa discutere le platee scientifiche e religiose di tutto il mondo dissertando, tra altre cose stupefacenti, sul sesso di Dio. Diciamolo subito e senza stupore, per Abramo Dio è femmina.

Ecco perché un professore di cotanto calibro e con tale attenzione agli affari di sesso da specializzarsi come sessuologo, non poteva resistere alla tentazione di provare le stesse emozioni del bambino Giacomo. La scusa era che così avrebbe potuto curarlo meglio. In realtà il luminare voleva sperimentare qualcosa che non aveva mai provato, in un campo in cui si vantava di essere il massimo esperto.
L’esperienza gli risulterà devastante. Ma importantissima.

Qui, cara Dona, come sai, si apre a mio parere la pagina più bella e fantasiosa di tutto il libro.
Marcelli sa entrare in un mondo fantastico con punte di lirismo spettacolare. Eppure allo stesso tempo rimane ancorato alla condizione terrena, ancora una volta attraverso il sesso: gli alberi rappresentano il pene che, eretto, penetra il cielo, e dunque gli alberi fanno l’amore con Dio. Abramo trova riscontro alla sua teoria più audace. Dio è femmina. E toccherà a lui, proprio a lui, rincorrendo tale incredula constatazione con l’istinto più animalesco, “stuprare” nientemeno che Dio stesso.

Detta così, amica mia, risulta difficile farlo capire a chi legge, vero? Ma io e te che abbiamo in mente quelle pagine ci capiamo.
Il resto del libro è il racconto dell’evoluzione del rapporto fra il bambino e il professore, che si arricchirà, nel breve tempo condiviso, di affetto e complicità. Una storia densa di colpi di scena, fino alla fine, assai gustosa.
Non la raccontiamo qui, noi lo sappiamo, come va a finire, lasciamo che qualcun altro si incuriosisca.

Ebbene, non è un libro strano per davvero?
 
Romanzo particolare, irreale, eppure così concreto.
Scrittura godibilissima, e non priva di sperimentazioni grafiche, caratteristica che ho trovato in altri testi di Marcelli.
Contenuti ricchi, anche se a tratti solo accennati, e intriganti. Alcune delle teorie enunciate in questo testo, se ti sono sembrate familiari, Dona, è perché si leggono in qualche modo anche ne Il codice da Vinci, di Dan Brown. Solo che sono state scritte un po’ di tempo prima, a vanto e onore di Marcelli. 

L’appunto di cui io e te abbiamo discusso, come spieghi bene tu, è che in questa storia tutto è intriso di sesso. La critica ha parlato, in proposito, di pansessualismo.
A mio parere non si tratta di un sesso romantico, né puramente pornografico. È un sesso molto carnale, materiale, vivo, ma un tantino goliardico, anche se non privo di un certo sentimento. È inzuppato ovunque, a cominciare dalla testa dell’arzillo professore, passando per l’innocenza di un bambino.
La mia “incriminazione” era rivolta alla concezione del sesso che si intuisce tra le pagine, più che alla descrizione delle scene, tutto sommato non molte, belle e intense. Mi sembrava, quella di Marcelli autore, la solita vecchia fissazione maschile, un po’ volgarotta, il chiodo fisso e univoco del maschio incapace di andare oltre, quando ha una donna davanti.
Così è a questa che talvolta mi sono ribellata. Come quando la madre di Giacomo viene definita “desiderosa di prenderlo”. Maddài!! Come a sottintendere l’ottusa concezione maschilista che le donne, anzi, le femmine, non sanno vivere senza il pene.

Però, obiettivamente, nelle nostre discussioni riconoscevo anche che forse l’ossessione siffatta per il sesso, in questo contesto ci stava tutto. Che cioè il libro non poteva che essere scritto in questo modo. Con il sesso che diventa il solo spiritualismo possibile, a permeare e benedire ogni cosa, come una religione. E tutto sommato s’intuisce in tutto ciò la venerazione per il femminino, da un lato in forma appunto così materialistica, dall’altra invece all’estremo opposto che lo identifica con la massima divinità possibile. Per cui, vabbè, sorvoliamo sulla prima sensazione che certe espressioni non possono non suscitare e vediamola con un altro spirito. Più libero da preconcetti, più giocoso.

Affiorano pure, mica troppo leggere, vere e proprie bacchettate alla Chiesa, per i sensi di colpa che da secoli essa induce in chi non sa staccare il corpo dallo spirito, e per la battaglia volta a impedire di vivere il sesso con gioia, in ogni forma ed espressione. Lo stesso Abramo, ebreo ma cattolico, ha un ricordo colpevole delle prime emozioni fisiche e del suo affetto particolare nei confronti dell’amico d’infanzia.

Per tornare alle nostre riflessioni, considerando il successo che ha avuto, abbiamo la conferma: questa storia doveva essere narrata né più né meno che in questo modo.
Se così non fosse stato, avrebbe avuto senso parlare dell’amore di un bambino per le piante? Del suo innocente modo di fare l’amore con gli alberi, così diverso dalla perversione adulta del professore, che ha rischiato la condanna eterna per la propria presunzione?
E sebbene impossibile da crederlo mentre si legge, sarebbe stato altrettanto pittoresco questo centenario nonnino, così pieno di vita da amare e far godere la sua vitalissima governante? Direi che più di un maschietto proverà, leggendo, una sana invidia nel valutare le performance sessuali di Abramo.
E dunque che amore (e sesso) siano. Noi ne siamo felici!

Questo romanzo, opera prima per Stefano Marcelli, è stato finalista al Premio Strega del 1998. Arrivò sesto. Ma, chissà, forse meritava di più, ché di storie originali e divertenti se ne sente sempre un gran bisogno.

Concordi, amica Dona?


(Questa lettura, come sempre, è anche sul mio scaffale, un po' impolverato, in Bottega di Lettura)


silenziosamente concepito da Ramona 15:32:00 3 Commenti

16/06/2008

GUIDA PRATICA ALL'ETERNITA'


Ho letto qualche giorno fa questo libro.
E poi l’ho riletto, con calma e attenzione.
La prima volta l’ho bevuto, la seconda l’ho assaporato.
Poi l’ho ripreso ancora in mano. Colpita ed emozionata.

È un libricino piccolo, quasi tascabile, vestito di uno splendido sole giallo griffato Van Gogh (Seminatore col sole che tramonta, Vincent Van Gogh, 1888), che sembra fatto apposta per infondere ottimismo e speranza. Nonostante.
È un libricino dal costo contenuto, appena 9 euro, quasi non osasse chiedere di più per pudore… costa niente in confronto ai nomi più o meno altisonanti riposti sugli scaffali delle librerie.
Ma io non l’ho comprato.
L’ho avuto in dono.
Con un gesto straordinariamente gentile me lo ha regalato l’autore, don Fabrizio Centofanti, anticipando la mia volontà di ordinarlo online.
Ringrazio ancora il Fabry, come lo chiamano gli amici, per avere pensato a me.
Mi piace pensare, con una leggera presunzione, che questo dono sia dovuto alla nostra vicinanza di pensieri e situazioni, alla condivisione di esperienze di vita difficile, che, sia pure in campi diversi, io nella sanità, lui nel sociale e nel quotidiano parrocchiale, ci accomuna. Entrambi abbiamo infatti contatti ravvicinati con l’umanità derelitta, io malata nel corpo, lui nell’anima. E spesso una delle due cose non esclude l’altra.

Conosco da poco il Fabry, e nemmeno di persona.
È stato lui a cercarmi, un giorno, a dire seguimi.
Dove?, gli ho chiesto.
Dentro LA POESIA E LO SPIRITO (LPELS).
E perché proprio io?
Perché sei come sei, è stata, più o meno, la risposta.
Come un gesù pescatore di uomini, il Fabry ama pescare chi più gli sembra propenso a condividere il suo progetto di cambiare il mondo con l’amore, la bellezza e la poesia.
Ero incredula. Cosa mai potevo fare io in una cerchia di persone dal così alto valore intellettuale e culturale?
Me lo sto ancora chiedendo. Ma il Fabry non se lo chiede, a lui davvero vado bene come sono.

Don Fabrizio è un uomo colto, amante della letteratura, della poesia e della musica. Uno che scrive, anche. Ma don Fabrizio è anche un prete di strada. Uno che da quando ha indossato la tonaca la usa e la consuma nella discesa infinita dentro i tanti gironi di quell’inferno chiamato vita.
Uno che si rimbocca le maniche, che si mette al servizio degli altri, tanto più quanto sono deboli, maltrattati e discriminati.
Un prete che fa il prete, che non si limita a indicare la via, ma la percorre per primo.
Un prete che scrive e veste di sole un piccolo libretto di speranza.

Questo libricino che ha per vestito un enorme sole giallo, s’intitola GUIDA PRATICA ALL’ETERNITA’, Racconti tra cielo e terra.
Tecnicamente è, appunto, una raccolta di racconti. Ma come per incanto ogni racconto è anche un ritratto, una confessione o una riflessione. Un’occasione per sguazzarci dentro, come ho fatto io, affascinata da sempre dai racconti di vita vissuta, specie quando questa è dura e fa male.
Non so se sono masochista… è che sono convinta che solo confrontandosi con il dolore altrui si sminuisce il proprio. È guardandoci intorno che possiamo dire, ma sì, in fondo, c’è chi sta peggio, e allora possiamo provarne compassione, dimenticando il nostro stesso egoismo.
E al tempo stesso possiamo consolare i nostri timori: nessuno è mai veramente solo, qualcuno è sempre al fianco di qualcun altro. Nemmeno i più disgraziati, i più derelitti, i più abbandonati, sono soli. Qualcuno che lotta anche per loro c’è, senza paura di esporsi in prima persona, e ci sembra impossibile che questo avvenga nel cinico mondo che ci ospita.
Testimonianze come queste non possono, in ultima, che incoraggiarci a fare qualcosa anche noi, nel nostro piccolo, per rendere migliore il nostro tempo.
Piccoli eroi quotidiani, anonimi, ma indispensabili.

Nel libricino vestito di sole il Fabry ha messo molto di sé e delle persone che ha conosciuto grazie al suo mestiere di prete di strada. Persone specialissime. Disadattati, alcolizzati, tossicodipendenti. I rifiuti della società, abbandonati lungo i margini, come la monnezza di Napoli. Sono loro quelli che più hanno bisogno di un aiuto o di un amico, e anche se non te lo diranno mai, anche se ti rendono la vita difficile, accettano in qualche modo di essere aiutati.

Nelle parole racchiuse nel libricino dal vestito giallo di speranza, si legge pietà per queste persone, comprensione, solidarietà, talvolta rabbia, ma sempre il desiderio di aiutarle e mai una critica alle loro scelte. Seguendo così un filo conduttore, un esempio a cui il Fabry ha attinto a piene mani. L’esempio di un altro prete, pure lui di strada, un prete sui generis dalle poche parole, molte sigarette e moltissimi fatti. È stato lui a indirizzare l’anima sbandata di un giovane all’epoca alle prese con un dolore immenso e inconfessabile. È stato lui a insegnare a quel giovane a tendere le mani per dare e non per chiedere, e a mettere a disposizione la propria vita per quella degli altri. E non solo in senso figurato.
Don Mario Torregrossa infatti è stato realmente vittima di un folle che gli ha appiccato fuoco, lasciandolo a combattere a lungo tra la vita e la morte, fino a rimanere invalido per sempre.


La figura di quest’uomo straordinario, ancora prima che sacerdote, ricorre spesso nella narrazione di Fabry. Umanamente, come un ritornello senza fine e senza un perché.

E come un ricordo doloroso e ricorrente racconta, quasi a cercare ancora di farsene una ragione, di come fu lui a soccorrere don Mario dopo l’attentato. E poi la lunga pazza corsa verso l’ospedale, con il bisogno segreto di bestemmiare senza poterlo fare (“Trasportando don Mario in ospedale lo vedevo tremare, e pensavo che una bestemmia in questi casi non può essere peccato. Avevo torto, ma il vuoto mi spingeva sui versanti sconosciuti di un dolore feroce, insostenibile, con lo stesso colore del sangue e dei semafori che intimavano l’alt e che io non potevo rispettare, come tutto il resto, se non il suo corpo martoriato, che tremava.” La bestemmia soffocata). E ancora l’angosciosa attesa e le preghiere e il disperato bisogno di credere alle previsioni di un veggente o presunto tale che assicura “si salverà”.

Nelle parole di questo libricino, esile ma pieno di fiducia, ci sono i protagonisti, estratti da un’umanità dolente e terribilmente autentica.
C’è l’attore che diventa alcolizzato dopo che gli muore la bellissima compagna russa, (“….capace di trasformare in sogno le ore della sera, al punto che non capiva come prima si potesse accontentare di quella cosa che chiamava vita.  Facevano presto a ritrovasi avvinghiati l’uno all’altra, come se Mario avesse paura che il sogno gli sfuggisse, che un genio cattivo, geloso della sua gioia, gli strappasse dalle braccia il più bel film della sua vita. E così fu.” Come un film.). Bugiardo e infingardo, apatico e indisponente, sempre sbronzo, prende il letto che il parroco gli offre, in canonica, e non lo lascia fino alla morte.
C’è l’arrivista che brucia la propria vita in un attimo, come un vulcano (“Nella vita avrebbe fatto qualcosa di grande, come l’Etna, che torreggiava sulle strade del suo paesone”. Vulcani).
C’è il tossico che le escogita proprio tutte per sfruttare gli altri, soprattutto i preti, senza rinunciare alla roba (“Sui preti ci puoi sempre contare, non c’è nessuno che si faccia infinocchiare come loro.Canonica Paradiso)  e rubare un posto in canonica, e magari in paradiso.
C’è la prostituta che domanda aiuto con umiltà e disperazione, per il figlio tossico che nessuno vuole curare, e il suo bisogno di aiuto è uguale al bisogno di tutti (“Anna ci chiedeva di aiutare il figlio, e ricordavo l’aiuto che avrei voluto anch’io quando tutto era crollato. Ci sono giorni in cui il tempo è sospeso sul desiderio d’impuntarsi, di dire no alla macchina infernale che ti stritola; […] e perfino la notte ti compatisce con gli occhi spalancati delle stelleCome stai?)
E c’è anche la suora terribile pronta allo scontro, ma che poi si ammala di tumore e diventa dolcissima e paziente, tanto da far capire, con la sua storia, che “…le rabbie e i sogni di noi umani sono un pugno di polvere lanciato verso il cielo, in attesa dell’inevitabile caduta.” (Polvere)
E altri ancora.

Ma nelle parole graffianti di questo libricino dalla veste galla c’è anche il calvario di don Mario e la crescita interiore di un ragazzo dalla vita vuota e difficile (Mani e Pugili allo specchio). E forse proprio queste sono le storie che personalmente mi hanno catturata più di ogni altra. Mi succede sempre, quando le adatto alla persona che le ha scritte e che conosco, perchè entro, in questo modo, nel suo intimo più inviolato. E mi sforzo di farlo inpuntadipiedi, con rispetto…

Nelle pagine di questo piccolo libro c’è la voglia di bestemmiare, ma anche il ringraziamento a Dio, c’è la passione per l’uomo come essere divino e miserabile, ma anche quella per l’omelia e il mistero della Messa.
In queste pagine, insomma, ci sono dei racconti, che non sono solo racconti da leggere, ma vita da bere.
La scrittura secca e allo stesso tempo poetica del Fabry, rende facile la lettura. Facile la riflessione, facile l’immedesimazione, facile l’emozione e il desiderio di conoscere da vicino una persona speciale come il Fabry, prete di strada, scrittore dell’anima.


silenziosamente concepito da Ramona 21:32:00 2 Commenti

09/05/2008

LE LIBERE DONNE DI MAGLIANO


Può succedere. Parti per qualche giorno, non hai molto spazio in valigia, ti porti dietro solo un libro da leggere in treno. In teoria dovrebbe bastare per andata e ritorno, ma a metà dell’andata lo hai già finito. Così, quando arrivi a destinazione e hai da occupare qualche ora, senti che sei in astinenza da lettura e giri per una casa che non è la tua, cercando qualche pagina da tenere di nuovo fra le mani.
È stato così, per una crisi di astinenza da lettura, che in quella casa ho sentito il richiamo, unico, fra le decine di libri impilati su una sedia.
Per curare la mia crisi stavolta ho scelto, o forse mi ha scelta, un autentico specialista: Mario Tobino, lo psichiatra scrittore.
Un dottore dell’anima, per il mio avido bisogno di parola scritta.

Di lui avevo già letto tempo fa Per le antiche scale. Ora ho di fronte un altro titolo, che mi intriga moltissimo. Le libere donne di Magliano.
Cosa vuol dire “libere donne”?
Conoscendo Tobino inconsciamente intuisco il vero senso dell’aggettivo, quanto meno mi ci avvicino. Presto ho la conferma che l’istinto per le buone letture non mi ha tradito nemmeno questa volta.
Incomincio, famelica, a leggere.
Ho pochi giorni, le pagine non solo le leggo, ma le divoro, fino a ora tarda. Non voglio essere costretta a lasciare il discorso in sospeso prima della partenza, voglio vedere come va a finire.

In realtà capisco subito che non c’è niente che debba iniziare e finire. 
Non si tratta di un romanzo, ma di una serie di istantanee che raffigurano un mondo assai crudo, violento e tenero, di un’epoca e una situazione non troppo lontani. Una rappresentazione che non sarebbe male rileggere, di tanto in tanto.

Sono ritratti di donne, donne speciali, donne particolari, “libere” di essere se stesse, solo perché “matte”. È una galleria di malate psichiatriche, ricoverate nel manicomio di Magliano, nella realtà  Maggiano, nei dintorni di Lucca. Anche se l’autore, nell’ultima pagina, ci tiene a specificare che “nessuno dei malati descritti in questo libro è ospite di alcun manicomio, nessun personaggio ha un reale contrapposto e qualsiasi nome e riferimento è puramente casuale.”.
Dice ancora che avendo frequentato per lavoro molti istituti, quello che ha descritto è la risultante di tutte queste realtà e il luogo, Lucca, è stato scelto “per la ragione dell’arte.”.

La professione di Tobino gli ha consentito di scavare nell’anima di quelli che la semplicità popolare ha sempre chiamato “matti”, o “pazzi”. I suoi scritti, per stessa ammissione dell’autore, hanno sempre cercato di richiamare l’attenzione dei “sani” su coloro che sono stati colpiti dalla follia.
Dice Tobino, a pagina 18:
“Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto delirî.”.
Come dire che i matti sono uguali a noi e che noi potremmo essere matti in qualunque momento. Non dobbiamo dimenticarlo.

Le malattie mentali esercitano su tutti un grande fascino e altrettanto timore. Misteriose e inquietanti, sono capaci di mutare radicalmente la personalità di uomini e donne “normali”. E chi lavora nella sanità come me, non necessariamente in una psichiatria (i manicomi, si sa, non esistono più, o non dovrebbero esistere), o comunque chi ha a che fare con una smisurata e variegata fetta di umanità, non può non riconoscere l’”anomalia”, il difetto, la stramberia, la deviazione psichiatrica nelle sue forme più svariate. Basta un comportamento inusuale, a volte, e già si è guardati con sospetto.

Sono catturata già dalla prefazione dello stesso autore. Lui, psichiatra, si chiede che cos’è la follia. È davvero una malattia? Non è piuttosto una delle tante espressioni umane, magari la più felice, la più libera, che solo perché si scontra con la cosiddetta ragione ne viene allontanata e respinta?

Leggo queste parole mentre mi trovo rannicchiata su una poltrona e penso soltanto: “Fantastico!”.
Tobino il medico sta mettendo in dubbio ciò che in pratica gli dà da vivere. Se la follia non è una malattia, a che servono, di fatto, gli psichiatri?
Ma il bello è che io, da profana, mi sono spesso posta la sua stessa domanda.
Chi è, mi chiedo talvolta, che stabilisce che i matti sono sempre matti oltre ogni ragionevole dubbio? È quasi una consuetudine affermare, non senza invidia, che in fondo i più felici sono proprio i folli, quanto meno sono i più liberi al mondo. Fuori dalle regole, fuori dagli schemi che imbrigliano, imprevedibili, mai uguali, fuori da ogni imposizione e da ogni confine. La libertà della mente di essere diversa, e quindi unica. La rivendicazione di un’unicità che viene definita patologica.

Follia uguale libertà.

Certo, la mia, forse anche quella di Tobino, è una visione romantica dell’argomento. Nella quale s’insinuano la preparazione e l’esperienza professionale, che m’impongono di ricordare che esistono casi di follia estrema, che porta il paziente a essere violento e pericoloso per sé e per gli altri. Chi non ne ha mai incontrato uno?

Chiudo per un attimo libro e riflessioni e accendo i ricordi.

Rivedo l’anziano che mi torce il polso della mano armata di una siringa a lui destinata per calmarne il delirio: “Signore, così mi fa male”, gli ho detto, “Io VOGLIO farti male”, è stata la risposta naturalissima… del resto, perché mentire?! I matti sono sinceri.
Rivedo un’altra anziana che di notte chiama a gran voce il marito morto da anni per farsi portare via da lì, e sono calci e pugni che vanno a segno su chi cerca di impedire che si rechi danno da sè, incerta sulle gambe, debole di cuore, affannata, affaticata come si ritrova.
Rivedo un giovane e il suo lucido delirio che gli fa sì capire di trovarsi in ospedale, ma che gli impone anche di non riconoscere la necessità del ricovero e di dichiarare semplicemente di volersene andare, in piena notte, un casco da motociclista in testa, come assurda e inconscia difesa, minacciando di gettarsi dalle scale se qualcuno glielo avesse impedito, sordo ad ogni ragionevolezza.
Rivedo l’uomo, appena ricoverato, che lavora tutta la notte per prepararsi la valigia e alle sei di mattina si dichiara pronto a tornare a casa. Tranquillo, imperturbabile, non accetta un ordine contrario. Diventa violento se contraddetto.

Sono follie, queste? O non sono piuttosto tentativi di fuga da una realtà dolorosa? Costringendo queste persone a curarsi, facciamo sempre loro del bene? Ne siamo proprio sicuri? Oppure vogliamo solo difendere i confini legittimi della società, che ai “matti” stanno stretti? La società impone regole comuni per garantire la sua stessa sopravvivenza. Ma questi esseri anomali, scomodi, in un loro modo incomprensibile, non possono accettare tali confini. Non ce la fanno, non a livello razionale.

Quante volte, tante, davvero, mi sono soffermata, affascinata e timorosa, a considerare le incredibili mutevolezze della mente. Quante volte stabiliamo che un matto non ha più nulla di umano e proviamo pietà, ma anche paura. La diversità della mente fa paura. Meglio tenersi alla larga. E come non giustificarla, questa paura, là dove la follia esplode in violenza incontrollata? E come non pensare ad epoche e civiltà in cui invece il diverso era adorato come una divinità?

Lascio per un po’ le divagazioni, ho poco tempo, devo finire il libro.
Era il 1964 quando Tobino scrive nella prefazione della sua diffidenza verso gli psicofarmaci. In alcuni casi questi riducevano o annientavano la malattia, e là dove questa causava vera sofferenza, la persona ne usciva guarita. O “normalizzata”.
In altri casi non c’era successo, se non quello di annullare l’esplosione della personalità “diversa”, mascherarla con una normalità apparente, lasciando il vero fuoco ancora tutto da scoprire, lungi dall’essere guarito.
Già all’epoca Tobino si augurava che agli psicofarmaci, la psichiatria accostasse la psicologia, l’umanità, l’approccio più intimo alla persona per tentare, dove possibile, di capirla nel suo intero. Inoltre: “Ora ci vorrebbero tanti più psichiatri, più infermieri specializzati, più dedizione, più giornaliera pazienza, più denari, più denari […]”.
Come darti torto, dottore? Oggi che i manicomi, come li hai conosciuti tu, non ci sono più, come negare che ci vorrebbe ugualmente e con più decisione un aiuto maggiore alle famiglie con a carico persone così fuori dagli schemi, così impossibili da imbrigliare nelle maglie sociali che esse rifiutano nel loro categorico modo da pazzi? E che cosa diresti leggendo la notizia di poco tempo fa, che gli antidepressivi sono inutili per la maggior parte dei casi per cui vengono prescritti?
Diresti che avevi ragione.
E la ragione non è dei pazzi, vero?

Non riesco a districare il racconto di Tobino dalle esperienze di vita. Da considerazioni tante volte fatte in corsia, di fronte a casi simili.
Eppure la galleria di queste donne di Magliano è terribile e affascinante. L’autore dà maggior risalto all’oscuro erotismo che, selvaggio, senza freno, irrompe da donne che non devono sottostare più ad un codice morale, inventato per condannarle anche quando sono “normali”.

Donne che in preda alla sensualità più libera si lanciano nude contro il medico, bramose di sesso. Come dice un’anonima infermiera del racconto, anche quelle fuori vorrebbero, ma non possono.
Certo, un’esagerazione, ma che sottintende come le imposizioni sociali costringono la donna a “comportarsi bene”, a reprimere gli istinti, al contrario di quanto è concesso all’uomo. Se non lo fa, o è pazza, o è puttana.

Donne che si autoaccusano dei mali del mondo, e cercano di uccidersi trafiggendosi il petto con un ferro da calza. E se non si autoaccusano apertamente, perché non pazze, pensiamoci: forse il mondo le responsabilizza e le reprime ugualmente troppo, incolpandole di ogni cosa, facendole nel tempo streghe, o madri snaturate, o femmine perverse.

Donne che fanno del sesso libero la loro unica ragione (se di ragione si può parlare) e impudicamente si mostrano, provocano, smaniano, insultano le suore, custodi non solo delle malate stesse, ma anche di inconfessate brame verso il genere maschile. Donne indemoniate, si dice delle pazienti, che nude vengono rinchiuse in una cella con un solo letto d’alga, su cui sfogano rabbiose e impotenti la loro smania.

E per chi è preda di quelle che noi chiamiamo allucinazioni, ma che sono verità per queste persone, Tobino svela: “una delle fondamentali leggi è che i matti non hanno né passato né futuro, ignorano la storia, sono soltanto momentanei attori del loro delirio che ogni secondo detta, ogni secondo muore, appunto perché fuori del mondo, vivi solo per la pazzia, quasi avessero quel compito. Di dimostrare che la pazzia esiste.”.

Ce l’ho fatta.
Sono stata sveglia di notte e chiudo il libro sull’ultima pagina che è quasi l’alba. Ma non dormo.
Ripenso alle libere donne di Magliano. E a quante libere persone ho incontrato in tutti questi anni, senza riconoscerle.

 

(Un altro libro per il mio scaffale in Bottega)

 

silenziosamente concepito da Ramona 16:17:00 1 Commento

16/02/2008

IL TOTEM DEL LUPO



Ero una bambina di 6 o 7 anni. Vedevo i lupi da vicino. Loro in gabbia nella “Villa Comunale” di Lecce, io a scrutarli di fuori. Provai da subito un gran rispetto e una pena intensa.
I lupi erano sempre inquieti, andavano avanti e indietro incessantemente nel poco spazio a disposizione. Dopo qualche tempo, tuttavia, languirono nell’inedia. Ricordo, è indelebile, l’odore forte, insostenibile. Da non poter starci vicino. Pensai fosse odore di selvatico, anche se non avevo mai sentito prima l’odore di selvatico.
Passavo molto tempo a guardare i lupi, quando i grandi mi portavano alla “Villa”.
Mi fu detto che una lupa sotto il leccio era il simbolo della città, e in effetti lo avevo visto, sul selciato in piazza, lo stemma cittadino.

Ma non mi pareva che l’animale stilizzato somigliasse molto ai lupi veri.
Quel pelo arruffato, quegli occhi che non sembravano mai spenti, neppure nella forzata inattività, quell’odore pungente, erano tutta un’altra cosa.
Ero bambina, ma pensavo ci fosse qualcosa di stonato nella gabbia. Mancava la libertà, lo spazio, la possibilità di correre e decidere e lottare. Un lupo non è un cane, pensavo, non avrebbe mai giocato con me e non mi sognavo neppure di poterlo portare al guinzaglio. Un lupo è un lupo, diceva la mia saggezza infantile infarcita di fiabe: hai presente quello che mangia la nonna in Cappuccetto Rosso?...
Uno alla volta i lupi sparirono. Per ultima una lupa malandata, avvilita, depressa. Non ho mai saputo che fine abbiano fatto.

Il lupo è un animale misterioso.

A scuola mi spiegarono che, tanto tempo fa, una lupa aveva allevato due gemellini appena nati, figli di un dio e di una donna, discendenti da un mito. Insieme al latte la bestia infuse loro il coraggio, la forza, la voglia di vincere della sua razza. Tanto che dai gemelli nacque un impero. La cosa m’impressionò, perché avevo visto da vicino quell’animale e non mi era difficile immaginare che la leggenda non fosse poi del tutto tale, ma contenesse un fondo di verità.
Se non ci fosse stata la lupa, Roma sarebbe mai nata?

Il lupo è un animale straordinario.

Qualche anno fa feci di un lupo il protagonista di un racconto. Versai lacrime nello scriverlo. E il racconto, lieve e possibilista, vinse un concorso.

Il lupo è un animale magico.

Con queste premesse, quando mi sono imbattuta in un libro intitolato “Il totem del lupo”, non ho potuto resistere.

Il lupo è un animale irresistibile.

Parliamo del romanzo.
Uscito in Italia nel 2006 con Mondadori, “Il totem del lupo” già da un paio di anni era un caso editoriale in Cina, ed in un certo senso anche un caso politico.
L’autore si firma con lo pseudonimo di Jian Rong, ma la sua identità non è rimasta segreta a lungo nell’ambiente. Si tratta di un intellettuale dissidente cinese, che ha impiegato circa trent’anni a scrivere questo suo primo romanzo, autobiografico.
Protagonisti: la Mongolia Interna, un ragazzo cinese, i lupi e la prateria mongola. Ambientazione insolita per noi occidentali, che in genere di quei luoghi non conosciamo molto, ma che alla fine, leggendone, ne restiamo stregati.
In sintesi, un ragazzo cinese ed altri “giovani intellettuali”, ossia studenti, come lui, vengono inviati, durante la rivoluzione culturale cinese degli anni Sessanta, nelle terre di confine, lontani da Pechino. La ragione ufficiale è quella di interagire con le popolazioni di etnia diversa e portare la cultura cinese anche tra quelle lande, per una politica di avvicinamento e di fusione con le minoranze. In realtà alcuni di loro hanno in famiglia dei dissidenti o “reazionari” che danno fastidio al governo. Meglio spedire i rampolli lontano dalle cattive influenze, fino a che sono gestibili.
 
Accade l’imprevedibile per il giovane Chen Zhen e alcuni dei suoi amici. S’innamorano perdutamente della prateria e della vita che il popolo dei mongoli vi conduce. Una vita dura, fatta di nomadismo e pastorizia, di allevamento, di tradizioni secolari rimaste immutate nel tempo. Una vita che, se segue le regole della natura, si adatta ad essa senza mai stravolgerla.

Un ruolo fondamentale in tutto questo lo gioca il lupo.
Tradizionale nemico del contadino cinese, che nel romanzo viene paragonato ad una pecora, il lupo è invece per il popolo di allevatori della Mongolia un autentico totem, un simbolo da combattere sì, lealmente, ma soprattutto da rispettare.
Chen Zhen non ci mette molto a vincere la paura radicata da secoli nella pacifica anima cinese (che, ricordiamolo, per totem ha il drago). Da subito resta affascinato da questo animale e cerca di studiarlo, di comprenderlo.

Il lupo è il vero regolatore dell’equilibrio ecologico della prateria. Predatore, elimina gli erbivori in eccesso che altrimenti distruggerebbero i pascoli naturali, e lo stesso fa con i roditori, altrettanto pericolosi consumatori di semi preziosi .
Il lupo funge da spazzino, facendo piazza pulita delle carcasse di animali, morti magari per altri motivi, impedendo il diffondersi di epidemie.
Il lupo, senza tanti complimenti, si prodiga anche come becchino. I mongoli infatti affidano i defunti alle sue zanne, per permettere loro di salire in cielo. Curioso funerale: il morto viene messo su un carro aperto lanciato al galoppo fino a che viene sbalzato di bordo. Il corpo viene lasciato lì dove cade, con la speranza che i lupi ne divorino presto i resti, garantendogli così l’ascesa al cielo. Il lupo è infatti il prediletto dal Tegger, il Cielo degli antenati, il suo spirito è lo stesso spirito del Cielo e i mongoli sanno che lì farà ritorno. C’è chi giura di averlo visto volare fin lassù, e tutti ci credono. È una spiritualità intensa e materiale quella dei mongoli.
Il lupo è uno stratega perfetto. Cambia tattica di guerra a seconda delle circostanze, non si ripete e impara con l’esperienza.
Il lupo è un animale dal forte spirito di gruppo, si prende cura dei deboli, sa sacrificarsi per la famiglia, ama i suoi cuccioli allo spasimo, confidando in essi per la propria sopravvivenza nel futuro.
Il lupo ha un capo forte, carismatico e intelligente, una vera guida illuminata cui gli altri obbediscono ciecamente.

C’è molto da imparare osservando i lupi. E Chen Zhen decide di catturare un cucciolo per studiarne le caratteristiche selvagge. Scelta contestata come fosse sacrilegio dai mongoli che ospitano il ragazzo, e contro la loro disapprovazione Chen Zhen deve lavorare di pazienza. Anche il vecchio Bileg, il saggio pastore che lo ha adottato come un figlio, ne resta offeso, ma alla fine non lo contrasta.
E il Lupetto, come lo chiamerà Chen Zhen fino all’ultimo, arriva, catturato quando non ha ancora aperto gli occhi. Dividerà alcuni mesi con il giovane, che ne resta stregato e finisce, anche senza volerlo, per fargli quel male che pure aveva cercato di evitargli.
Non si può domare un lupo. È lui che domina, sempre e comunque, anche quando è in cattività.

Il romanzo è molto lungo, e non parla solo di lupi. È un concentrato di biologia, di storia, di sociologia, di filosofia, di politica. È una finestra sull’Oriente, sulle sue tradizioni millenarie e sulle scelte politiche di un’epoca che ha segnato la Storia. A volte incomprensibili i riferimenti storici e leggendari, per noi, che dei mongoli conosciamo solo la furia di Gengis Khan e non il suo genio di condottiero, e ignoriamo completamente la quasi totalità delle complesse genealogie ed etnie cinesi.
Dunque un libro istruttivo, per chi vuole conoscere un altro mondo, altre culture.
E pazienza per le dissertazioni intellettuali disseminate qua e là, non sempre avvincenti...
E pazienza se ci s’impantana ogni tanto e il ritmo narrativo rallenta. Del resto può succedere quando il racconto è lungo oltre 600 pagine. In fondo, viviamo lo stesso ritmo della prateria…
E pazienza anche se anche la traduzione, specie nella prima parte del libro (anzi, direi solo nella prima parte del libro), appare ogni tanto un po’ sciatta e perfino ingenua… immagino che non sia facile tradurre il cinese….

Ciò che è piaciuto a me, e molto, è il lupo.
Il lupo che quando lo guardo non è nella stupida gabbia di una cittadina pugliese, ma in uno dei suoi habitat naturali, in questo caso la prateria mongola, contesa da sempre all’uomo. La sfida per la supremazia affina in entrambi l’intelligenza e la forza, l’istinto e la ragione. Il lupo ne esce dipinto con amore e rispetto per tutto quello che esso è, e perfino la sua ferocia, si scopre, ha una ragione d’essere.
Il signore della prateria, il totem dei mongoli.
Costretto a difendersi dall’uomo, che teme, eppure capace di vendette e di astuzia, di indiscussa ed efficace strategia militare.
È da brivido la scena in cui un branco di lupi riesce a uccidere “per vendetta” almeno 80 cavalli, i migliori tra quelli che i mongoli allevano per il governo.
Sembra di essere presenti con il cuore in gola, tanto è ben raccontata, anche in un’altra epica battaglia fra gli uomini e i lupi. E francamente non si sa per chi fare il tifo.

Indomabile, necessario, immaginifico lupo.

“La storia del mondo non sarebbe stata la stessa senza i lupi” si dicono i giovani intellettuali già a pagina 278, e a quel punto abbiamo abbastanza elementi per esserne convinti pure noi.
No, il lupo non ha niente a che vedere con il cane, che muove la coda e implora una carezza. L’esperimento di Chen Zhen di crescere il cucciolo lo dimostrerà.

Il lupo è uno spirito libero.

Il rapporto del giovane con il Lupetto è fra le cose più belle descritte nel romanzo, diverte, coinvolge e commuove.
Le scoperte del cucciolo, che non ha mai visto i suoi simili (ricordiamo che quando è stato tolto alla madre aveva ancora gli occhi chiusi) ci appassionano, ma dimostrano anche che l’istinto è scritto nel DNA. È con l’istinto che il Lupetto scopre, dopo buffi tentativi, di essere capace di ululare,  la rivelazione meraviglia lui per primo, e riempie di orgoglio e tenerezza noi che leggiamo. Ma induce allo sconcerto gli altri lupi, che nei millenni, a memoria, non avevano mai udito di uno di loro cresciuto fra uomini e pecore. Non può essere.

Tanti altri episodi faranno capire a Chen Zhen quanto grande sia stata la sua presunzione, e nonostante il Lupetto cresciuto in cattività riveli alcuni gesti decisamente amichevoli nei confronti dell’uomo che lo ha nutrito, la sua natura è, e deve restare, la libertà assoluta. Il Lupetto non sarà mai un cane. Il Lupetto non sarà mai lupo fra i lupi.

Il lupo è leggenda.

 

(chiedo scusa, avevo postato un video sbagliato... questo è quello giusto...)

silenziosamente concepito da Ramona 18:49:00 5 Commenti

26/09/2007

TOM JONES


Lo avresti mai detto che una lettura “obbligata” ti avrebbe fatto piacere? No, non ci avresti scommesso. A scuola niente di peggio che studiare “per forza” certi autori di cui non te ne fregava niente. Da grande, se hai la fortuna di diventare un lettore, le letture ti piace sceglierle. Oppure gradisci farti scegliere da loro, dipende dal rapporto più o meno viscerale che sei riuscito a instaurare con i libri. Libri che, in genere, ora nessuno ti impone più. Ma quando per qualche motivo si verifica una prescrizione forzata di lettura, ti pare di essere tornato a scuola, con l’incubo di dover studiare quello che non ti piace per rimediare un voto appena decente. E con la probabile conseguenza di odiare il libro e chi lo ha scritto.
E cosa succede quando un libro “imposto” si rivela invece una gradevole esperienza?
Succede che non lo avresti mai creduto possibile e sei il primo a stupirti.


Durante un corso di scrittura ben riuscito e ben gradito, un bel giorno nasce la proposta di fare qualcosa di diverso. Invece di scrivere, dice, stavolta leggiamo. Leggiamo un testo, uno per tutti, con calma e secondo le nostre abitudini. Poi ci ritroviamo e ne parliamo insieme.
Il testo proposto dal docente super partes è pressoché ignoto a tutti i partecipanti. Ovvio, altrimenti dove sta il bello?...
Si tratta, per la cronaca, di Tom Jones, di Henry Fielding.

Con la vaga sensazione, appunto, dello scolaro che deve farsi i compiti per le vacanze, ma con la curiosità e l’innocenza del lettore quasi onnivoro, apro il libro in una notte d’estate. E lo richiudo in una notte d’autunno, ridacchiando fra me e me.

Il Tom Jones è un tomo di quasi mille pagine, che nell’edizione Garzanti si presenta in due volumi (comprendenti, lo dico subito, qualche refuso qua e là…). Nella realtà è stato pubblicato tra la fine del 1748 e l’inizio del 1749, a fascicoli. Ogni fascicolo è un capitoletto, un certo numero di capitoli fanno un libro, in totale ci sono 18 libri. Ma originariamente i volumi stampati erano sei.
Una mole così imponente di solito basta a scoraggiarmi. Non per la dimensione in sé, ma per il tempo che prevedo mi occorra per portare a termine l’impresa e che mi sembra di sottrarre ad altri libri. Mi sento sempre così quando affronto un grosso volume.
Ma questa è un’altra storia.
Parliamo del mio rapporto con questo stravagante libro.

Innanzi tutto, mi ci vuole un po’ più del mio consueto per capire come funziona. Si sa, entrare in un nuovo libro equivale a entrare in un nuovo mondo, tutto da scoprire. Questo nuovo universo è particolarmente interattivo… Fin dalla prima pagina l’autore instaura, e poi continua per  tutta la narrazione, un dialogo diretto con me, lettore cui da amichevolmente del tu. Specialmente nel primo capitolo di ogni libro, una sorta di prologo, mi mette al corrente di alcune considerazioni personali, fa il confronto con la letteratura contemporanea o passata, mi delucida, o vorrebbe, con dotte citazioni in latino (in realtà talora mi confonde… ma è colpa della mia abissale ignoranza in merito), fa ancora nuovi paragoni, spiega, introduce il resto. Solo dopo prosegue la storia vera e propria. Ma, come ho detto, mi ci è voluto un tot a entrare in un meccanismo alquanto insolito per i nostri canoni.

Anche i titoli all’inizio mi hanno disorientato, perché si prendono la briga di spiegarmi certe cose del capitolo che sta per iniziare.
Per esempio: nel libro II il primo capitolo s’intitola “Mostra che genere di storia sia questa: che cosa sia e che cosa non sia”…
Delizioso, eh? Dimenticavo: anche ciascuno dei 18 libri ha un sottotitolo. Quello del libro II è: “Scene di felicità domestica in diversi stadi della vita; e vari altri fatti avvenuti durante i primi due anni di matrimonio tra il Capitano Blifil e Madamigella Bridget Allworthy”…
Un altro esempio, magari più corto? Il libro VIII si presenta con tre parole: “Due giorni circa”, il che vuol dire che quanto vi è raccontato si svolge nell’arco di due giorni, appunto. E il suo primo capitolo recita: “Capitolo straordinariamente lungo, concernente il meraviglioso, assai più lungo di tutti gli altri capitoli introduttivi.”
Una specie di guida insomma. Che all’inizio un po’ infastidisce, ma che poi ti ritrovi a leggere avidamente per avere in anticipo un’idea di cosa ti aspetta nelle prossime pagine.

La trama.
Siamo in Inghilterra, nel settecento e qualcosa. Tom Jones è un trovatello che viene adottato da un cosiddetto squire,  un gentiluomo di campagna con poteri di giudice. Il signor Allworthy, persona buona e benestante, trovandosi l’infante nel letto senza alcuna spiegazione decide di tenerlo con sé. Il giovane crescerà poi insieme al nipote di lui, più giovane di un anno. I due ragazzi sono l’uno l’opposto dell’altro. Tom è simpatico, generoso, bello, ingenuo e sfacciato. L’altro è mellifluo, falso, servile e opportunista. E sarà la causa della rovina di Tom. Con astute menzogne farà in modo che venga cacciato con disprezzo dalla casa del padre adottivo. Tom s’imbarcherà allora in un’avventura dietro l’altra, farà gli incontri più strani, avrà uno strampalato compagno di viaggio e per tutto il tempo sospirerà per l’amore (forse) impossibile per la sua bella. Il finale, che non rivelo, è assai pirotecnico e da solo vale tutto il libro. Difatti è per arrivare presto fino in fondo alla storia che quella notte ho dovuto fare le ore piccole… non potevo lasciare all’indomani le ultime pagine, mi stavo divertendo troppo.

Il libro è considerato un capolavoro della letteratura settecentesca inglese, tanto da aver influenzato buona parte di quella successiva. Forse per la prima volta, all’epoca, un romanzo cosiddetto comico si trasforma in un attendibile affresco sociale, grazie al realismo, pur con quel tocco epico, col quale è scritto. E anche grazie alla profonda caratterizzazione dei personaggi, analizzati nelle loro mille sfaccettature, con un occhio bonario verso tutte le loro apparenti contraddizioni. Il giudice Allworthy è onesto all’inverosimile, eppure inflessibile fino a essere duro. Tom è l’eroe irruente, ingenuo, un po’ sciocchino, ma buono, cui si perdonano facilmente vizietti “scandalosi” come la passione per le avventure galanti, che si premura di non disdegnare pur consumandosi d’amore per la sua Sofia. Questa, appunto, è l’eroina, pura come un angelo, che difende la propria virtù a tutti i costi, svenendo al momento giusto, se occorre, e rivelando tuttavia un carattere di ferro nell’apparente sottomissione al padre. Il padre, caciarone e impulsivo, irascibile ma affettuoso è uno dei protagonisti più gustosi. E così via, all’infinito, in un carosello di personaggi assai convincenti.
La storia, ricchissima di colpi di scena, è raccontata con humor tipicamente inglese, non si può non sorridere di tanto in tanto…

Personalmente ho molto ammirato l’abilità narrativa dell’autore, la sua capacità di intrecciare i vari fili disseminati lungo il racconto e lasciati sì in sospeso, ma mai dimenticati, usati sempre con coerenza nella fantasiosa rappresentazione del reale.
Be’, a dire il vero ogni tanto, trovandosi evidentemente in un vuoto narrativo, il nostro Fielding, per spiegare qualcosa di altrimenti poco verosimile, se ne esce con una battuta del genere: “Sai, lettore, fino adesso non te lo avevo detto, ma è ora che tu sappia….” E quindi compaiono per incanto personaggi o situazioni strane.
È troppo divertente! In un autore contemporaneo boccerei una mossa così furba, ma qui, in questo particolare contesto, mi sembra una trovata assai simpatica.

Alla verifica finale è stato appurato che i lettori moderni mal digeriscono questo tipo di scrittura. Difficile, oggi, accettare il continuo dialogo che l’autore ha col suo lettore, quel suo pontificare e/o giustificarsi, quell’apparente inverosimiglianza, quei personaggi così definiti, concreti, ma a tratti assurdi come maschere carnevalesche… Eppure io mi sono divertita! Una volta riuscita a entrare nella storia, nel linguaggio un po’ aulico (ma non troppo), nel rapporto aperto con l’autore e  nel suo connettersi continuamente a me, ho accettato il tutto, ricordando che in fondo questo testo appartiene a un’altra epoca, sono io che mi devo adattare a lui e non viceversa.

E poi ci sono alcune riflessioni che mi hanno colpito, a quasi 300 anni di distanza, per la sconcertante attualità. Come questa, a pag. 542:

“Anche se esistono in un’opera difetti giustamente criticabili, se non sono nelle parti essenziali o sono compensati da altre e maggiori qualità, soltanto un calunniatore maligno, non un saggio critico potrà severamente condannarla sulla base d’alcune parti difettose. È proprio il contrario di quel che dice Orazio: […]

ma dove le bellezze brillano più numerose
non vado in collera, se per caso un verso
 (che scorre disuguale per qualche insignificante difetto)
 mostra una mano inesperta o l’umana fragilità.

Come dice Marziale […] nessuno libro può esser composto in modo diverso.”

Grandioso! Un mirabile, sfacciato buttarsi in avanti dell’autore per giustificare qualche cedimento nella lunga narrazione… Bellissima scusa che potremmo utilizzare anche noi, scrittori dilettanti, nel comporre l’ipotetico capolavoro della vita. Potremmo mettere, infatti, in un prologo, o prefazione, un chiaro avviso al lettore. Qualcosa del tipo: “Ebbene, se sono riuscito a scrivere qualcosa di decente, caro lettore, porta pazienza per qualche cosuccia che ti pare non quadri, tutto il resto merita, te lo assicuro!”.

(n.b. Non si finisce mai di leggere, in Bottega)

silenziosamente concepito da Ramona 15:00:00 Commenta:
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