25/11/2009
UNA FOGLIA D'AUTUNNO

Sono nata qualche mese fa. Ricordo che dapprima non c’ero, e poi di colpo ci sono stata.
La prima sensazione che rammento è di tepore, qualcosa cioè di non troppo freddo né di troppo caldo, sufficiente a farmi sbocciare.
Ho visto subito la luce, ed è stata un’altra bellissima emozione.
Era la luce a darmi anche il calore, e là ho cercato, per quanto possibile, di volgere lo sguardo. Ma non mi è stato possibile più di tanto, perché la mia base era legata a qualcosa di solido e pressoché immobile.
Non mi è importato poi troppo. Ho ugualmente imparato presto che quel calore e quella luce venivano da una cosa chiamata sole, che da subito ha dato un senso cronologico alla mia vita neonata.
Un tocco gradevole, fresco, ogni tanto mi sfiorava, in un piacevole contrasto col tepore che tanto mi piaceva. Era il vento, che in seguito ho capito poteva essere brezza gentile e amica o tempesta scatenata e temibile.
Appena nata avevo sete e fame e dal basso mi arrivò subito un nutrimento eccezionale che mi fece crescere rapidamente. L’acqua per bere mi arrivò poi dal cielo, talvolta in abbondanza, talvolta invece mancava. Quella che mi dissetava davvero la ricevevo dalla base. Quando invece veniva giù mi lavava tutta, mi liberava della polvere aiutandomi a respirare meglio. Io poi la regalavo al suolo. Ogni goccia mi scivolava addosso, dopo aver percorso la mia piccola superficie, e raggiungeva il suolo sottostante. Io non ho mai trattenuto niente, non sono nata egoista. Per vivere mi è sempre bastato molto poco. Il tepore, la luce, la linfa.
All’inizio ero un po’ pallida e piccola. Il mio colore era di un verde chiarissimo e delicato, ma io non ero così fragile come apparivo. Ero tenacemente attaccata alla mia base, che poi pian piano ho scoperto essere un ramo, a sua volta attaccato a una creatura chiamata albero, che nutriva entrambi e un numero immenso di altre “cose” come me.
Foglie.
Ecco, sì, il nostro nome era questo: foglie.
Appena sbocciate eravamo tutte curiose di vita. Io in particolare, ero decisa a capire il mio ruolo, il perché ero nata, se un perché c’era. Nessuno mi avrebbe scalzata dal mio posto, se non con l’uso della forza.
La veste verdina, divisa ufficiale di noi neonate, era destinata a cambiare da lì a poco. Sarebbe diventata di un verde più scuro, relegando la sfumatura più chiara solo alla faccia inferiore. Un abito stupendo, adatto alla parte di mondo in cui vivevo. Sono sicura infatti che in precedenza, senza di me e le mie compagne, il bosco era triste e freddo.
Dopo qualche tempo, dunque, sono diventata più forte, più grande, brillante.
Ho imparato a cantare.
Non so se per questo devo ringraziare quelle creature colorate e leggere che venivano così spesso a trovarmi. Loro non erano statiche come me, potevano muoversi e restare sospese nell’aria finché volevano. Per poi ritornarmi accanto a riposare e a rallegrarmi con una voce meravigliosa.
Ecco, se una divinità esiste, io credo che dimori nella melodia di un uccello.
Certo non è stato per una voglia assurda di emulazione nei confronti di queste creature alate: eravamo, siamo, troppo diversi. Forse era semplicemente nelle mie corde: di fatto, un giorno mi sono ritrovata a cantare.
C’era il vento, e faceva caldo. Mi sentivo così bene che temevo di scoppiare dalla gioia. Il momento era perfetto. Attorno a me il silenzio. Nessuno degli abitanti del bosco, di quelli dotati di voce, si faceva sentire, forse per il caldo.
D’un tratto, d’istinto, ho provato l’impulso di lasciarmi andare, di abbandonarmi senza riserve. E l’ho fatto.
Il vento si è allora impossessato del mio piccolo corpo, mi ha accarezzato fino a farmi impazzire di piacere, abbiamo danzato insieme. E dalla nostra unione è nata la vibrazione. La musica.
La magia è accaduta anche alle altre mie compagne. Avevamo tutte una voce, ed era come se facessimo parlare il vento.
Un lungo fischio, un soffio, un sibilo, e poi la musica. Note delicate che sgorgavano dal nostro languido abbandono, singolarmente appena udibili, ma tutte insieme, nel coro, si trasformavano in un suono incantevole paragonabile al canto delle creature alate.
Nessuno nel bosco, sopra e sotto di noi, disturbava la nostra canzone. Nel silenzio più assoluto, la nostra voce ritrovata era la sola, tutti ci ascoltavano rapiti.
Infine la luce è diventata meno intensa e meno calda. Il nutrimento ha cominciato a scarseggiare in questo punto fermo che è stato tutta la mia vita.
C’è qualcosa di diverso, ora.
Ho cambiato il vestito. Neanche troppo lentamente me ne sono ritrovata addosso uno tutto giallo.
Anche le mie compagne. Qualcuna addirittura si è vestita di rosso, chi di marrone, poche conservano tenacemente, per ora, l’abito verde. Tutte insieme siamo una festa. Se la nostra voce, grazie al vento, era una melodia, la nostra nuova veste colorata fa di noi una sinfonia.
Una mescolanza di colori caldi così perfetta che non credo esista qualcuno in grado di replicarla. Ognuna di noi foglie ha un posto preciso in questa scala cromatica, il solo fatto di essere lì su quel ramo e non altrove rende lo scenario complessivo di una bellezza mozzafiato.
Forse è per questo, solo per questo, che sono nata. Per essere consapevolmente qui dove ora sono.
Il bosco cambia aspetto, è più luminoso. I rami che s’intrecciano, gialli e rossi, creano una galleria policromatica sotto la quale tutti ammutoliscono: le parole sono superflue, il sangue, in chi ce l’ha, corre più caldo sul filo dell’emozione.
A me però il nutrimento scarseggia, mi sento debole. Leggera, trasparente, impotente, ad un tratto non sono più attaccata al ramo. Sto volando!
Non lo credevo possibile, pensavo che solo gli uccelli o gli insetti, o comunque le creature dotate di ali potessero volare, invece lo sto facendo anche io. Il mio amico vento, dopo che mi ha regalato la voce, ora mi regala il volo. Per un attimo che sa d’infinito mi trascina con sé in un vortice, e io, senza forza e felice, mi lascio cullare. Mi abbandono.
Ma presto la danza finisce e tocco il suolo, senza dolore.
Che strano.
Ora guardo dal basso quella che è stata la mia casa. È così grande, il mio albero. Ma mi appare nudo e triste. Forse ha freddo, senza di noi. Io e le altre foglie, infatti, non siamo più lì a vestirlo. Abbiamo rivestito i suoi piedi e quelli di tutti gli altri alberi di un tappeto morbido.
Dopo un po’ scopro che la vita è anche sotto di me. Esseri piccolissimi e striscianti proteggono il loro nido col mio corpo. Si nascondono dai pericoli. E strane creature nascono e crescono da un momento all’altro. L’umidità che trattengo sotto di me aiuta i funghi, così si chiamano, a sbocciare dal nulla, proprio com’ero sbocciata io: poi li aiuto a nascondersi, li proteggo dalla vista dei predatori. Ma la loro vita è così breve, ancor più della mia. Quando comincio a pensare che il mio scopo in fondo è di proteggerli, è troppo tardi. Loro non ci sono più.
E mentre me ne accorgo, realizzo anche altre cose.
Che ora fa freddo, per esempio. Che intorno al bosco le montagne sono diventate bianche. E che sto diventando sempre più rugosa, più secca.
Sento la vita che mi abbandona.
Sento che mi sto letteralmente sbriciolando, mi dissolvo nell’aria e nel suolo. Quel che resta di me si ricopre di una coltre bianca.
Sono diventata terra, polvere, molecole, atomi.
Sono diventata nutrimento.
E alla fine, forse, era questo il vero scopo della mia vita.
13/11/2009
LA CA', I RACCONTI DEL RESEGONE (DI MARCO SIMI) - un regalo per me dalla Rete

Si spendono molte parole per criticare la Rete. La Rete è pericolosa, porta a illusioni, a relazioni effimere o pericolose. Non c’è molto di buono nella Rete e quel poco va valutato attentamente.
Non dico che non sia vero.
Da quando navigo in questo mare virtuale ho incontrato un po’ di tutto. Ma non mi sento di demonizzare completamente questo fantastico mezzo di comunicazione e informazione.
Certo, le relazioni si fanno virtuali, il che spesso equivale ad effimere. Amici che vanno, amici che vengono… magari anche amori che vanno e vengono.
Le mie esperienze personali mi hanno portato a prendere ciò che la Rete mi offre con slancio e prudenza e, dopo qualche batosta, a non soffrire per eventuali delusioni. La Rete ingoia ciò che prima ti ha regalato, spesso a ritmo vertiginoso.
Sia. Non per questo bisogna tirarsi indietro, la Rete è il mondo intero, oggi, e anche di più, e noi ne facciamo parte.
La Rete porta ogni tanto delle sorprese impagabili.
Vorrei regalarti un libro.
Una mail, un giorno, mi annuncia questo desiderio.
Mi piacerebbe che lo leggessi. È di un caro amico, parla di cose semplici, come fai tu. Io penso che ti conquisterebbe.
Un regalo da qualcuno che nemmeno conosco, se non per pseudonimo.
Un regalo senza secondi fini, con la semplicità delle persone sincere e motivazioni spiazzanti.
Va bene, ho detto, sorpresa.
Un libro è sempre ben accetto. E questa voglia di donarlo proprio a me, senza altro scopo che non quello di farmi una cosa gradita, di condividere qualcosa di bello, m’impressiona e mi commuove. C’è ancora del buono, a questo mondo.
C’è qualcuno che offre e non chiede nulla.
Ma che libro sarà mai? Chi l’ha scritto? Di che parla?
I misteri si risolvono presto.
Il libretto, piccolino ma ben curato, s’intitola La Ca’, i racconti del Resegone, edito da Itaca editore. L’autore è un certo Marco Simi.
Ok, mi dico, non è un best seller, non ho visto recensioni in giro, i lit-blog non ne parlano, l’autore mi è sconosciuto.
La cosa m’intriga ancora di più e cerco informazioni. Ne ricevo in parte dal generoso amico che mi ha fatto questo bel dono, in parte vado da me. Perché la Rete, madre e matrigna, non nasconde nulla e ti dice tutto quello che vuoi sapere.
Marco Simi è un personaggio notevole. Anzi, purtroppo bisogna dire che lo è stato, perché è mancato in una giornata di primavera del 2004, improvvisamente, a soli 46 anni. Lasciando, come si dice, un gran vuoto in chi lo conosceva. Dalla Rete e dal risvolto di copertina giunge la descrizione di un uomo buono, disponibile, che si metteva letteralmente al servizio degli altri. Ha creato, nella sua breve vita, associazioni umanitarie per bambini in difficoltà, ha aperto le porte della sua casa a una serie di affidi regalando la serenità a creature sbandate. Con la famiglia in cui è cresciuto ha dato asilo e conforto a ragazzi tossicodipendenti. Ha affrontato serenamente le battaglie contro la malattia della figlia e le vicende d’ingiustizie legali legate a una delle figlie in affido.
Un uomo normale, ma forte e pieno di iniziative, schietto e onesto. Come la montagna.
E del resto Marco Simi era un uomo di montagna.
Aveva trascorso buona parte della sua vita di ragazzo e poi di adulto, sulle montagne, in particolare sul Resegone, dove la sua famiglia aveva una casa, o una baita, un autentico buen ritiro.
Il Resegone io non lo conoscevo, ma anche qui la Rete amica ha rimediato alla mia ignoranza. Montagna piccola fra le montagne, nemmeno 2000 metri, dall’aspetto tipico a “denti di sega” da cui probabilmente il nome, tra le province di Lecco e Bergamo. Piccola e famosa, visto che viene nominata anche dal Manzoni nel romanzo per eccellenza, I Promessi Sposi:
La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune.
Montagna a tutti gli effetti, col bosco, la neve sulle vette, la vita semplice e antica.
La quotidianità rassicurante della gente montanara, appunto, era rimasta nella pelle a Marco, che, dotato di evidente e grande creatività, aveva voluto fissare sulla carta (o sulle pagine di un computer, chissà), i suoi ricordi e le piccole grandi cose di un ambiente a rischio di estinzione.
Per chi abita in città la vita in montagna ha del folkloristico, si può sperimentare per una vacanza, ma poi è così rilassante tornare a tutte le comodità urbane.
Chi però ci nasce e ci vive, poi la montagna se la ritrova nel sangue. Non sa allontanarsene.
E chi ha il dono di saper raccontare, racconta.
Un racconto di piccole cose quello di Marco: ricordi, qualche riflessione, descrizioni di un angolo di paradiso incontaminato, di momenti belli, divertenti, magari anche commoventi, vissuti nella Ca’, dove il tempo si è fermato, e la modernità ci arriva sì, ma quasi di striscio e non sempre benvoluta. Racconti brevissimi, una pagina o due, da assaporare con calma, con i ritmi lenti della montagna stessa. Perché ci vuole il tempo giusto per fermarsi a leggere la descrizione di un piccolo corso d’acqua che noi da soli non degneremmo di un’occhiata. O la scoperta delle castagne ancora dentro ai loro ricci. O la preparazione dei fagioli con la cipolla: sembra una roba semplice da fare, ma bisogna metterci il cuore, e a seguire la ricetta di Marco si sente l’acquolina in bocca. Un po’ meno, forse, quando si parla di un certo minestrone, più saporito del solito a causa di… due candele cadute inavvertitamente, e sciolte, nel pentolone durante la cottura a fuoco lento. Gli amici non lo sanno, però giurano che quello era il minestrone più buono che abbiano mai mangiato!
Cuor gentile anche nella narrazione, Marco Simi, persino nel descrivere di situazioni ben poco romantiche, ma estremamente naturali, come il problema dell’evacuazione intestinale quando si va per monti… e vi assicuro che non è un problema da poco! Ma la sua ironia leggera assolve questo compito in modo garbato.
Mi sono ritrovata in molte delle situazioni descritte da Marco (no, non quella dell’evacuazione, giuro!!). Io sono nata al mare, e il mare è sempre nei miei pensieri, ma la montagna è la mia casa ormai da tanto, tanto tempo, forse c’è sempre stata, perché un po’ del mio DNA contiene geni che sopravvivono sopra i 2000 metri. Nel corso di tutti questi anni ho attraversato boschi, raccolto funghi, mangiato polenta fatta sul fuoco, ho visto animali selvatici, ho attraversato corsi d’acqua corrente e limpida, sono andata lentamente e in silenzio per i sentieri, ho ascoltato i racconti di vecchi boscaioli e di chi ha vissuto la guerra da partigiano, ho visto un mondo fantastico da vette altissime e le nuvole sotto di me.
Ho apprezzato questi racconti che sebbene nati nel nord ovest dell’arco alpino, sono così simili a quelli del nord est che conosco meglio.
Lo stile di Marco è colto e semplice allo stesso tempo, non privo di personalità, come del resto lo era lui: a testimoniarlo, in coda ai racconti l’omelia del parroco al suo funerale, e la prefazione di Antonio Socci, noto giornalista e scrittore.
Insomma, è un libretto, questo dei racconti del Resegone, di cui forse i media non parleranno mai. O non con i toni che siamo abituati a sentire: non provocherà schieramenti, non riceverà onorificenze più o meno discutibili, non vedrà vendite stellari e di certo non diventerà il caso letterario dell’anno.
Non importa.
Nella bufera delle polemiche intellettuali e dei grandi numeri, c’è posto anche per una brezza leggera e fuori dal coro: la voce di Marco, da qualunque posto arrivi, aiuta a respirare.
Un grazie a chi me lo ha fatto conoscere.
(Questa lettura inaugura anche il mio nuovo scaffale in Bottega di Lettura, che da pochissimo ha cambiato casa: andate a visitarla qui. )
01/11/2009
HALLOWEEN?

Una decina di bambini in maschera suonano alla porta. Fantasmi con lenzuolo, streghe con il cappellaccio e scheletri ben in carne, quasi tutti con una maschera di cartone sul viso.
Dolcetto o scherzetto?
Per carità, quella volta che non ero in casa lo scherzetto era stato piuttosto antipatico: farina, zucchero e riso sparsi in abbondanza davanti alla porta. Meglio cedere subito.
Non sono molto preparata, questa festa mi sfugge, non fa parte delle mie tradizioni. Ma in casa la cioccolata non manca quasi mai. Se vogliono il dolcetto, saranno accontentati.
Mi affretto a prelevare una tavoletta di adoratissimo cioccolato fondente e la consegno ai bambini.
Per me è un sacrificio non da poco, la cioccolata è una passione senza rimedio e senza sconti.
La mia droga.
Mi sento un tossicodipendente che regali una dose, sapendo di rischiare l’astinenza.
Ma sono bambini, stanno giocando, sono contenta di farli contenti.
Allungo la tavoletta (che proprio non vuole lasciare le mie mani, oltre che la mia dispensa) ad un biondino con gli occhi azzurri che si solleva la maschera e apre la borsa che tiene in mano, mostrando che è vuota. È molto carino e gli dico che poi divida con gli altri. Intendevo dire alla fine, naturalmente, immaginando che tutto il raccolto venisse diviso equamente.
Lui guarda il misero bottino che gli ho appena consegnato, poi si rivolge al gruppo e alle due mamme che lo accompagnano, travestite anch’esse, ma che si vede vorrebbero essere lontane mille miglia da lì, e dice, con un tono disgustato:
“Ehi, dobbiamo dividere una tavoletta di cioccolata...”
Mi sento un po’ verme per giunta schifosamente tirchio.
Ma richiudo la porta e saluto, senza ricevere neanche un grazie.
Rimugino sulla liceità di questa festa che manda i piccoli a mendicare porta a porta con una sorta di ricatto; per non parlare delle minacce, sia pure scherzose. E continuo a pensare che è una festa, chiamiamola così, che non mi piace.
Suona ancora il campanello di casa.
E chi è adesso?
Apro.
Dolcetto o scherzetto?
Ancora?!
Un altro gruppetto di bambini ancora più piccoli dei primi, sempre con quelle lugubri maschere, tutti con le borse aperte a chiedere il dolcetto.
Aiuto!
La mia dispensa è seriamente minacciata, ma non posso che arrendermi, rassegnata.
Prelevo un’altra tavoletta di cioccolata, stavolta al gusto aranciato, una raffinatezza, aggiungo dei mandarini e spedisco fuori di casa i bimbi, che pure così conciati sono teneri teneri.
E loro sì, carini, almeno mi ringraziano.
Richiudo la porta e vado in cucina.
Davanti alla dispensa vuota di cioccolata mi si stringe il cuore.
Avrò evitato gli scherzetti, certo, ma...
Uscendo di casa trovo davanti alla porta un biglietto scritto da una mano infantile. C’è scritto: “Va’ a ca**re, mostro!”
Scritte anche sui vetri appannati della mia auto, ossessivi come in un film dell’orrore. “Dolcetto, scherzetto!!!!!!!!”
Non è un incubo, ma forse è peggio.
E forse era meglio se la cioccolata me la mangiavo io.
di Ramona 21:31:00
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