29/10/2009

GUARDARE, E NON VEDERE, UN CORPO

La signora parla e mi racconta la sua storia, così travagliata. Io l’ascolto un po’ per dovere, visto che lei entra oggi nel mio reparto e alcune domande sono la prassi per inquadrare la situazione. E un po’ l’ascolto perché ogni persona è una vicenda a sé, un’avventura unica al mondo, simile a tante altre ma mai identica.
La mia nuova paziente ha poco più di una sessantina d’anni e da  quasi venti lotta con il cancro. Gli ha sacrificato una parte di sé, quando ancora la mastectomia totale era obbligatoria e senza rimedio. Oggi invece la donna non perde i pezzi quando affronta la stessa sorte, quello che le viene tolto le viene poi ricostruito, perchè non perda dignità e autostima e soprattutto speranza.
Ma allora usava così, e la signora racconta serenamente la propria odissea.

La chemioterapia, poi la recidiva, poi la complicazione del catetere per la chemio rotto (“mai successo prima, signorina, mai!”), la cardiopatia che consegue alla terapia (lei non dice proprio così, parla di scompensi di cuore, ma io so perché li ha avuti, gli scompensi).
E ora di nuovo un nuovo ciclo e un nuovo scompenso.
Non mi rivela perché sta facendo un altro ciclo di terapie, quasi volesse ignorarlo per prima, ma anche questo mi è facile ricavarlo dalla documentazione.
Metastasi.

Scaccio anch’io per un po’ questo pensiero e vado avanti.
Raccolgo dati, eseguo un prelievo, misuro la pressione, rassicuro, sorrido, faccio un elettrocardiogramma.

Faccio un elettrocardiogramma.

È il giorno dopo, ritorno dalla stessa signora, che mi saluta, contenta di rivedere me e la mia gentilezza. Le devo fare un nuovo elettrocardiogramma.
Lei si prepara e continua a sorridere tranquilla, nascondendo l’ansia.
Quando alza la maglia vedo lo scempio del suo corpo: là dove una volta c’era il simbolo del suo essere donna, ora c’è una lunga cicatrice e il vuoto.
E di colpo mi sento male.

Perché io ieri questo orrore non l’ho visto! Io che ho fatto l’elettrocardiogramma allo stesso modo di sempre, così come lo sto facendo ora, io che ho avuto sotto gli occhi lo stesso corpo, la stessa superficie di pelle, io che sapevo quella storia, che la stavo ascoltando in diretta, io questa cicatrice, questo vuoto, non li ho visti.

Non riesco a capacitarmi. È come se vedessi la nudità offesa di questa donna per la prima volta. Ma non è la prima volta, l’ho vista anche ieri, perché ora mi appare come nuova?
Non è una mancanza di memoria, dato che ricordo tutto di ieri.
È una mancanza di attenzione.
E questo mi spaventa.

Ne ho visti a decine di corpi come questo. Mi sono forse assuefatta? Tanto da non notarli più quando mi capitano sotto le mani? Neppure quando li maneggio?
Non mi era mai capitato finora.
Sono forse stanca?

Ho ascoltato dalla voce della donna il calvario che ha attraversato, ma la mia mente in contemporanea  non ha registrato il messaggio che stava ricevendo dagli occhi.
La mia mente, in realtà, viaggiava nel tempo e seguiva di persona le tappe pregresse della sofferenza.
Di questa storia non ho dimenticato niente, ogni particolare mi ha scavato dentro. Ho solo dimenticato di “vedere” il corpo vivo davanti a me. Un corpo di sangue e carne che parlava con il suo solo esserci, senza parole inutili.

Mi chiedo perché è successo.
Forse mi sono troppo immedesimata e ho perso il contatto con la realtà oggettiva, inseguendo invece il dolore del ricordo.
Non lo so.
Voglio solo sperare che non sia perché mi sono abituata agli orrori. Non ci si può abituare alla sofferenza, non si deve, neppure quando la si incontra tutti i giorni.

La signora tossisce, sorride, allontana da sé lo spettro che da vent’anni l’assilla, è rassegnata alla lotta anche se non vuole sapere contro cosa combatte, cerca una rassicurazione.
Io guardo la sua cicatrice e la “vedo”.
Vedo anche la storia futura, quella che avverrà, quello che nessuno mi ha raccontato, ma che è dentro ogni singola cellula di questo corpo ignorato.
Ho un nodo in gola, ma sorrido anche io.

Ci sono, sono presente, connessa e operativa.
di Ramona 20:43:00 Commenta:

26/10/2009

ANCORA UN COMPLEANNO


Ed è arrivato anche stavolta, come sempre illuminato da un certo numero di candeline, in crescita di anno in anno.
E sì che 365 giorni prima sembra una scommessa chiedersi: tornerà o non tornerà?

Il fatto è che niente è più scontato, ormai. Non è detto che essere giovani sia garanzia di lunga vita. E non è detto che si resti giovani per sempre, anzi, direi proprio il contrario: si nasce per invecchiare, si invecchia per tornare bambini, si muore per rinascere. Ma anche questa è filosofia spicciola, niente di ponderabile, di così concreto.
In tutta questa insicurezza, aspirare ad un altro compleanno il giorno in cui si compiono gli anni mi sembra una somma e legittima aspirazione. Ma mai una certezza.

Comunque sia, è tornato.
Il mio compleanno è, ancora una volta, qui. Per soffiare con me sulle candeline un po’ affollate dell’ennesima, gustosissima torta della mia vita.

In un anno quante cose possono cambiare…
Io sembro la stessa dell’anno scorso: complessa ma semplice, contraddittoria eppure coerente, forte ma fragile, determinata e indecisa….
Sono sempre io, uguale a un anno fa.

Eppure nessuno resta uguale a se stesso, nel tempo.

Davanti a questa torta, naturalmente al cioccolato fondente, mi perdo in pensieri e riflessioni. Che scema, invece di tuffarmi sul cioccolato, mi metto a pensare... e non è forse anche questo un segno della mutazione dei tempi??

Dove sto andando?, mi chiedo.
A volte mi sembra di aver smarrito il tempo e forse la strada.
Da qualche parte c’è ancora il bandolo che conduce alla mia voglia, al mio bisogno di scrivere. Però è come se lo avessi perso lungo il cammino, in uno qualunque di tutti questi giorni che mi sono messa alle spalle.
Sono certa che è là, da qualche parte, che mi sta aspettando. In questo labirinto di vita l’ho temporaneamente smarrito nel tempo che non ho.

Tempo tempo tempo.

Se un regalo potessi chiedere, oggi che è la mia festa, è il mio tempo.
Non so dove si sia perduto, ma se lo riavessi indietro lo utilizzerei per me, per fermarmi, per tornare a osservare il mondo reale, le piccole cose attorno a me.
Forse sono cambiata in questo, sono travolta dalla corsa di un treno e non riesco più a scendere.

Medito davanti alle candeline accese, che non mi decido a spegnere. È così bella una torta al cioccolato illuminata dal fuoco di tante (quante???) candeline rosa.
Il cioccolato fondente è amaro, ma una torta non lo è mai. Si sposa con un piccolo quantitativo di zucchero e il risultato è… più che commestibile. Una goduria.

Ma sì.
Non è una torta al cioccolato anche la vita?
Le amarezze ci sono, ma la dolcezza pure, ed il tutto si amalgama per consentirci di vivere in bilico tra lacrima e sorriso, leccandoci le labbra e sputando il veleno.

Un compleanno fa mi mancava quello che ho incontrato un compleanno dopo. Tutto quello che c’è stato nel mezzo mi ha un po’ cambiata, perché noi esseri umani non ci fermiamo mai, facciamo esperienze, ci capitano cose e per forza si cambia. A volte in bene, a volte in male.

Nello slalom tra le candeline in questo ultimo anno ho incontrato un po’ di amaro. Sofferenze e delusioni cocenti; ho avuto anche delle perdite negli affetti, e la salute ora si fa sentire quando manca… sì, ci sono stati dei cambiamenti, a ben vedere. Sono un po’ più disillusa, un tantino più cinica. Sono molto più stanca.

Ma nonostante tutto, quanta dolcezza ho incontrato! Quanto affetto, simpatia e coccole che compaiono, nuovi di zecca, o resistono, inossidabili, da un compleanno all’altro. Quanto amore, tutto per me.

La mia vita in fondo è davvero uguale a questa torta al cioccolato. Non so resisterle. L’amaro del fondente ha un retrogusto che non si può non apprezzare, anzi, è una piccola droga che ti regala la dipendenza del vivere. E in questo, dopo tutto, non sono mai cambiata.

Dovrei esprimere un desiderio, prima di soffiare sulle fiammelle. A dire il vero ne avrei ancora più di uno, piccoli grandi sogni e speranze, che in fondo non sono impossibili. Perché sarò più cinica e realista, ma mi capita di sognare ancora…
Chissà se posso osare e aspirare ad ognuno di questi desideri, che diventino tutti realtà.
Ma sì, io ci provo.

Prendo fiato, ci penso intensamente e soffio forte: le candeline rosa, che pure sono tante, si spengono tutte.
Sorrido, un dito già affondato nella cioccolata.

di Ramona 06:00:00 2 Commenti

10/10/2009

SONO L'ULTIMO A SCENDERE (E ALTRE STORIE CREDIBILI)

                                       Sono l’ultimo a scendere.
Non mi sarei mai persa questo libro, che già dal titolo sento
così vicino a me. Anche io, infatti, sono sempre l’ultima a scendere. Non tanto nella pratica: nei miei viaggi in treno infatti sono la prima ad appressarsi alla porta, sia nel salire che nello scendere; questioni ormai note di lentezza da bradipi e di imbranataggine nel trasportare il bagaglio, di solito sproporzionato, mi suggeriscono di prendermi per tempo, onde evitare di essere linciata dalla folla viaggiante.
Piuttosto sono sempre l’ultima a capire come stanno le cose, l’ultima a entrare nella realtà, persa in un mondo contemplativo e fantasioso: l’ultima in tutto, quella che cade sempre dalle nuvole.
E dunque, un titolo intrigante come quello del recentissimo libro di Giulio Mozzi,  edito da Mondadori, non avrebbe mai potuto non invogliarmi, anche se il senso, in questo caso, vuole essere un altro.
O no?

Comunque non basta certo un titolo a conquistare un lettore. E non basta, spesso, neppure l’amicizia con l’autore.
Un libro deve saper colpire e affondare, nel bene e nel male. Nel senso che deve saper lasciare un segno, una risata, una riflessione, un dolore, in chi lo legge. E finora mai un testo di Mozzi è passato sotto ai miei occhi senza lasciare un solco.

Io questo libro lo leggevo da prima che nascesse.
Lo leggevo sotto forma del diario pubblico, cioè online, di giuliomozzi (come lui ama firmarsi). Lo leggevo tutti i giorni, da quando ne ero venuta a conoscenza.
E in effetti Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) non è che un estratto di quel diario in rete, un tentativo di ricavarne il meglio di. Ma è così difficile fare una cernita di anni di aneddoti, personaggi, gag e quant’altro, che secondo me si può parlare proprio solo di tentativo. Moltissima altra vita è rimasta nelle pagine virtuali di quel diario pubblico, e come si può dire che non avesse meritato anch’essa di finire in carta?

Per tornare al diario.
Un diario dovrebbe aiutarti a capire di più la persona che lo scrive. Io lo leggevo per capire meglio la personalità di uno scrittore, conosciuto per caso, che stava diventando un amico. Così come ho letto in seguito molti dei suoi racconti. Ma mentre i racconti, che pure contengono una notevole traccia dell’anima di chi li ha scritti, hanno una struttura narrativa spesso lunga e complessa, che portano all’introspezione, alla riflessione, al riconoscimento di sentimenti a volte dolorosi per entrambi, per chi scrive e per chi legge, il diario pubblico aveva, ha, una forma completamente diversa.
Vi sono descritti, con amabile umorismo, fatti di ordinaria e oggettiva quotidianità, che nulla hanno di ordinario né di oggettivo.
C’è la vita ordinaria e straordinaria di uno scrittore che per vivere fa il consulente editoriale per una casa editrice e partecipa a innumerevoli convegni e corsi in giro per l’Italia, spostandosi solo con treni e pullman. Questo mestiere bello e difficile lo porta a contatto con una umanità quanto mai variopinta e assurda, che ha talmente tanto dell’impossibile, che ti viene da pensare che non può che essere inventata.
E può darsi che lo sia, inventata, almeno in parte, come spiega lo stesso autore nella post-fazione. Tuttavia  c’è anche del vero, sostiene Mozzi, così inframmezzato alla finzione che non si riesce a distinguere le due cose.
Io so che è davvero così.

Di viaggi in treno sono maestra anch’io, sono per così dire nata su un treno, essendo figlia di un capotreno. E da quando ho cominciato a spostarmi da sola, da quando ho cominciato ad osservare la gente e a considerarla fonte inestinguibile di materia prima per una narrazione (e da ben prima di entrare inpuntadipiedi nel mondo letterario), so perfettamente che certe cose succedono realmente, o possono accadere, e certi personaggi esistono sul serio, o possono esistere. Li puoi incontrare da un momento all’altro, o forse li hai già incontrati in uno qualunque dei tuoi viaggi. Basta solo saperli guardare con occhi diversi, meno prosaici, liberare la fantasia e colorare con  pastelli personali ciò che accade, le facce che incroci.
E loro vivono.

Chi è che non ha mai avuto a che fare, com’è raccontato ironicamente nel libro, con ragazzi poco educati che sbraitano parolacce al telefonino rendendo tutti partecipi dei fatti loro? Chi non ha mai incontrato un controllare pignolo, o uno chiacchierone, o uno equivoco, o uno nervoso? E qualcuno ha mai visto una persona alimentata tramite PEG (sondino in pancia) durante un viaggio in treno? No?
Strano.
E due poliziotti di nome Giusè e Tonino, un po’ severi un po’ comprensivi che a forza d’incontrarti e chiederti i documenti finiscono per confidarti i loro umanissimi problemi?
Nessuno li ha mai incontrati?
Eppure esistono.
D’altro canto chi non ha mai incontrato un compagno di viaggio come il Giulio Mozzi protagonista del diario (alter ego irresistibile di quello vero), così amorfo, quasi in preda ad uno stupor psichiatrico, che interpellato risponde a una domanda con altre domande, polemico tranquillo senza neppure volerlo essere, e che perfino nella gentilezza risulta talmente scostante da far innervosire il proprio interlocutore?
Vabbè, forse, e per fortuna, non ce ne sono poi tanti, di personaggi come questo Giulio… ma io non escluderei d’incontrarne, prima o poi.

Questo fantomatico Giulio incontra di tutto anche nei momenti più banali e più quotidiani. Alla fermata dell’autobus, ai tavolini di un bar, mentre si reca ad un appuntamento. Uomini e donne normali, ma che talvolta, per caratteristiche proprie o delle circostanze, si fa fatica a definire tali. E comunque sempre indimenticabili.
Come indimenticabili, surreali, sono le telefonate che il povero Giulio riceve, e che spesso somigliano così tanto a quelle che tutti riceviamo dai call center. Solo che in queste telefonate, già assurde di per sé, il ricevente Giulio innesta un dialogo spiazzante che mette in difficoltà l’operatore o l’operatrice. Quello che tutti vorremmo essere in grado di fare, una volta o l’altra, sperando di liberarci dalle tanto importune chiamate.

Dialoghi surreali, incontri assurdi, circostanze banali ma anomale. Invenzione o realtà, ti ritrovi immerso fino al collo, ci sei dentro senza scampo. Perché sono perfettamente credibili anche nella loro incredibilità.
Io almeno, quando le leggevo in rete, ci credevo quasi sempre. Immaginavo cioè che da un fatto reale la fantasia dello scrittore sapesse ricavarne un aneddoto gustoso, divertente, raccontato ad arte in modo ambiguo.

Eppure ci sono cose che neppure oggi credo siano inventate, ma penso che facciano parte del Mozzi uomo più di quanto lui stesso voglia far capire. Sono alcune riflessioni che sanno troppo di verità, perché riguardano la sua vita privata: gli amici persi, morti per malattia o suicidio; la tristezza del  troppo frequente risveglio in fredde camere d’albergo, tanto perfette da non poterne più; quel senso di vuoto che un creativo avverte più di chiunque altro negli inevitabili momenti di impasse, quando mancano “cose” che riempiano la vita per farti sentire felice.

Questo e molto di più era presente anche nel diario pubblico che lo scrittore metteva a disposizione dei suoi lettori. Io sono felicissima di averlo ritrovato, almeno in parte, sotto forma di libro.
Non è che un libro, certo.
Un libro di piccole grandi storie, credibili o meno, per divertirsi o riflettere.
Per imparare a scendere per ultimi, per guardarsi meglio attorno, e magari guardare il nostro vicino, quello con cui dividiamo un pezzo di vita, un pezzo di viaggio, con gli occhi che in fondo abbiamo tutti: quelli della fantasia.
di Ramona 20:44:00 3 Commenti

05/10/2009

E' SEMPRE VENEZIA


E sì, Venezia è sempre un sogno, per chi ci torna o per chi ci arriva per la prima volta. Anche solo un’ora, o mezz’ora, in sua compagnia ti fa sentire bene, come se avessi vissuto da privilegiato una specie di miracolo.

Venezia si rivolge sempre a te in prima persona, con un tono sussiegoso e un po’ snob, eppure estremamente confidenziale.

 

Ricordo la mia prima volta, il mio primo incontro con lei. Scendevo le scale della stazione e restavo senza fiato. Davanti a me il mare, e le case con le porte sull’acqua! E che case! Con merletti e finestre arabeggianti, come se non si fosse in una città italiana, ma quanto meno ai confini del mondo. Come se la laguna fosse in realtà un mare d’oriente. Da un momento all’altro mi aspettavo che comparissero barchette leggere dalle vele quadrate, o pirati mori con il turbante, come avevo visto nei film.

 

E invece davanti a te, quando scendi dalla stazione, un canale di acqua marina, in cui sfrecciano motoscafi come in un qualsiasi altro centro abitato sfrecciano le auto. E l’autobus non è un autobus, ma una barca un po’ più grande, che si fa carico di nuotare per te, per farti attraversare le… strade e la città.

 

Che cosa strana, e unica!

Venezia colpisce subito per questo.

 

Poi vedi i ponti: un’altra meraviglia. E ti fai domande.

A Venezia ci si sposta a piedi, se non prendi il vaporetto. E vai su e giù dai ponti, in una ginnastica che fa credere, a te turista ignaro, che i veneziani siano tutti in ottima forma, per niente obesi.

Poi si sa, la realtà non è così, probabilmente, ma è bello immaginare che lo sia.

Naturalmente una come me, che fa un certo lavoro, si domanda pure: ma come fanno i veneziani quando si sentono male e abitano o lavorano in centro? Come fa un’ambulanza a raggiungerli e soccorrerli? D’accordo, magari c’è un’ambulanza motoscafo, ma all’interno delle strette calli e dei campi, bisogna andarci a piedi per forza… che atleti, medici e infermieri!

 

E come faranno i disabili a salire sui vaporetti che danzano sulle onde provocate dai natanti, che non stanno fermi alle… fermate? E comunque non vedo come e dove possano stipare le carrozzelle, questi bus senza ruote e ballerini. E come faranno i disabili ad attraversare i ponti con tutti quegli scalini? Come fanno ad andare da una parte all’altra della Serenissima?

Poi penso che anche nelle comuni città i disabili sono alle prese con problemi molto simili. Autobus che non prevedono salita e discesa e perfino la sistemazione di persone che non possono stare in piedi: impedimenti alla circolazione delle carrozzelle con parcheggi selvaggi, scale e marciapiedi inadeguati.

Tutto il mondo è paese, si dice.

Anche Venezia, di certo, ha i suoi segreti su come venire incontro a persone con problemi motori. Ma non è necessario che un turista di un’ora lo venga a sapere.

 

Del resto nel fiume di umanità che anche in questo inizio di autunno, tiepido e soleggiato che sembra quello che è, una giornata di fine estate, in quella marea di gente che spinge, sospinge, cammina, parla, segue percorsi e ti trascina, una figura in carrozzina l’ho vista.

Una donna senza mani, con la pelle dei moncherini piagata e spelata e il resto delle braccia fasciato, a nascondere chissà che orrori. Eppure la donna, apparentemente straniera, seduta in una carrozzina spinta da qualcuno, attraversa la città e ne gusta la bellezza, da una posizione così scomoda.

Vorrei sapere cosa sta pensando.

Come affronta le difficoltà dell’attraversare i ponti.

Come si vive a Venezia da turista disabile, che non può nemmeno scrivere una cartolina, perché mani non ne ha.

Vorrei sapere come vive il resto della sua faticosa vita, ma immagino che quella per lei sia normalità. La diversità è venire qui e lottare per vedere il mondo come tutti gli altri fanno. Anche da una carrozzina che non si sa come possa attraversare i ponti e l’umanità eretta.

 

Venezia comunque incanta anche se vestita da grandi, enormi, cartelloni pubblicitari che non risparmiano neppure i palazzi più prestigiosi.

 

Incantano i negozi ricolmi di paccottiglia, dalle maschere alle gondole ai gioielli in finto vetro di murano. Cose che trovi ovunque, ma che qui sembrano oggetti di grande valore.

 

Incantano i contrasti.

Da una parte il gondoliere scottato dal sole, nella sua divisa tipica e il cappello di paglia con il nastro, cerca il ricco pollo da spennare. Dall’altra una vecchia mendicante e stracciona gesticola parlando alla sua anima malata da pazza, trascinandosi appresso un carrellino a due ruote che contiene, forse, tutta la sua vita.

Da un lato manifesti ovunque avvisano di eventi culturali di tutti i tipi, ricchi, ghiotti e  importantissimi. Dall’altro l’invito disperato del Comune a mantenere pulita la città, così difficile, immagino, da gestire in questo senso, e bigliettini anonimi appesi ovunque anch’essi, con numeri di cellulare anonimi di persone anonime che cercano, con altrettanta umana disperazione, un lavoro anonimo qualsiasi e una sistemazione anonima qualsiasi.

 

Incantano le facce, le persone.

Il bigliettaio gioviale che ha una parola per tutti e riconosce le persone che viaggiano in gruppi come partecipanti allo stesso congresso.

La “gattara” seduta sugli scalini di una chiesa, che mostra le foto dei suoi “bambini” a quattro zampe per cercare loro una sistemazione.

La giunonica turista tedesca, almeno settantenne, con i capelli raccolti in due codini ai lati della testa, a loro volta raccolti in crocchie, come faceva da bambina, che cammina mano nella mano con un compagno più alto e più anziano.

L’uomo dark, anch’egli più o meno settantenne, con capelli lunghi e nero seppia, occhiali scuri, giubbotto di pelle nera con le borchie e il resto del vestiario pure nero, come le cinture borchiate incrociate sul petto alla rambo.

Giovani con lo zaino da esploratore.

Giapponesi con le mappe e le macchine fotografiche.

Uomini in giacca e cravatta.

Donne in carne massiccia e minigonne.

Ragazze in costume e parrucca platinata probabilmente reduci da uno spettacolo teatrale.

C’è di tutto, a Venezia.

 

Io godo voluttuosamente del tiepido sole sul viso, dell’aria di mare fra i capelli e della salsedine nelle narici, mentre il vaporetto mi porta dall’isola di san Giorgio verso la stazione.

Mi emoziono, come tutte le volte, alla vista dei palazzi ricamati, e laggiù il Palazzo Ducale e il campanile di san Marco. E anche a quella dei giganti del mare: le navi da crociera più grandi e più belle del mondo passano di qui, e anche quel veliero enorme, bellissimo, mi fa sognare mete esotiche e viaggi avventurosi attraverso gli oceani.

Poi un bagno di folla, gli occhi pieni di monili e paccottiglie e maschere di carnevale senza tempo. L’arrampicata sui 110 scalini del nuovo ponte della Costituzione, che sembra così diverso quando lo vedi in tv. Un gelato al cioccolato fondente per gustare al meglio la fine di questa giornata, vissuta a Venezia solo di striscio.

Poi la stazione Santa Lucia, l’umanità in movimento, il treno, ancora una volta.

E poi casa.

 

(la foto è presa in prestito da qui)

di Ramona 12:58:00 4 Commenti