21/09/2009

LA PENNA CORRE SUL FOGLIO

La penna corre sul foglio. Lascia un segno. Blu o nero, ma anche rosso, o verde.
Come il foglio di carta non è detto che sia bianco immacolato. Né è obbligatorio che sia un foglio di carta: può essere un quaderno intero, un pezzo di carta o un cartone.
L’importante è che i due, penna e carta, siano compatibili.

Anche il luogo non conta. Meglio se scrivi seduto a un tavolo, o a una scrivania: l’incontro viene meglio. Ma se sei invece alla fermata dell’autobus, o stai facendo un viaggio in treno, va bene lo stesso.
Non è difficile far sì che nasca uno scritto a mano.
Ed è sempre un atto magnifico.

Non c’è computer o programma di scrittura che tenga. La pagina scritta con la penna non è la stessa cosa di una pagina scritta al computer.

Il foglio di carta scritto con la penna conserva la cancellatura, il pensiero nato, poi corretto, o annullato. È lì, visibile, a perenne ricordo. Ti dice che puoi sempre ripensarci. Ti rammenta quanto quella frase sia stata sofferta, quanto tempo le hai dedicato. Di contorno, su qualche angolo della pagina, in alto, o magari in basso, ghirigori, pasticci senza senso apparente, a testimonianza e conferma indelebile di un momento, più o meno lungo, di riflessione.
Un foglio word, anche se può (è un optional) conservare la traccia delle revisioni fatte, non dà la stessa emozione di quegli scarabocchi a margine, delle annotazioni buttate là in fretta, del tempo sospeso davanti a una parola che non è mai quella giusta.

La grafia poi è una parte di noi, figlia dell’emozione del momento, della fretta, del bisogno impellente di mettere sul foglio il pensiero, la parola, l’attimo fuggente che attraversa cuore e mente in quell’istante e non in un altro. Le vocali non tonde come al solito, le virgole messe e cancellate, l’andamento della scrittura che da lineare va sopra o sotto le righe, e non tanto per dire, le cancellature che aumentano, e diventano solo segni veloci che non nascondono tutto l’errore (ma chi lo dice poi che di errore si tratta?): sono tutti segnali di vita.
Niente, sul foglio elettronico dimostra il tormento, l’ansia, la gioia di un termine scelto con cura. La video scrittura resta un tantino anonima, fredda. Senza vita.
O meglio, senza la vitalità che c’è intorno alla frase, al capitolo, al romanzo che hai scritto, e che solo tu che l’hai scritto conosci. Tuttavia anche tu te ne puoi dimenticare, di fronte alla prepotenza della storia che emerge e che vive di vita propria. Ma quando la stessa storia la rileggi sulla carta, dove il segno incancellabile ha fissato per sempre tutto il tuo sudore, il tuo lavoro, i tuoi ripensamenti, bè, dimmi se è la stessa cosa.

Certo al computer scrivi velocissimo. Ma a meno di non aver studiato dattilografia, non usi più di due dita. E compi molti errori dovuti alla velocità: inversione di lettere, soprattutto, e spazi mancanti, perché le tue dita corrono veloci e leggere sulla tastiera, così veloci e leggere che non possono avere la forza necessaria allo scopo. Così perdi un sacco di tempo a cancellare, e correggere. Perché non sopporti le sottolineature rosse del programma di scrittura, che impietose ti dimostrano dove hai sbagliato. E pensare che a volte sono loro che sbagliano, e tu non riesci mai a capire perché ti evidenziano cose correttissime da ogni punto di vista, grammaticale compreso.
Per non parlare di quando il programma si prende la briga di correggere arbitrariamente certe parole che invece sono perfette. Non è mica colpa tua se il vocabolario di questo povero coso meccanizzato è così povero.

Quando scrivi a penna, invece, scrivi esattamente quello che vuoi scrivere, e tu solo correggi l’accento che manca, o la consonante doppia dove dovrebbe essere singola o dimezzata dove necessita invece il rafforzo. Nessuno a parte te, a farti sentire un somaro e a metterti le orecchie d’asino.

E poi, l’atto del ricopiare… che piacere!

Ogni frase buttata là sulla carta in fretta e furia, alla meno peggio, data l’urgenza di uscire dalla penna, trova, nel suo essere rivista e ripensata, una forma migliore, una forma più elegante.
Se riscrivi a mano ti puoi concedere il lusso dimenticato della bella calligrafia. Qualcuno sa ancora scrivere in bella calligrafia?
Se riscrivi al computer, ora sì che questo assume la sua giusta dimensione di aiutante e di memoria. Puoi perfino accettare le segnalazioni di errore. Perché hai il tempo di assaporare ogni virgola, ogni punto. E di riflettere se quel segnaccio rosso che il programma segnala come faceva la tua vecchia maestra, è contestabile o si può ignorare. Tanto, puoi far fesso il programma quando vuoi: gli comandi “Aggiungi”!, e lui aggiunge quasi tutto.
Sei tu la mente che discerne, non lui.

La penna scivola sul foglio.
Lascia un segno indelebile del tuo pensiero.
E ti regala un’emozione infinita.
di Ramona 20:35:00 1 Commento

03/09/2009

INCONTRO CON DAVIDE


Per mesi Davide ha peregrinato di casa in casa, di porta in porta, bussando, chiedendo permesso, accomodandosi e parlando con garbo di sé a chi lo aveva invitato. Davide non chiedeva altro che di essere ascoltato.
Inevitabile che anche io, che di storie belle ho sempre fame, prima o poi incontrassi questo personaggio unico della Storia.
Si era fatto un po’ pregare, il divo. Ricordo che l’ho atteso per due mesi, ma poi è giunto fra le mie mani e mi ha fatto compagnia nella mia breve vacanza al mare. Non avrei potuto lasciarlo a casa, sarebbe stato maleducato, dopo averlo tanto cercato. E così gli ho fatto spazio sul mio asciugamano, in spiaggia, e ho cominciato a conoscerlo.
Un tipo interessante.

Poi ci siamo ritrovati  di persona, ancora prima di finire la conoscenza virtuale, ed è allora che mi sono permessa di fargli delle domande. Perché sono una curiosa e certe cose mi premeva approfondirle.
In fondo se lui se n’è andato così tanto in giro, doveva pur aspettarsi di essere considerato un po’ una celebrità, e come tale deve saper stare al gioco delle interviste, come fanno tutti i vip.

Un tantino di soggezione all’inizio me la metteva.
Lui era un re, una leggenda, un Eletto. Io una qualunque, una lettrice affamata, una che vuole conoscere quanto più possibile le pieghe del passato e che s’incanta davanti a tanto carisma.

Quel giorno che l’ho avuto di fronte, in carne e ossa, mi sono fatta dunque coraggio, ho messo da parte la timidezza e così ho parlato al re.



Ehm… come la devo chiamare? Sire? Maestà?
Mio signore potrebbe andar bene. Così mi ha sempre chiamato il mio popolo.

Bè, non so se ci riesco…Possiamo però darci del tu, vero? Il lei o il voi non erano in uso ai tuoi tempi. Forse suoneranno strani alle tue orecchie.

Invero ho udito queste strane espressioni dei vostri tempi, ma non le comprendo.

Mi dici in due parole chi sei, re Davide? Ammesso che bastino due parole per spiegare il tuo ruolo nella storia dell’umanità, dell’ebraismo e del cristianesimo.
Vorresti dire che hai letto la mia storia e ancora non hai capito chi sono? Eppure le prime parole del volume che hai per le mani lo dice: “Ascolta: io Davide, messia, re d’Israele…”.
Non ti passo a fil di spada perché in fondo anche io ci ho messo un sacco di tempo a capire chi sono in realtà.
Sono l’ultimogenito di Isai il Betlemita, discendente diretto di Abramo. Sono un figlio della tribù di Israele. Ero un pastore di greggi, avevo i capelli rossi ed ero forte; amavo la mia appartenenza e suonare la cetra, niente di più. Ma un giorno fui prescelto e diventai l’Eletto del Signore. Il resto delle mie imprese è narrato negli annali.

Sei l’Eletto… ma secondo quanto scrivi nella tua autobiografia, non sempre ne sembri felice. Anzi, il tuo Signore e Padre, l’Eterno dal nome non pronunciabile, sembra più un datore di lavoro alquanto severo che un genitore affettuoso.
Io avevo un compito, ma la mia doppia natura di uomo, istinto e bestialità, spirito e carne, alle volte confondeva la mia strada. Dio, mio Padre, mi ha sempre condotto nel giusto. Non senza che prima commettessi degli sbagli, qualche volta, per i quali dovevo essere rimproverato e anche punito.

Diciamo che nemmeno tu sei perfetto, vero? Qualche birichinata, qualche ammazzatina, qualche lascivia, te la sei ben concessa…
Sono stato un re, ho avuto la responsabilità di un popolo. E a quel tempo dovevo dare inizio alla più grande storia dell’umanità. Non c’erano i presupposti per andare tanto per il sottile.
Se tu sei qui davanti a me è perché io ho portato avanti il progetto divino con ogni mezzo.
Ho avuto 400 figli che hanno popolato la terra. Forse sei una mia discendente anche tu!

Quattrocento figli… e quante donne? Tantissime, e non solo quelle ufficiali, le tue mogli o concubine. A te quando piaceva qualcuna, te la prendevi, con la scusa di essere il re capostipite dell’umanità…
Talvolta ho abusato del mio potere, è vero. Ma che ci posso fare se Dio oltre che re mi ha fatto uomo e anche molto virile? Della mia potenza nessuna donna si è mai lamentata, anzi…

(n.b. lo guardo affascinata e concordo: è un gran bell’uomo, assai possente, coi muscoli formati dalle battaglie… non posso che sospirare, languida anche io, e bloccare l’immaginazione che ha preso altre strade....)

Eppure sei diventato re, nonostante i tuoi vizi così… terreni. Bell’esempio, per il tuo popolo.
I disegni del padre mio sono sempre stati imperscrutabili, anche per me. Io ho fatto del mio meglio per essere un buon re sotto la guida divina. Ma ero anche un uomo. Questo Dio lo sapeva meglio di me.

Parliamo di Golia e dei duecento prepuzi promessi a Saul?

No. Di quello si sa già tutto.

Ok. Diciamo allora che nonostante tutto, il tuo Signore e Padre magari prima ti bastonava, ma poi ti perdonava. Ti sei chiesto il perchè? Perché ha scelto proprio te, così umano e fallibile?

Sì, me lo sono chiesto molte volte. Non è stato facile essere il prescelto. Dio mi amava e io lo amavo. Ma non è stato così facile amarci.

E non ti è mai venuta voglia di mandarlo al diavolo? Perché hai sempre accettato tutto ciecamente, o quasi: le pretese, le punizioni, le missioni impossibili?

Che domande… perché lui è l’infallibile! Ha sempre i suoi buoni motivi quando si comporta in modo inspiegabile. Per esempio, credevo che l’essere il prescelto facesse di me un essere immortale… e mi sbagliavo, e dunque tremavo come tutti al pensiero della mia morte.
E poi mi ha privato degli affetti più cari, come Gionata. Sono arrivato allora a dubitare, perché come poteva essere Amore colui che l’amore lo toglieva? Ho faticato a comprendere la differenza tra la vita e l’essere. Quando la persona che amavo perdeva la vita, io mi arrabbiavo e mi disperavo. Poi, un po’ alla volta, capivo. Ma so che tanti ancora adesso non capiscono.

(n.b. anche io sono una di quelle che non capisce ancora… ma a Davide non lo dico, ho il sospetto, da come mi guarda, che lo ha ben compreso da sè.)

Si legge chiaramente nel tuo racconto l’ambiguità della tua personalità: ti definisci sdoppiato, come fossero due Davide in te. Vuoi parlarne?

L’ho già detto. Sono stato un uomo, come tutti, con le debolezze dell’uomo. E sono stato spirito perché mi veniva da mio Padre.
Ma non lo siamo un po’ tutti, sdoppiati? Non è questo che ci differenzia dagli animali?

Come distingui il tuo amore per l’Eterno, come lo chiami tu, dalla pura superstizione? A volte leggendo quello che racconti, specialmente quando parli dell’Arca, sembra davvero di cogliervi un certo timore superstizioso, come quello per un gatto nero che attraversa la strada il venerdì 17…
L’Arca è il simbolo, il luogo in cui siede la Divina-Presenza. Me lo spiegarono da piccolo, e io l’ho sempre sentita quella presenza. Non era possibile alzare gli occhi e guardarci dentro. Meno che meno mancare di rispetto e toccarla impunemente. Dovresti avere letto cosa succedeva a chi sgarrava. Dio richiede rispetto. Non sembrate capirlo molto, oggi.

Perché hai sentito il bisogno di raccontare la tua vita? C’erano già gli annali, no?
Le cronache sono sempre di parte, o parziali. Nessuno è mai stato nella mente di un altro uomo, per descrivere cosa la attraversa. Le mie imprese sono state ampiamente descritte. I miei tormenti li sapevo solo io,  e ho voluto che si conoscessero.

Come e dove hai incontrato Carlo Coccioli, l’uomo che  ti ha aiutato a scriverla, la tua vita? Ricordiamo che eri un uomo istruito per i tuoi tempi, componevi versi e suonavi la cetra, conoscevi i testi sacri a memoria, però fare ordine nel caos della tua lunga esistenza non era impresa delle più semplici. Fra donne, battaglie, peccati e pentimenti, disgrazie… e tutti quei parenti!

Le strade degli uomini si incontrano seguendo percorsi prestabiliti. L’uomo chiamato Coccioli si è innamorato (anche lui) di me, della mia fragilità e della mia forza, e delle mie contraddizioni nell’amore assoluto per l’Eterno. Amarlo e contestarlo. Avere voglia di disobbedire, e riconoscere l’infallibilità del suo Essere. Non ho fatto altro, per tutta la vita.
Ho vissuto a lungo, sì. Riconosco che non è stato facilissimo ripercorrere la mia esistenza prima che entrassi nei palazzi dell’Assoluto.

Hai conosciuto bene Coccioli? Che tipo ti è sembrato?

Ha saputo entrare in me. Ha saputo capire. E ha sofferto per il mio dolore.
Ora è anche lui nei palazzi dell’Assoluto.

Secondo te, perché Coccioli si è soffermato su di te e non, che so, su Noè, su Abramo, Isacco o chi si voglia? Sono tutte figure importanti, personaggi illustri, non credi?

Non dovresti porla a me questa domanda. Posso solo dirti che il mio amore per Dio è stato immenso e sofferto. A differenza dei miei antenati, io ho anche provato a ribellarmi, discutere con lui, soffrendo per il suo silenzio… salvo poi continuare ad amarlo e a leggere le sue risposte in quello che non mi diceva.
Io credo che voi contemporanei vi facciate le stesse domande, vi arrabbiate allo stesso modo. Per questo c’è chi, come Coccioli, si ritrova in me.

La tua autobiografia può essere considerata scomoda o interessante, oggi, con quel tuo sbandierato amore per l’Eterno?
Io credo che vi si possano trovare delle consolazioni. Le risposte, poi, ognuno le deve trovare da sé.

Sono passati millenni dalla tua prima sepoltura. Poi ne hai subita un’altra, quando il tuo racconto è finito nel dimenticatoio. Chi ti ha riportato alla luce terrena, aspettando quella dell’Altrove? E soprattutto, perché lo ha fatto, secondo te?

Anche qui devo dirti che le strade che percorriamo hanno una loro direzione, le storie s’intrecciano nei crocevia. L’uomo che ha riscoperto la mia storia scritta da Coccioli, evidentemente doveva incontrarmi perché così era scritto. Il perché lo abbia fatto puoi chiederlo a lui. Ti risponderà che nel mio amore contrastato per l’Altissimo ha ritrovato identico quello del narratore Coccioli per lo stesso Dio, che i nostri sentimenti e le nostre passioni si sovrappongono e questo è ai suoi occhi seducente. 

E poi hai cominciato a viaggiare, oltre che nelle librerie, oltre che sugli articoli di giornali, anche nelle case della gente. Cosa ti pare di questa esperienza? Cosa ti dà il contatto con le persone, che forse da re avevi un po’ trascurato, interessandoti solo ai rapporti di convenienza?

La gente, la mia gente, è sempre stata al centro dei miei pensieri. Solo che fino a che ero re dovevo badare a molte cose e spesso sembravo crudele e guerrafondaio. Ma io amo il contatto con la gente. Ho adorato entrare nelle case di persone che volevano sapere, conoscermi. E io mi sono dato a loro volentieri.

Viaggerai ancora?

È possibile. Ma non devi chiederlo a me.



Insomma, alla fine la timidezza mi è passata, ascoltare il re Davide è appassionante.
Tutti noi abbiamo letto qualche pagina della Bibbia, oppure ce l’hanno letta al catechismo o l’ascoltiamo distratti durante la Messa della domenica. Però è un’altra cosa sentire dal vivo una voce di quei tempi. Oppure leggere le parole attualissime, pure se ambientate in tempi così remoti, dell’uomo Davide. O immedesimarsi nei suoi dubbi laceranti, nelle sue crisi d’identità, e identificarsi nelle debolezze, nella sua umanità.
E alla fine toccare con mano il peso determinante che un uomo, non proprio come tanti, visto che da bambino guardiano di pecore è diventato re, ha avuto nella storia dell’umanità.

C’è ancora una cosa che vorrei chiedergli, ma chissà se mi risponde.

Ancora una cosa, re Davide… Vorrei tanto sapere, per un bisogno personale, ma anche, credo, a nome di tutti coloro che ci leggeranno… insomma…  ecco, ora che anche tu sei entrato nei palazzi dell’Assoluto… puoi dirci… sì, com’è davvero Lui, il Tetragramma? L’Essere dai tanti nomi ma senza un volto? L’Eterno che ci aspetta alla fine della nostra esistenza?...
E insomma, puoi dirci cosa c’è in quel palazzo?


Davide sorride, per niente stupito. Le sue sembianze sono, per me, quelle del bellissimo uomo che è stato, e non del vecchio dalle carni fredde che nemmeno una giovane schiava riesce a riscaldare. Ma nonostante l’aspetto con cui mi piace immaginarmelo, con cui lo vedo, la saggezza da lui acquisita con tanta fatica ha il sapore dell’immensità.
Infatti, non mi risponde.
di Ramona 17:46:00 Commenta: