31/08/2009

POMERIGGIO FRA I LIBRI

Mettere ordine nelle mie librerie l’ho sempre considerata una mission impossible. Come mettere ordine sul ripiano del computer. O negli stipiti degli armadi. Non per l’azione in sé, ma per la sua durata nel tempo.
Io infatti sono una personcina ordinata, ma da me l’ordine non dura, e non so perché.
Comunque, la considerazione che continuando a comprare libri presto sarò costretta a cercare un’altra casa o a implorare un’altra vita, questo pomeriggio mi ha spinto a tentare l’impossibile.
Ed è stata una sorpresa dietro l’altra.

Ho tre librerie. Due in sala, una nel corridoio. Ho anche altri ripiani sparsi, ma quelli sono di poco conto.
La libreria dell’ingresso è arrivata per ultima, e chissà come si è incaricata di custodire gli ultimi acquisti, nonché le cataste dei libri ancora da leggere  e gli “appoggi” vari, quelli che proprio non sai dove mettere e “per il momento” poggi lì…. Poi quanto dura quel momento, è cosa assai variabile nei decenni.
Ormai proprio gli ultimi acquisti messi lì alla rinfusa stavano facendo precipitare il tutto nel caos, e di colpo non è stato più possibile rimandare. Straccio per la polvere, buona volontà e un po’ di creatività, nonché di fermezza, è quanto mi è servito allo scopo.

Due interi scaffali sono riservati alla collana di volumi usciti con Repubblica e a quelli usciti con il Corriere della Sera. In allegato ai quotidiani, infatti, qualche anno fa  uscivano preziosissimi suggerimenti di lettura: classici senza tempo, contemporanei italiani e stranieri, tutti vestiti con una divisa elegante e accurata che li fa ancora distinguere in mezzo a centinaia di volumi.
Quegli scaffali non si toccano. Vanno bene così. Mi dispiace solo non avere la collezione completa, spazio o non spazio.

Lì in alto ci sono delle videocassette di vecchi film registrati in casa. A che servono ora quei vecchi film? Alcuni non li ho nemmeno mai guardati, e intanto compaiono e ricompaiono alla tele. Le videocassette sono ormai un reperto archeologico, ma di scarso valore, soppiantati quanto meno dai dvd o da altri supporti ancora più tecnologici e a me sconosciuti . Il posto delle vhs è dunque nel sacchetto della spazzatura.
Via.

Quaggiù in basso c’è un accumulo di riviste, letterarie e non, messe alla rinfusa e ricoperte di polvere. Faccio strage.
Depliant di vacanze di 5 anni fa. Via.
Pubblicità varie. Via.
Tengo e metto in buon ordine i numeri della rivista Inchiostro, alcuni numeri de Il Falco Letterario e i due numeri di Ali. Il resto via.
Però lì accanto c’è anche una serie di fumetti dedicati a Paperino, e quelli no, non si può eliminarli… Trovo loro un’altra sistemazione onorevole. Paperino è Paperino e non si discute.

Su uno scaffale ci sono un bel po’ di antologie che contengono un mio racconto, comprese quelle carbonare, e poi tutti libri di amici… È quasi al completo! Ma no, ci stanno ancora un altro po’ di volumi che comprerò dal prossimo autunno in poi. Lo spazio per loro, per noi, c’è sempre!

Appena più su  un posticino dedicato ai classici della letteratura, romanzi essenzialmente. Mi accorgo che ci sono altri volumi della stessa collana da un’altra parte, e sono pure da considerarsi classici… non va bene, devono stare insieme. Ma posto non ce n’è! E allora mi coglie un pensiero: perché mai questi capolavori immortali devono starsene nell’ombra del corridoio, e non invece al posto d’onore in sala?
Vado a guardare sulla libreria in sala. Riconosco una vecchia sistemazione fatta molti anni fa, che ora non mi sta più bene. Ci sono libri che possono ritirarsi dignitosamente nell’ombra, che tanto sono durati il tempo di una lettura e non diventeranno classici, e che invito caldamente a trasferirsi. Gli do pure una mano. Anzi tutte e due, perché sono pesanti.
Così la serie della Cromwell sull’investigatrice Kay Scarpetta, trova posto accanto ad altre scrittrici che compravo in serie fino a qualche tempo fa: la McCullogh, per esempio, e la Patrizia Carrano. E per buona misura ci metto pure un po’ di Tamaro e una Erica Jong d’annata. Uno scaffale di sole donne, ma che donne!
Di conseguenza in sala, alla luce, ecco Dostojevski, poi Flaubert, poi Stendhal, Goethe, Hemingway, Garcia Marquez, uno Shakespeare, diversi Sciascia, un Primo Levi e un Tobino. E ci metto pure, di diritto, una scoperta attuale ma meritoria di restare fra i classici senza tempo: due libri di Carlo Coccioli.

Ecco, mi sembra che la libreria in sala si sia alleggerita di peso, ma arricchita di valore. È perfino più luminosa.
Viceversa, quella nell’ingresso si è appesantita e alquanto incupita. Non so che farci.

Ritorno in sala e decido per un’altra radicale trasformazione. Su un ripiano c’è una serie di vecchi libri di  Ken Follett. Che ci fanno lì?! È passato il periodo follettiano, qui ora ci voglio mettere altre cose. Scomodo il Follett nel corridoio e recupero un’altra serie di volumetti di collane di un certo nome: non ho mai fatto caso agli editori, oggi scopro che è anche carino avere più libri della stessa collana, danno un senso di ordinato. Ecco allora un po’ di Oscar Mondadori, per la serie scrittori del Novecento: Grossman (orrore: scopro che il titolo di un suo romanzo è uguale a quello di un mio racconto! E non posso dire che lui abbia copiato da me, ma nemmeno io da lui, almeno non consapevolmente…), ancora Hemingway, Buzzati. Una serie di volumi di una collana Garzanti: i racconti di Cechov, il Tom Jones e Diderot, scoperti grazie a un corso di scrittura. E poi ancora Il giovane Holden  e Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde… e così riemerge pure un microscopico libricino con le poesie di Wilde, l’omaggio natalizio di una libreria appena aperta. Dimenticato, sepolto da volumi ben più grossi. Ma c’è un posto dedicato alla poesia, ed è lì che finisce il microbo, pur grande nel contenuto.
Sì, stanno proprio bene questi libri tutti insieme.

Giusto qui sotto un bel po’ di titoli di Stephen King. Ma sì, il re dell’horror ha diritto di restare.
Inalterato rimane lo scaffale dei libri erotici, super affollato, ma non saprei proprio dove metterli altrimenti. Lo stesso dicasi dei libri di Wilbur Smith… è incredibile quanti ne ho comprati, ma li ricordo tutti con nostalgia: mi hanno fatto scoprire un continente e un pianeta: l’Africa e il libro d’avventura. Se poi i gusti sono cambiati, non vuol dire niente, per un lungo periodo ho amato la full immersion africana.

Nota dolente: i manuali… ma quanti ce ne sono? E perché ce ne sono tanti? Interpretazione dei sogni, giardinaggio, cucina (numero imprecisato di riviste culinarie: via! Tanto chi ha più il tempo di cucinare?), atlanti stradali, vari libri dedicati alla Puglia, altrettanti alla montagna veneta, passando per le mappe di Roma e Senigallia…
Ancora una sorpresa: un manuale di scrittura creativa! Non ci posso credere, da dove arriva? Ma lo avrò mai letto? Ne spunta fuori un foglio e riconosco la mia scrittura: quanto meno avevo cominciato a prendere appunti, le prime pagine, poi devo averlo archiviato per qualche motivo, e dimenticato.

L’altra libreria in sala avrebbe bisogno pure lei di un nuovo look, ma per oggi temo che sia al di sopra delle mie forze…

Alla fine ho fatto un bel lavoro. Sugli scaffali liberati in corridoio sono ben disposti un numero infinito di libri ancora vergini, che prima o poi leggerò. Ci sono titoli che non so perché ho comprato, altri che ricordo di aver voluto assolutamente, ma che ora hanno perso di fascino, e altri che vabbè, per qualche motivo sono là…
Sicuro, prima o poi li leggerò.
Ma intanto, volendo, c’è ancora spazio per qualche nuovo acquisto.
di Ramona 20:12:00 Commenta:

25/08/2009

CIAO, ANGELI DELLE DOLOMITI

Ho sempre odiato andare a funerali. La tristezza, il dolore, le lacrime, il senso di perdita, sono cose che ho cominciato a conoscere troppo presto. E non c’è preghiera, purtroppo, che lenisce la sofferenza, quando chi hai amato non c’è più. Solo il tempo e lo scorrere naturale della vita ti aiutano a fartene una ragione.

Odio i funerali.
Ma a questo funerale speciale ho voluto fortemente andare. Volevo salutare di persona Fabrizio, Marco, Dario e Stefano. Volevo esserci.

Piazza del Duomo è gremita fino all’inverosimile. La chiesa è già strapiena almeno due ore prima della funzione. Trovo per una sorta di miracolo un parcheggio su un’aiuola; nessuno, oggi, mi multerà. Sì è già messa in moto la macchina per garantire viabilità e parcheggi alla folla delle grandi occasioni di una piccola città senza troppi spazi.
È una grande occasione oggi.
È lutto provinciale, una condizione che non è nemmeno prevista dalla legge, creata ad hoc. Perché il cuore di tutta la gente di questa parte delle Dolomiti è in lutto, è ferito, ha perso quattro figli.
La fatalità ha voluto che quattro uomini giovani perdessero la vita con il loro elicottero mentre si accertavano di non avere altre vite da porre in salvo, dopo una frana gigantesca ai piedi del monte Cristallo. Niente altro che la fatalità è la colpevole, perché loro erano tutti molto esperti, prudenti, generosi.
La gente bellunese non ha parole per descrivere il dolore, è gente di montagna che parla poco. Parla meglio con i fatti.

Ed eccola qua, tutti vogliono esserci, come me. Quei quattro giovani volti che in questi giorni hanno imparato a conoscere e ad amare, in realtà pochi li avevano visti o conosciuti dal vero. Erano presenze senza volto ma con le ali, le ali di Falco, l’elicottero morto insieme a loro. Lui sì si vedeva e si sentiva quando passava, e si sapeva che qualcuno là dentro c’era, ma chi mai poteva vederli in faccia, a quelle altezze?
Io conoscevo almeno uno dei quattro. Il medico che tante volte ci ha portato pazienti da ricoverare o prelevato pazienti da trasferire in altri ospedali. E chi se lo dimentica, quel bel viso?

Entro nella piazza ed è un’esplosione di colori. Tantissimi i fiori, e poi le divise, tante, colorate. Sono le divise fluorescenti gialle, arancione o rosse del personale di soccorso: il 118, i volontari soccorritori, la protezione civile, il soccorso alpino: vengono da ogni provincia, quasi da ogni parte d’Italia e forse anche dall’estero.
E i vigili del fuoco, polizia e carabinieri, e la polizia municipale, che vegliano sulla sicurezza oltre che a esserci fisicamente e in spirito in un momento di solidale tristezza.
Ci sono le fasce colorate dei sindaci e i vestiti blu e le cravatte dell’uomo di potere. Riconosco Rosy Bindi, vice presidente della Camera dei deputati, che conosceva bene una delle vittime. Non so perché, ma è bello vederla nella sua semplicità poco istituzionale.

E ci sono loro. I colleghi degli angeli con le ali spezzate dalla fatalità. Hanno la divisa rossa del soccorso, e volti tesi, lineamenti tirati dal dolore che tre giorni non sono bastati ad ammorbidire.

E tanta, tanta gente comune. Il cuore della gente che non vuole mancare.
Il silenzio si tocca.
Nessuno parla, non c’è niente da dire. Si aspettano le bare.
Il pianto di un neonato ci ricorda che la vita continua, nonostante per qualcuno si fermi troppo presto.
Telecamere, macchine fotografiche professionali, microfoni. Diritto di cronaca e di informazione: per chi ora non può essere qui, presente, ma lo vorrebbe.
Anche queste cose ci ricordano che oltre il muro del dolore c’è altro. C’è vita.

Io mi nascondo nella folla. Non ho la divisa colorata, la mia è la semplice divisa bianca di un’infermiera qualunque che lavora in corsia, e il mio lavoro, per la gente, non è così eroico come quello di questi angeli che rischiano davvero la vita con salvataggi spericolati, e talvolta effettivamente perdono la scommessa con la morte.
Mi nascondo, qui sono in borghese, voglio mimetizzarmi. E non voglio che la telecamera riprenda i miei occhi già rossi un’ora prima che cominci la cerimonia funebre.

Intanto penso.
Cerco di raffigurarmi il momento fatale, quando il rotore del Falco inciampa sui cavi dell’alta tensione e si ferma. Quanto ci ha messo Falco a cadere? Quanto tempo hanno avuto i quattro a capire cosa stava succedendo? Hanno capito, almeno? Hanno avuto paura? Credevano di potercela fare?
Cosa passa nella testa di chi sta precipitando a tutta velocità verso un suolo troppo duro e da un’altezza troppo elevata? C’è il tempo per pensare? O per gridare? O per bestemmiare?
Mi si chiude la gola in un groppo mentre cerco di immaginare quegli ultimi istanti.
Sono morti sul colpo.
Se tempo hanno avuto, l’impatto col suolo ha annientato in meno di un attimo pensieri, passato, presente ma soprattutto futuro di quattro uomini di età compresa fra i 42 e i 48 anni.

Arrivano. Nel silenzio profondo arriva il corteo funebre. Le quattro bare sono uguali, di legno chiaro, ma ancora un’esplosione di colori nelle rose che le rivestono e nelle grandi foto con i sorrisi di quelli che stanno là dentro.
La foto di Fabrizio, soprattutto, il medico, l’unico che conoscevo, libera la riserva di lacrime che credevo di poter contenere.
Non è giusto, tutto questo non è giusto.

Il parroco li accoglie, mentre le campane suonano assurdamente rumorose e assurdamente festose, o almeno così sembra a me. Il cuore della gente applaude, liberatorio, mentre i feretri entrano nel Duomo, seguiti da un dolore familiare estremamente composto, che di lacrime forse non ne ha più.
Entro anche io in chiesa, sorprendentemente sembra dilatarsi per accogliere quasi tutti. Diranno, poi, che eravamo in 5000, tra dentro e fuori. I più erano dentro.
C’è fresco, per fortuna. La massa umana non riesce a scaldare troppo queste antiche mura, e anche se non manca chi si sventaglia, non si sta male.
L’altare è ancora un arcobaleno. I colleghi delle vittime si sono disposti alla spalle del viola vescovile a gruppi, secondo la propria divisa. Nel mezzo anche un coro di montagna. Non avevo mai sentito cantare dal vero uno di questi cori: è una dolcezza che ti ruba l’anima.

Lì davanti parenti e autorità, da dietro non li vedo, ma non m’importa. Seguo la funzione cercando una risposta, e non la trovo.
Arriva il saluto e il dolore del Papa, attraverso un messaggio del segretario di stato vaticano. Il vescovo legge un paio delle centinaia di messaggi di cordoglio che la gente semplice ha voluto lasciare, colpita nel profondo dalla perdita.
Si legge un brano dell’Ecclesiaste:

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?
Ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine. Ho concluso che non c'è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c'è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è; Dio ricerca ciò che è già passato. Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c'è l'iniquità e al posto della giustizia c'è l'empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l'empio, perché c'è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. Poi riguardo ai figli dell'uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c'è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell'uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora:
tutto è venuto dalla polvere
e tutto ritorna nella polvere.
Chi sa se il soffio vitale dell'uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?  Mi sono accorto che nulla c'è di meglio per l'uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

C’è un tempo per tutto: per nascere e per morire. Ma non riesco a farmela bastare, questa affermazione, anche se ne comprendo il senso.
E quando si comincia a cantare Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore, solo allora mi viene spontanea una preghiera: aiutami a credere che sia vero, oppure devo pensare che  niente ha un senso.

La cerimonia finisce, semplice, nonostante tutto, sentita. I feretri escono di nuovo nel sole, sono disposti affiancati, l’equipaggio è quasi al completo. Manca l’infermiere, salvatosi quel giorno solo per una predisposizione che ha del divino. In realtà è presente, o almeno credo: mi è sembrato di vederlo mescolato fra gli altri colleghi. Quale può essere il suo pensiero di miracolato, di fronte a tanto dolore, di fronte a quelle quattro bare chiare?

E in un attimo sospeso nel tempo, nel silenzio pesante del lutto, un rumore che paralizza tutti: un elicottero! Ed è proprio l’elicottero giallo che sostituisce momentaneamente Falco nella sua opera di soccorso, che ora sorvola la piazza, il Duomo, le auto aperte con le bare esposte. Fa due giri nel blu accecante di questa giornata caldissima, ed è inequivocabile la sua presenza. L’estremo saluto dell’elicottero ai suoi amici.
Tutti guardano in su, e tutti, adesso, piangono. Le lacrime sono sui volti di tutti, senza più pudore. Anche sul mio.

Vado via.
di Ramona 22:04:00 2 Commenti

22/08/2009

L'ULTIMO VOLO DI FALCO

Falco aveva 20 anni. Da due decenni sorvolava le Dolomiti, privilegiato osservatore, dall’alto, del miracolo di bellezza che sono da sempre quelle vette.

Falco era l’angelo delle Dolomiti. Perché la montagna è un’espressione divina e l’uomo spesso se ne dimentica, dimentica che le deve un rispetto immenso, le dà troppa confidenza e finisce col mettersi nei guai.
Questa è stata l’estate degli innumerevoli incidenti in montagna, alcuni tragici, per cui ogni soccorso si è rivelato inutile, e che hanno riempito le pagine di cronaca dei tiggì. Ma tanti, tantissimi altri si sono conclusi positivamente. E di questi non sempre si parla.
Vite salvate, traumi e malori presi in tempo e curati, grazie al volo del falco d’acciaio di Pieve di Cadore.

Falco è caduto, ai piedi di un monte dal nome fiabesco, il monte Cristallo.
Ha portato con sé quattro giovani vite, spese in gran parte a soccorrerne altre.

C’è qualcosa che non può essere espresso, né spiegato, quando la tragedia colpisce qualcuno che conosci, per esempio dei colleghi.
Non fa niente se si tratta di una conoscenza superficiale, limitata a qualche battuta in corsia. Anche senza frequentarsi o parlarsi più di tanto, la condivisione di una professione così particolare, votata al benessere e alla salvaguardia della salute del prossimo, ci rende tutti fratelli.

Per chi resta a terra e opera in corsia il volo dell’elicottero del 118 è magico.
Si ha un po’ d’invidia per gli angeli vestiti di rosso o di arancione, che diventano eroi perché salvano vite in condizioni difficili, recuperano alpinisti incrodati, o persone vittime di frane e malori in mezzo a un sentiero, o turisti che il sentiero lo hanno smarrito.
E poi trasportano pazienti in altri ospedali per consentire loro un rapido proseguimento delle cure, che sia un intervento cardio o neurochirurgico o magari ortopedico, comunque d’urgenza.

Perché Falco e i suoi erano veloci e garantivano trasporti rapidi, il che significava guadagnare minuti preziosi, vitali, quando si trattava di situazioni gravissime.

C’è invidia, ammirazione e rispetto, ma anche, diciamolo, il sollievo al pensiero che ci sono loro, quegli angeli vestiti di rosso e non noi a rischiare la vita volando sopra le cime, sfidando le slavine, le frane, il maltempo, l’imprevisto che sempre può cogliere quando non si hanno i piedi piantati in terra.

La shilouette di Falco librata nel cielo era inconfondibile e rassicurante con i suoi colori vivaci, ma al contempo destava apprensione, perché quando Falco si muoveva significava che qualcuno era in pericolo. E allora, col naso in su, non appena si sentiva il suo rombo e si riconoscevano i colori, si spiava la direzione e la velocità.
Sta andando verso Cortina, verso Agordo, verso Zoldo…
Sarà stato un incidente, uno sciatore incauto, uno scalatore incrodato?
Va verso l’ospedale cittadino, ha già recuperato, guarda come corre…
E se un fagotto era appeso sotto la sua pancia, si sapeva già che quello che era occorso allo sfortunato era un evento irreversibile.

I cieli delle dolomiti bellunesi orfani del loro falco d’acciaio.
Le vette sguarnite dei loro angeli.
Quattro vite, finora spese a salvare quelle degli altri, che nessuno ha potuto salvare.
Le mie lacrime miste a pioggia.
Una giornata orribile.


(Foto Bellodis-Gaspari- Cappello)
di Ramona 20:57:00 Commenta:

16/08/2009

AGOSTO MESE DEI MORTI

Agosto è il mese dei morti, in città. E ferragosto è il 2 novembre dell’estate.
Tutto chiude, salvo le attività a ciclo contino e vitale come ospedali, forze dell’ordine, trasporti e così via.
Fabbriche, aziende, imprese: è tutto morto. La città, appunto, è un cimitero.

Di conseguenza, coloro che fanno parte della schiera dei morituri forzati ne approfittano per andare in vacanza. Spiagge, montagne e laghi, perfino la campagna, traboccano di disperati cui non pare vero di allontanarsi dalla routine, dall’assembramento, dalla classificazione obbligatoria in cittadini-lavoratori per oltre 11 mesi all’anno.

Ora è tempo di diventare turisti per caso, o anche programmati, dipende, e andare ad assembrarsi altrove, fuori dalla città cattiva.

Meglio dunque incolonnarsi nelle autostrade come formiche, ma in maniera meno ordinata degli industriosi insetti, per i quali non ci sono mai ferie.
Meglio calpestarsi a vicenda sulle sabbie dorate e bollenti, a suon di musica a 10000000000000 decibel, volume da discoteca, e assediati dagli ambulanti che, beati loro, sembrano non patire mai il caldo.
Meglio andare a precipitare in qualche crepaccio dolomitico, che almeno si sta al fresco, specie se a ridosso di un qualunque ghiacciaio alpino, che per quanto si dica che si stanno sciogliendo, ce ne sono ancora, e sono pericolosi (però vuoi mettere? Se ti va bene, ti fai un giretto sull’elicottero del soccorso alpino, se ti va male, il giretto te lo fai appeso all’elicottero, ma comunque fuori dal caos cittadino).

Le città sono deserte e accaldate. Però ci sono anche quei turisti che amano andare da una prigione all’altra e non sopportano gli spazi aperti: le mostre nei musei o in altri luoghi chiusi in città lontane dalla propria, sono sempre molto interessanti.

Tutti si spostano. Pochi rimangono.
Io sono rimasta.
Per forza di cose, ahimé. E usando la fantasia posso solo immaginare di rinfrescarmi nelle acque di qualche oceano, o di trovarmi magicamente trasportata su qualche vetta spettacolare sul tetto del mondo. Oppure, vabbè, mettiamoci anche quello, incantata e preda della sindrome di Stendhal, di imbambolarmi in qualche mostra in città d’arte.
Comunque sono restata.
E mi sono goduta il silenzio.

Il mio vicino fa parte della schiera dei morituri forzati, quindi era partito, con la benedizione di tutti qui nei dintorni.
Da un giorno all’altro le quattro persone della sua famiglia sono scomparse.

Lui me lo sono figurato in spiaggia, su un lettino, con la birra in mano. Difficile che sia andato in montagna: appartiene alla schiera dei cultori della musica assordante, quindi non c’è posto migliore della riva del mare a ferragosto, affollata da altri morituri impenitenti come lui, per sfogare le proprie brame musicali.
Non che a casa si privasse di tale sfogo. Anzi, era ben lieto di far conoscere a chiunque i suoi gusti orrendi: la sua radio, un modello vecchissimo ma assai potente, era sempre fuori dalla finestra ad accompagnare il cinguettio dei poveri passeri, che dovevano adattarsi forzatamente a ritmi rap, hip-hop, rock, anche dance e tanti altri un po’ contro natura, intesa come natura musicale dei volatili. E come se non bastassero gli altoparlanti, ci si metteva anche l’ugola ben poco d’oro del proprietario a diffondere nel vicinato tali orrori.
Chissà se sotto l’ombrellone, assediato dalle sardine ancora bianche come il latte come lui, osa sbraitare allo stesso modo.
Di certo lui e la sua signora urleranno anche in riva al mare contro i figli. Proprio come facevano a casa. Devo ancora capire infatti se i due sfortunati minorenni sono nati entrambi sordi o entrambi cretini, visto che per fargli capire le cose i genitori devono urlargliele mille volte. Quindi è molto probabile che, essendo sordi, o cretini, o semplicemente che non ne indovinano mai una, saranno presi di mira a suon di urla anche in spiaggia.
Compatisco le sardine limitrofe.

Comunque sia, non è che abbia sprecato troppo del mio tempo a chiedermi dove fosse sparita la famiglia del mio vicino.
Mi sono soltanto goduta il silenzio.

Ho udito di nuovo i miei canarini cantare, i passeri cinguettare e le colombe tubare. Perfino le galline che abitano qualche casa più in là, arrivano, con il loro coccodè, fino a me. E di colpo mi rendo conto che invece il gallo non canta più. Era un gallo un po’ disorientato, cantava a tutte le ore, specie nel pomeriggio. Qualcuno avrebbe dovuto dirgli che il mestiere del gallo consiste nell’annunciare l’alba. Era anche un po’ monotono, quel chicchirichì fuori tempo. Solo ora, nel silenzio, mi accorgo che non c’è più.
Chissà da quanto tempo.
L’assordante presenza dei miei vicini non me ne hanno mai fatto accorgere.
Magari il gallo è finito nella pentola di qualcuno, ma come potrò mai saperlo, se non so datare la sua scomparsa?

Comunque sia, ora sento anche il ronzio delle mosche. E sì che qualche problemino di udito ce lo avrei. Però ora sento bene quel zzzzzz che innervosisce ancora prima di avvertire il fastidioso insetto sulla pelle. Per fortuna lo sente bene anche il gatto, che provvede, insetticida naturale e non inquinante, a eliminare la causa del ronzio. Mi dispiace, mosca, ma è la legge del più forte. Il mio gattino, dolce e un po’ obeso, può prendersela solo con quelli come te, perché i tipacci un po’ più grossi lo terrorizzano.
Scusa.

Nella pace circostante ho fatto delle meravigliose dormite. Finalmente non c’era chi s’inventasse di spostare mobili alle 7 di mattina, o di trapanare/martellare un muro, o di segare l’erba del giardino alle 8, o di sgridare i figli nel modo che sappiamo a qualsiasi ora.
Fare un lavoro a turni è un problema mio, lo so bene che non posso costringere il mondo ad adattarsi a me, e se io devo dormire di giorno per restare sveglia di notte sono cavoli miei, anche se non l’ho chiesto io e fa solo parte del mio lavoro. Però, non so perché, da quando il mio vicino è assente, io riesco a dormire anche di giorno senza interruzioni. A parte il citofono premuto dagli ambulanti: per loro non vale il discorso di chiusura mortale, lavorano sempre, e sempre di mattina. Il ferragosto e agosto in genere li vede in campo come i medici, i pompieri i poliziotti ecc. Poveracci, non si arrendono nemmeno davanti a porte chiuse e serrande abbassate. Ormai li considerano un trucco, per cui si appendono al citofono per risvegliare quei morti che non sono partiti ma solo nascosti.
E pazienza se questi fanno il turno di notte.

Sembrava una vita idilliaca.
Ho compensato l’invidia per coloro che sono andati in vacanza con la soddisfazione del silenzio.
Ho immaginato luoghi meravigliosi, ora affollati e rumorosi, anche quelli più inaccessibili, violentati dalla ressa dei morituri forzati.
Mi sono detta che non lo avrei sopportato. Che con l’avanzare dell’età sto diventando sempre meno tollerante, e che di rumori e fastidi faccio già collezione durante tutto l’anno.
Io non sono una moritura forzata. Le mie ferie le ho fatte in un inizio giugno un po’ freddino, solitario e piovoso.
Io mi distinguo dalla ressa agostana.
Così ho apprezzato in pieno la calma e la tranquillità di una città vuota, ma soprattutto della casa vuota accanto alla mia.
In beatitudine o quasi.

Ma è finita.
Il sollievo acustico è durato solo una settimana.
Mobili spostati alle 7 di mattina (ma c’è sempre un trasloco in corso??), urli e rimproveri ai figli dall’alba a, immagino, al tramonto di questa prima giornata di ritorno. La radio per ora tace, ma so che è una tregua provvisoria. E lo spignattare della signora e i profumi che invadono l’ambiente (ammettiamolo, sono fin troppo invitanti per chi è costretto, per tanti motivi, a un quasi digiuno) testimoniano di un invito a cena, naturalmente sul terrazzo (abusivo),  per chissà quante persone. Me esclusa. E quindi vuol dire altri schiamazzi, birra a volontà, corse kamikaze di bimbi in bicicletta con relative frenate fischianti e altro.

Non so dove siano stati in vacanza.
Ma conosco luoghi nello spazio, oltre il sistema solare, che consiglierei caldamente di visitare, come turisti. Solo per qualche milione di anni luce.
di Ramona 22:04:00 2 Commenti

07/08/2009

FRITTOLOGY


E ora parliamo di noi.
Voglio dire, va bene elogiare i libri scritti dagli altri, ma se per una volta parlassimo di noi, e di quello che facciamo, scriviamo, di come ci divertiamo?
Mi sembra cosa buona e giusta.
Ecco dunque come lavora, si diverte e scrive la Carboneria Letteraria, associazione ludico-culturale, nonché seria e gaudente (e non è una contraddizione), cui da qualche tempo ormai appartengo.

È uscita, ancora fresca di stampa, FRITTOLOGY, la seconda antologia carbonara, pubblicata da Giulio Perrone Lab.
Si tratta, appunto, di una raccolta di racconti, ma un po’ particolare (altrimenti non sarebbe carbonara).
Qui i racconti non sono messi alla rinfusa o in modo banale, magari in ordine alfabetico, senza un filo logico. Qui un filo conduttore c’è, ed è… pazzesco sotto molti punti di vista.

Già dal sottotitolo s’intuisce che c’è qualcosa di anomalo:
“Friggiti il cervello e riscopri un contatto positivo con la realtà”.

In che senso friggiti il cervello?

In senso quasi letterale, dato che non in poche occasioni si consiglia al lettore, o se ne parla attraverso i racconti, di farsi un sano elettroshock ad almeno 220 volt. Per friggere il cervello, appunto.

Spieghiamo.

Seguendo i dettami della, come chiamarla, disciplina?, teoria comportamentale?, scienza? dei giochi di ruolo, in questa raccolta noi carbonari ci siamo calati nei panni un po’ farseschi, un po’ credibili, un po’ drammatici, di pazienti affetti da turbe psichiche.
Ogni racconto mette in qualche modo in luce le variabili psichiatriche di personaggi immaginari tutti da studiare, che nell’insieme compongono un case study analizzato dal professor Silos Von Lager. Un esimio scienziato, costui, ancora più immaginario, del tutto inesistente, ma che si permette di scrivere introduzione e post-fazione, peraltro assai affascinanti, a un manuale psichiatrico destinato a diventare il faro della psichiatria mondiale, e il cui consiglio finale è, appunto, una sana frittura di neuroni.

Il manuale, nonostante l’apparenza e il titolo assolutamente folli, è molto ben fatto.

I singoli casi clinici (cioè i racconti), spesso scritti in forma di diario per consentire al paziente una qualche speranza terapeutica o almeno consolatoria, sono preceduti da poche righe di presentazione e/o annotazioni dell’esimio professore, e seguiti da alcuni SPASSOSISSIMI esercizi consigliati  “ […] che aiuteranno il lettore a far proprio il punto di vista alienato del paziente, e a fare un passo nella riscoperta di un proprio rapporto positivo con la realtà.” (dalla prefazione di Paolo Agaraff).

Eccolo, il filo conduttore di un’antologia diversa, quello del manuale psichiatrico “serio”, con l’esposizione di casi umani a volte divertenti, a volte assurdi, a volte tragicamente possibili. Perché la follia non è, come si crede, il caso isolato. La follia è ovunque, è tra noi, e può essere lucida o distorta, può anche far ridere, ma di certo non può e non deve essere ignorata.

Altra cosa curiosa è che in molti racconti si scoprono comunanze di personaggi o situazioni, un po’ nate per caso, mentre l’antologia prendeva forma, ma un po’, anzi molto, fortemente cercate. Ecco dunque che in qualche caso clinico si trovano riferimenti espliciti ad un altro, con cui però non ha a che fare, essendo quello un’altra storia.
Quasi a voler sottolineare, ancora una volta, che il disagio mentale è fra noi più di quanto crediamo, e tocca l’esistenza di ciascuno.

Non manca un’autentica, folle bibliografia, cui l’esimio e pazzoide professore ha altrettanto follemente attinto. Perché le cose, anche pazze, vanno fatte seriamente.

Adesso abbandono i panni del recensore, spudoratamente di parte, per parlare della mia avventura insieme alla carboneria.
Per quanto mi riguarda in questo secondo lavoro collettivo si trovano, in mezzo agli altri, un racconto tutto mio, due racconti scritti a quattro mani, io con Giuseppe D’Emilio, e uno scritto a… dieci mani, con le altre “ragazze” carbonare (Biancastella Lodi, Francesca Garello, Manuela Maggi, Chiara Bertazzoni), vale a dire tutto al femminile.
La scrittura collettiva, come ho detto altre volte, è un qualcosa di atipico nel mondo letterario, di norma teso all’introspezione e alla solitudine dello scrittore, nonché prostrato al suo narcisismo e al suo ego. Ed è da provare, almeno una volta nella vita, per uscire proprio dal guscio e confrontarsi con gli altri.
Io mi sono divertita.
Certo è ovvio che qualcosa si sacrifica: un’idea originale che viene stravolta, una frase che ti pareva bella che viene cassata, un intero paragrafo che sembrava ben riuscito interamente rivoltato… ma se fatto in armonia, nel nome della riuscita del racconto, allora va bene: in fondo chi lo dice che siamo perfetti, che non si può sbagliare? Quando si scrive in tanti, com’è capitato a noi “ragazze carbonare”, la maggioranza decide, ma se si vuole discutere si discute, nessuno perde la propria identità. Ognuna di noi infatti è stata libera di presentare lavori singoli, se lo voleva, e di continuare a scrivere da sé nel futuro.

Per tornare al manualetto di casi psichiatrici, voglio fare un po’ di pubblicità neanche troppo occulta.
A chi ama i giochi di ruolo, a chi preferisce estraniarsi dal mondo concreto, a chi anela ad altri mondi e altre situazioni, a chi il contatto con la realtà tutto sommato non lo cerca poi tanto: insomma a  tutti coloro che amano una buona e “strana” lettura, questo libro è vivamente consigliato.
Non dovrebbe dirlo una degli autori.
Ma io lo dico.


Ecco l'elenco dei carbonari che hanno partecipato.

Paolo Agaraff
Andrea Angiolino
Chiara Bertazzoni
Cristiano Brignola
Alessandro Cartoni
Ramona Corrado
Pelagio D'Afro
Giuseppe D'Emilio
Roberto Fogliardi
Francesca Garello
Gianfranco Grenar
Biancastella Lodi
Manuela Maggi
Stefano Marcelli
Alessandro Papini
Lorenzo Trenti
Bruno Zaffoni




di Ramona 14:16:00 Commenta: