28/07/2009

VORREI QUALCHE CHILO IN PIU'

A volte vorrei quasi essere obesa.
Sono convinta che avrei molti meno problemi di quelli che ho ora.
In fondo le persone in soprappeso sono serene e sorridenti, l’emblema del buonumore che niente scalfisce. Quei bei faccioni tondi sono lune piene lucide ma splendenti come il sole. Non hanno nemmeno le rughe, e la pelle è liscia come quella dei bambini. Non hanno bisogno di lifting o sieri botulinici.

Ma passi, per le rughe. Io a queste persone invidio la facilità con cui trovano da vestire. Perché vivaddio, quando si va oltre una certa taglia, si trovano eccome i capi giusti. Ci sono fior di aziende specializzate, e modelli eleganti per le signore e comodi per i signori. Top (trop) model bellissime e in carne sfilano con un’eleganza che le silfidi della moda formato anoressico se la sognano.
E non si pensi che si trovino solo sai e tuniche informi per coprire le abbondanti forme. No, sono vestiti  eleganti, pratici che sanno valorizzare i punti forti. Ehm… in senso positivo.

È molto più difficile, per chi ha solo due o tre chili in più, trovare da vestirsi.

La moda standard è pensata per ragazzine anoressiche, come dicevamo. Capi stropicciati e mignon, corti e stretti. Per chi non ha niente da coprire, ma neppure da scoprire.
Oppure straccetti brutti e informi per le taglie appena un po’ più forti ma non fortissime, e per quelle fasce di età che si pensa vogliano solo passare inosservate. Ma poi, chi l’ha detto che a uan certa età si deve essere smorti e amorfi?

Una come me, che non è giovanissima ma nemmeno da pensione, che non è obesa ma nemmeno un’acciuga, che magari ha qualcosa da coprire ma altre cose da scoprire, non trova niente che vada bene. A noi non pensa nessuno.
Le magliette troppo corte raccontano troppo di quello che c’è sotto. Per lo meno di quello che non serve si sappia che c’è. Ma se sono troppo lunghe sono anche larghe, sembrano somigliano a burqa e ingoffiscono di più.
Vestitini freschi per l’estate? Solo a patto di avere una taglia zero di reggiseno, perché altrimenti si fermano su quell’ostacolo, quella protuberanza, su quel promontorio che in fondo le ipodotate ci invidiano…
Idem se ti invogliavano un paio di pantaloni corti per affrontare la calura: o sono corti per gambe da urlo, lunghe almeno un metro e cinquanta (parlo solo di gambe, non di altezza complessiva), o sono al ginocchio larghi da straccione. Di solito a vita bassa, in modo che tutto il giro vita di una donna “normale” possa debordare con facilità, oppure stretti che ti fanno sembrare al sesto mese di gravidanza.

E poi se hai la sfiga di non avere la 42, ma neppure la 44, perché ti ci vorrebbe una via di mezzo, sei morta. Niente mezze misure. Anzi, pure la taglia 44 la fanno, a quanto pare, in edizione limitata, perché nei negozi è sempre la prima a sparire. Al che non mi spiego, sul serio: sono pochi i capi, o troppe le donne di quella misura?

Vorrei essere un po' più in ciccia.
 Vorrei essere un donnone alto e robusto. Diciamo un metro e ottanta per un quintale e venti. Senza esagerare.
Mi vestirei con capi colorati e allegri, sarei sorridente e metterei di buonumore anche gli altri. Anche perché vorrei vedere chi oserebbe farmi arrabbiare: se mi girassero i cosiddetti, con quelle dimensioni è tutto in proporzione, dalla voce più grossa al manrovescio più potente. Sarei rispettata e ascoltata, avrei la fisicità per non essere ignorata.

Ma soprattutto, credetemi,  non impazzirei troppo a cercare di vestirmi.
di Ramona 21:07:00 3 Commenti

21/07/2009

I CICCIONI ESPLOSIVI

Capita, credo, un po’ a tutti di cambiare i gusti nella vita. Ciò che ci piaceva una volta oggi non ci piace più. Ciò che non ci piaceva allora ora ci appassiona. Questo vale indubbiamente anche per le nostre letture.

Per quel che mi riguarda in questo senso, come Picasso, riconosco di avere avuto i miei periodi. Il periodo del giallo, il periodo del rosa, il periodo del nero e dell’horror, il periodo rosso piccante dell’eros, il periodo grigio fumo del legal thriller, eccetera.


E la lista di quello che voglio ancora leggere è lunghissima e molto varia, sconfina perfino dal colore: va da alcuni classici immortali (ebbene sì, qualcuno mi è pur sfuggito) ai contemporanei italiani, cercando non so cosa, forse di riempire dei vuoti personali. Sono spinta a cambiare (a cercare) dalla fame di conoscenza, dalla voglia di aggiornamento, dalla sensazione assillante di non riuscire a fare in tempo a leggere tutto. Se penso a quanto non ho ancora letto di quello che vorrei, mi assale l’angoscia: morirò prima di avercela fatta!

 

E tuttavia  anche le circostanze, i nuovi corsi della vita, nuove frequentazioni e nuovi ambienti possono influire sulla mia curiosità e dare una virata al gusto verso cose nuove.


La scrittura multipla per esempio. Ne avevo sentito parlare, mi ero ripromessa di leggere qualcosa, ma finora non ci ero mai riuscita, affogata da altre urgenze che sul momento sembrano sempre inderogabili.

E gli autori contemporanei italiani, appunto. Fino a qualche anno fa non rientravano neppure in un mio ipotetico catalogo ideale, tutta presa da altri gusti. Ora m’incuriosiscono.


E l’editore? Ammetto tranquillamente che finora non avevo mai comprato un libro guardando se l’editore fosse di prestigio o meno. C’è chi mi prende affettuosamente in giro per questo. Io compravo il libro perché m’incuriosiva la storia, o perché conoscevo già l’autore e il suo modo di scrivere. E a dire il vero credo che questa sia l’unica mia prerogativa che, in fatto di gusti letterari, non cambierà mai. Anzi, le recenti polemiche dopo l’assegnazione del premio Strega hanno solo rafforzato questa mia convinzione.


Quanto al colore, l’ho già detto, seguivo il mio periodo personale senza preoccuparmi troppo della tendenza.


Le circostanze, dicevo, possono avere un ruolo fondamentale sulle scelte letterarie.


È proprio per tutta una serie di circostanze, assai lunga da raccontare qui, che mi ritrovo oggi in mano, fra tanti, un libro curioso, che soddisfa buona parte delle mie più recenti esigenze: è scritto da un autore multiplo (di cui, sempre per i casi della vita, sono diventata amica e tifosa), italiano contemporaneo, ha mille sfumature cromatiche ed è pubblicato da una piccola casa editrice (sì, ora almeno ci faccio caso, anche se non cambio per questo la mia opinione).


Il libro s’intitola I ciccioni esplosivi, di Pelagio D’Afro, edizioni Montag.


È un buon rappresentante della mia nuova, non so quanto temporanea, predisposizione di lettura, e mi piace analizzarne i motivi.


La storia.
In breve, in una città di provincia accadono cose inaudite: alcune persone decisamente obese esplodono, di punto in bianco. Si pensa ad un serial killer, subito denominato Cicciobomber, ma una parte delle indagini segue pure una pista islamica di possibili attentati o kamikaze. E in effetti leggendo seguiamo anche le avventure di tre improbabili arabi pasticcioni che, imbranataggini a parte, evocano scenari purtroppo a noi noti. Ma i veri protagonisti della storia sono tre anziani piuttosto arzilli, coinvolti per caso nelle indagini, che scoprono ben presto come stanno realmente le cose e le risolvono a modo loro, in una indagine parallela a quella Digos, dell’FBI, della questura locale…
Di contorno, ma nemmeno troppo, un ispettore di polizia che cita Dante, una prostituta bellissima, intelligente e affascinante e… di tutto un po’, dalla farsa alla tragedia.
Divertente l’uso di nomi di fantasia, di solito una leggera storpiatura di quelli veri, per luoghi, situazioni e persone facilmente riconoscibili. Per fare un esempio, la cittadina in cui è ambientata la storia si chiama Gomitona, ma non ci vuole molto a riconoscere Ancona, il cui nome originario, Ankon, in greco significa proprio “gomito”, ed è dovuto alla disposizione ad ansa lungo la costa adriatica.


L’autore.
Pelagio D’Afro è lo pseudonimo che racchiude quattro autori: Roberto Fogliardi, Alessandro Papini, Giuseppe D’Emilio, Arturo Fabra: i primi due costituiscono anche un pezzo, per la precisione due terzi, di un altro autore multiplo, Paolo Agaraff. C’è da perderci la testa a tentare di districare la matassa, in tanta abbondanza di scrittori. In realtà è più semplice di quello che sembra, anche se non sembra... Quello che conta però, alla fine, è il prodotto.


Il prodotto.
Stiamo parlando di una storia scritta a otto mani e a quattro teste. Mi affascina constatare che non lo si direbbe. C’è compattezza nella storia e unità di stile. Com’è possibile? Lo stesso autore lo spiega, dicendo che ognuno dei quattro ha la massima libertà sullo scritto degli altri. Tutti possono cancellare e riscrivere, aggiungere o togliere su quanto già scritto, in pieno accordo, alla pari.
Ecco, l’armonia necessaria, la condivisione, così difficile da raggiungere in un mestiere che porta a essere solitari ed egocentrici. Questa cosa mi piace molto, per me è del tutto nuova!
Nella molteplicità di Pelagio D’Afro tutto è condiviso in allegria e il risultato è godibile e spensierato, esattamente come nella realtà è/sono lui/loro (uff, si usa il plurale o il singolare parlando di un autore multiplo?). Non so se è così anche per altri autori multipli, come per esempio i ben più celebri Wu Ming, o se invece lo stacco fra una mente e l’altra sia più netto. Indagherò dove gli autori siano almeno più di due, perché credo che in due si lavori più facilmente che in tre o quattro. E comunque di testi scritti in coppia se ne trovano di più che quelli scritti in gruppo.


Il genere.
Per quanto riguarda la definizione cromatica, questo libro, per la collocazione nel mio nuovo periodo, è un po’ difficile da catalogare. Come dicevo I ciccioni esplosivi ha mille colori.
Il giallo del thriller, ben delineato, anche se presto risolto.
Il noir delle uccisioni misteriose e tragiche, per quanto assurdamente comiche.
Il rosso violetta delle fissazioni erotiche dei tre vecchietti, ma anche di quasi tutti gli altri personaggi, come filo conduttore e a rappresentanza delle umane debolezze.
E poi le allusioni nemmeno troppo velate a fatti di cronaca terribilmente noti, come gli attentati dei terroristi islamici e quelli del famigerato Una-bomber.
E i risvolti sociali, legati ad esempio al fattore obesità, che la società moderna condanna senza appello, costringendo i poveri ciccioni a dipendere da sostanze miracolose su cui nascono e prosperano vere multinazionali dai traffici non sempre trasparenti.
In un arcobaleno di generi che rende il testo inclassificabile nei canoni soliti, scoprendo via via riferimenti, spesso nascosti, di alto spessore culturale, ci si accorge che la storia è raccontata con umorismo ed eleganza, per una lettura che non è impegnativa, ma fa pensare, che diverte, ma non esagera, che non ha la pretesa di vincere un premio, ma solo di far passare qualche ora lietamente.


Il che, in fondo, è quello che si chiede, che io chiedo, ad un libro, al di là di tutto.


Il sito dell’autore: http://www.pelagiodafro.com

Il sito dell’editore: http://www.edizionimontag.com

Il sito di Paolo Agaraff:  http://www.paoloagaraff.com/

Una interessante intervista all'autore:  http://www.thrillermagazine.it/rubriche/8408/

di Ramona 15:00:00 4 Commenti

04/07/2009

TRE STORIE, UNO SBAGLIO

La camera d’ospedale non è che un contenitore di storie. Tre donne davanti a me, tre età diverse, diversi i caratteri, diverso il vissuto. Diversi i bisogni.
Prima di entrare indossando il mio solito pratico sorriso faccio un gran respiro: qua dentro bisognerà fermarsi  a lungo, c’è un gran bisogno d’assistenza, ci sarà modo di ascoltare, parlare, conoscersi.
Tre donne e tre esigenze distinte.
Da dove cominciare?
Bisogna fare un rapido calcolo, stabilire le priorità, non trascurare nessuno.

La donna a sinistra è una settantenne che oggi verrà dimessa. È l’unica che provvede da sola alle proprie necessità.
La donna a destra è una cinquantenne con gravi problemi di mobilità, dal viso di bambina, la mente sveglia imprigionata in un corpo traditore e deforme bisognoso praticamente di tutto.
La donna in fondo ha oltre 90 anni, è una delizia di nonna lucida ma dal corpo piagato, incontinente, pesante e rigida come un monolite.

Da dove cominciare?
Sono abituata a scelte veloci, perché il lavoro deve poi proseguire, non ci si può fermare.

Prego l’unica donna autosufficiente di aspettare fuori, mentre ci apprestiamo a lavare, medicare, rinfrescare, alzare…
Lei esce, conciliante, capisce.

Le cose vanno per le lunghe. I due corpi sul letto sono da maneggiare con cura, ma con impegno. Lava, rigira, medica, cura, disinfetta.
La donna più giovane va messa seduta in poltrona, è la prima volta che si alza, dopo giorni. Le sue manine deformi non l’aiutano nelle operazioni più semplici, bisogna perfino spremerle il dentifricio sullo spazzolino. Tutte cose che si scoprono un po’ alla volta, parlando, chiedendo. Non si può andare oltre un certo limite di privacy, ma la storia clinica di questa donna la conosco: è tremenda. Una sopravvissuta a molti mali gravi.

La donna più anziana è pesantissima e rigida sul letto. Alle manovre di cura risponde irrigidendosi di più. Ha paura di cadere dal letto. Ma è la nostra schiena che ne risente. Eppure non è colpa sua, la sua paura. È l’istinto, la consapevolezza di dipendenza, a cui segue il logico dubbio: “starò al sicuro?”. Non puoi pensare alla tua schiena, devi tranquillizzarla e cominci a scherzare e a fare domande. E scopri negli occhi rugosi della nonna una grande storia d’amore col suo uomo, perso da 17 anni. Un gran brav’uomo dice la nonna, non meritava di morire così presto. Mi ha lasciata sola e non so perché io sono qui ora e lui no.
Cosa si può rispondere?
Nulla.
Parlo della mia nonna, che ha più o meno la sua età e riusciamo a distrarla, un po’ si rilassa e finalmente il pannolone è cambiato, la camicia da notte pure, e le gambe, due tronchi immoti bucati dalle piaghe, sono medicate.

È passato del tempo,  per quanto veloci ed efficienti si possa essere.
La donna fuori ha chiesto più volte di rientrare, ma non l’ho accontentata. Il lavoro nella stanza non era finito, le altre due donne erano ancora seminude e con tutte le loro tremende problematiche umane esposte. Non ritenevo giusto metterle in vista alla curiosità sia pure involontaria di qualcuno che problematiche del genere non ne ha.
Cortese, ma ferma, invito la signora a restare ancora un po’ sulla poltrona in corridoio. Tra poco andrà a casa, penso, non le sto chiedendo un sacrificio, non sta male, la precedenza a chi sta peggio.
Ed è qua il mio sbaglio.
Sono proprio sicura che il malessere fisico sia peggio del malessere interiore? E perché non ho riconosciuto tale malessere nascosto?
Quando finalmente la porta si riapre, la povera donna rientra piangente.
A causa mia.
Sono stata cattiva.
Non l’ho considerata bisognosa. Non è che stesse male, era solo stanca. Mi dice che anche lei è una paziente, anche lei ha un letto in quella stanza. Avrebbe chiuso gli occhi di fronte alle nudità e alle miserie delle altre, se l’avessi lasciata entrare, perché davvero era troppo stanca.

Rimango male.
Ha ragione, è anche lei una paziente.

È evidente che non si tratta né di stanchezza né di malore. Ma di depressione profonda, di paura di non essere guarita, di uno stato d’ansia che non ha nome né motivo d’essere, se non per l’avvenuta presa di coscienza di aver appena superato, almeno per ora, un brutto momento. A volte le reazioni sono tardive. Dovrei saperlo. Anche io reagisco molto tempo dopo agli eventi brutti. Come se l’organismo e la psiche dovessero mettersi d’impegno a capire che è successo davvero qualcosa e che non era una cosa bella. Allora tremo e talvolta piango, ci penso per giorni e giorni. Perché questa anziana donna dovrebbe essere diversa da me?

La lascio sfogare, ha bisogno di liberare il proprio dolore, superare il mostruoso senso d’ingiustizia di cui si sente vittima. Forse si vergogna anche un po’. Come io mi vergognerei di mostrarmi debole.

Passa ancora un po’, un’ora o due. Rimetto il sorriso pratico e professionale, mentre ho lo stomaco annodato. La mia reazione tardiva mi accusa di aver sbagliato, sia pure in buona fede, e mi dispiace così tanto di quanto è accaduto che entro nella camicia da notte della signora e divento lei, avverto il suo disagio e lo faccio mio.

Sta un po’ meglio, ma non del tutto.

Mi siedo sul suo letto, quel letto che ha rivendicato con le lacrime poco fa. Non è suo, ma le appartiene fino a che non tornerà a casa.
Le abbraccio le gambe, come se fosse la madre che non ho più, le sorrido e le spiego.

Sono stata anche io una paziente. So cosa vuol dire avere bisogno ed essere esposta agli sguardi. So che non è giusto, perché nei limiti del possibile, pure in un ambiente disumano com’è l’ospedale non si deve guardare solo alla salute, ma anche alla dignità delle persone. Che sono persone, appunto, e non oggetti in mostra.
Mi trema la voce e sento di avere umido negli occhi.
Lei capisce. Ripete che non avrebbe certo guardato, ma prima era tanto stanca e voleva solo il suo letto.
Non sottolineo che sul corridoio non era in piedi e abbandonata, ma seduta su una comoda poltrona, e che se si fosse sentita poco bene una marea di persone, me compresa, l’avrebbero soccorsa. Non lo sottolineo perché in quel momento, se pure la poltrona fosse stata un trono d’oro morbido come piuma, lei avrebbe ugualmente preteso solo il suo letto e il suo diritto.
Anche a lei trema ancora la voce.
Entrambe siamo emozionate.
Mi scuso per non aver capito.
Lei si scusa per aver esagerato la propria reazione, perché di solito non è una che piange per niente.
Le chiedo un bacio.
Me ne dà due.

La lascio con le raccomandazioni per la convalescenza. Mi sorride, forse serena anche lei, adesso, ma ancora molto fragile.

Torno al mio da fare, questa mattina sembra non voler finire mai, si corre, si corre si corre.
Sto meglio, ma non del tutto.
Non mi sento in colpa per le mie scelte, ma mi dispiace aver procurato disagio e malessere qualcuno senza peraltro averne avuto intenzione.
Sono la persona più pacifica del mondo.
Di solito sono io quella che piange.

Penso che l’autorità che deriva dalla divisa è un potere da calibrare con cura. Tutta presa dal mettermi all’altrui servizio, dal soddisfare bisogni, non mi accorgo che in realtà io ho il potere.
La divisa bianca fa la differenza, ai piedi del letto, in corsia: è uno strumento di autorità che sottintende che gli altri dipendono da te, in un certo senso sono in mano tua.
Ma anche se con le migliori intenzioni questo potere può a volte essere usato male. Perché la materia prima che hai in mano è imprevedibile, fragile, delicata. È la stessa materia prima di cui sei fatto tu, ma messa da quella parte ha sempre ragione, e tu molto spesso torto.
E allora che potere è mai questo?
Hai la possibilità di fare il bene, che non è però solo un bene fisico. Non devi dimenticare che hai di fronte esseri umani, che i risvolti dell’anima sono infiniti, che un bisogno psicologico è uguale a un bisogno fisico. E soprattutto che, per chi se ne sta in pigiama o in camicia da notte, tu rappresenti quel potere che nemmeno sai di avere. Che ogni tua azione, parola, gesto intenzionale o meno viene soppesato e giudicato, nel bene e nel male, dalla sensibilità di ognuno. Perché non sei un’anonima faccia che emerge dalla divisa bianca. Tu sei riconoscibile e responsabile di ciò che dici e fai.
E non hai scusanti, perché hai il potere e devi saperlo gestire.

Mille pensieri rotanti nella testa, e una sola certezza.
Che si può, e si deve, fare di più.


di Ramona 21:05:00 Commenta: