30/05/2009
UN TEMPO SCRIVEVA
Un tempo scriveva.Non lo faceva per vivere, ma vivere senza scrivere non le era possibile. Scrivere era una delle attività fondamentali del suo organismo, come respirare, mangiare, dormire. Neanche si accorgeva di farlo, infatti, come non si accorgeva di respirare, perché prendere una penna e sporcare un foglio bianco, o l’angolo di un foglio già scarabocchiato, o un pezzo di carta da rivestimento era automatico.
Scriveva in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento.
Scriveva un diario. Le piaceva conversare con qualcuno che potesse comprenderla senza accusarla. Le serviva per chiarire a se stessa chi era e a cosa serviva nel mondo. Raccontava una storia, la propria, a chi era certa che potesse app
rezzarla, fosse solo un piccolo quaderno a righe.
Scriveva, o meglio, ricopiava, i testi delle canzoni che amava. Riempiva altri quaderni con queste poesie, ché il testo di una canzone in fondo è una specie di poesia. Gustava l’andare a capo, le rime, quello sbandieramento di sentimenti che a lei risultava difficile da praticare, e che limitava alle pagine del diario. Prediligeva le canzoni d’amore che poi imparava a memoria, perché le leggeva tante volte, e le cantava a squarciagola quando era da sola e ascoltava la radio.
Scriveva e riscriveva, sistemandoli, gli appunti presi in classe, a scuola. Dava loro una costruzione, una veste, un senso logico. E anche un certo stile, perché no? A volte le sembrava di risentire la voce del professore che aveva spiegato quelle cose, tanto era stata brava a riportare quasi tutte le parole del docente. Se mancava qualcosa, di collegamento, ce lo metteva lei. L’importante era trascorrere ore su ore a scrivere.
Scriveva aspettando un treno, in una qualsiasi stazione, seduta su un muretto, o su uno scalino, o sulla propria valigia. E scriveva anche durante il viaggio, con la mano che tremava a causa degli scossoni del treno. Rubava il paesaggio che fuggiva dai finestrini e lo fissava sul foglio, in qualche maniera, che tanto poi avrebbe provveduto a riscrivere con la vecchia Olivetti che aveva avuto in prestito da qualcuno. Scriveva di alberi contorti e cieli plumbei, di amori imprevedibili e improbabili, di dolore e speranze.
Scriveva storie, brevi racconti, che nascevano dalla realtà attorno a lei e poi evolvevano secondo un proprio capriccio. Allora aveva tempo di osservarla, la realtà, le era sempre piaciuto, fin da quando, poco più di una bambina, seduta sugli scalini di un negozio, si chiedeva cosa ci fosse dietro le facce che frettolose sfioravano i suoi giorni.
Un incontro, una situazione, un tipo strambo, e nasceva la storia, che lei scriveva, sempre con la biro, seduta al tavolo di cucina, in lunghi e solitari pomeriggi.
Scriveva, nel tempo, racconti sempre un po’più fantasiosi, più elaborati, che vincevano premi, con suo enorme stupore. Ma partecipare era un divertimento, come lo era scrivere, andasse come andasse.
Scriveva un diario pubblico, ora non serviva più la biro, bastava una tastiera di computer, due dita, e con un click quello che era sempre stato segreto, il suo cuore, lo poteva leggere il mondo intero. Emozioni condivise con chi non conosceva, le parole luccicanti dal video navigavano nel mare della rete, a disposizione di chiunque. E nessuno era un chiunque, ognuno che passava era una vita da scoprire.
Scriveva di libri. Poiché leggere era stata la sua prima passione, la scrittura solo la seconda, ma le due cose non erano scindibili. Era facile raccontare cosa trasmettevano le pagine scritte dagli altri alla sua brama di fantasia, di conoscenza, di evasione. Aveva sete di nuove vite, nuove esperienze, nuovi mondi emozionali che cercava nelle parole altrui per un bisogno impossibile da estinguere.
Scriveva del perché e percome aveva scelto un libro, della propria immedesimazione nei protagonisti, della stretta allo stomaco, del batticuore e del pianto commosso. Potenza delle parole che a lei sembrava di non riuscire a rendere abbastanza con le proprie.
Scriveva, scriveva, scriveva, pensieri, piccole cose, racconti, rubando tempo al tempo.
Poi non scrisse più.
Si dichiarò sconfitta.
Il tempo, maligno, aveva avuto la meglio e le si era negato. La fantasia l’aveva abbandonata, perché senza il tempo necessario non si sentiva coltivata nè accudita. La prosaicità del sopravvivere in una frenesia quotidiana assurda ma invitabile aveva azzerato le emozioni.
Ora scriveva solo freddi rapporti, consegne circostanziate e limitate ai fatti.
I fatti.
Ciò che è concreto, che è stato eseguito e perché è stato eseguito. Scriverlo in fretta, non dimenticare niente, sentirne il peso davanti alla legge mentre apponeva la propria firma ai fatti. Non erano consentiti i voli di fantasia, e del resto la fantasia se n’era andata, inutile povera cosa senza senso.
Perfino la sua grafia era cambiata, da piccola, tonda e ordinata era ormai quasi illeggibile. Un rifiuto alla doverosa linearità, al vuoto di immaginazione, all’assenza d’invenzione. Inventare voleva dire commettere reato, in quel contesto.
Per un po’ aveva tentato di fare come una volta: scrivere per conto proprio la realtà rielaborandola ad uso del mondo, illustrandola con parole proprie affinché fosse vista, e conosciuta, attraverso i suoi occhi. Ma diventava sempre più faticoso.
E alla fine dovette arrendersi.
Senza tempo e senza fantasia si sentiva un vecchio contenitore, usato ma ormai vuoto, sfondato, inutile.
E si lasciò vivere, rinunciando ai sogni.
Ma venne un giorno, e poi un altro, e un altro ancora, in cui persone gentili le chiesero quando avrebbero letto ancora qualcosa scritto da lei. Prova tangibile di affetto ed emozioni che era stata capace di regalare, senza neppure volerlo o immaginarlo, a chissà quanti sconosciuti.
Ricordò la parabola dei talenti e capì che quello che per lei era sempre stato naturale era invece un dono, che come nella parabola andava messo a frutto. E il frutto era quello che nasceva dalla sua biro o dai tasti del suo computer.
Un dono era un dono, non era ammissibile trascurarlo. Sarebbe stato un peccato mortale agli occhi di Dio.
Il tempo doveva farsi da parte, la fantasia sarebbe ritornata.
E tornarono i progetti e gli entusiasmi.
Scrivere era parte di lei, solo da morta non avrebbe più scritto.
Sentì un prurito sulla punta delle dita.
Si avvicinò alla tastiera e nacque questa storia.
di Ramona 20:51:00
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22/05/2009
QUANDO MIO FRATELLO RACCONTA: UNA VITA PER LA BICI
(Racconto di Udo Corrado)L’odore dell’asfalto bollente gli secca la gola, entra nelle narici e gli si attacca alla bocca dello stomaco pugnalandolo violentemente.
Il cuore pompa all’impazzata, centoquaranta, centoquarantadue, centoquarantacinque pulsazioni.
Il numero appare sullo schermo del cardio frequenzimetro bloccato sul manubrio della bicicletta e, per un attimo gli ricorda che a quarantasei anni non può osare troppo, ma il limite non è ancora raggiunto.
Centosessanta, le cosce cominciano a bruciare, il rumore che fa il suo fiato gli sembra quello di un metronomo che batte i quattro quarti di un ritmo indiavolato, l’acido lattico è entrato in azione mettendo alla prova il suo livello di allenamento. Ancora qualche secondo, quattro, tre, due, basta!
Centottanta pulsazioni, centocinque pedalate al minuto e cinquantanove chilometri orari. Forse un anno di vita in meno per lo sforzo fatto….
Tornando a casa lentamente, mentre attraversa il centro della città che un tempo considerava la sua migliore amica, si chiede il perché di tutto questo.
Quarantasei anni, una vita dedicata ai sogni, piena di promesse non mantenute, di facce di cui non ricorda i nomi, di donne che ci hanno provato a trattenerlo ma tutte con lo stesso identico risultato…
Ancora adesso tenta di rincorrere un sogno impossibile, forse è questo che gli dà la forza di tirare avanti, di non cedere, di perseverare sino ad essere patetico.
Ripone la bicicletta da corsa insieme alle altre, nello studio, come continua a chiamarlo, reminiscenza di un’altra avventura disperata e utopistica.
La casa è vuota, troppo grande per lui e gli ricorda ancora i tentativi di renderla accogliente e familiare con l’aiuto di una donna, l’ennesima.
Apre il frigorifero, prende uno yogurt e lo butta giù d’un fiato, dicono faccia bene, ma forse avrebbe preferito qualcosa di più soddisfacente di un insipido latte inacidito.
Caldo soffocante, forse avrebbe potuto comprarlo quel cazzo di ventilatore, ma le spese sono talmente tante che non sa più dove sbattere la testa e quindi….caldo…Il getto della doccia gli anestetizza i pensieri, del resto si è specializzato in questo, lo sa fare molto bene. Riesce a non pensare a tutti i casini che ha per parecchio tempo, come se cadesse in una meditazione zen egli si estranea dalla sua stessa esistenza. Sorride. E’ proprio per questo che ancora esiste.
Ma non sempre ci riesce. Ed allora il panico risale dalle profondità dove era stato sepolto, ignorato, e ricomincia a soffocarlo, o almeno ci prova. Il bastardo ancora non ha vinto.
Il letto dove si abbandona fa parte della cura. Con la scusa del recupero post allenamento riesce ad estraniarsi ancora un po’. Ma sa che è solo un palliativo. La guerra è ancora lunga e sa anche che, alla fine, perderà. Forse è per questo che gli preme tentare di portare a termine il suo ultimo tentativo.
I ragazzi che ha raccolto e che allena sono il suo riscatto. Il fatto di riuscire ad inculcare loro la voglia di lottare sino in fondo e di non arrendersi mai, per far sì che nessuno di loro abbia trovarsi nella sua situazione, nel suo stato d’animo è, per lui, determinante. Vorrebbe dire aver fatto qualcosa di buono nella vita, aver messo a disposizione di qualcuno le sue sconfitte e avergli impedito di fallire.
Utopia anche questa, e in fondo, lo sa.
Ma forse uno si potrà salvare.
Ma forse qualcuno ricorderà il suo nome.
Forse riuscirà a lasciare una traccia, chi lo sa.
Intanto il caldo e le mosche rendono inutile anche il ventilatore al massimo. Alle volte si chiede come sia possibile che due o tre ore di allenamento con quel caldo gli sembrino un inezia ed il fatto di rimanere steso sul letto in quella stanza, in quella enorme casa, sia così difficile.
D’estate le ombre della sera tardano ad arrivare. Restano in bilico per un tempo interminabile, fanno a cazzotti con il rosa del tramonto in una lotta tra titani, ma alla fine vincono sempre, riuscendo a portare un a traccia di fresco in questa torrida estate salentina.
Quando comincia la notte inizia per lui l’ultima battaglia della giornata: l’attesa di un oblio parziale che stenta ad arrivare ma che, sempre, lo esaudisce. Qualche ora di sonno non lo fa pensare e, qualche volta, lo fa sorridere.
Il bianco sporco avvolge ogni cosa.
I quattro metri per quattro della stanza a stento riescono a contenere tutti i macchinari che lampeggiano, respirano, squittiscono a tempo.
L’infermiera con un gesto scosta le tende e fa entrare un raggio di sole d’un bianco vivido che taglia in due l’aria e si poggia sul letto dove lui, in coma da dodici anni, sogna.
di Ramona 11:41:00
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12/05/2009
LA GIORNATA DELL'INFERMIERE

Cosa fa un infermiere?
L’infermiere ha un codice deontologico tutto nuovo, ma sarebbe riduttivo fermarsi a una lettura superficiale di tale codice, per quanto ampio e comprensivo esso sia. L’infermiere non ha più mansioni da svolgere, l’infermiere è un professionista e come tale ha la precisa responsabilità delle proprie decisioni.
Ecco cosa fa un infermiere, allo stato attuale delle cose.
L’infermiere organizza il proprio lavoro e quello degli altri, da quello del medico a quello dell’operatore sociosanitario, a quello dell’inserviente.
Il medico ha bisogno dell’infermiere, tra le altre cose, per: avere notizie del paziente;contattare altri medici o altri ospedali; somministrare la terapia; prendere appuntamenti di vario tipo; sollecitare altre visite o esami strumentali; non farsi trovare quando serve; visitare il paziente; trovare qualsiasi cosa in reparto (da un paio di guanti della giusta misura a una cartella clinica misteriosamente scomparsa, da un numero telefonico sulle pagine gialle al primario che non è mai rintracciabile); riordinare il proprio casino.
L’operatore ha bisogno dell’infermiere perché da solo non sempre sa quello che deve o può fare, e la responsabilità di quello che lui fa o non fa è dell’infermiere.
L’inserviente ha bisogno dell’infermiere perché così ogni tanto può dirgli soddisfatto: questa pulizia non mi compete, pensaci tu
L’infermiere quando non c’è l’inserviente, e talvolta anche se c’è, pulisce per terra e se serve anche il cesso, raccoglie vetri rotti e materiale organico di tutti i tipi, chiude sacchi della biancheria e della spazzatura, ripassa la cucina.
L’infermiere quando manca il personale addetto distribuisce i pasti ai pazienti, raccoglie i vassoi e se proprio volesse potrebbe anche pulire sopra e sotto i tavoli.
L’infermiere rileva il bisogno di manutenzione delle infrastrutture in cui opera (tinteggiatura da rifare, pavimenti rotti, rubinetti che perdono) e si attiva per chiamare il personale addetto. Però con l’attrezzo adatto talvolta provvede da sé.
L’infermiere è tenuto ad essere aggiornato e informatizzato, deve sapere usare il computer e la rete informatica, ma non ha diritto ad accedere ad internet dal posto di lavoro, altrimenti potrebbe distrarsi dalle proprie molteplici attività, o magari visitare siti porno, hai visto mai?
L’infermiere deve, con due mani e due orecchie, rispondere ai telefoni che suonano tutti in contemporanea in corsia, e deve avere una risposta pronta per tutti, non può dire io non so o io non c’ero o si rivolga a qualcun altro: risolvere i problemi di chiunque è per l’infermiere una vocazione, anche se questo significa perdere tempo prezioso per l’assistenza.
L’infermiere inoltre non deve mai essere stanco o nervoso, o sentirsi poco bene: quando è in servizio deve rendere al 100% e anche di più, non deve fermarsi mai, deve annullare se stesso a favore dell’utenza (giustamente) e di quello che ruota intorno all’utenza (un po’ meno giustamente).
Oltre a ciò, magari, l’infermiere deve saper interpretare i disturbi del paziente, riconoscere tutti i sintomi spia di un problema più o meno serio, senza peraltro disturbare il dottore per delle sciocchezze. Deve essere veloce a capire l’urgenza e deve saper litigare con chiunque per far capire a sua volta che di reale urgenza si tratta, non di un capriccio, e che se chiede qualcosa non è per sé ma per la persona che sta male.
L’infermiere maneggia liquidi biologici potenzialmente pericolosi e non può permettersi di essere troppo stanco per farlo, perché il peggio sarebbe solo suo e di nessun altro.
L’infermiere è disponibile all’ascolto, vive i problemi dei suoi assistiti come fossero i propri, spesso se li porta a casa perché non riesce a toglierseli dal cuore e peggio per lui se non dorme per questo o se la notte ha gli incubi.
L’infermiere, comunque, è soggetto di per sè a vari disturbi: del sonno, perché scambia il giorno per la notte e spesso a causa dei turni non sa nemmeno in che giorno si sveglia; digestivi, perché i turnisti possono andare a mangiare solo alla fine del turno, cioè quando la fame è ormai passata nel primo pomeriggio (in caso di pranzo, la sera in compenso non è prevista cena), oppure dandosi il cambio con un collega ma senza lasciare sguarnito il reparto, cosa del resto impossibile; dell’umore, perché la mancanza di riposo e di sonno causa sbalzi di serotonina e dunque depressione, ma questo è implicito nel contratto d’assunzione, non gliene frega a nessuno, a meno che lo stesso infermiere non mandi malattia per mesi; circolatori, perché 8 ore a pattinare in corsia lasciano un segno varicoso sulle gambe.
Inoltre l’infermiere che ha un’ernia al disco ha il diritto di farsi mettere in turno con un collega che l’ernia non ce l’ha, per fargliela venire a lui.
L’infermiere è, per definizione un malato immaginario: nessuno gli crede se lamenta qualche disturbo, perché si sa, a stare con gli ammalati si crede di avere le stesse malattie. Per contro, un infermiere che trascura alcuni segnali d’allarme sul proprio stato di salute è quanto meno un incompetente e chi vuoi fagli curare a uno così, meglio non fidarsi.
L’infermiere è soggetto talvolta a un frustrante senso d’impotenza, quando non riesce ad alleviare la sofferenza negli stati terminali. E rischia la bestemmia e la scomunica perché si chiede, in certi momenti, dov’è dio e che ci sta a fare se permette certe cose. E si sente anche i rimproveri del prete se nel momento dell’urgenza non fa in tempo a chiamarlo prima che il paziente se ne sia andato per sempre. Anche l’anima ha le sue esigenze, certo, ma l’anima è immortale e il corpo no, a cosa dare la priorità in certi momenti?
L’infermiere è questo è molto altro.
Oggi è la giornata internazionale dell’infermiere.
Auguri, colleghi.
di Ramona 07:04:00
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