22/04/2009

BUON CENTENARIO, SIGNORA LEVI MONTALCINI

Compie cento anni. Un secolo.
Esile, leggera come una nuvola, ma con la mente tutt’altro che persa nel blu. Ha i capelli bianchi e la pelle di carta velina. Somiglia un po’ alla nonna di Titti il canarino, ma molto più magra ed elegante. E a pensarci bene, non porta mai neanche gli occhiali. Possibile che non ne abbia bisogno? In realtà i giornali si affrettano ad informarci che la dolce signora quasi non ci vede più e ci sente poco. Ma a sentirla parlare, a guardarla negli occhi, nessuno ci crede.
L’aspetto è dolce, appunto, come quello della nonna che tutti vorremmo, ma quanto carattere, quanta forza di volontà, quanta sapienza, dietro quegli occhi celesti, acquosi ma limpidi, centenari e lungimiranti?

Io l’ho sempre detto che il futuro è dei grandi vecchi. Specialmente quando i grandi vecchi sono come lei. Oddio, non tutti possono essere premi nobel, certo. Ma secondo me chi arriva a questa età con la mente lucida e le forze intatte, seppur proporzionate agli anni, ha vinto il nobel della vita.
Ce ne sono sempre di più, di centenari o giù di lì.
In politica, nello spettacolo, i grandi nomi si sprecano. Ma ce ne sono anche di meno noti, e quelli sono la fortuna e il privilegio di chi li incontra.

Lei compie cento anni.
Cento anni in cui ha visto di tutto, ma non è stata solo una testimone passiva degli eventi. Lei gli eventi li ha creati.
Lei ha voluto essere un medico, in tempi in cui la medicina era quasi solo per uomini, molti dei quali certamente ottusi.
Non solo: il sapere non le bastava mai: cercava cercava cercava risposte alle mille domande che una mente acuta come la sua era costretta a rivolgersi. Perché accadevano delle cose, in natura? C’era un rimedio, una soluzione, una spiegazione? E lei cercava, quasi senza mezzi, costretta a rinunciare ai privilegi del ceto universitario e a fuggire dal suo Paese per l’ignominia delle leggi razziali, che hanno colpito, in quei tempi, menti prodigiose, artisti, e poveracci, tutti allo stesso modo.
Ma lei non è mai stata chiusa in un mondo a parte: la combattiva ragazza di un secolo fa si prodigava anche per gli altri, si esponeva in prima persona. E continuava i suoi studi appassionati.

Ecco, la passione è il fattore X, il segreto di giovinezza. La curiosità, la voglia di fare, di leggere e studiare, e la modestia nel vivere, senza altre pretese che i propri diritti legittimi: questa è la passione.
Tutti i grandi vecchi, meno celebri di questa nonna senza nipoti propri, ma nonna di tutti e famosa in tutto il mondo, hanno in comune con lei una vita appassionata.

Tutti hanno vissuto, e vivono, liberi, nonostante le restrizioni che possono avere incontrato attraversando due guerre mondiali, la fame e la povertà: liberi di essere semplici e curiosi, disponibili e non esigenti. Liberi di provare altruismo e rispetto per se stessi. Di riuscire a guardare oltre senza mai perdere le speranze.
Il loro tempo è sempre stato l’indicativo presente con la certezza del futuro semplice. Il passato, sempre più remoto, solo un mezzo per affinare le esperienze, mai da rimpiangere.

A noi gli esperti raccomandano di seguire poche regole, per diventare come questi nonni.
Mangiare poco e sano, dormire bene, evitare gli stress. Gli esperti non hanno ben presente cosa la vita offre, attualmente.
Di sano, nel nostro mangiare e bere, non c’è assolutamente niente.
Dormire bene sarebbe auspicabile, ma l’ansia ci prende alla gola e a volte fissiamo il buio con la paura del domani. Senza contare quando il lavoro altera il naturale ritmo circadiano, che non verrà mai recuperato.
Evitare lo stress è assolutamente impossibile. È stressato il neonato, il bambino, la casalinga, il barbone. Siamo nati nello stress e di stress c’inzuppiamo.

Eppure è proprio lì che dobbiamo puntare. Dobbiamo ricostruire un mondo a misura d’uomo.

I centenari di oggi hanno conosciuto molte privazioni, la miseria, l’odio tra i popoli, la discriminazione. Ma avevano il tempo dalla loro parte, che scorreva con i suoi ritmi naturali, e l’urgenza di sopravvivere alla Storia.
Noi invece il tempo lo abbiamo stravolto e l’urgenza l’abbiamo, ma non sappiamo bene di cosa. Troppo affannati, troppo di corsa, la mente vuota, la curiosità annullata, la bendisposizione nei confronti degli altri sconosciuta.
Noi non saremo mai centenari, se non cambiamo il passo. Noi non provocheremo meraviglie nei nostri nipoti, che malvolentieri cercheranno e pagheranno qualcuno, un estraneo, che si prenda cura del nostro corpo segnato, piegato e piagato dal male di vivere.

L’amabile signora dai capelli bianchi ha un secolo di vita, spesa in gran parte per gli altri. E non ha alcuna intenzione di mettersi da parte. Forse non ci vede più bene, forse non ci sente. Ma il suo pensiero, forse grazie proprio a questa usura degli organi sensoriali che permette maggiore concentrazione, continua a essere giovane e lucido, e soprattutto continua a essere orientato verso gli altri.
La gentile scienziata ha messo a servizio del mondo quanto ha scoperto nel buio di uno studiolo, ore e ore a studiare e cercare di capire quello che ancora non si conosceva e non s’immaginava potesse essere.
Il suo cervello magico e misterioso continua ancora oggi a cercare di capire il cervello degli altri, specie quelli malati, per aiutarli a guarire (www.ebri.it).
La nonna di tutti aiuta le donne africane a studiare e ad emanciparsi, perché l’Africa è stata la culla dell’umanità e noi stiamo invece cercando di distruggerla, dopo averla sfruttata vergognosamente, chiudendo gli occhi di fronte alle violenze che la devastano (www.ritalevimontalcini.org).

Il pensiero di questa nonna che compie cento anni va ancora oltre, va al di là di se stessa.
Noi spesso non andiamo al di là del nostro naso e ci arrabattiamo nelle piccole grandi miserie morali che ci attanagliano.

In cento anni quanti eventi, quanti incontri, quanto lavoro. Quanti morti.
Sono tutti segnati dietro la fronte alta, la pelle delicata, le vene trasparenti, la dentiera instabile dei nostri vecchi. Che non saranno tutti ufficialmente premi nobel di qualche scienza o arte, ma, lo ripeto, hanno tutti meritatamente vinto quello della vita.
E non dimentichiamo che se noi siamo qua, lo dobbiamo a loro e al mondo che hanno costruito per noi.

Buon compleanno, buon centenario, signora Rita Levi Montalcini.
di Ramona 12:00:00 4 Commenti

06/04/2009

L'AQUILA TERREMOTATA

Arriva sempre nei momenti peggiori.
D’inverno, quando non ti puoi difendere dal gelo.
D’estate, quando il caldo fa aumentare la sete, l’acqua manca e incombono le epidemie.
Di notte, mentre dormi, e nulla puoi fare per proteggerti.
Ma forse non esiste un momento meno peggio di un altro, per affrontare un cataclisma. Ogni volta è una tragedia.

Ore 3,32: orologi fermi per l’eternità a fissare quest’ora, in questa giornata sconvolgente.
Un brivido della Terra, il suo cuore che si spacca, ferite che si aprono. L’Abruzzo piange e conta i morti.
Nell’ora più indifesa della notte, quando le coscienze sono sospese in uno stato di non-morte, in un limbo temporaneo che dovrebbe ricaricare le energie necessarie ad affrontare un nuovo giorno, il nemico colpisce a tradimento.
Crollano edifici interi, senza distinzione di uso o destinazione: case, scuole, chiese. Detriti sui letti, sulle culle, nelle cucine, negli ambienti di una tranquilla quotidianità.

Si aprono voragini, sprofondano pavimenti in palazzi che restano con solo l’involucro addosso, sventrati come un pesce, come un pollo, privati dell’ossatura interna, di quegli ambienti di vita normale che l’uomo ha ammassato uno sull’altro, un piano sull’altro, strappando spazio a una terra che di spazio forse non ne ha.
Polvere, macerie, che pesano.
Pesano sul petto di chi è là sotto, di chi non ha più fiato per gridare aiuto.
Pesano addosso a chi ormai non se le sente più, addosso.
Pesano nelle mani di chi scava disperatamente, ferendosi, tagliandosi, chiamando, gridando un nome, asciugandosi le lacrime che tanto ora non sono d’aiuto.
Pesano sul cuore di chi ancora spera, ma teme.

La banalità di una notte pacifica nella gente in pigiama, in mutande, mezza nuda. A quell’ora, in casa propria, che resta da fare, se non dormire?
Ci saranno stati nottambuli, chi stava per alzarsi per recarsi in bagno, chi a bere un bicchiere d’acqua. Chi magari giocava all’amore in quell’ora tarda. Chi allattava il bambino, chi vegliava un malato. Nonni insonni a causa dell’età. Ci sarà stato chi aveva puntato la sveglia per mettersi a studiare, per recarsi al lavoro, per partire.
I più, però, di certo dormivano. Ma anche chi non dormiva, cosa ha potuto fare contro la febbre del centro della Terra, contro il brivido che ha scosso montagne e città? Nulla, o molto poco.
Il gigante si è scosso, il gigante ha cambiato posizione, il gigante non vede le formiche sopra di lui e le schiaccia.
Il gigante in fondo non è stato così violento. Mica è colpa sua se le formiche sopra di lui costruiscono muri di carta velina, spesso centenari, uniti uno sull’altro, ammassati uno sull’altro. Al gigante questo non interessa.
Interessa solo a chi resta. A chi ora piange. A chi ha perso tutto.

Scene che si ripetono, ogni volta.
Le persone sono diverse, ma sembrano sempre le stesse, perché nella tragedia siamo tutti uguali. Uguale la disperazione, le ferite sul volto, sulle mani, i traumi del corpo e dell’anima.
Uguali sono gli angeli che lottano con il tempo per contendersi un’anima in più: questa è mia, è viva, no, è mia, è morta.
Uguali sono i cani dal fiuto eccezionale, che si feriscono alle zampe scavando e si deprimono se trovano un cadavere, ma poi ripartono senza sosta, cercando il premio alla loro fatica: un umano vivo. Chissà quanti loro simili troveranno in questa ricerca: cani e gatti domestici, di cui i media non parleranno, ma che hanno condiviso fino in fondo il destino dei padroni, fedeli fino alla morte.
E uguali il pianto, le preghiere, lo smarrimento negli occhi dei sopravvissuti. Traumi che non guariranno mai, e che riaffioreranno nella paura del buio, della solitudine, di ogni soffio di vento, oppressivi come le macerie da cui sono nati.
Uguali le foto di vacanze perdute, di compleanni indimenticabili, sparpagliate fra le macerie in cerca d’identità, insieme a scarpe, vestiti, oggetti.


È il 1980, in Puglia, a casa dei nonni.  Fine novembre, fine serata, le 19,30 circa. La poltrona su cui sono seduta si muove con uno scossone per qualche secondo. D’istinto tutti gli occhi presenti si alzano verso il lampadario e le sue gocce di cristallo, così simile al lampadario di un castello fiabesco, ma molto meno prezioso, molto meno grande. Il lampadario oscilla come un pendolo.
Tutti gli occhi s’incontrano e tutti esprimono un dubbio: è uno scherzo, o c’è da avere paura? Sarà mica il terremoto?! Ma se è già finito!
Ci si affaccia incerti al balcone del secondo piano e si vedono altre persone, più veloci e meno titubanti già per strada. È il terremoto!
Poi la conferma al telegiornale. L’inizio dell’incubo per migliaia di persone, forse milioni.

È stato l’evento sismico che ho vissuto più intensamente, quello che ho avvertito più di tutti, tra i tanti incontrati finora. La vicinanza relativa con l’Irpinia mi aveva fatto assaggiare la tragedia senza farmela vivere. E una cosa ho capito: anche se sei sveglio, il brivido delle terra ti prende di sorpresa, ti paralizza, ti domandi perfino se è vero o se è una tua impressione. Pochi secondi di dubbio che possono essere fatali, ma che ti danno almeno una chance di salvezza. Ma mentre dormi, alle 3 di mattina, sei completamente indifeso. Non ti poni nemmeno il dubbio, il mondo ti cade addosso e non te ne accorgi.
Sogni, progetti, futuro distrutti. Famiglie mozzate. Bambini che non cresceranno e non saranno il bastone della vecchiaia dei loro genitori. Genitori che abbracciando un figlio gli regalano la vita per la seconda volta, perdendo la loro. Affetti perduti, vite perdute, piccole e grandi speranze perdute, oggetti e ricordi perduti.

Il grande gigante d’Abruzzo ha colpito duro.
Come in Sicilia, in Friuli, in Campania.
Come nel resto del mondo.
Le tragedie sono tutte uguali. E fanno male, sempre.
di Ramona 20:47:00 Commenta: