31/12/2008
31 DICEMBRE, BILANCIO
Perché alla fine di ogni anno si fa un bilancio? Bilancio viene da bilancia, credo, vuol dire mettere sulla bilancia qualcosa per vedere da quale parte essa pende, ossia quale piatto pesa di più. Un’attività commerciale mette su un piatto profitti e sull’altro perdite. Entrate e uscite, guadagni e spese.
Noi, alla fine di un anno, mettiamo sui piatti della
bilancia le cose belle e le cose brutte che sono accadute nello scorrere dei suoi giorni. Facciamo i conti per stabilire se l’anno scaduto è stato in attivo o in passivo, se è stato più felice che triste o viceversa.
Non si sa bene perchè facciamo questo.
Ciò che è stato non può tornare, nel bene e nel male.
E stabilire se l’anno che va a morire sia stato bello o brutto non è che serva a molto.
Però, da sempre, quando la bilancia pende verso il brutto, è un gran conforto immaginare che è tutto finito con la fine dell’anno. Come se il 31 dicembre gettasse un colpo di spugna su situazioni complicate, su difficoltà personali e problemi di salute, e col primo giorno di gennaio non fosse ancora tutto uguale. È come se alla mezzanotte sparissero tutti i problemi. Razionalmente sappiamo che non è così, ma lo speriamo. È lecito sperarlo.
Se invece la bilancia dell’anno vecchio è incredibilmente a favore del bello, ecco che ci rivestiamo di rimpianto e nostalgia per i bei ricordi che ci ha lasciato e che vorremmo rivivere. Mezzanotte e un minuto, ed è già il nostro passato.
Insomma, mettiamola come vogliamo, ma fare i bilanci di fine anno non è mai piacevole.
Però stavolta lo voglio fare anche io.
A dispetto delle attese e delle speranze di un anno fa, il 2008, con i giorni a sua disposizione ormai agli sgoccioli, è stato un anno molto difficile. Non è che abbia saputo utilizzare al meglio il suo tempo, il maledetto…
Se mi volto indietro vedo fatica immane, perdite laceranti e problemi di salute sparsi. Un anno che si è trascinato, non è volato. Un vero anno di piombo. E se voglio allargare lo sguardo oltre al mio spazio insignificante vedo che nel mondo non è andata in modo migliore. Vedo che le guerre ci sono ancora, i genocidi pure, vedo che le coscienze non si scuotono, che si segue il vento passivamente, vedo che si parla tanto senza sapere, parole parole parole sprecate, vedo che si vogliono annullare le differenze e appiattire l’umanità intera su un unico scalino di bellezza e perfezione.
Un anno faticoso, il 2008, sono contenta che non possa più tornare.
Ma il piatto della bilancia che contiene cose positive non è che sia proprio immobile. A guardarlo bene, si muove! Perché su quel piatto ci sono i miei amici più cari, due in particolare che spero si riconoscano in queste righe, coloro che mi sono sempre stati accanto sopportando le mie debolezze e le tristezze, e che non finirò mai di ringraziare, perché sono la mia forza. Ci sono le occasioni, mai così numerose, così importanti, e pazienza se non frutteranno, è bello che ci siano state! C’è un premio importante vinto e scusa se è poco! C’è la vittoria, almeno una, su una malattia in famiglia, dopo tante lacrime.
E c’è ancora, e sempre, la certezza del sentimento, nonostante le prove da superare, nonostante gli ostacoli da scavalcare, nonostante gli anni già passati.
E allargando ancora una volta l’orizzonte, vedo il rumore del bene che non fa rumore, quello che si prodiga senza compenso, e che non ha spazio sui media. Vedo chi ce l’ha fatta a superare un problema, vedo chi non si arrende e ci crede ancora. Vedo chi si tira su le maniche senza parole e costruisce mattone su mattone ciò in cui crede, ciò di cui c’è bisogno.
Tutto sommato, i due piatti forse si equivalgono, anche se è più facile che si percepisca il piatto del brutto come più pesante.
Atra procedura di prassi, a fine anno, è la speranza.
Si spera che da dopo la mezzanotte e per altri 365 giorni, tutto vada per il meglio. Che i progetti si realizzino, che la salute non si guasti, e se è già malconcia che si ristabilisca, che si trovi un lavoro, una casa, un amore. Che i sogni si avverino.
C’è qualcosa di magico in questa speranza, illusione o fede, qualunque sia il suo nome. Magico come un anno nuovo di zecca che chissà perché ha sempre il colorito roseo di un neonato.
C’è che siamo meravigliosamente fanciulli anche noi che ci crediamo e ci speriamo, che non ci lasciamo sopraffare dal pessimismo e vediamo il bicchiere mezzo pieno. Ovvero, ostinati e ingenui, brindiamo ai nuovi giorni che stanno arrivando, certi che siano colmi di occasioni e fiducia e amore.
Lo facciamo ogni anno.
Non perdiamo mai la speranza.
Dimentichiamo che abbiamo sperato allo stesso modo un anno fa.
È bellissimo.
Non resta memoria, cancellato ogni ricordo di propositi precedenti in un botto a mezzanotte, nel fondo di un calice spumeggiante e nelle lenticchie del cenone.
Per fortuna che è così.
È il segnale della vita che va avanti, del tempo che non può tornare, del futuro che magari non fa così tanta paura.
Anche io mi tolgo dalle spalle il piombo del 2008. Mi sentirò più leggera dalla mezzanotte in poi.
Propositi non ne faccio, ma accolgo il neonato con tutto ciò che può portare, senza riserve per quello che riguarda me stessa.
La mia speranza universale poi è che porti ragionevolezza e pace nel mondo. Ce n’è tanto bisogno, siamo tutti stanchi dei guai che combiniamo senza freni, senza cuore e senza cervello.
Alzo un bicchiere anche io, pieno (non vuoto!) a metà, abbraccio in un sol colpo i miei affetti, butto via la bilancia e aspetto, curiosa, di vedere cosa si agita nel bagaglio del nuovo anno.
Auguri a tutti.
30/12/2008
IL DIO FEMMINA STUPRATO NEL BOSCO
Il bello del parlare con un’amica vera è che è più facile andare oltre le frivolezze o i pettegolezzi, le confidenze sentimentali o le lamentele sulla banalità del quotidiano. Certo, contano anche le futilità, la vita è fatta anche di leggerezza… ma su, noi ragazze siamo capaci anche di altro!Io e la mia amica Dona amiamo molto leggere. Abbiamo gusti diversi, ma proprio per questo ci piace poi confrontarci e discutere delle nostre letture, con passione e accanimento.
Un giorno le ho detto: sai, ho letto un libro un po’ strano, particolare già dal titolo: si chiama Il Dio femmina stuprato nel bosco, di Stefano Marcelli. Sto cercando di farmene un’opinione, lo vuoi leggere anche tu?
E lei mi risponde con un sì entusiasta, con lo stesso entusiasmo e la stessa determinazione che mette in ogni cosa che fa. A lanciarle una benevola sfida, Dona risponde sempre con molta generosità.
Ora che mi ha restituito il libro incominciano i confronti.
Le opinioni di Dona sono qui, le mie, in confidenza tra me e la mia amica, qui di seguito.
Cara Dona, ammetto che la tua recensione è stata illuminante. Hai colto nel profondo alcuni aspetti che io avevo raggiunto solo in superficie. Del resto, confrontarsi vuol dire anche questo.
Te lo avevo detto che era un libro un po’ strano, vero? Come pure ti avevo detto che era un bel libro, e che mi era molto piaciuto il modo in cui era stato scritto.
La storia che vi è raccontata ha il sapore di una favola, sebbene non sia molto adatta ai bambini.
Aspetta, te la riassumo in due parole.
Un anziano psicanalista, il professor Abramo Veritier, scopre per caso che un suo antico paziente, Giacomo Canto, è stato eletto a furor di popolo a capo della nazione. Inizia così un viaggio nei ricordi, perché quel Giacomo Canto il professore lo aveva conosciuto bambino, molti anni prima. Era un bambino che presentava un certo problema, ragione per cui la madre, disperata, glielo aveva portato, vedendo nello studioso di fama l’ultima spiaggia, l’ultima speranza di venire a capo del disturbo misterioso.
A dire il vero, indagando, si scoprì che per Giacomo non si trattava affatto di un disturbo. Per lui era una condizione naturale.
Il bambino aveva l’abitudine di fare l’amore con gli alberi. Perché lo faceva sentire bene, diceva. Volendo dare il nome a questa nuovissima, mai studiata anomalia, il professore la definì fitofilia. E ne fu così incuriosito che volle sperimentarla di persona.
Dopo avere appurato le origini famigliari di Giacomo, che risultò essere figlio di una ninfomane di nome Virginia e di un personaggio strano di nome Silvano, che si scoprirà poi essere una divinità dei boschi (potenza evocativa dei nomi!), c’era poco da meravigliarsi del comportamento del bambino. Ma il nostro Abramo volle ugualmente provare.
Apriamo una parentesi.
Il professore appartiene a una stirpe di ebrei convertiti. C’è un bellissimo intermezzo che racconta la storia di questa famiglia di ebrei migranti e perseguitati, dal nonno di Abramo fino a lui, lo studioso, e alle sue scelte, ai motivi dei suoi studi particolari, le insolite interpretazioni della Bibbia e le sue originali teorie su alcuni episodi biblici.
Nonno e nipote sono accomunati dalla passione per il sesso. Non per niente Abramo, al momento presente della narrazione addirittura centenario, è ancora attivo in questo senso, grazie alle attenzioni della sua governante, uno dei personaggi più ruspanti e teneri del romanzo.
L’Abramo luminare invece, negli anni migliori della sua carriera, esalta e fa discutere le platee scientifiche e religiose di tutto il mondo dissertando, tra altre cose stupefacenti, sul sesso di Dio. Diciamolo subito e senza stupore, per Abramo Dio è femmina.
Ecco perché un professore di cotanto calibro e con tale attenzione agli affari di sesso da specializzarsi come sessuologo, non poteva resistere alla tentazione di provare le stesse emozioni del bambino Giacomo. La scusa era che così avrebbe potuto curarlo meglio. In realtà il luminare voleva sperimentare qualcosa che non aveva mai provato, in un campo in cui si vantava di essere il massimo esperto.
L’esperienza gli risulterà devastante. Ma importantissima.
Qui, cara Dona, come sai, si apre a mio parere la pagina più bella e fantasiosa di tutto il libro.
Marcelli sa entrare in un mondo fantastico con punte di lirismo spettacolare. Eppure allo stesso tempo rimane ancorato alla condizione terrena, ancora una volta attraverso il sesso: gli alberi rappresentano il pene che, eretto, penetra il cielo, e dunque gli alberi fanno l’amore con Dio. Abramo trova riscontro alla sua teoria più audace. Dio è femmina. E toccherà a lui, proprio a lui, rincorrendo tale incredula constatazione con l’istinto più animalesco, “stuprare” nientemeno che Dio stesso.
Detta così, amica mia, risulta difficile farlo capire a chi legge, vero? Ma io e te che abbiamo in mente quelle pagine ci capiamo.
Il resto del libro è il racconto dell’evoluzione del rapporto fra il bambino e il professore, che si arricchirà, nel breve tempo condiviso, di affetto e complicità. Una storia densa di colpi di scena, fino alla fine, assai gustosa.
Non la raccontiamo qui, noi lo sappiamo, come va a finire, lasciamo che qualcun altro si incuriosisca.
Ebbene, non è un libro strano per davvero?
Romanzo particolare, irreale, eppure così concreto.
Scrittura godibilissima, e non priva di sperimentazioni grafiche, caratteristica che ho trovato in altri testi di Marcelli.
Contenuti ricchi, anche se a tratti solo accennati, e intriganti. Alcune delle teorie enunciate in questo testo, se ti sono sembrate familiari, Dona, è perché si leggono in qualche modo anche ne Il codice da Vinci, di Dan Brown. Solo che sono state scritte un po’ di tempo prima, a vanto e onore di Marcelli.
L’appunto di cui io e te abbiamo discusso, come spieghi bene tu, è che in questa storia tutto è intriso di sesso. La critica ha parlato, in proposito, di pansessualismo.
A mio parere non si tratta di un sesso romantico, né puramente pornografico. È un sesso molto carnale, materiale, vivo, ma un tantino goliardico, anche se non privo di un certo sentimento. È inzuppato ovunque, a cominciare dalla testa dell’arzillo professore, passando per l’innocenza di un bambino.
La mia “incriminazione” era rivolta alla concezione del sesso che si intuisce tra le pagine, più che alla descrizione delle scene, tutto sommato non molte, belle e intense. Mi sembrava, quella di Marcelli autore, la solita vecchia fissazione maschile, un po’ volgarotta, il chiodo fisso e univoco del maschio incapace di andare oltre, quando ha una donna davanti.
Così è a questa che talvolta mi sono ribellata. Come quando la madre di Giacomo viene definita “desiderosa di prenderlo”. Maddài!! Come a sottintendere l’ottusa concezione maschilista che le donne, anzi, le femmine, non sanno vivere senza il pene.
Però, obiettivamente, nelle nostre discussioni riconoscevo anche che forse l’ossessione siffatta per il sesso, in questo contesto ci stava tutto. Che cioè il libro non poteva che essere scritto in questo modo. Con il sesso che diventa il solo spiritualismo possibile, a permeare e benedire ogni cosa, come una religione. E tutto sommato s’intuisce in tutto ciò la venerazione per il femminino, da un lato in forma appunto così materialistica, dall’altra invece all’estremo opposto che lo identifica con la massima divinità possibile. Per cui, vabbè, sorvoliamo sulla prima sensazione che certe espressioni non possono non suscitare e vediamola con un altro spirito. Più libero da preconcetti, più giocoso.
Affiorano pure, mica troppo leggere, vere e proprie bacchettate alla Chiesa, per i sensi di colpa che da secoli essa induce in chi non sa staccare il corpo dallo spirito, e per la battaglia volta a impedire di vivere il sesso con gioia, in ogni forma ed espressione. Lo stesso Abramo, ebreo ma cattolico, ha un ricordo colpevole delle prime emozioni fisiche e del suo affetto particolare nei confronti dell’amico d’infanzia.
Per tornare alle nostre riflessioni, considerando il successo che ha avuto, abbiamo la conferma: questa storia doveva essere narrata né più né meno che in questo modo.
Se così non fosse stato, avrebbe avuto senso parlare dell’amore di un bambino per le piante? Del suo innocente modo di fare l’amore con gli alberi, così diverso dalla perversione adulta del professore, che ha rischiato la condanna eterna per la propria presunzione?
E sebbene impossibile da crederlo mentre si legge, sarebbe stato altrettanto pittoresco questo centenario nonnino, così pieno di vita da amare e far godere la sua vitalissima governante? Direi che più di un maschietto proverà, leggendo, una sana invidia nel valutare le performance sessuali di Abramo.
E dunque che amore (e sesso) siano. Noi ne siamo felici!
Questo romanzo, opera prima per Stefano Marcelli, è stato finalista al Premio Strega del 1998. Arrivò sesto. Ma, chissà, forse meritava di più, ché di storie originali e divertenti se ne sente sempre un gran bisogno.
Concordi, amica Dona?
(Questa lettura, come sempre, è anche sul mio scaffale, un po' impolverato, in Bottega di Lettura)
di Ramona 15:32:00
3 Commenti
24/12/2008
E' NATALE, CIAO TOBIA
È Natale, Tobia.È Natale anche quest’anno, per tutti, ma non per te. Per te non sarà più Natale.
E il mio, quest’anno, sarà di una tristezza infinita, senza di te.
È Natale per tutti, ma non per me, e non per te.
Il momento era nell’aria da tempo.
Eri arrivato al capolinea della tua lunga vita, ma nemmeno tu volevi ammetterlo. Tu la vita l’hai tenuta stretta stretta con le tue grosse e spesse unghie fino alla fine.
Mica la volevi mollare, tu.
Mica lo sapevi che non c’era più niente che funzionasse in te. Il metabolismo andato, i reni andati, i denti andati, la vista andata, e poi il diabete, l’ipertiroidismo. In ultima anche le zampe ti hanno abbandonato e non ti reggevano quasi più.
Ma tu mica ti lamentavi di questo.
Tu vivevi.
Tu mica ti guardavi allo specchio, anche perché ormai non ci vedevi più, e così non vedevi che quello riflesso lì dentro era il tuo fantasma, il tuo puro spirito col pelo arruffato e annodato.
Non eri più tu quello lì. Ma tu non lo sapevi.
Fino a pochi giorni fa tu eri il coccolone di sempre. Che pur con tutti i suoi malanni cercava ancora le mie carezze, con quel miao terribilmente rompiscatole, con quella zampa protesa a chiamarmi, a reclamare che distogliessi l’attenzione dal computer per darla a te.
Sei stato in eterna competizione con il mio computer, volevi essere tu l’unico mio svago. Secondo te non potevo essere divisa fra due amori, volevi l’esclusiva.
Oppure, mi piace pensare, forse volevi imitarmi.
Tu e io ci somigliavamo molto, per come si possono assomigliare una creatura umana e una creatura felina.
Entrambi pigri, attenti a non sprecare le energie, desiderosi di affetto ma orgogliosi, guai a mostrarsi vulnerabili.
Entrambi abbiamo retto il dolore, quando c’era, senza tante storie, stoicamente e con la consapevolezza che sarebbe passato.
Entrambi, pensa un po’, abbiamo avuto la mandibola rotta e abbiamo mangiato omogeneizzati, sia pure in tempi diversi.
Entrambi siamo stati incantati dalle parole, prima scritte su carta e poi dentro un schermo bianco. Ricordi quando rubavi i miei fogli scritti lasciando il tuo marchio, una bella unghiata, su ognuno di essi? E davanti al monitor non resistevi: anche tu volevi scrivere qualcosa, e passeggiavi sulla tastiera con aria di superiorità.
Abbiamo condiviso quasi 17 anni di vita, io e te.
Inevitabile assomigliarci.
Inevitabile aiutarci a vicenda, in una sorta di mutuo e reciproco soccorso. Io ho curato tutti i tuoi guai, rappezzando quelle vite che una ad una perdevi qua e là. Tu eri un mago ad intuire le mie malinconie, cercando ogni volta di distogliermene, richiamandomi alla concretezza, e più concreto di te non c’era nessuno: avevi sempre fame, di coccole e di cibo!
Fino a qualche giorno fa tu eri sempre lo stesso. Almeno nello spirito indomito. Perché invece il tuo fisico ti stava tradendo già da molto. Un po’ alla volta. Inesorabilmente.
Ma tu mica te ne accorgevi.
Hai cominciato a ridurre gli sforzi, a risparmiare le energie, a non uscire più di casa, a mangiare, dormire e farti coccolare e niente altro.
Non ci vedevi, ma in qualche modo stupefacente riuscivi ad orientarti.
Hai vissuto quasi due anni in una volontaria reclusione in casa. Il mondo là fuori non t’interessava più, ormai lo conoscevi fin troppo bene. Hai fatto per anni visita a tutti i vicini di casa, che non sempre hanno gradito, e nei giorni di scuola non mancavi di andare a salutare i bambini alla fermata dello scuolabus. No, non avevi più curiosità per il mondo esterno. Non saresti stato più in grado, non vedendo, di acciuffare i passeri o le libellule e portarle a casa. Non t’interessava più.
Negli ultimi 18 mesi almeno il tuo mondo era solo casa tua. Qui sei entrato quando avevi appena un mese di vita. Da qui sei uscito a quasi 17 anni per andare a rimettere la tua anima semplice, o qualsiasi cosa sia stata a fare di te un gatto speciale, nelle mani di chi te l’ha data.
Forse hai cominciato ad accorgerti veramente che qualcosa non andava una settimana fa, più o meno. Me ne sono accorta anch’io, di colpo.
Niente coccole.
Niente ron ron.
Niente dolce prepotenza nel richiedere attenzioni.
Non avevi più voce, non avevi più voglia.
Non avevi più dignità.
Le gambe non ti reggevano, la cassetta con la sabbia era irraggiungibile.
Ma lo spirito indomabile teneva la tua anima con le unghie e con i denti, che pure non avevi più.
Mangiare era la priorità assoluta, ora. Ho cercato di accontentare i tuoi gusti volubili, non volevo farti mancare niente.
Quanta sete! Come un disperso nel deserto la tua sete era immensa. Ti ho avvicinato la ciotola dell’acqua e del cibo, e ti ci ho portato di peso, se vedevo che non ci arrivavi da solo. Peso?... una piuma era più pesante di te. Dov’era finito il mio gattone bello e fiero che pesava 7 chili? Ora eri solo una massa di pelo arruffato che ricopriva ossa leggerissime e scricchiolanti.
La pastiglietta giornaliera per i dolori te la ficcavo in bocca anche se non la volevi. Non sei mai stato proprio docile. Affettuoso sì, ma impossibile farti qualcosa se non volevi, fosse solo spazzolarti.
E pure per i bisogni fisici che ormai non riuscivi sempre a controllare mi ero in parte organizzata e in parte rassegnata a ripulire.
Perdona, Tobia, ora che è Natale, lo scapaccione che quasi ti ha mandato a gambe all’aria, quando ti ho visto fare la pipì sul tappeto. Non era stato forte, ma eri tu che ormai non avevi più forze. Perdonami, ero stanca e non avevo capito quanto stessi male.
Mi dispiace.
E perdonami se puoi per avere aspettato così tanto a porre fine alle tue sofferenze. Il tuo spirito battagliero mi ha tratto in inganno. La tua ultima vita non si voleva staccare da te, o tu non la volevi lasciare andare, e io ho assecondato questa tua grinta. Forse ho sbagliato. Forse dovevo decidermi prima. Ma m’illudevo di fare la tua volontà, ed egoisticamente mi accontentavo del tuo fantasma, pur di averti ancora accanto. Poco importa se dovevo pulire ogni giorno dove tu sporcavi. Poco importa se i rubinetti delle lacrime erano sempre aperte, come un fiume in piena. Da una settimana piangevo per te, Tobia, tutti i giorni, nel vedere il tuo lento consumarti senza ritorno e senza speranze.
Non sapevo se soffrivi realmente, non ti sei mai lamentato. Forse eri troppo sfinito per farlo.
Perdonami dunque se ho aspettato la vigilia di Natale. Ma sai, anche volendo, sul lavoro non mi danno un giorno di permesso per accompagnare un gatto nel suo ultimo viaggio. Non è compresa questa possibilità, figuriamoci. Cosa ne sanno, i legislatori, di cosa vuol dire perdere un amico dopo 17 anni di convivenza?
E poi è da ieri soltanto che non mangi più, che ho letto la tua fatica immensa nel tuo dormire sfiancato, nel tuo accucciarti dopo un passo, nell’impossibilità di cambiare posizione.
Perdonami se ho aspettato la vigilia di Natale. Ma se prima non sono riuscita, dopo non avrei potuto lasciarti ancora in quello stato, aggiungere altri due giorni di supplizio inutile. Ho capito solo oggi che era davvero tempo di lasciarti andare, che la tua ultima vita era ormai scaduta.
Quando sono arrivata a casa dal lavoro eri a terra, incapace di alzarti, freddo. Ma respiravi in modo tranquillo e il tuo cuore era una potenza. Era tutto il resto che aveva ceduto. Hai raccolto le ultime forze per sistemarti nel cestino che ti ho preparato, la tua ultima culla, quella che hai sempre rifiutato quando eri piccolino. Di là non ti sei più mosso. Ti ho coperto e scaldato. E per quell’antica regola di reciproco aiuto, ti ho accompagnato, per l’ultima volta, dal tuo dottore.
Ti conosce bene, lui. Ti ha vaccinato tante volte, ti ha operato tante volte, e si è preso da te graffi e morsi… Alle ultime visite, te lo ricordi?, mi venivi vicino, ti rifugiavi nelle mie braccia, non avevi più la forza nemmeno di opporti troppo, ma mi facevi capire quanto odiassi quel momento. Ti ho compreso anche quella volta, così ormai mi recavo solo io dal tuo dottore, senza di te. Che tanto, ti conosceva bene.
È stato lui a farti dormire per sempre. Ancora riuscivi ad alzare una zampa a toccare la mia, quasi volessi essere tenuto per mano. E ancora muovevi le orecchie attento ad ogni rumore. Se avessi potuto, lo so bene, saresti fuggito. O avresti graffiato il dottore. Ma niente altro del tuo corpo si muoveva. Non potevi più combattere. Non volevi.
Solo il tuo cuore aveva ancora il ritmo della vita, sonoro e potente come un tamburo, veloce come quello di un cucciolo. L’ho sentito sotto la mia mano. L’ho sentito rallentare e poi arrendersi.
Io ero con te Tobia. Lo so che mi hai sentito. Non potevi guardarmi, non potevi parlarmi, ma lo so che hai sentito il calore della mia mano sulle tue costole fragili. E la mia lacrima cadere sul tuo pelo orrendo.
Tornare a casa è stato devastante. Ogni angolo parla di te e dei nostri 17 anni di vita in comune. Mi aspettavo di vederti venirmi incontro, di sederti davanti al frigorifero aspettando la tua fetta di mortadella. Mi aspettavo che ti sedessi ancora a tavola con noi. Mi aspettavo che bevessi l’acqua della mia doccia. E soprattutto, ora che sono al computer, mi aspettavo che venissi a strusciare il muso sul monitor, a camminare sulla tastiera, a rompere le scatole allungando la zampa a chiamarmi.
Mi aspettavo di dover spazzolare il divano dal tuo pelo per poter sedermici.
Invece, presa dalla rabbia e dal dolore, ho ripulito ogni traccia della tua presenza. Via la sabbia, via la lettiera, via le ciotole, via il telo cerato che in parte hai usato al posto della sabbia, via ogni pelo dai cuscini, via la tua coperta, via ogni traccia di pipì appiccicosa dal pavimento.
Via tutto.
Domani non dovrà esserci più niente che sia stato tuo.
Mi bastano 17 anni di ricordi, qualche fotografia, un’esperienza indelebile. Mi basta il tuo amore incondizionato, che non morirà mai, come il mio.
Lo so, lo so, le sofferenze del mondo sono ben altre. Bambini e donne violentati e uccisi, stragi, fanatismi, miseria, guerre, fame. Milioni di persone muoiono ogni giorno per le ingiustizie umane.
Lo so. E mi dispiace tanto.
Ma nessuna di quei milioni di persone ha fatto parte della mia vita ogni giorno, dal momento esatto del concepimento, al momento esatto dell’ultimo respiro, per 17 anni.
Combatterò come potrò le ingiustizie del mondo.
Ma ora piango la mia piccola grande perdita.
È stato un anno di perdite tremende, questo. Per fortuna sta finendo.
È già Natale.
Buon Natale a te, piccolo, immenso amore a quattro zampe.
Per Dindi, gatto dell’asilo.
Han forse i morti mici
Un loro paradiso
Dove con lieto viso
Riposano felici.
Gli angeli del Signore
Gl’inargentano il pelo
Con le stelle del cielo
Per dare loro onore.
Vanno tra i firmamenti
Con cherubiche ali
Come alberi di Natale
Nevicosi e lucenti.
Sembra una tavoletta
Scritta nel sillabario
Dove un bestiame vario
I bimbi al varco aspetta.
E invece è un pensiero
Di uomini già fatti
Che nel dolor dei gatti
Vedono un gran mistero.
Il mistero del mondo
Dove ogni bella cosa
Ha una sorte invidiosa
E un compenso profondo.
Dindi, piccola spoglia
Preda di immensa morte
Chi ti aprirà le porte
Dove il Lete gorgoglia?
Addio! Così leggero
Non ti bisogna l’obolo,
e forse a un morto pargolo
ti donerà il nocchiero.
Paolo De Benedetti
(in Nonsense e altro, Scheiwiller, Milano 2002)
di Ramona 18:59:00
4 Commenti
15/12/2008
EPPURE E' LA VITA
Il mal di testa pulsa, atroce. Un martello pneumatico che non lascia scampo e offusca la concentrazione, rende lo sguardo incapace di fissarsi e il pensiero incapace di nascere.Però non si può mancare al turno di lavoro solo per questo. Basta prendere una pastiglia. Prima o poi passerà.
Non è proprio così, il mal di testa persiste. Ma non c’è tempo di ascoltarlo. C’è chi ha più bisogno, chi lotta per sopravvivere, chi ha un mare di problemi, chi non ce la fa da solo, chi non può alzarsi dal letto.
Un mal di testa, per quanto terribile, può, e deve, essere accantonato.
L’uomo nel letto è anziano, ma non troppo. Ridotto molto male da una serie di problemi fisici che lo rende simile a un bambino che non comprende perché di colpo è così indifeso.
Ha la febbre alta, non respira bene, ha la polmonite e altre cose.
Guarda stralunato chi gli si affaccenda intorno, con le mani in movimento perenne e scoordinato, non ne vogliono sapere di stare ferme, ma non sanno bene cosa fare.
La pressione del sangue dov’è andata a finire? Precipitata nei bassifondi.
Suda, è cianotico, il fiato faticoso dentro la maschera dell’ossigeno.
Tutto quello che si può fare, che il medico ordina, si fa velocemente.
Come sta?, chiede il dottore dopo poco.
Stazionario, forse leggermente meglio, lui.
Il mal di testa invece persiste, morde il cervello, lo sbrana, ma questo al dottore non interessa, non lo ha chiesto. Neppure sa che esiste, il mal di testa, che in questo momento è presente è vitale. Lui cura i pazienti, le infermiere non si ammalano mai, e se succede stanno a casa, mica vanno a lavorare. Se lavorano vuol dire che stanno bene.
L’analgesico tarda a fare effetto. Il paziente invece, aumentando il flusso di ossigeno si rischiara, quasi si illumina.
Si continua a leggere una sorta di stupore sul suo viso rugoso e sdentato. Come se non capisse quello che sta accadendo, e soprattutto che sta accadendo a lui.
Meno di dieci minuti.
Un urlo nel corridoio.
Non respira più!
Correre e vedere che lo stupore si è congelato su quel viso, e che il fiato, semplicemente, si è assentato. Se n’è andato. Troppa fatica lavorare con questo nonno malandato, ha rinunciato. Così il torace è fermo nonostante l’ossigeno insufflato a forza, e gli occhi sono fissi a guardare un punto sul muro di fronte, senza vederlo.
Parte la macchina rianimatoria.
Arrivano i medici nel tempo necessario a un battito di ciglia. Hanno volato.
Massaggio cardiaco e intubazione.
Farmaci di tutti i tipi, quelli necessari.
Ossigeno.
Mal di testa che picchia, morde e sbrana.
Ma non ci si può fermare.
La lucidità la si deve trovare anche in fondo alle scarpe, serve tutta.
In cinque attorno a quel letto, a cercare di trattenere con le unghie e con i denti un’anima stanca di combattere. Coordinati come una macchina da guerra, sincronizzati, senza perdere nemmeno un secondo. L’anima viene acciuffata per i lembi della veste, ma tira, tira, tira con tutte le sue forze. Non ne vuole sapere di restare cucita a quel corpo che ne ha viste tante. Forse l’aspetta qualche altro contenitore.
A forza di tirare, la veste si strappa. L’anima se ne va.
Il cuore si mette a riposo.
Gli occhi restano fissi su quel punto del muro che chissà cosa mai ci sarà, lì, niente altro che un intonaco bianco, sembra, eppure loro qualcosa ci hanno visto. Forse hanno salutato lo spirito ballerino con cui hanno condiviso molti anni di vita, forse lui era proprio lì e faceva ciao con la mano e mandava un bacio di rimpianto.
Mal di testa che pulsa.
Sembra di non farcela più, di dover crollare senza più forze, senza più sensi, nella stanza soffocante del sudore di tante persone che hanno combattuto fino all’ultimo.
Aprire la finestra e respirare un po’ dell’aria fredda e piovosa di questo stupido inverno.
È quasi natale. E un uomo muore anche se è quasi natale, mentre il Bimbo sta per nascere.
Mal di testa mal di testa mal di testa.
Senso di sconfitta, consapevolezza che niente si poteva fare di più.
Mal di testa.
Musica.
Musica?!
Un cellulare dalla suoneria stramba che suona inopportuno?
No, pare una banda di paese, viene da fuori.
Una banda in ospedale?!
Spiare dalla finestra: il mal di testa crea allucinazioni, di certo, sembra di vedere una decina di babbi natale con gli strumenti musicali che suona allegra sotto le finestre di reparti in cui regna la sofferenza. Fanno pure ciao ciao, salutano guardando da sotto in su.
Traveggole, non può essere vero.
Eppure lo è. Tutti vedono i babbi natale vestiti di rosso e con la gran barba bianca e tutti sentono la musica, un po’ natalizia e un po’ no.
Non è il mal di testa.
Tutto questo è irreale.
C’è qualcosa che stride tra la volontà dei babbi natale di allietare qualche minuto delle persone alle prese con un nemico tremendo, e il risultato perdente di una dura lotta qui davanti, nelle sembianze di un nonno sfinito di malattia.
Stride, fa a pugni con l’umore di chi non ce l’ha fatta a salvare una persona in pericolo. E stride perché quella persona non può sentire il lodevole tentativo dei babbi natale di riempire di natale le fredde stanze di degenze, senza invadere spazi già difficile ed esistenze problematiche, ma stando lontano, a rispettosa distanza: tanto la musica è leggera, vola e arriva ovunque, con il suo messaggio di solidarietà e augurio.
Arriva anche qui, da chi non può sentirla.
Ma poi, chi l’ha detto che non la sente? Forse l’anima fuggita è ancora nei pressi e ascolta commossa il saluto, che un po’ l’incoraggia, in caso ci ripensasse, a intraprendere il suo cammino verso altre mete. Qui non ha più niente da fare, il contenitore è troppo logoro, non è stato possibile ripararlo, purtroppo.
Mal di testa pulsante, a ritmo di musica.
È forse irriguardosa questa musica natalizia nei confronti di chi lascia questo mondo?
Ma no. Perché non pensare che invece è un segno d’affetto?
Nonostante appaia tutto così surreale, i babbi natale, la morte, la marcetta allegra, la pioggia che scende, i famigliari in lacrime composte e rassegnate, la stanchezza, il disordine di una stanza stravolta, un letto bianco e un lenzuolo a coprire occhi vuoti, mani guantate che salutano, sorrisi sotto le barbe candide, nonostante tutto, questa è la vita.
Mal di testa appena un po’ meno feroce, pulsa sul davanti e sul dietro del cranio, allenta un po’ la morsa, pensieri lucidi quanto basta per accettarlo. In fondo prima o poi passerà.
Anche questo pulsare dolorante è vita.
di Ramona 00:52:00
7 Commenti
11/12/2008
ACQUA FREDDA, GELATA. FORSE NEVE.
Piove. Acqua fredda, gelata, che non ha fatto in tempo a diventare neve.
Come era stato invece l’altro giorno, pensa la signora Pallina.
L’altro giorno sì che nevicava, anche a bassa quota. Anzi, a fondovalle. Altezza sopra il livello del mare, circa 300 metri. Eppure veniva giù da maledetti, come dicono qui gli indigeni.
La signora Pallina dovrebbe essere abituata alla neve. Quanti anni sono che la vede scendere, immutata e immutabile nelle sue più svariate forme?
Tanti anni.
In tutto questo tempo tuttavia qualcosa è cambiato, nel suo osservare la bianca discesa. Pallina è passata dallo stupore, alla gioia, all’ammirazione, alla riflessione. Ora prevale la tristezza e la preoccupazione.
La neve in sé è meravigliosa! Ha un che di sovrannaturale. C’è sempre un tale silenzio, quando nevica, che sembra di stare in un altro mondo. Si sente il respiro dello spirito, durante un’abbondante nevicata. La luce è diversa, ma il grigio brilla, perché riflette un bianco purissimo.
E la leggerezza con cui la neve si posa è perfino commovente. La neve che scende non è violenta come un rovescio di pioggia, o distruttiva come una grandinata improvvisa. È delicata, ogni singolo fiocco lo è.
Ma Pallina, dopo tutti questi anni, va oltre la delicatezza della nevicata. Perché i singoli fiocchi delicati, quando si uniscono diventano forti, compatti. E si posano uno sull’altro e creano muri spessi. Creano viscidume per le strade. Creano pericoli e disagi al moderno mondo della velocità.
Per affrontare nevicate come quelle di questi giorni ci vuole invece lentezza. Ci vuole gustare con calma il contatto col freddo, il rossore alle mani e al viso, gli allegri scivoloni e le palle di neve da gettarsi addosso.
Non si dovrebbe andare a lavorare ad ogni costo, rispettare le tabelle di marce, sentirsi tutta la fretta dell’universo sulle spalle. Così si rischia di non capire quanto è bella la neve.
Ma ora piove. Acqua fredda, gelata, imparentata solo lontanamente con i fiocchi di neve. Tuttavia Pallina sa che a pochi chilometri la situazione è diversa. A pochi chilometri davvero sembra il mondo incantato dei sogni. Tutto bianco. E tutto fermo. Lì sì non ci può essere la fretta e i doveri sono molto più elastici e comprensivi. E la lotta per non farsi seppellire dalla coltre bianca non è disperata, ma accettata, naturale, fa parte dell’ordine delle cose.
Pallina non ama molto l’inverno. Pallina è una creatura estiva, fatta di sole caldo e di vicinanza col mare.
Ma Pallina sa apprezzare i doni della natura.
Per questo qualche giorno fa ha chiesto al signor Pinco di portarla a vedere la neve. Quella vera. Quella incontaminata, non impiastricciata dalla civiltà.
E il signor Pinco, che sempre la comprende, l’ha accontentata.
E intanto che piove acqua fredda, gelata, Pallina rivede la meraviglia di qualche giorno prima.
Una giornata di festa, accompagnata da un cielo azzurro come non si vedeva da mesi. E il sole, anche se non proprio caldo, dà la sua gioiosa benedizione.
Pinco e Pallina raggiungono il passo. La neve, qui, sfiora il metro e mezzo. Quasi quanto la signora Pallina, poco meno. Muri impressionanti di bianco ai lati di una strada dagli spazi assai ristretti. In cima al passo sono poco più di 1600 metri. Non è un’altezza proibitiva. Non è l’Himalaya, insomma. Nemmeno la Marmolada. Eppure c’è una distesa di neve che agli occhi dei nostri appare immensa.
Il rifugio, abitato e funzionante, è quasi sepolto. Si accede alla porta attraverso un cunicolo scavato nel muro nevoso, sufficiente al passaggio di una persona per volta.
La costruzione in legno immersa nel bianco contribuisce all’impressione di un paesaggio da fiabe abitato da nanetti. Ma il bar funziona, e il signor Pinco ne approfitta per bere un caffè preventivo… prima cioè di affrontare la scarpinata sulla neve e prendere la giusta dose di freddo.
Intorno c’è qualcosa di magico. Ed è forte il contrasto tra le auto parcheggiate sulla strada e la silenziosa vastità immacolata appena oltre. Ci sono zone dove manca anche l’ombra di un passaggio di creature viventi. La neve è intatta nel suo primordiale candore.
È là che Pallina vuole andare.
Il signor Pinco la sconsiglia… si può sprofondare! E vabbè, mica andiamo in esplorazione nell’Artico, ribatte lei, stiamo qua vicino, che non siamo nemmeno attrezzati. Ovunque infatti gente più saggia e meglio equipaggiata si muove su sci o ciàspole e i bambini impazzano sullo slittino. I nostri hanno solo dei vecchi mammut ai piedi e abiti da città. Tipo turista dell’ultima ora.
Non importa, la signora Pallina vuole fare pace con i pensieri cupi sui guai da neve. Lei vuole camminarci, sulla neve, come Qualcuno più di 2000 anni fa camminò sull’acqua. Con le dovute rispettose differenze di ruolo, ovvio.
In alcuni tratti c’è come un sentiero battuto, dove si può camminare. Pinco è a suo agio, sembra un camoscio e si arrampica lungo il pendio senza fatica. Pallina, naturalmente, ci mette un po’ di più e s’indispettisce a restare indietro. E poi non vuole allontanarsi, che dopo bisogna anche tornare indietro…
Si ferma e si guarda intorno.
Il cielo più azzurro dell’inverno abbraccia un sole per nulla pallido, anche se un tantino infreddolito. E bianco, bianco, bianco!! Bianco anche sul verde degli alberi, così adeso da sembrare una seconda pelle. Colori da scaldare il cuore!
Era per questo spettacolo che la signora Pallina voleva venire in un posto così!
La passeggiata dura poco. Pallina tenta il… fuori pista, dove non c’è orma di animale o uomo. Vuole essere la prima a lasciare un segno, e si sente un po’come il primo uomo sulla luna che guarda stupito l’impronta del proprio piede. E il miracolo si compie: Pallina galleggia nel mar bianco! O meglio, non sprofonda proprio tanto, solo un po’. E si sente una piuma!
Chiama anche il signor Pinco a seguirla, ma lui è più scettico, più concreto, il suo sogno è legato alla terra, non è così etereo, e difatti sprofonda fino al ginocchio, pur seguendo le orme di Pallina, che invece continua a galleggiare. Bisogna crederci, per farlo.
Ah!!!! La neve entra fredda nel mammut! Basta, è ora di ripartire e cambiare calzature, non necessariamente in questo ordine. Ridendo, si torna sulla strada, mai così solida…
Va bene, Pallina è d’accordo. Ha fatto il pieno, per oggi. Ha placato la voglia di bellezza, è uscita dalla noia della routine, ha dimenticato la fretta. Ha camminato piano e sognato un po’. Ha respirato ossigeno e riempito gli occhi di bianco.
Si può tornare a casa.
Oggi piove. Acqua fredda, gelata, che nulla ha a che fare con la sua parente bianca, ma che sembra prepararle la strada. Pallina non può cancellare del tutto le preoccupazioni climatiche, domani sarà costretta a rimettersi in strada e a rituffarsi nella fretta.
Però un po’ dello splendore di un giorno di festa dipinto di bianco e azzurro, domani, l’aiuterà ad aspettare l’estate.
Come era stato invece l’altro giorno, pensa la signora Pallina.
L’altro giorno sì che nevicava, anche a bassa quota. Anzi, a fondovalle. Altezza sopra il livello del mare, circa 300 metri. Eppure veniva giù da maledetti, come dicono qui gli indigeni.
La signora Pallina dovrebbe essere abituata alla neve. Quanti anni sono che la vede scendere, immutata e immutabile nelle sue più svariate forme?
Tanti anni.
In tutto questo tempo tuttavia qualcosa è cambiato, nel suo osservare la bianca discesa. Pallina è passata dallo stupore, alla gioia, all’ammirazione, alla riflessione. Ora prevale la tristezza e la preoccupazione.
La neve in sé è meravigliosa! Ha un che di sovrannaturale. C’è sempre un tale silenzio, quando nevica, che sembra di stare in un altro mondo. Si sente il respiro dello spirito, durante un’abbondante nevicata. La luce è diversa, ma il grigio brilla, perché riflette un bianco purissimo.
E la leggerezza con cui la neve si posa è perfino commovente. La neve che scende non è violenta come un rovescio di pioggia, o distruttiva come una grandinata improvvisa. È delicata, ogni singolo fiocco lo è.
Ma Pallina, dopo tutti questi anni, va oltre la delicatezza della nevicata. Perché i singoli fiocchi delicati, quando si uniscono diventano forti, compatti. E si posano uno sull’altro e creano muri spessi. Creano viscidume per le strade. Creano pericoli e disagi al moderno mondo della velocità.
Per affrontare nevicate come quelle di questi giorni ci vuole invece lentezza. Ci vuole gustare con calma il contatto col freddo, il rossore alle mani e al viso, gli allegri scivoloni e le palle di neve da gettarsi addosso.
Non si dovrebbe andare a lavorare ad ogni costo, rispettare le tabelle di marce, sentirsi tutta la fretta dell’universo sulle spalle. Così si rischia di non capire quanto è bella la neve.
Ma ora piove. Acqua fredda, gelata, imparentata solo lontanamente con i fiocchi di neve. Tuttavia Pallina sa che a pochi chilometri la situazione è diversa. A pochi chilometri davvero sembra il mondo incantato dei sogni. Tutto bianco. E tutto fermo. Lì sì non ci può essere la fretta e i doveri sono molto più elastici e comprensivi. E la lotta per non farsi seppellire dalla coltre bianca non è disperata, ma accettata, naturale, fa parte dell’ordine delle cose.
Pallina non ama molto l’inverno. Pallina è una creatura estiva, fatta di sole caldo e di vicinanza col mare.
Ma Pallina sa apprezzare i doni della natura.
Per questo qualche giorno fa ha chiesto al signor Pinco di portarla a vedere la neve. Quella vera. Quella incontaminata, non impiastricciata dalla civiltà.
E il signor Pinco, che sempre la comprende, l’ha accontentata.
E intanto che piove acqua fredda, gelata, Pallina rivede la meraviglia di qualche giorno prima.
Una giornata di festa, accompagnata da un cielo azzurro come non si vedeva da mesi. E il sole, anche se non proprio caldo, dà la sua gioiosa benedizione.
Pinco e Pallina raggiungono il passo. La neve, qui, sfiora il metro e mezzo. Quasi quanto la signora Pallina, poco meno. Muri impressionanti di bianco ai lati di una strada dagli spazi assai ristretti. In cima al passo sono poco più di 1600 metri. Non è un’altezza proibitiva. Non è l’Himalaya, insomma. Nemmeno la Marmolada. Eppure c’è una distesa di neve che agli occhi dei nostri appare immensa.
Il rifugio, abitato e funzionante, è quasi sepolto. Si accede alla porta attraverso un cunicolo scavato nel muro nevoso, sufficiente al passaggio di una persona per volta.
La costruzione in legno immersa nel bianco contribuisce all’impressione di un paesaggio da fiabe abitato da nanetti. Ma il bar funziona, e il signor Pinco ne approfitta per bere un caffè preventivo… prima cioè di affrontare la scarpinata sulla neve e prendere la giusta dose di freddo.
Intorno c’è qualcosa di magico. Ed è forte il contrasto tra le auto parcheggiate sulla strada e la silenziosa vastità immacolata appena oltre. Ci sono zone dove manca anche l’ombra di un passaggio di creature viventi. La neve è intatta nel suo primordiale candore.
È là che Pallina vuole andare.
Il signor Pinco la sconsiglia… si può sprofondare! E vabbè, mica andiamo in esplorazione nell’Artico, ribatte lei, stiamo qua vicino, che non siamo nemmeno attrezzati. Ovunque infatti gente più saggia e meglio equipaggiata si muove su sci o ciàspole e i bambini impazzano sullo slittino. I nostri hanno solo dei vecchi mammut ai piedi e abiti da città. Tipo turista dell’ultima ora.
Non importa, la signora Pallina vuole fare pace con i pensieri cupi sui guai da neve. Lei vuole camminarci, sulla neve, come Qualcuno più di 2000 anni fa camminò sull’acqua. Con le dovute rispettose differenze di ruolo, ovvio.
In alcuni tratti c’è come un sentiero battuto, dove si può camminare. Pinco è a suo agio, sembra un camoscio e si arrampica lungo il pendio senza fatica. Pallina, naturalmente, ci mette un po’ di più e s’indispettisce a restare indietro. E poi non vuole allontanarsi, che dopo bisogna anche tornare indietro…
Si ferma e si guarda intorno.
Il cielo più azzurro dell’inverno abbraccia un sole per nulla pallido, anche se un tantino infreddolito. E bianco, bianco, bianco!! Bianco anche sul verde degli alberi, così adeso da sembrare una seconda pelle. Colori da scaldare il cuore!
Era per questo spettacolo che la signora Pallina voleva venire in un posto così!
La passeggiata dura poco. Pallina tenta il… fuori pista, dove non c’è orma di animale o uomo. Vuole essere la prima a lasciare un segno, e si sente un po’come il primo uomo sulla luna che guarda stupito l’impronta del proprio piede. E il miracolo si compie: Pallina galleggia nel mar bianco! O meglio, non sprofonda proprio tanto, solo un po’. E si sente una piuma!
Chiama anche il signor Pinco a seguirla, ma lui è più scettico, più concreto, il suo sogno è legato alla terra, non è così etereo, e difatti sprofonda fino al ginocchio, pur seguendo le orme di Pallina, che invece continua a galleggiare. Bisogna crederci, per farlo.
Ah!!!! La neve entra fredda nel mammut! Basta, è ora di ripartire e cambiare calzature, non necessariamente in questo ordine. Ridendo, si torna sulla strada, mai così solida…
Va bene, Pallina è d’accordo. Ha fatto il pieno, per oggi. Ha placato la voglia di bellezza, è uscita dalla noia della routine, ha dimenticato la fretta. Ha camminato piano e sognato un po’. Ha respirato ossigeno e riempito gli occhi di bianco.
Si può tornare a casa.
Oggi piove. Acqua fredda, gelata, che nulla ha a che fare con la sua parente bianca, ma che sembra prepararle la strada. Pallina non può cancellare del tutto le preoccupazioni climatiche, domani sarà costretta a rimettersi in strada e a rituffarsi nella fretta.
Però un po’ dello splendore di un giorno di festa dipinto di bianco e azzurro, domani, l’aiuterà ad aspettare l’estate.
di Ramona 21:38:00
4 Commenti
01/12/2008
UOMINI CON LE PANCE
Lì per lì credo di avere sbagliato ambulatorio: ci sono così tanti uomini!
Come mai? Fanno prevenzione?... e di che, se qui si visitano solo le donne, essendo un ambulatorio ginecologico?!
Oppure il mondo è cambiato, insieme al sesso delle persone, siamo tutti ermafroditi, o per essere moderni, transgender, insomma metà uomini e metà donne, e io non me ne sono ancora accorta?...
O forse hanno messo qui un ambulatorio andrologico per uomini di passaggio? Sai cara, visto che dovevi venire tu, ne approfitto anche io…
Da quanto tempo non metto piede in queste stanze?
Da tanto.
Questi non sono posti che amo. Mi ricordano un passato difficile e sofferente, torture fisiche e psicologiche e una condanna passata in giudicato, ormai definitiva perfino in cassazione.
Non entravo qui da tanto, tanto tempo. E non è che mi sia facilissimo farlo, ora.
Ma proprio in virtù del tempo che è passato sono entrata a testa alta e con le spalle dritte: c’è un inizio e una fine per ogni esperienza dolorosa, la mia è finita da un pezzo.
La mia assenza volontaria e prolungata da questi luoghi in questo momento mi porta a credere che nel frattempo il mondo sia stato rivoluzionato, tanto che nel regno delle donne ora si visitano anche gli uomini.
Poi però torno in me e capisco. Tutti questi uomini sono gli accompagnatori delle signore che attendono la visita. Mariti, fidanzati, compagni.
Tra le signore molti i pancioni evidenti. E gli uomini sono lì accanto, attenti e premurosi. Attendono il miracolo moderno: gustarsi il primo video con il proprio figlio come unico protagonista.
Come su youtube, ma ancora meglio.
Nessun filmatino in rete infatti potrà mai eguagliare in emozione la prima volta che vedi un cosino lungo due o tre centimetri, nascosto nel buio di una pancia, galleggiare come un pesce e farti ciao con la mano. Non c’è padre che non interpreti il movimento fluttuante di quell’appendice così minuscola ma perfetta (guarda, ha tutte e cinque le dita!!), come un segnale cosciente di riconoscimento. Il richiamo del DNA. Una parte di me è la dentro, in quella pancia, pensa. E ne è, a ragione, assolutamente orgoglioso ed emozionato.
Ecco perché mariti fidanzati e compagni sono felici di accompagnare le loro donne dal ginecologo. Non sarebbero altrettanti entusiasti di portarle al supermercato o fare shopping. Non è esattamente la stessa cosa tirare giù un pacco di pasta dallo scaffale o spingere il carrello nella ressa, e restare invece ammutoliti nella penombra di fronte al miracolo della vita che si perpetua in un piccolo replicante.
Le signore in attesa, qui, sono ragazze, ma ci sono anche donne meno giovani, a testimonianza che quando c’è amore non si ha paura di affrontare il futuro, se questo ha le sembianze di un bambino.
Vedo un uomo con la coda di cavallo ingrigita, forse un reduce degli anni della contestazione… alto, grande e grosso, ma così premuroso nei confronti della compagna! Non esita ad affrontare il freddo e la neve per andare a pagare il ticket alla cassa, lasciando al calduccio lei, per non rischiare che si ammali. Chi lo dice che l’uomo perde virilità se guadagna in gentilezza? Non è vero!
Questo gigante gentile, vecchio hippy mai realmente invecchiato, è tenerissimo.
I ragazzi più giovani sono un tantino disorientati. Si guardano intorno un po’ a disagio, fanno i conti per la prima volta con le conseguenze delle loro azioni. Fare l’amore è splendido, ma poi, quando questo frutta, c’è tutto il contorno a cui prima non si pensa. Ma anch’essi sono emozionati, devono solo abituarsi all’idea che nulla sarà più come prima nella loro vita di coppia. Che, a giudicare dall’età di qualcuno, forse non è neppure ancora cominciata.
Sto osservando le donne che aspettano il loro turno in ambulatorio, stasera: le gestanti appartengono alle nuove generazioni, anche se sono un po’ più in là con gli anni. Sono tutte magre e curate, attente a non ingrassare un etto più del dovuto. Non ondeggiano come barche alla deriva, non si abbuffano perché “devono mangiare per due”. Indossano pantaloni attillati e dentro gli stivali, sono truccate quanto basta e portano in giro il pancione con estrema disinvoltura.
Sono sicure di sé.
I loro uomini sono più in ansia e un po’ fifoni… le future mamme fanno già allenamento con un marito da rassicurare come un altro figlio.
Ci sono anche donne più anziane, che hanno già vissuto la maternità, oppure no, chissà, e nell’ambulatorio ci vengono per sconfiggere gli spettri di una malattia grave, o per imparare a convivere con ormoni diversi da quelli conosciuti e a volte devastanti. Accompagnate da uomini che forse non capiscono in pieno il loro problema, ma che non rinunciano a stare al loro fianco.
A ognuna la sua battaglia: per la vita presente, per quella nuova che deve arrivare, per la sopravvivenza ai mutamenti del corpo.
Negli occhi delle più anziane che guardano le pance delle altre c’è sempre il rimpianto, un po’ d’invidia e tanti ricordi. Ma non manca mai un sorriso di affetto autentico per il nascituro. E quando si fanno coraggio domandano: è maschio o femmina? E partecipano solidali all’ansia dei padri, sanno già che molti di loro assisteranno in diretta alla nascita del figlio, e qualcuno si sentirà male, sverrà, un po’ per l’emozione, un po’ per tutto quel sangue… I loro uomini, invece, che sono più vecchi, ai tempi non se lo sognavano neppure d’intromettersi in quelle “cose da donna”, e non per questo sono stati cattivi compagni o genitori. È che loro non ci tenevano a condividere la pancia, non sapevano esattamente cosa c’era dentro, nessuno glielo faceva vedere. Non era cosa che li riguardasse.
I nuovi padri invece partecipano alla gravidanza come se fossero loro a portare il pancione. D’accordo, magari in sala parto bisognerà soccorrerli. Ma ci sono, sono presenti. Sono in quella carezza che sperano giunga al piccolo attraverso la parete uterina, sono nel luccicare degli occhi di fronte alle surreali immagini in bianco e nero dell’ecografia, sono nelle dita intrecciate con le dita della compagna. E chissà, forse dopo spariranno, questi giovani padri, quando il contenuto del pancione si riverserà urlando nelle notti in bianco e nei pannolini sporchi, o forse no, non si può dire ora. Lasciamoli cullare le loro pance e i loro sogni, vedremo in seguito se saranno capaci di cullare anche il bimbo.
Io credo di sì.
Come mai? Fanno prevenzione?... e di che, se qui si visitano solo le donne, essendo un ambulatorio ginecologico?!
Oppure il mondo è cambiato, insieme al sesso delle persone, siamo tutti ermafroditi, o per essere moderni, transgender, insomma metà uomini e metà donne, e io non me ne sono ancora accorta?...
O forse hanno messo qui un ambulatorio andrologico per uomini di passaggio? Sai cara, visto che dovevi venire tu, ne approfitto anche io…
Da quanto tempo non metto piede in queste stanze?
Da tanto.
Questi non sono posti che amo. Mi ricordano un passato difficile e sofferente, torture fisiche e psicologiche e una condanna passata in giudicato, ormai definitiva perfino in cassazione.
Non entravo qui da tanto, tanto tempo. E non è che mi sia facilissimo farlo, ora.
Ma proprio in virtù del tempo che è passato sono entrata a testa alta e con le spalle dritte: c’è un inizio e una fine per ogni esperienza dolorosa, la mia è finita da un pezzo.
La mia assenza volontaria e prolungata da questi luoghi in questo momento mi porta a credere che nel frattempo il mondo sia stato rivoluzionato, tanto che nel regno delle donne ora si visitano anche gli uomini.
Poi però torno in me e capisco. Tutti questi uomini sono gli accompagnatori delle signore che attendono la visita. Mariti, fidanzati, compagni.
Tra le signore molti i pancioni evidenti. E gli uomini sono lì accanto, attenti e premurosi. Attendono il miracolo moderno: gustarsi il primo video con il proprio figlio come unico protagonista.
Come su youtube, ma ancora meglio.
Nessun filmatino in rete infatti potrà mai eguagliare in emozione la prima volta che vedi un cosino lungo due o tre centimetri, nascosto nel buio di una pancia, galleggiare come un pesce e farti ciao con la mano. Non c’è padre che non interpreti il movimento fluttuante di quell’appendice così minuscola ma perfetta (guarda, ha tutte e cinque le dita!!), come un segnale cosciente di riconoscimento. Il richiamo del DNA. Una parte di me è la dentro, in quella pancia, pensa. E ne è, a ragione, assolutamente orgoglioso ed emozionato.
Ecco perché mariti fidanzati e compagni sono felici di accompagnare le loro donne dal ginecologo. Non sarebbero altrettanti entusiasti di portarle al supermercato o fare shopping. Non è esattamente la stessa cosa tirare giù un pacco di pasta dallo scaffale o spingere il carrello nella ressa, e restare invece ammutoliti nella penombra di fronte al miracolo della vita che si perpetua in un piccolo replicante.
Le signore in attesa, qui, sono ragazze, ma ci sono anche donne meno giovani, a testimonianza che quando c’è amore non si ha paura di affrontare il futuro, se questo ha le sembianze di un bambino.
Vedo un uomo con la coda di cavallo ingrigita, forse un reduce degli anni della contestazione… alto, grande e grosso, ma così premuroso nei confronti della compagna! Non esita ad affrontare il freddo e la neve per andare a pagare il ticket alla cassa, lasciando al calduccio lei, per non rischiare che si ammali. Chi lo dice che l’uomo perde virilità se guadagna in gentilezza? Non è vero!
Questo gigante gentile, vecchio hippy mai realmente invecchiato, è tenerissimo.
I ragazzi più giovani sono un tantino disorientati. Si guardano intorno un po’ a disagio, fanno i conti per la prima volta con le conseguenze delle loro azioni. Fare l’amore è splendido, ma poi, quando questo frutta, c’è tutto il contorno a cui prima non si pensa. Ma anch’essi sono emozionati, devono solo abituarsi all’idea che nulla sarà più come prima nella loro vita di coppia. Che, a giudicare dall’età di qualcuno, forse non è neppure ancora cominciata.
Sto osservando le donne che aspettano il loro turno in ambulatorio, stasera: le gestanti appartengono alle nuove generazioni, anche se sono un po’ più in là con gli anni. Sono tutte magre e curate, attente a non ingrassare un etto più del dovuto. Non ondeggiano come barche alla deriva, non si abbuffano perché “devono mangiare per due”. Indossano pantaloni attillati e dentro gli stivali, sono truccate quanto basta e portano in giro il pancione con estrema disinvoltura.
Sono sicure di sé.
I loro uomini sono più in ansia e un po’ fifoni… le future mamme fanno già allenamento con un marito da rassicurare come un altro figlio.
Ci sono anche donne più anziane, che hanno già vissuto la maternità, oppure no, chissà, e nell’ambulatorio ci vengono per sconfiggere gli spettri di una malattia grave, o per imparare a convivere con ormoni diversi da quelli conosciuti e a volte devastanti. Accompagnate da uomini che forse non capiscono in pieno il loro problema, ma che non rinunciano a stare al loro fianco.
A ognuna la sua battaglia: per la vita presente, per quella nuova che deve arrivare, per la sopravvivenza ai mutamenti del corpo.
Negli occhi delle più anziane che guardano le pance delle altre c’è sempre il rimpianto, un po’ d’invidia e tanti ricordi. Ma non manca mai un sorriso di affetto autentico per il nascituro. E quando si fanno coraggio domandano: è maschio o femmina? E partecipano solidali all’ansia dei padri, sanno già che molti di loro assisteranno in diretta alla nascita del figlio, e qualcuno si sentirà male, sverrà, un po’ per l’emozione, un po’ per tutto quel sangue… I loro uomini, invece, che sono più vecchi, ai tempi non se lo sognavano neppure d’intromettersi in quelle “cose da donna”, e non per questo sono stati cattivi compagni o genitori. È che loro non ci tenevano a condividere la pancia, non sapevano esattamente cosa c’era dentro, nessuno glielo faceva vedere. Non era cosa che li riguardasse.
I nuovi padri invece partecipano alla gravidanza come se fossero loro a portare il pancione. D’accordo, magari in sala parto bisognerà soccorrerli. Ma ci sono, sono presenti. Sono in quella carezza che sperano giunga al piccolo attraverso la parete uterina, sono nel luccicare degli occhi di fronte alle surreali immagini in bianco e nero dell’ecografia, sono nelle dita intrecciate con le dita della compagna. E chissà, forse dopo spariranno, questi giovani padri, quando il contenuto del pancione si riverserà urlando nelle notti in bianco e nei pannolini sporchi, o forse no, non si può dire ora. Lasciamoli cullare le loro pance e i loro sogni, vedremo in seguito se saranno capaci di cullare anche il bimbo.
Io credo di sì.
di Ramona 16:39:00
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