20/11/2008

FINE DELL'INCUBO

Una grande camera da letto, quasi una camerata, letti affiancati. Ci siamo io, il mio lui, una persona che potrebbe essere sua madre e un altro distinto signore di una certa età.
Sguardi e sorrisi e ammiccamenti tra i due anziani, un timido tentativo di fare un’amicizia insperata in quella stagione della vita. Me ne accorgo, sono distesa a letto e al mio lui, che mi volta le spalle sul lettino accanto, sussurro divertita la cosa.

Si scatena l’inferno. Un giovane uomo irrompe furioso, contesta quello che ho visto, quello che ho detto, non è vero!, urla (pare che l’anziano sia suo padre).

Di colpo non c’è più nessuno, siamo io e il ragazzo. È biondo, circa 30 anni, forse meno, occhi nocciola sbarrati, viso d’angelo con i lineamenti stravolti dalla furia.
È un demonio, vuole farmi del male.
Balzo in piedi, me lo trovo vicino schiumante cattiveria, lo spingo e cerco di scappare. È una fuga in gabbia, non c’è scampo. So, sento, che mi vuole fare del male. Protende le mani ad artiglio contro di me, come nei migliori film dell’orrore. Sono terrorizzata, ma anche incazzata!! In qualche modo reagisco, di certo lo picchio, anche se non mi vedo mentre lo faccio. Ma il suo volto è una maschera di sangue, e so di essere stata io, per difendermi, a ridurlo così.

Ogni volta che lui tende le mani verso di me con l’intento di afferrarmi, lo vedo sempre più ferito e insanguinato. Sono io che lo concio così, ma non so come faccio. Continuiamo a inseguirci tra quattro mura chiuse che non hanno pareti, lui è sempre più malridotto e sempre più cattivo.
Mi dispiace vedere il suo bel viso ridotto a una poltiglia di carne e sangue, ma sono furiosa anch’io. Devo difendermi, sono stufa di subire angherie che non merito, sono stufa di scappare e di essere inseguita. È sempre lui, in volti e situazioni diversi, ma è lui, mi perseguita da anni.
Ora basta!!
Nei colpi che gli assesto, e che non vedo, sento la forza della rabbia repressa, la voglia di riscatto, la sete di libertà.
No caro mio, non mi fai più paura!

Trovo la porta d’ingresso, salgo correndo su per le scale. Mi rendo conto che in alto non c’è via d’uscita: è la terrazza della mia infanzia, piena di sole, ma da lì non posso volare via, non ho le ali. E lui sarà presto alle mie spalle, con la sua maschera di sangue e le unghie protese verso di me.
Torno giù, gli passo davanti mentre esce a sua volta dalla porta, sempre più affannato. Procedo nella discesa delle scale, faccio quasi 4 gradini per volta, con il cuore in gola, ma al tempo stesso ormai sicura di me.
Non mi prenderà.
Fuori, per strada, c’è il mio lui. E gli consegno virtualmente il mio persecutore, ormai sfinito, su cui resta ben poco da fare.

Ho vinto io.

Mi sveglio con la tachicardia, come sempre. Ma stavolta non resto paralizzata dalla paura, stavolta non è come le altre volte.

Il mio incubo ricorrente si è presentato molte volte nei miei anni verdi.
C’è sempre un uomo, ogni volta diverso, che mi rincorre per uccidermi, di solito con una lama in mano, ma non necessariamente. Talvolta scorre il sangue, non si capisce mai a chi appartiene. E io corro, corro, per non essere raggiunta, ma lui è sempre lì. E ride sguaiato, sa che mi prenderà. A volte chiudo una porta fra me e lui e lui l’attraversa con un coltello. Vuole me, vuole il mio sangue. E io riprendo a correre, o mi precipito giù per le scale.
Mi risvegliavo sudata e terrorizzata, incapace di muovere un dito per molto tempo, con il cuore nelle orecchie come deve averlo un coniglio in trappola. Quasi sempre temevo che il mostro fosse lì, nell’oscurità accanto a me e proprio come un coniglio attendevo inerme il colpo di grazia.

Da moltissimo tempo non avevo più questo incubo, lo avevo anche dimenticato. È tornato in quest’ultima versione, nel mio sonno solitamente leggero dopo il turno di notte.
Ma, come ho detto, c’è qualcosa di diverso rispetto al solito.
Questa volta ho due sensazioni precise mai avvertite prima.

Innanzi tutto ho la consapevolezza che lui, il cattivo, non mi ha neppure sfiorata. Né in questo incubo, né in quelli precedenti. Avevo la convinzione assoluta che mi avrebbe uccisa, ma in realtà, anche potendo farlo, lui non mi ha toccata. Mai. È un’illuminazione improvvisa, non ci avevo mai fatto caso, ero ciecamente convinta che se mi avesse presa mi avrebbe squartata in mille pezzi. Ero troppo terrorizzata, troppo intenta a fuggire e poi troppo paralizzata per pensare.

La seconda consapevolezza è quella della vittoria. L’ ho sconfitto! Era pesto e sanguinante e sono stata io a ridurlo così. Io che sono una non violenta nel DNA, io che solitamente subisco e fisicamente non sono in grado di fare del male a una mosca, ebbene, io ho quasi ammazzato il mio persecutore. E ogni colpo assestato, che pure non sono riuscita a vedere, conteneva tutta la mia rabbia, la disperazione, il bisogno di essere lasciata in pace!
Voglio solo vivere una vita tranquilla, in fondo, che male c’è, che ti ho fatto, perchè non me lo permetti, maledetto?!
 
Alla fine ho vinto io.

Il risveglio è stato meno traumatico del solito, perché ho avuto la percezione di essermi liberata di qualcosa o qualcuno di sgradevole, pesante, intollerabile.
La leggera tachicardia non era più accompagnata dal sudore o dal terrore, ma da un sorriso, dallo stiramento dei singoli muscoli, piacevolmente affaticati come se avessero realmente combattuto, e dal senso di benessere globale.

Ho vinto io.
Qualsiasi cosa sia stata il mio mostro (non sono tuttora in grado di identificarlo), ho vinto, l’ho lasciato pesto e sanguinante e sono molto più leggera, una piuma, una farfalla!
Certo, nel sogno ho continuato a scappare verso la salvezza, forse non sono ancora del tutto sicura di me, ma sono stata io, da sola, a salvarmi.

E ne sono fiera.

di Ramona 04:39:00 2 Commenti

09/11/2008

SENZA OROLOGIO


E se non ci fossero gli orologi a segnare il tempo?
E se non ci fosse la sveglia a fare di te un non vivente, uno che dorme in piedi mentre ogni fibra del suo corpo reclama il sonno del giusto?
E se non ci fossero le ore, le scadenze, i minuti rubati, i secondi perduti?

 

Mi alzo quando il mio naturale ciclo sonno-veglia ha deciso che ho dormito abbastanza. Non ho orologio, non ho la sveglia, non so che ora sia. So solo che mi sveglio fresca, riposata, piena di energia. Prima di alzarmi aspetto dunque che le palpebre perdano la pesantezza del piombo e siano disposte a sollevarsi e che i pensieri fluiscano di nuovo lucidi e saettanti. Aspetto che ogni cellula muscolare risponda all’appello stiracchiandosi, allungandosi ad un piacevolissimo e pigrissimo comando.
Solo a questo punto esco dal tepore delle coperte e mi alzo, in tutta tranquillità. Potrebbero essere le 5 del mattino, o le 10, non lo so e non m’interessa.

 


Faccio colazione perché ho fame, mangio con calma assaporando il cibo, poi esco per andare al lavoro. Non mi preoccupo di timbrare un cartellino a orario, non mi preoccupo dell’ora, non mi preoccupo che il mio posto rimanga sguarnito.
Il mondo è composto da persone diversissime fra loro per abitudini e preferenze. Ci sarà sempre chi di notte non riesce a dormire e preferisce tenersi occupato, o chi si sveglia all’alba, o chi è più attivo al pomeriggio perché di mattina proprio non ce la fa. Ognuno quindi per lavorare sceglie la fascia oraria a lui “fisicamente” più congeniale, cioè quella che il suo fisico gli consente di accettare volentieri, senza subire la violenza di un orario impossibile. Qualcun altro lavorerà il resto del giorno, o della notte. E così sono coperti anche i mestieri che richiedono una turnazione giorno-notte.

 

Si rimane al proprio posto di lavoro fino a che il corpo non avverte che è giunto il momento del riposo. Può essere dopo un’ora o dopo dieci, chi lo sa; l’allenamento all’attività lavorativa non è uguale per tutti. Il proprio turno finisce quando inizia la stanchezza, concetto molto individuale e non misurabile a ore. Lo stacanovista può lavorare indefesso dall’alba al tramonto, ma per me, ad esempio, due ore sono sufficienti…

 

Il bello di non avere orologi è che il lavoro viene svolto ugualmente, ma molta più gente rimane coinvolta e nessuno si lamenta di nulla, perché se non c’è fretta non c’è stress, e se non c’è stress non c’è fatica.
Siamo tutti molto più sorridenti.

 

Mangio quando lo stomaco reclama, non quando suona il mezzodì, o il vespro. Certo, qualcun altro potrebbe aver fame in un momento diverso, ma non c’è problema: non è maleducazione mangiare in orari diversi, semplicemente è rispetto delle esigenze fisiologiche dell’organismo, che di per sé non sa contare né minuti né secondi. Un orologio naturale senza lancette ne scandisce lo scorrere del tempo.

 

La regola è:
mangia quando hai fame, dormi quando hai sonno.

 

Ho un appuntamento, ma nemmeno per questo mi serve l’ora. Per orientarci prendiamo a riferimento il sole e la sua passeggiata quotidiana: ci vediamo, per dire, quando il disco infuocato diventa rosso e si nasconde dietro la montagna. O si tuffa nel mare. Se poi uno arriva prima, non si arrabbia se deve aspettare l’altro. Non c’è fretta, nessuno ha fretta, la pazienza è la regina naturale del nuovo mondo senza le ore.

 

Non ci sono orari di punta, visto che il recarsi al lavoro è scaglionato da ritmi personalizzati, di conseguenza il traffico è scorrevole in ogni momento. E ciò ovviamente comporta un più sereno spostamento anche nelle metropoli congestionate.
Non si conosce l’ansia di far presto, che è considerata un reperto arcaico. Si arriva quando si arriva. Punto.

 

Non esiste un’ora legale e una solare. E dunque non si riscontrano stagionali malesseri da disorientamento temporale. Lo scorrere del tempo è segnato solo dal pellegrinaggio solare, o meglio, dalla rotazione del pianeta intorno al proprio asse, che ci illude che sia il sole a muoversi con il suo carro di fuoco, come avviene da milioni di anni, da prima che qualcuno inventasse l’orologio.
E del resto il primo orologio dell’antichità è stato un palo nel terreno, la lancetta l’ombra che esso proiettava alla luce del sole. Ma colui a cui venne in mente, quella volta, di misurare il tempo sotto forma di ombra, non poteva certo immaginare che questo semplice gesto presto ci avrebbe fatto diventati schiavi.
E vennero le clessidre, a ingabbiare i minuti nello scivolare della sabbia. E poi le maledette lancette.
Pazzi, poveri pazzi.

 

Senza orologio il tempo non è più ristretto, non è più a spicchi, non è mai insufficiente. È possibile fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, in un equilibrio fisiologico così preciso che i famosi orologi svizzeri neppure si sognano.

 

Un mondo senza fretta.
Mi muovo al rallentatore come l’uomo sulla luna.
Mi guardo il polso, non ho orologio non so che ora sia. E non m’importa.
Sorrido.