30/09/2008
E COME ANDO' A PIEVE DI CENTO?
La partenza, come prevedibile, vede qualche intoppo. Dimentico a casa delle carte a mio parere indispensabili: le mappe satellitari, un numero di telefono in caso d’imprevisti, la lettera che conferma che sì, siamo proprio io e Sansone i vincitori, nel caso qualcuno, a partire da me, non ci volesse credere. Pochi chilometri dunque e già si fa dietrofront. Non senza condirlo con una sequela di brontolii degni di un temporale. Altro che temporale, la giornata si preannuncia bella, anche se il termometro segna solo 3 gradi, qui ci sarà il sole oggi, speriamo anche a Pieve di Cento… non ho nemmeno freddo, sono accaldata dalla trepidazione.
Strada facendo ripasso il look. Il vestito è ok. Per lo meno, lo era sul manichino quando l’ho visto in vetrina. In una notte non ci si trasforma da tap a top model, dunque, nei limiti delle mie possibilità, diciamo che va bene. È viola. Ricordo che il viola non porta fortuna negli spettacoli, è visto male dalla gente di teatro e televisione. Chissenefrega, a me piace. Le scarpe le cambio per strada, prima un paio poi l’altro. Tanto, non sarò esente dal mal di piedi, quello è già preventivato.
Ho sbagliato le calze: sono di una misura più grande e mi cadono!! Non è molto elegante tirarsele su durante una cerimonia, vero? Forse, con la musica adatta, lo scenario adatto, potrei tentare la parodia di uno streap tease al contrario.
Sogno i jeans e le scarpe da ginnastica… sarebbe stato così terribile, in fondo?
Dopo un viaggio tranquillo, affollato da vacanzieri autostradali che a tratti hanno fatto capricci ragionevolmente affrontabili, ecco la destinazione, senza neppure sbagliare strada. Un grande albergo a 4 stelle, con annesso un ristorante altrettanto pluristellato. Manca un’ora all’appuntamento.
Il grazioso e gentile maitre invita a passare il tempo dell’attesa visitando una liquidazione fallimentare di capi d’abbigliamento, proprio dietro il ristorante, e fornisce il suo biglietto da visita da utilizzare per ulteriori altri sconti. Cosa che si è verificata. La generosità di questa gente, la solarità e la comunicatività sono impagabili.
Cominciano ad arrivare persone. In gran parte dentro l’età della saggezza, diciamo così. Un distinto signore dai capelli bianchi, con una signorilità d’altri tempi mi si avvicina e mi chiede se sono lì per il concorso. Alla mia conferma si presenta, è uno degli organizzatori. Mi chiede il titolo del mio racconto, e quando sente nominare Sansone gli si illuminano gli occhi: dice che ha divertito tutti, è piaciuto molto.
Sorrido imbarazzata, ma contenta. Sansone è speciale, lo so.
Poi mi si avvicina un’altra signora dalla chioma imbiancata e mi fa le stesse domande: è la presidente del concorso, donna energica e svelta. Anche lei fa lo stesso commento del signore di prima: “Quanto ci ha fatto divertire il suo racconto! E difatti, guardi dov’è finito…”.
A Sanso’, ma che hai fatto, te sei vestito da pajaccio?...
Però capisco qual è il senso di queste dichiarazioni, e ne sono contenta.
Si comincia a mangiare. Stuzzichini meravigliosi, in buffet, e un aperitivo dichiaratamente analcolico color verde menta, ma facendo i conti con la confusione mentale che mi ha preso subito dopo, ho qualche dubbio sull’innocuità dello stesso.
Poi ci si siede a tavola e si comincia il pranzo, offerto dal Laboratorio Culturale a partecipanti e accompagnatori. Ci saranno una sessantina di persone. Rimango colpita ancora una volta dall’età avanzata della media. Molti i capelli bianchi, pochissimi quelli che possono essere definiti “ragazzi”.
Possibile che la letteratura sia esclusiva delle persone di una certa età?
Faccio mente locale. Io i capelli bianchi ancora non ce li ho.
Le portate si susseguono e sono deliziose.
Un antipasto a base di affettati, un primo a base di risotto con radicchio e speck e di tortelloni bicolori che non lasciano indifferenti.
Un simpatico signore di Faenza, cinquantenne verace e abbondante fa il bis di ogni portata. C’è da non crederci, i piatti sono gia ricolmi! E intanto conversa, con la sua parlata aperta e gioviale che mette allegria. Confida che è venuto ad accompagnare la suocera, che a 87 anni si è classificata quarta nella sezione poesia dialettale. Capperi! Il mio rispetto per la cosiddetta terza età, quasi quarta, cresce a dismisura. Come si fa ad arrivare così lucidi e pieni di voglia di fare ad un punto della vita che dovrebbe essere di arrivo, e invece è spesso una vera partenza per nuovi lidi?
La signora in questione la vedo conversare di poesia con un altro amabile signore dalla barba candida e gli occhi azzurri, anch’egli, scoprirò dopo, fra i premiati con una bella poesia.
Fra vini regionali, tra cui un sangiovese di tutto rispetto che mi ha convinta per ben due volte, facendomi dimenticare che sono astemia, si arriva al secondo: noce di vitello con patate arrosto e sformato di zucchine. Lo sformato non riscuote grande successo, ma la carne è ottima. L’amico buongustaio chiede il bis anche di questa, che gli arriva quando i camerieri hanno ormai ritirato tutti i piatti e le posate per fare spazio alla torta.
Ed eccola, la regina: una superba torta di frutta dalla bontà indescrivibile. Non ho potuto, no, non ho potuto resistere. Anche io, solidale con l’amico, ho fatto vergognosamente il bis. Tanto il vestito era largo, chi avrebbe visto, là sotto, la mia pancia soddisfatta da tanta lussuria?
Complimenti allo chef, tutto è stato superlativo.
È ora di andare verso il luogo della premiazione. Una passeggiata per il centro, il clima è mite, si sta benissimo.
Il teatro comunale si chiama così perché è… all’interno del municipio! Intestato ad Alice Zeppilli, è un’autentica bomboniera, conterrà al massimo 200 posti, e perfino noi concorrenti abbiamo avuto bisogno di una specie di prenotazione, per trovare posto. Naturalmente è pienissimo.
Comincia la cerimonia.
Prima i discorsi ufficiali, inevitabili.
Poi le premiazioni dei ragazzi di scuola media. Sono sei, incerti se essere emozionati o disinvolti. Vengono lette le loro poesie, riesco a commuovermi. Alcune sono splendide! Come ho già avuto modo di verificare di persona, i ragazzi sanno andare al cuore delle cose, ti inducono a pensare e ti mettono i brividi addosso.
Ed ecco il momento che in tanti aspettano: il premio alla carriera a Luciano Erba, grande poeta del Novecento italiano. Mi ero guardata intorno molte volte, cercando di individuarlo, ma sono restata spiazzata dalla persona che faticosamente saliva i gradini del palco. Un uomo anziano, con l’andatura e l’espressione di chi combatte una lotta quotidiana con la malattia. Una pena vederlo arrancare sugli scalini, seppure aiutato, una pena vederlo arrivare con fatica al tavolo in mezzo al proscenio, una pena quel cerotto con il cotone imbevuto di disinfettante che per me è spia di un prelievo o una flebo, o una terapia endovenosa, fatta da poco. Nessuna espressione sul suo volto, ma la mente eccelsa è lucida, lo si capisce dalle poche parole di ringraziamento che seguono le lodi sperticate alla sua opera da parte del relatore.
Confesso, io non seguo molto la poesia e non conosco tantissimi poeti. Non conoscevo neanche lui, ma riconosco il genio del maestro nelle sue poesie mano a mano che vengono lette. A dispetto del corpo fragile, la mente vive e sopravvive ad altezze inarrivabili.
Overdose di applausi. Se lo merita.
La cerimonia prosegue. Intermezzo musicale da parte di un cantautore bolognese che canta e suona ballate alla de Andrè. Gradevolissime, ma prolungano il brodo: quand’è che tocca a me?
Si premia la sezione haiku, la poesia dialettale, la sezione poesia in italiano. Di ogni premiato viene letta la poesia, se presente. Due attori, un uomo e una ragazza, creano il pathos, accompagnati dal languido suono di una chitarra.
Alcune poesie sono davvero belle. Perfino quelle in dialetto emiliano-romagnolo, riesco a capirle e ad apprezzarle. Ma la cerimonia è interminabile!
Ci sono momenti divertenti.
Viene comunicato il nome di un poeta, sesto classificato, che non ha voluto partecipare alla cerimonia perché secondo lui la sua poesia non è stata giudicata bene, e rifiutava il posto in classifica con grande polemica. Incontentabile.
C’è un istante molto intenso, quando si scopre che la poesia vincitrice è di un detenuto, che ovviamente non può essere presente fisicamente per ritirare il premio. In sua vece una delegata che legge una lettera scritta dal detenuto stesso. Rabbrividiamo. Quelle pagine fitte vogliono essere un richiamo sul mondo delle carceri, così crudeli, così inutilmente inumane. Il poeta detenuto non si addentra sui motivi che lo hanno spinto tra quelle mura, non li contesta e non protesta, chiede solo umanità, e spera che la sua poesia serva a far arrivare un messaggio di conoscenza a coloro che vivono “fuori”.
Grandi applausi, emozioni palpabili. La poesia è quella che fa la differenza, è quella cosa che rende uomini.
Sì, ma quand’è che tocca a me?
La stanchezza si fa sentire, la sala comincia a svuotarsi.
Ma come?? Non interessa a nessuno la premiazione per la narrativa?
Io intanto mi ripasso il racconto. Chi lo leggerà? Immagino si potrà darne lettura solo di un pezzo. Saranno gli attori? O toccherà a me? Oddio, dovrei leggere in romanesco!! Mi faranno domande? Cerco di immaginare quali e preparo le risposte. Di solito sono prevedibili, ma io sono capace di fare brutte figure anche recitando il paternostro. E poi ci sono quei quattro scalini da salire… come previsto mi fanno male i piedi e anche le gambe, dopo tante ore d’immobilità. Riuscirò ad inciampare?? Sicuro! Ci scommetto, sono grande come nessuno in queste cose. Mi cadranno le calze? Spero di no, spero che col buio che c’è in sala non se ne accorga nessuno.
Comincia a battermi il cuore. Un po’ più forte.
Forse ho bisogno di un pettine, devo essere in un disordine spaventoso…
Ecco la graduatoria della narrativa. Dal fondo. Viene subito specificato che il racconto primo classificato non verrà letto, perché gli altri anni la gente non apprezzava, arrivava esausta alla fine della cerimonia e perdeva interesse.
Delusione.
Ma come, il mio piccolo Sansone?...
Ecco il mio nome, subito, insieme a quello di Sansone.
Mi alzo, faccio tre passi e quattro scalini senza inciampare, sento sulla pelle gli occhi della gente rimasta. Saluto la giuria, si legge velocemente la motivazione, che mi appare molto stringata.
Saluti, complimenti, consegna dei premi e arrivederci. Vengo liquidata.
Giro sui tacchi e scendo i quattro scalini senza inciampare nemmeno stavolta. Ma la delusione c’è, come negarlo? Nessuna domanda, nessuna intervista, nessuna lettura, il tempo dedicato a Sansone è stato inferiore a quello dedicato agli altri racconti, la motivazione più breve delle altre.
Possibile che non si siano trovate un po’ più di parole per spiegare perché Sansone è piaciuto, perchè ha convinto, perché ha divertito? Ma dai!
Mi sorge un dubbio: non sarà mica stata colpa del vestito viola?...
La cerimonia finisce, dopo i ringraziamenti generali.
Ricevo i complimenti da una deliziosa ragazza romana, anche lei premiata e visibilmente felice. Un uomo, anch’egli ha ricevuto un premio, mi si avvicina emozionato. Mi dice che “doveva” assolutamente venire a salutarmi, perché provengo dai luoghi che hanno visto nascere suo nonno, e che ha frequentato da ragazzino, luoghi che gli sono cari e che ancora viene a visitare. Ecco, voleva solo dirmi questo. Mi verrebbe da baciarlo, perché la spontaneità e la gentilezza di persone come lui, alla fine, sono quelle che veramente contano nella vita.
Vado via nell’aria tiepida e ancora chiara della sera. Sono stanca, con i piedi doloranti, ma felice della dolcezza di un’umanità conosciuta in nome di un vecchio gatto immaginario… se non si è parlato troppo di lui, non importa: Sansone, ormai, vivrà per sempre.