14/09/2008

IL PITTORE E IL PESCE A PORDENONE, IO C'ERO

Io di arte moderna non ci capisco niente. Di arte in genere, non ci capisco. Quando a me piace una cosa, non so dire se mi piace perché è artistica, se ha un valore per questo, o no; mi piace e basta.
Insomma, ripeto, di arte non ne capisco.

 

Allora perché sobbarcarsi una settantina di chilometri in macchina, da qui a Pordenone, sotto il diluvio universale, sbagliando continuamente strada, incontrando incidenti e imbottigliamenti e un’esagerazione di semafori che hanno decretato un ritardo inesorabile, solo per andare a vedere l’inaugurazione della mostra di Carlo Dalcielo?

 

Per vari motivi.

 

Intanto, una mostra che si chiama IL PITTORE E IL PESCE merita di essere vista solo per il titolo. Cosa mai vorrà dire?! Che c’azzecca un pittore con un pesce?

 

Io lo so che c’azzecca, per questo ci sono andata.
Il pittore e il pesce è una poesia. Una poesia vera, intendo.
La mostra è una mostra, un’esposizione di opere, e con la poesia omonima ci azzecca proprio.
La mostra è la poesia stessa.

 

Una poesia e un po’ di quadri. Parole e immagini.

 

La poesia è l’ultima opera in versi, scritta prima della morte, del grande scrittore Raymond Carver. Un piccolo racconto, più che una poesia, così suggestivo che sembrava aspettasse solo di essere… illustrato.
Così è stato. Ben 55 artisti si sono riuniti sotto le ali di Carlo Dalcielo e hanno dato libero sfogo al proprio estro.
Dalcielo è un giovane artista nemmeno trentenne che… non esiste. Immaginario e concreto ha però firmato questo lavoro che ora sto andando a vedere.
Lo so che lui non esiste ma io lo voglio conoscere, ed è un buon motivo per andare alla mostra.

 

Che il tutto sia stato curato, seguito, ideato da un certo Giulio Mozzi, è un altro dei motivi che inducono a uscire di casa in ritardo, sotto la pioggia, a percorrere 70 chilometri sotto i lampi. Di sicuro non sarà una banalità.

 

Un altro buon motivo per andarci è che più vicino a casa questa mostra per ora non la fanno, perciò tanto vale imbarcarsi su tutti quei chilometri bagnati e sacramentati.

 

Partenza da casa: in ritardo, causa un visitatore inaspettato e un po’ importuno. Perdonato, è un tizio troppo simpatico.

 

La strada. È fatta per essere persa. Più la si perde, meno ci si annoia. Forse si litiga un po’ di più, ma solo per ravvivare l’atmosfera. Del resto è risaputo che quando ci tieni ad arrivare puntuale il destino ti fa sempre lo sgambetto perché ciò non avvenga. Si chiama allenamento ad affrontare gli imprevisti. Sottotitolo: impara ad organizzarti meglio.

 

Il tempo. Se non è da lupi, che gusto c’è? Guarda bene, Noè sta preparando l’arca. Pioggia lampi e fulmini. Una saetta nel cielo mi riporta a un verso che è un ulteriore richiamo verso l’esposizione. No, non è che lo sappia a memoria, però so che c’è, è nella poesia che è diventata visiva. Quando arriverò so che lo ritroverò, e allora leggerò una cosa così:

 

“[…] I lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
Come ricordi, come rivelazioni.”

Qui è tutto un fiorire di lampi e rivelazioni, dunque è la serata giusta per la mostra.
Il clima fa il climax.

 

Si arriva in città, dopo 2000 semafori rossi (le rotatorie sono futuro, qui non esistono). Qualche ulteriore giravolta e si cerca via Garibaldi. Trovata. Graziosissima via centrale di passeggio. Dove sono il pittore e il pesce? Lì, dove vedi un tappeto giallo di benvenuto fuori dalla porta. Il fiatone per la corsa, il timore di arrivare a messa finita e invece… varcare la soglia giusto quando Giulio Mozzi, organizzatore e curatore dell’evento insieme al suo complice, il pittore Bruno Lorini, si cala nel ruolo di cicerone illuminando con le sue spiegazioni una folla di attenti discepoli.
Giusto in tempo!
Ad averlo voluto cronometrare, a volerlo fare di proposito, il destino non sarebbe stato così magnanimo.

 

Giulio spiega e io ricordo i versi. Li ho visti, come mi aspettavo, campeggiano in una gigantografia all’inizio del percorso. Ma io li avevo già letti e un po’ di queste opere le avevo già guardate nel volume che le raccoglie, una guida per invogliare ancora di più ad andare a vedere dal vivo questo strano connubio tra versi e immagini.

 

Il percorso dal vivo non delude, è pure meglio del libro.
Non sai se guardare le opere leggendo i versi o leggere i versi guardando le opere, ma di certo le due cose sono inscindibili.
I versi raccontano una storia e le opere raccontano la stessa storia, illustrandone le parole.


 
In effetti il grande lavoro di Carlo Dalcielo, questo artista che non c’è, è stato quello di sviscerare la storia fotogramma per fotogramma, ricreandone una sceneggiatura. Tutti quegli artisti, reali o immaginari che siano, hanno risposto ad un preciso invito e hanno trasformato le parole in visione, nella massima libertà.
Non ci sono solo quadri, infatti. Ci sono fumetti, video, autoritratti, fotografie. C’è un’opera costituita da tanti pezzi di legno che ne conservano ancora il profumo. C’è un impermeabile (vero) appeso. C’è un bellissimo lampo realizzato con un tubo al neon su sfondo scuro punteggiato da stelle luminose, e anche il mini filmato di un vero lampo che squarcia la notte. Ci sono disegni sfumati in bianco e nero dal sapore di sogno e ci sono colori vivaci. C’è un cuore rosso in trasparenza attraverso un costato di carta che sembra un centrino.
Detto così può sembrare un’astrusità partorita da un artista schizzato. Ma provando ad accostare ad ogni visione sviscerata un verso preciso, il tutto acquista un senso suggestivo. E ogni opera, già di per sé comunque apprezzabile quanto a originalità, diventa un tassello prezioso nel percorso obbligato che la poesia ti induce a seguire.

 

Lo sapevo io che non poteva essere banale.
Lo sapevo che c’era un tocco di genio in chi che ha ideato la cosa.

 

Va bene, mi sono bagnata, ho fatto quasi 150 km tra andata e ritorno (di più se consideriamo la strada sbagliata) e sono arrivata in ritardo, però ho visto qualcosa di nuovo e affascinante. Mi sono fermata a riflettere su ogni quadro e ho “visto”, con un piccolo brivido, la parte di storia che raccontava.
E poi ho partecipato ad un rinfresco eccezionale con tante cose buone che mi hanno riportato ad argomenti assai più prosaici… perché l’arte sì nutre l’anima, ma un ottimo tramezzino o una tartina delicatissima, così come gli invitanti cestelli di frutta al caramello, possono nutrire in modo altrettanto artistico una parte di noi un po’ meno effimera.

 

Saluti e baci e complimenti, si ritorna a casa.
Contenti e satolli, corpo e mente assai soddisfatti e rilassati.
Valeva la pena.
Ho conosciuto un pittore che non c’è e ho visto il salto del pesce nella notte.

 

Un ricordo fotografico della cerimonia di inaugurazione: a guardare bene, ma proprio bene, io ero proprio lì, in prima fila…

 

Per chi invece non conosce né il pittore né il pesce, ecco la poesia per intero, con la grande tristezza iniziale trasformata in un ricco carico di immagini da non dimenticare.

 

 

IL PITTORE E IL PESCE
(di Raymond Carver)

Tutto il giorno aveva lavorato come un treno.
Dipingeva per dipingere, sul serio, le pennellate
una dietro l’altra come una macchina. Poi fece uno squillo
a casa. E questo fu quanto. Fine della storia,
aveva detto lei. Lui tremava come una foglia. E ricominciò
a fumare. Si sdraiò un po’ ma poi si rialzò,
subito. Come faceva a dormire se la sua compagna lo sbeffeggiava
dicendo che il tempo stava per finire? Andò in macchina
fino in città. Ma non per bere.
No, fece due passi. Passò accanto a una segheria
chiamata «La segheria». Odore di legname
appena tagliato, luci dappertutto, uomini che guidavano
furgoncini ed elevatori, che si davano un gran da fare.
Legname ammucchiato fino al soffitto del magazzino,
lo stridere e lo sferragliare del macchinario. Abbastanza
facile da ricordare, pensò lui. Continuò
a camminare, ora pioveva, una pioggia leggera che vuole
fare il possibile per non dare troppo fastidio
a nessuno e chiede in cambio solo
che non la si dimentichi. Il pittore
si tirò su il bavero e disse tra sé e sé
che non se ne sarebbe dimenticato. Arrivò davanti a un edificio illuminato
dove, in una stanza, c’erano degli uomini che giocavano
a carte attorno a un grande tavolo. Un tizio
con il berretto stava alla finestra e guardava
fuori tra la pioggia mentre fumava
la pipa. Anche quella era un’immagine che non
voleva dimenticare, ma poi
al pensiero seguente si strinse
nelle spalle. A che serviva?
Continuò a camminare finché arrivò al pontile
con i suoi piloni mezzi marci. La pioggia cadeva
più forte ora. Sibilava quando colpiva
l’acqua. I lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
come ricordi, come rivelazioni. Proprio
quando era sul punto di disperare,
un pesce saltò fuori dall’acqua
scura sotto il pontile e ricadde in acqua
e poi venne su di nuovo come una saetta
per ergersi sulla coda e scrollarsi tutto!
Il pittore poteva a stento credere
ai suoi occhi, alle sue orecchie! Aveva appena
avuto un segno – anche se la fede non c’entrava
niente. La bocca gli si spalancò
di colpo. Quando raggiunse casa
aveva smesso di fumare e raccolse
il pennello. Era pronto a ricominciare,
ma non sapeva se una sola
tela sarebbe bastata per contenere tutto. Non
importa. Avrebbe continuato
su un’altra tela, se necessario.
O tutto o niente. Lampi, acqua,
pesce, sigarette, carte, macchinari,
il cuore umano, quel vecchio porto.
Anche le labbra della donna contro
il ricevitore, anche quelle.
Le sue labbra arricciate.

 

 

 

di Ramona 20:01:00 5 Commenti