30/09/2008
E COME ANDO' A PIEVE DI CENTO?
La partenza, come prevedibile, vede qualche intoppo. Dimentico a casa delle carte a mio parere indispensabili: le mappe satellitari, un numero di telefono in caso d’imprevisti, la lettera che conferma che sì, siamo proprio io e Sansone i vincitori, nel caso qualcuno, a partire da me, non ci volesse credere. Pochi chilometri dunque e già si fa dietrofront. Non senza condirlo con una sequela di brontolii degni di un temporale. Altro che temporale, la giornata si preannuncia bella, anche se il termometro segna solo 3 gradi, qui ci sarà il sole oggi, speriamo anche a Pieve di Cento… non ho nemmeno freddo, sono accaldata dalla trepidazione.
Strada facendo ripasso il look. Il vestito è ok. Per lo meno, lo era sul manichino quando l’ho visto in vetrina. In una notte non ci si trasforma da tap a top model, dunque, nei limiti delle mie possibilità, diciamo che va bene. È viola. Ricordo che il viola non porta fortuna negli spettacoli, è visto male dalla gente di teatro e televisione. Chissenefrega, a me piace. Le scarpe le cambio per strada, prima un paio poi l’altro. Tanto, non sarò esente dal mal di piedi, quello è già preventivato.
Ho sbagliato le calze: sono di una misura più grande e mi cadono!! Non è molto elegante tirarsele su durante una cerimonia, vero? Forse, con la musica adatta, lo scenario adatto, potrei tentare la parodia di uno streap tease al contrario.
Sogno i jeans e le scarpe da ginnastica… sarebbe stato così terribile, in fondo?
Dopo un viaggio tranquillo, affollato da vacanzieri autostradali che a tratti hanno fatto capricci ragionevolmente affrontabili, ecco la destinazione, senza neppure sbagliare strada. Un grande albergo a 4 stelle, con annesso un ristorante altrettanto pluristellato. Manca un’ora all’appuntamento.
Il grazioso e gentile maitre invita a passare il tempo dell’attesa visitando una liquidazione fallimentare di capi d’abbigliamento, proprio dietro il ristorante, e fornisce il suo biglietto da visita da utilizzare per ulteriori altri sconti. Cosa che si è verificata. La generosità di questa gente, la solarità e la comunicatività sono impagabili.
Cominciano ad arrivare persone. In gran parte dentro l’età della saggezza, diciamo così. Un distinto signore dai capelli bianchi, con una signorilità d’altri tempi mi si avvicina e mi chiede se sono lì per il concorso. Alla mia conferma si presenta, è uno degli organizzatori. Mi chiede il titolo del mio racconto, e quando sente nominare Sansone gli si illuminano gli occhi: dice che ha divertito tutti, è piaciuto molto.
Sorrido imbarazzata, ma contenta. Sansone è speciale, lo so.
Poi mi si avvicina un’altra signora dalla chioma imbiancata e mi fa le stesse domande: è la presidente del concorso, donna energica e svelta. Anche lei fa lo stesso commento del signore di prima: “Quanto ci ha fatto divertire il suo racconto! E difatti, guardi dov’è finito…”.
A Sanso’, ma che hai fatto, te sei vestito da pajaccio?...
Però capisco qual è il senso di queste dichiarazioni, e ne sono contenta.
Si comincia a mangiare. Stuzzichini meravigliosi, in buffet, e un aperitivo dichiaratamente analcolico color verde menta, ma facendo i conti con la confusione mentale che mi ha preso subito dopo, ho qualche dubbio sull’innocuità dello stesso.
Poi ci si siede a tavola e si comincia il pranzo, offerto dal Laboratorio Culturale a partecipanti e accompagnatori. Ci saranno una sessantina di persone. Rimango colpita ancora una volta dall’età avanzata della media. Molti i capelli bianchi, pochissimi quelli che possono essere definiti “ragazzi”.
Possibile che la letteratura sia esclusiva delle persone di una certa età?
Faccio mente locale. Io i capelli bianchi ancora non ce li ho.
Le portate si susseguono e sono deliziose.
Un antipasto a base di affettati, un primo a base di risotto con radicchio e speck e di tortelloni bicolori che non lasciano indifferenti.
Un simpatico signore di Faenza, cinquantenne verace e abbondante fa il bis di ogni portata. C’è da non crederci, i piatti sono gia ricolmi! E intanto conversa, con la sua parlata aperta e gioviale che mette allegria. Confida che è venuto ad accompagnare la suocera, che a 87 anni si è classificata quarta nella sezione poesia dialettale. Capperi! Il mio rispetto per la cosiddetta terza età, quasi quarta, cresce a dismisura. Come si fa ad arrivare così lucidi e pieni di voglia di fare ad un punto della vita che dovrebbe essere di arrivo, e invece è spesso una vera partenza per nuovi lidi?
La signora in questione la vedo conversare di poesia con un altro amabile signore dalla barba candida e gli occhi azzurri, anch’egli, scoprirò dopo, fra i premiati con una bella poesia.
Fra vini regionali, tra cui un sangiovese di tutto rispetto che mi ha convinta per ben due volte, facendomi dimenticare che sono astemia, si arriva al secondo: noce di vitello con patate arrosto e sformato di zucchine. Lo sformato non riscuote grande successo, ma la carne è ottima. L’amico buongustaio chiede il bis anche di questa, che gli arriva quando i camerieri hanno ormai ritirato tutti i piatti e le posate per fare spazio alla torta.
Ed eccola, la regina: una superba torta di frutta dalla bontà indescrivibile. Non ho potuto, no, non ho potuto resistere. Anche io, solidale con l’amico, ho fatto vergognosamente il bis. Tanto il vestito era largo, chi avrebbe visto, là sotto, la mia pancia soddisfatta da tanta lussuria?
Complimenti allo chef, tutto è stato superlativo.
È ora di andare verso il luogo della premiazione. Una passeggiata per il centro, il clima è mite, si sta benissimo.
Il teatro comunale si chiama così perché è… all’interno del municipio! Intestato ad Alice Zeppilli, è un’autentica bomboniera, conterrà al massimo 200 posti, e perfino noi concorrenti abbiamo avuto bisogno di una specie di prenotazione, per trovare posto. Naturalmente è pienissimo.
Comincia la cerimonia.
Prima i discorsi ufficiali, inevitabili.
Poi le premiazioni dei ragazzi di scuola media. Sono sei, incerti se essere emozionati o disinvolti. Vengono lette le loro poesie, riesco a commuovermi. Alcune sono splendide! Come ho già avuto modo di verificare di persona, i ragazzi sanno andare al cuore delle cose, ti inducono a pensare e ti mettono i brividi addosso.
Ed ecco il momento che in tanti aspettano: il premio alla carriera a Luciano Erba, grande poeta del Novecento italiano. Mi ero guardata intorno molte volte, cercando di individuarlo, ma sono restata spiazzata dalla persona che faticosamente saliva i gradini del palco. Un uomo anziano, con l’andatura e l’espressione di chi combatte una lotta quotidiana con la malattia. Una pena vederlo arrancare sugli scalini, seppure aiutato, una pena vederlo arrivare con fatica al tavolo in mezzo al proscenio, una pena quel cerotto con il cotone imbevuto di disinfettante che per me è spia di un prelievo o una flebo, o una terapia endovenosa, fatta da poco. Nessuna espressione sul suo volto, ma la mente eccelsa è lucida, lo si capisce dalle poche parole di ringraziamento che seguono le lodi sperticate alla sua opera da parte del relatore.
Confesso, io non seguo molto la poesia e non conosco tantissimi poeti. Non conoscevo neanche lui, ma riconosco il genio del maestro nelle sue poesie mano a mano che vengono lette. A dispetto del corpo fragile, la mente vive e sopravvive ad altezze inarrivabili.
Overdose di applausi. Se lo merita.
La cerimonia prosegue. Intermezzo musicale da parte di un cantautore bolognese che canta e suona ballate alla de Andrè. Gradevolissime, ma prolungano il brodo: quand’è che tocca a me?
Si premia la sezione haiku, la poesia dialettale, la sezione poesia in italiano. Di ogni premiato viene letta la poesia, se presente. Due attori, un uomo e una ragazza, creano il pathos, accompagnati dal languido suono di una chitarra.
Alcune poesie sono davvero belle. Perfino quelle in dialetto emiliano-romagnolo, riesco a capirle e ad apprezzarle. Ma la cerimonia è interminabile!
Ci sono momenti divertenti.
Viene comunicato il nome di un poeta, sesto classificato, che non ha voluto partecipare alla cerimonia perché secondo lui la sua poesia non è stata giudicata bene, e rifiutava il posto in classifica con grande polemica. Incontentabile.
C’è un istante molto intenso, quando si scopre che la poesia vincitrice è di un detenuto, che ovviamente non può essere presente fisicamente per ritirare il premio. In sua vece una delegata che legge una lettera scritta dal detenuto stesso. Rabbrividiamo. Quelle pagine fitte vogliono essere un richiamo sul mondo delle carceri, così crudeli, così inutilmente inumane. Il poeta detenuto non si addentra sui motivi che lo hanno spinto tra quelle mura, non li contesta e non protesta, chiede solo umanità, e spera che la sua poesia serva a far arrivare un messaggio di conoscenza a coloro che vivono “fuori”.
Grandi applausi, emozioni palpabili. La poesia è quella che fa la differenza, è quella cosa che rende uomini.
Sì, ma quand’è che tocca a me?
La stanchezza si fa sentire, la sala comincia a svuotarsi.
Ma come?? Non interessa a nessuno la premiazione per la narrativa?
Io intanto mi ripasso il racconto. Chi lo leggerà? Immagino si potrà darne lettura solo di un pezzo. Saranno gli attori? O toccherà a me? Oddio, dovrei leggere in romanesco!! Mi faranno domande? Cerco di immaginare quali e preparo le risposte. Di solito sono prevedibili, ma io sono capace di fare brutte figure anche recitando il paternostro. E poi ci sono quei quattro scalini da salire… come previsto mi fanno male i piedi e anche le gambe, dopo tante ore d’immobilità. Riuscirò ad inciampare?? Sicuro! Ci scommetto, sono grande come nessuno in queste cose. Mi cadranno le calze? Spero di no, spero che col buio che c’è in sala non se ne accorga nessuno.
Comincia a battermi il cuore. Un po’ più forte.
Forse ho bisogno di un pettine, devo essere in un disordine spaventoso…
Ecco la graduatoria della narrativa. Dal fondo. Viene subito specificato che il racconto primo classificato non verrà letto, perché gli altri anni la gente non apprezzava, arrivava esausta alla fine della cerimonia e perdeva interesse.
Delusione.
Ma come, il mio piccolo Sansone?...
Ecco il mio nome, subito, insieme a quello di Sansone.
Mi alzo, faccio tre passi e quattro scalini senza inciampare, sento sulla pelle gli occhi della gente rimasta. Saluto la giuria, si legge velocemente la motivazione, che mi appare molto stringata.
Saluti, complimenti, consegna dei premi e arrivederci. Vengo liquidata.
Giro sui tacchi e scendo i quattro scalini senza inciampare nemmeno stavolta. Ma la delusione c’è, come negarlo? Nessuna domanda, nessuna intervista, nessuna lettura, il tempo dedicato a Sansone è stato inferiore a quello dedicato agli altri racconti, la motivazione più breve delle altre.
Possibile che non si siano trovate un po’ più di parole per spiegare perché Sansone è piaciuto, perchè ha convinto, perché ha divertito? Ma dai!
Mi sorge un dubbio: non sarà mica stata colpa del vestito viola?...
La cerimonia finisce, dopo i ringraziamenti generali.
Ricevo i complimenti da una deliziosa ragazza romana, anche lei premiata e visibilmente felice. Un uomo, anch’egli ha ricevuto un premio, mi si avvicina emozionato. Mi dice che “doveva” assolutamente venire a salutarmi, perché provengo dai luoghi che hanno visto nascere suo nonno, e che ha frequentato da ragazzino, luoghi che gli sono cari e che ancora viene a visitare. Ecco, voleva solo dirmi questo. Mi verrebbe da baciarlo, perché la spontaneità e la gentilezza di persone come lui, alla fine, sono quelle che veramente contano nella vita.
Vado via nell’aria tiepida e ancora chiara della sera. Sono stanca, con i piedi doloranti, ma felice della dolcezza di un’umanità conosciuta in nome di un vecchio gatto immaginario… se non si è parlato troppo di lui, non importa: Sansone, ormai, vivrà per sempre.
27/09/2008
NEWMAN UN MITO DA BACIARE

Lo so, prima o poi arriva. La Nera Signora non trascura nessuno, viene a trovarci, chi prima chi dopo, proprio tutti. Non è che sia cortese, il suo è un dovere e un puntiglio. Non può dimenticare nessuno. A volte sfrontata, sa essere pietosa e tempestiva, ma anche crudele. E non guarda in faccia a coloro che va a trovare. Non le importa che siano facoltosi o pezzenti, vecchi o giovani, uomini o donne, celebrità o poveri cristi.
Anche i divi ricevono la sua visita.
Oggi la Nera Signora aveva un appuntamento con il Mito.
Guarda caso, il Mito è anche uno dei miei grandi amori giovanili.
La Nera Signora ha chiuso gli occhi azzurri più famosi della storia del cinema, quelli di Paul Newman.
Paul era un mito già quando io avevo 11 anni, ma l’ho scoperto dopo. La prima cosa che ho scoperto di lui, invece, è stato il suo sorriso e la faccia da schiaffi. Un broncio che conquistava.
A 11 anni si pensa che le bambine siano solo bambine. Ma attenzione mamme: a 11 anni si può desiderare di baciare un attore di Hollywood… e non solo sognare, ma desiderarlo veramente! E si può cercare quel non so che, quel desiderio sconosciuto, in altre persone. Senza però trovarlo.
Perché, come sarebbe stato baciare quel broncio?
Cioè, avrei dovuto chiedermi come sarebbe stato baciare in generale, visto che ancora non conoscevo quella pratica misteriosa… ma non riuscivo a scindere l’atto dal soggetto in questione. Il Bacio assoluto era per me baciare Paul.
Non so, solo lui, e forse il suo collega più anziano (e più bruttarello) Humprey Bogart, riusciva a provocare un maremoto inspiegabile nelle mie emozioni ancora tutte da scoprire.
Con lui, insomma, stavo diventando grande.
In quel periodo erano di moda le grandi serie televisive dedicate agli attori celebri. Ogni lunedì sera, sul primo canale tv, c’era il film, e quando c’era la serie, ogni lunedì era il film di quel tale attore. La serie dedicata era a Newman era stata lunga. Non ricordo ora tutti i titoli, ma di certo c’era “Lassù qualcuno mi ama” e “La gatta sul tetto che scotta”, “La lunga estate calda”, “Intrigo a Stoccolma”. Dei classici che ancora adesso mettono emozione.
Io non andavo a dormire dopo Carosello. Io volevo vedere il film, in bianco e nero. Solo tempo dopo ho scoperto l’incredibile azzurro di quegli occhi. E ho cominciato a collezionare fotografie e ritagli di giornale, in un’epoca in cui non esisteva Internet, in cui un archivio dovevi creartelo in qualche modo, con le forbici, non incasellando file in una cartella o azionando il motore di ricerca con un click. E mi sembra così incredibile che i ragazzi di oggi non lo conoscano neppure!
Newman giovane era bellissimo.
Newman quarantenne era affascinante.
Newman settantenne era una forza.
Newman ottantenne era il mito.
La Nera Signora è venuta in visita da lui, oggi. Da tanto tempo aspettava questo momento.
E io lo sapevo che era malato, lo sapevo che aveva 83 anni, lo sapevo che nessuno è
immortale.
Però lui per me non morirà mai veramente.
Perché lui è per me il primo amore cinematografico, che, si sa, non si scorda mai.
27/09/2008
PREPARATIVI
Il vestito è pronto?
Penso di sì. A dire il vero non ho ancora deciso cosa indossare. Sarà il lampo dell’ultimo minuto a decidere e di certo non mi soddisferà. Perché è facile indossare uno straccio qualunque quando si è più o meno delle top model. Ma se invece di top si è tap, la cosa è già più complicata. Sarò ingrassata, l’abito mi tenderà sulla pancia, o sarò dimagrita e mi si affloscerà indosso?
Scarpe o stivali?
Bella domanda. In entrambi i casi avrò un tremendo mal di piedi. Perché, sempre in riferimento al quesito di prima, le tap, per diventare top, devono indossare un tacco minimo 10 cm, possibilmente affilato. E io ce l’ho un tacco così, in entrambi i casi, perché muoio di passione per le scarpe col tacco alto. Ma le mie estremità non condividono la stessa passione e protestano ogni volta. C’è qualcosa che non va nei miei piedi. Perché tutte le donne sanno scivolare con eleganza su tacchi a spillo, che indossano anche per fare la spesa, per far footing e marcialonga, e io invece soffro da matti quando, in quelle pochissime occasioni mondane che mi capitano, provo a essere almeno un pochino vamp?
I miei piedi grideranno vendetta. Scarpe o stivali, sofferenza uguale.
Messainpiega?
Non conosco questo termine. Sarebbe quella cosa che ti fanno ai capelli quando vai dal parrucchiere, per cui dopo ti vedi peggio di prima?
Non so che farmene. I miei capelli se li mettoinpiega oggi, domani saranno inguardabili e avrò speso tot euri per niente. Meglio incolti come sempre. Io sono così, e così domani mi conosceranno.
Ho messo in carica la videocamera.
Non ho idea di come funzioni. Non so se ho cassette libere. Per metterla in carica ho seguito le istruzioni con scrupolo. Ma oltre non credo di riuscire ad andare.
Però domani ho bisogno di una ripresa, mica ci ritorno in quel posto in cui andrò, non mi concederanno un replay!!
Mi affido ad un operatore volenteroso, sono nelle sue mani.
Ho messo in carica le pile ricaricabili per la digitale.
Eh, sì, mica bastano le riprese. Voglio anche qualche foto. Sai, per sfogliare l’album dei ricordi, fra qualche anno. È più comodo un album, che ricominciare a studiare le istruzioni della fotocamera. Il mio fotografo ufficiale è un po’ distratto e spesso combina guai. Ti prego, almeno una foto falla bene! Quand’è che mi capita più un evento come questo?
Ho messo in carica il cellulare.
Non si può, no, proprio non si può, mettersi in viaggio col cellulare scarico.
E poi, ricevere magari un messaggio in quel momento, non può che far piacere. I momenti di gioia vanno condivisi ancor più che quelli tristi. Sarò felice di avere un contatto col mio mondo mentre me ne starò beata e un po’ sorpresa sotto i riflettori, come un topo nel formaggio.
Ho stampato la mappa stradale. Anche quella satellitare.
E l’itinerario Michelin consigliato. Il tutto mi ha dissanguato la cartuccia a colori, che almeno ne valga la pena! È facile perdersi, non sarebbe la prima volta che capita. E io devo arrivare puntuale. Mi aspettano.
Sono pronta?
Bè, non posso completare il restauro stasera e poi andare a dormire, quello devo farlo domani. Mannaggia, spero di non fare tardi solo per cercare di rendermi un po’ più presentabile. Dovrò mascherare le occhiaie che questa notte che s’appressa mi lascerà in volto, perché già lo so che starò là a contare un gregge infinito di pecore senza riuscire a dormire.
E domani devo ricordarmi di non bere, nemmeno acqua, o il viaggio sarà costellato di tappe nei bagni degli autogrill. Per non parlare poi dell’eventualità che mi scappi la pipì durante la cerimonia. Orrore!
No, domani non si beve. I cammelli resistono mesi senza acqua. Attingerò anche io alle mie riserve e dimenticherò di riempire quel sacchetto che si chiama vescica, e che si fa sentire sempre al momento sbagliato. Domani sarò un cammello.
Ci sarà traffico per strada?
Ci saranno incidenti? Andrà tutto liscio?
Il terrorismo autostradale contribuisce ad crescere le mie ansie. Io adoro viaggiare, andrei in giro per il mondo senza escludere nessun Paese, nessuna terra straniera. Ma vorrei farlo con il teletrasporto. Il viaggio in sé mi preoccupa. No, che dico. Mi terrorizza.
Automobilisti della domenica, fate i bravi, domani. Non suicidatevi e non vi curate di me che vado dritto per la mia strada.
Mi aspettano. È un’occasione importante.
Non capita tutti i giorni di ritirare un premio di grande interesse come questo.
Sì, mi è successo altre volte, dovrei essere rodata. Ma non è così. Nemmeno alle cose belle ci si fa l’abitudine.
Domani, dunque. Pieve di Cento, arrivo.
14/09/2008
IL PITTORE E IL PESCE A PORDENONE, IO C'ERO
Io di arte moderna non ci capisco niente. Di arte in genere, non ci capisco. Quando a me piace una cosa, non so dire se mi piace perché è artistica, se ha un valore per questo, o no; mi piace e basta.
Insomma, ripeto, di arte non ne capisco.
Allora perché sobbarcarsi una settantina di chilometri in macchina, da qui a Pordenone, sotto il diluvio universale, sbagliando continuamente strada, incontrando incidenti e imbottigliamenti e un’esagerazione di semafori che hanno decretato un ritardo inesorabile, solo per andare a vedere l’inaugurazione della mostra di Carlo Dalcielo?
Per vari motivi.
Intanto, una mostra che si chiama IL PITTORE E IL PESCE merita di essere vista solo per il titolo. Cosa mai vorrà dire?! Che c’azzecca un pittore con un pesce?
Io lo so che c’azzecca, per questo ci sono andata.
Il pittore e il pesce è una poesia. Una poesia vera, intendo.
La mostra è una mostra, un’esposizione di opere, e con la poesia omonima ci azzecca proprio.
La mostra è la poesia stessa.
Una poesia e un po’ di quadri. Parole e immagini.
La poesia è l’ultima opera in versi, scritta prima della morte, del grande scrittore Raymond Carver. Un piccolo racconto, più che una poesia, così suggestivo che sembrava aspettasse solo di essere… illustrato.
Così è stato. Ben 55 artisti si sono riuniti sotto le ali di Carlo Dalcielo e hanno dato libero sfogo al proprio estro.
Dalcielo è un giovane artista nemmeno trentenne che… non esiste. Immaginario e concreto ha però firmato questo lavoro che ora sto andando a vedere.
Lo so che lui non esiste ma io lo voglio conoscere, ed è un buon motivo per andare alla mostra.
Che il tutto sia stato curato, seguito, ideato da un certo Giulio Mozzi, è un altro dei motivi che inducono a uscire di casa in ritardo, sotto la pioggia, a percorrere 70 chilometri sotto i lampi. Di sicuro non sarà una banalità.
Un altro buon motivo per andarci è che più vicino a casa questa mostra per ora non la fanno, perciò tanto vale imbarcarsi su tutti quei chilometri bagnati e sacramentati.
Partenza da casa: in ritardo, causa un visitatore inaspettato e un po’ importuno. Perdonato, è un tizio troppo simpatico.
La strada. È fatta per essere persa. Più la si perde, meno ci si annoia. Forse si litiga un po’ di più, ma solo per ravvivare l’atmosfera. Del resto è risaputo che quando ci tieni ad arrivare puntuale il destino ti fa sempre lo sgambetto perché ciò non avvenga. Si chiama allenamento ad affrontare gli imprevisti. Sottotitolo: impara ad organizzarti meglio.
Il tempo. Se non è da lupi, che gusto c’è? Guarda bene, Noè sta preparando l’arca. Pioggia lampi e fulmini. Una saetta nel cielo mi riporta a un verso che è un ulteriore richiamo verso l’esposizione. No, non è che lo sappia a memoria, però so che c’è, è nella poesia che è diventata visiva. Quando arriverò so che lo ritroverò, e allora leggerò una cosa così:
“[…] I lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
Come ricordi, come rivelazioni.”
Qui è tutto un fiorire di lampi e rivelazioni, dunque è la serata giusta per la mostra.
Il clima fa il climax.
Si arriva in città, dopo 2000 semafori rossi (le rotatorie sono futuro, qui non esistono). Qualche ulteriore giravolta e si cerca via Garibaldi. Trovata. Graziosissima via centrale di passeggio. Dove sono il pittore e il pesce? Lì, dove vedi un tappeto giallo di benvenuto fuori dalla porta. Il fiatone per la corsa, il timore di arrivare a messa finita e invece… varcare la soglia giusto quando Giulio Mozzi, organizzatore e curatore dell’evento insieme al suo complice, il pittore Bruno Lorini, si cala nel ruolo di cicerone illuminando con le sue spiegazioni una folla di attenti discepoli.
Giusto in tempo!
Ad averlo voluto cronometrare, a volerlo fare di proposito, il destino non sarebbe stato così magnanimo.
Giulio spiega e io ricordo i versi. Li ho visti, come mi aspettavo, campeggiano in una gigantografia all’inizio del percorso. Ma io li avevo già letti e un po’ di queste opere le avevo già guardate nel volume che le raccoglie, una guida per invogliare ancora di più ad andare a vedere dal vivo questo strano connubio tra versi e immagini.
Il percorso dal vivo non delude, è pure meglio del libro.
Non sai se guardare le opere leggendo i versi o leggere i versi guardando le opere, ma di certo le due cose sono inscindibili.
I versi raccontano una storia e le opere raccontano la stessa storia, illustrandone le parole.
In effetti il grande lavoro di Carlo Dalcielo, questo artista che non c’è, è stato quello di sviscerare la storia fotogramma per fotogramma, ricreandone una sceneggiatura. Tutti quegli artisti, reali o immaginari che siano, hanno risposto ad un preciso invito e hanno trasformato le parole in visione, nella massima libertà.
Non ci sono solo quadri, infatti. Ci sono fumetti, video, autoritratti, fotografie. C’è un’opera costituita da tanti pezzi di legno che ne conservano ancora il profumo. C’è un impermeabile (vero) appeso. C’è un bellissimo lampo realizzato con un tubo al neon su sfondo scuro punteggiato da stelle luminose, e anche il mini filmato di un vero lampo che squarcia la notte. Ci sono disegni sfumati in bianco e nero dal sapore di sogno e ci sono colori vivaci. C’è un cuore rosso in trasparenza attraverso un costato di carta che sembra un centrino.
Detto così può sembrare un’astrusità partorita da un artista schizzato. Ma provando ad accostare ad ogni visione sviscerata un verso preciso, il tutto acquista un senso suggestivo. E ogni opera, già di per sé comunque apprezzabile quanto a originalità, diventa un tassello prezioso nel percorso obbligato che la poesia ti induce a seguire.
Lo sapevo io che non poteva essere banale.
Lo sapevo che c’era un tocco di genio in chi che ha ideato la cosa.
Va bene, mi sono bagnata, ho fatto quasi 150 km tra andata e ritorno (di più se consideriamo la strada sbagliata) e sono arrivata in ritardo, però ho visto qualcosa di nuovo e affascinante. Mi sono fermata a riflettere su ogni quadro e ho “visto”, con un piccolo brivido, la parte di storia che raccontava.
E poi ho partecipato ad un rinfresco eccezionale con tante cose buone che mi hanno riportato ad argomenti assai più prosaici… perché l’arte sì nutre l’anima, ma un ottimo tramezzino o una tartina delicatissima, così come gli invitanti cestelli di frutta al caramello, possono nutrire in modo altrettanto artistico una parte di noi un po’ meno effimera.
Saluti e baci e complimenti, si ritorna a casa.
Contenti e satolli, corpo e mente assai soddisfatti e rilassati.
Valeva la pena.
Ho conosciuto un pittore che non c’è e ho visto il salto del pesce nella notte.
Un ricordo fotografico della cerimonia di inaugurazione: a guardare bene, ma proprio bene, io ero proprio lì, in prima fila…
Per chi invece non conosce né il pittore né il pesce, ecco la poesia per intero, con la grande tristezza iniziale trasformata in un ricco carico di immagini da non dimenticare.
IL PITTORE E IL PESCE
(di Raymond Carver)
Tutto il giorno aveva lavorato come un treno.
Dipingeva per dipingere, sul serio, le pennellate
una dietro l’altra come una macchina. Poi fece uno squillo
a casa. E questo fu quanto. Fine della storia,
aveva detto lei. Lui tremava come una foglia. E ricominciò
a fumare. Si sdraiò un po’ ma poi si rialzò,
subito. Come faceva a dormire se la sua compagna lo sbeffeggiava
dicendo che il tempo stava per finire? Andò in macchina
fino in città. Ma non per bere.
No, fece due passi. Passò accanto a una segheria
chiamata «La segheria». Odore di legname
appena tagliato, luci dappertutto, uomini che guidavano
furgoncini ed elevatori, che si davano un gran da fare.
Legname ammucchiato fino al soffitto del magazzino,
lo stridere e lo sferragliare del macchinario. Abbastanza
facile da ricordare, pensò lui. Continuò
a camminare, ora pioveva, una pioggia leggera che vuole
fare il possibile per non dare troppo fastidio
a nessuno e chiede in cambio solo
che non la si dimentichi. Il pittore
si tirò su il bavero e disse tra sé e sé
che non se ne sarebbe dimenticato. Arrivò davanti a un edificio illuminato
dove, in una stanza, c’erano degli uomini che giocavano
a carte attorno a un grande tavolo. Un tizio
con il berretto stava alla finestra e guardava
fuori tra la pioggia mentre fumava
la pipa. Anche quella era un’immagine che non
voleva dimenticare, ma poi
al pensiero seguente si strinse
nelle spalle. A che serviva?
Continuò a camminare finché arrivò al pontile
con i suoi piloni mezzi marci. La pioggia cadeva
più forte ora. Sibilava quando colpiva
l’acqua. I lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
come ricordi, come rivelazioni. Proprio
quando era sul punto di disperare,
un pesce saltò fuori dall’acqua
scura sotto il pontile e ricadde in acqua
e poi venne su di nuovo come una saetta
per ergersi sulla coda e scrollarsi tutto!
Il pittore poteva a stento credere
ai suoi occhi, alle sue orecchie! Aveva appena
avuto un segno – anche se la fede non c’entrava
niente. La bocca gli si spalancò
di colpo. Quando raggiunse casa
aveva smesso di fumare e raccolse
il pennello. Era pronto a ricominciare,
ma non sapeva se una sola
tela sarebbe bastata per contenere tutto. Non
importa. Avrebbe continuato
su un’altra tela, se necessario.
O tutto o niente. Lampi, acqua,
pesce, sigarette, carte, macchinari,
il cuore umano, quel vecchio porto.
Anche le labbra della donna contro
il ricevitore, anche quelle.
Le sue labbra arricciate.
11/09/2008
SANSONE E' ONLINE!
Non posso più dire che forse mi sbaglio, che ho capito male, che me lo sono sognato.
Non posso più dirlo, perché ora è nero su bianco. Cioè, lo era anche prima, ora è forse un po’ più effimero, ma molto più accessibile al mondo intero: è online! E quando qualcosa è nel web acquista uno straordinario potere di accessibilità, gratuità, perfino di credibilità, e di certo ha pure la grandiosa caratteristica dell’universalità, tutte doti che una semplice lettera privata non può avere.
Io la lettera privata ce l’ho già da due mesi. È ancora lì, aperta davanti al computer.
Mi si comunicava l’esito del concorso letterario “Le quattro porte”, indetto dal Laboratorio di ricerca culturale di Pieve di Cento. Avevo partecipato senza speranze particolari e senza neppure più ricordarmene. Troppi casini in quel periodo, la testa altrove, il corpo pesante di fatica. Buio intorno, dolore e impotenza. Come diavolo avevo fatto a trovare il tempo per spedire? Non ne ho ricordo.
Ma questa lettera nero su bianco un giorno è arrivata per comunicarmi l’esito del concorso dimenticato:
“la S.V. si è classificata al 1° posto…”
Per due mesi ho continuato a credere a un errore.
Ho letto e riletto quella lettera, cercando la conferma al mio sospetto, pensando che forse la giuria si era sbagliata, o che forse una segretaria aveva trascritto male la graduatoria, e aspettavo una chiamata o un’altra missiva a supporto delle mie convinzioni.
Forse, chissà, sotto sotto aspettavo invece una conferma definitiva alla realtà rivelata, una rassicurazione, un segnale che era tutto vero e non un sogno.
Ed eccola, la conferma!!
La messa online a disposizione del mondo intero, la graduatoria definitiva del concorso. Sono proprio io quella in cima alla classifica. Nessuno sbaglio. Ora che il tutto corre sull’onda globale, ha un che di così ufficiale da fare paura. Internet rende sacro e popolare qualsiasi cosa, perfino le bufale, figuriamoci una cosa seria come questa.
Scorro le graduatorie, il mouse scivola veloce e s’inceppa sul mio nome.
Eccomi, ci sono.
Proprio in cima alla lista.
Torno indietro.
Lettera ai vincitori.
Numeri, numeri, numeri da capogiro, numeri che mi è difficile rendere concreti, immaginarli, concepirli come quantità tangibile.
Partecipanti totali: 1244.
Cavolo.
Per la narrativa 452.
Cavolo.
Io prima su tutti questi 452.
Oh cavolo!!!!!
Io e Sansone.
Perché si capisce che il merito non è mio, o solo mio. Il merito di questa vittoria è soprattutto di Sansone, micio burino dal gran cuore, spavaldo e vecchio come Roma, così orgoglioso della sua condizione di senza tetto da unirsi a un barbone perché lo sente uguale a lui.
Sansone anima stessa della città eterna.
Sansone gatto senza coda, attento osservatore delle debolezze umane e feline.
Sansone è il concentrato dei gatti che ho conosciuto, e somiglia molto, per carattere, al mio vecchio Tobia. Però Tobia ce l’ha la coda, anche se ora è così tanto spelacchiata. Mi sarebbe piaciuto che Tobia invecchiasse come Sansone.
Ma Sansone non è Tobia, lui può essere solo Sansone. È uscito dalla mia penna, o dalla mia tastiera, ma forse già esisteva da prima, da qualche parte.
È grazie a lui, solo a lui, al suo accento burino e felino, al suo cuore generoso e temerario e un tantino strafottente, che io ora vedo il mio nome in vetta alla montagna dei finalisti.
Sansone lo sa che lui è il re, e con regale indifferenza non si cura di ciò che gli è dovuto.
Aveva già conquistato le pagine dell’estate romana, anche se non quelle della gloria. E senza colpo ferire, senza nulla fare oltre che esistere, ora ha conquistato il web e si concede a chiunque, in un modo suo.
Se volete conoscerlo dunque, non resta che andare a trovarlo qui.
Ma non aspettatevi le fusa, da lui. Sansone è uno che vi gira intorno e vi fiuta e difficilmente si lascia accarezzare. Ma se siete sinceri, se avete una tristezza nel cuore, se non avete affetti, lui è capace di riempire il vostro vuoto con un semplice miao sotto le stelle di Roma
A me per esempio ha regalato questa gioia immensa, vederlo, vivo, sulle pagine di un libro e su quelle virtuali della rete. Mi ha regalato una possibilità e perfino un gruzzoletto.
Di certo regalerà qualcosa anche a voi, se lo saprete prendere per il verso giusto: ricordatevi, mai contropelo.
Sansone è vivo e vero, con la sua coda che non c’è modello perfetto di OGM quale si vanta di essere.
Eppure una cosa ancora non so di lui.
Non so di che colore ha il mantello.
E questo mi manca.
05/09/2008
MA LA VITA E' ADESSO...
Ho deciso di uscire di casa. Quale casa, di tutte quelle che ho abitato? Sembra quella dell’infanzia. Sì, è quella. Scendo le scale brutte e sempre sporche e buie, dove da piccola giocavo sedendomi sullo scalino in cima e scendendo tutti i gradini così, da seduta, in una sorta di scivolo povero e fai da te. Non ho mai saputo come sia riuscita a non rompermi mai l’osso sacro e non avere conseguenze da grande. Si vede che le ossa dei bambini sono elastiche. Si vede che tutto quel latte bevuto a colazione come a cena, rinforzava i depositi di calcio di cui le ossa sono composte.
Esco sul vicolo.
Mi ritrovo in piazza.
La piazza è un concentrato di tutte le piazze incontrate. Non è una sola definita, c’è un po’ di una e un po’ dell’altra: portici, fontane, locali, traffico. Persone, tante persone.
Faccio degli incontri.
Un’ amica, per prima. Non è proprio un’amica, non mi ha mai convinto, non la sento sincera e detesto la sua insicurezza e il modo che ha di spettegolare su chiunque. Se vuoi conoscere l’ultimo gossip su qualsiasi tuo conoscente, chiedi a lei. Stai sicuro che anche lei conosce il tuo conoscente ed è aggiornata sugli avvenimenti che lo riguardano. Questa cosa non mi piace. Ma mi fermo ugualmente perchè lei mi sorride e a me piace la gente che sorride. E poi lei ha begli occhi e un bel sorriso. Insieme a lei un’ombra, qualcuno che non so chi sia.
Poi a noi si accosta C., un amico di un po’ di tempo fa. Non moltissimo tempo fa, ma sembra un secolo. Uno di quegli amici che perdi di vista e di udito, dato che non li vedi e non li senti. Lo sai che non succede per colpa tua, o almeno lo speri, ma insomma, succede e il tempo passa e quasi dimentichi di avere avuto un amico. O se ti viene in mente, provi quella dolce nostalgia di un bel tempo che fu. Perché nel ricordo rimane solo il bello di ciò che è stato.
Parliamo. C. parla molto, col suo tono strascicato e un po’ felino. La mia amica ride molto e forse a sproposito. L’ombra interviene, dice qualcosa in un dialetto che riconosco, e lo riconosce anche C., e insomma di colpo ridiamo e siamo affratellati da origini comuni. La piazza è sempre vaga e netta come un dipinto di De Chirico, non sappiamo dove si trovi, ma non è così inquietante, anzi, è ricca di calore umano.
C. si accosta al suo motorino ( bicicletta?), ci lavora un po’ e salta fuori un cassettone che non sappiamo cosa contenga, è ancorato alla ruota davanti. Somiglia a una piccola bara, ma è solo un contenitore, misterioso.
Comincio a pensare di rientrare a casa, sono in ritardo.
Giunge l’invito a unirsi al gruppo per andare a mangiare lo gnocco. Gnocco? Uno solo? Sì, è un piatto tipico.
Ricordo d’improvviso il primo invito che mi ha rivolto un ragazzo a passeggiare in centro. Avevo 12 anni, lui quasi 17. Avevo accettato, allora, con qualche senso di colpa e un timore: non mi salterà mica addosso?... Piccolo Calimero pulcino nero, ero così bambina e cominciavo appena a essere donna. Passeggiammo, a debita e innocente distanza l’una dall’altro. Forse lui mi diede la mano e forse gliela tenni un po’. Ma non ero bambina e non ero una donna, e forse la tolsi dalla sua. Mi portò in una piazza così simile a questa, eppure così diversa, e io non l’avevo mai vista prima di allora. Mi fece sentire grande, con una semplice passeggiata in piazza in una domenica mattina qualunque.
Guardando meglio C. trovo che somigli un po’ al ragazzo dei miei 12 anni. I tratti si confondono. Lui è seduto al tavolino di un bar, ora, mi guarda da sotto in su, io sono in piedi. Gli occhi… sono di un caldo castano, ma poi schiariscono, le iridi hanno un alone grigio pallido intorno al marrone e poi azzurro. Non sono gli occhi di C., che ricordavo scuri e profondi. Eppure è lui. Ed è anche quel ragazzo lontano. Non posso esimermi, gli tuffo una mano nei riccioli e li carezzo. Non sono così morbidi, non sono da ragazzo e sono grigi. Ma fanno tenerezza.
Il gruppo mi esorta a restare a mangiare lo gnocco, l’amica ammicca e mi sussurra tutto l’apprezzamento per C., e al contempo, in due secondi, promette di aggiornarmi anche su di lui.
Declino l’invito, papà aspetta a casa e non vuole che frequenti gli amici, i miei amici non gli sono mai piaciuti.
Risalgo le scale, fino al terrazzo, mi scuso con l’aria per il ritardo.
Rientro e non c’è nessuno.
Mi sveglio, sorrido e mi stiracchio. Il passato è dietro le spalle, confuso e tenero e riempie piacevolmente la fase REM del sonno.
Ma la vita è adesso.