21/06/2008

UN MUCCHIETTO DI PIUME


Un mucchietto di piume dall’occhio vitreo. È nascosto dall’erba alta del giardino, cresciuta a dismisura a causa delle piogge intense e continue degli ultimi mesi. Più che un giardino, una jungla, e più che strappare l’erba o tagliarla, occorre il machete e l’indole impavida di Indiana Jones per aprire un varco.
Non è colpa di nessuno. Sono le perturbazioni, che nascono come vogliono e forse hanno pure un perché della loro esistenza, della mania di persecuzione che riversano su questo umido angolo di mondo.
Non si può fare nulla quando piove così.
L’erba cresce come fosse concimata. Chissà, forse  residui di concime si nascondono fra le gocce di pioggia e vitaminizzano la gramigna.

C’è tutto un mondo misterioso in mezzo all’erba alta. Un mondo che non si vede e dunque è come se non esistesse. Invece c’è. Ed è la vita sotterranea di insetti e semi e piccoli animali che vivono all’insaputa del macroscopico, del visibile.
Non è dato di accorgersene, pigri e svogliati dal maltempo.
A meno che, oltre che in Indiana jones, non ci si trasformi pure in appassionati biologi o entomologi.

C’è anche la morte, in mezzo all’erba.
Un fagottino di piume, piccolissimo, leggerissimo.
Si chiamava passero.

L’occhio aperto è spalancato sul suo nulla, sembra finto. Ma le piume sono vere, quel corpicino è vero e fino a poco tempo fa era vivo. Ora è pasto per formiche. Indifferenti, in incessante movimento, in fondo poco più grandi di un microbo, decine di puntini neri frenetici impazzano su quel mucchietto piumato, ancora non offeso.

Di cosa muore un passero?
Di freddo se fosse inverno. Ma oggi fa caldo.
Di fame se si trovasse in un deserto. Ma lì vicino i resti generosi dei pasti dei cugini canarini assicurano la salvezza contro qualsiasi carestia. Poveri cugini, chiusi per sempre in una gabbia. Per quanto grande, è pur sempre una gabbia, i cui limiti atrofizzano ali fatte per volare.
Però i canarini hanno pasti certi e nella prigionia sono protetti dai pericoli. I passeri mangiano forse sì e forse no, e i pericoli sono in agguato.

Di cosa muore allora un passero?
Cos’è che spegne quel piccolo cuore?
Un gatto o un cane, il primo per mangiare, il secondo per giocare, possono trasformarsi in nemici per un tenero uccellino indifeso. Ma non ci sono segni, non c’è sangue, non ci sono ferite. Il povero passerotto non è morto dilaniato.

Comunque sia, le formiche, senza pietà alcuna, o forse senza coscienza, senza rispetto per quello che in fondo è un lauto pasto (mors tua vita mea), proseguono implacabili. Tra non molto di quello che era un simbolo di vivacità e spensieratezza non resterà più niente. Qualche piuma, destinata a essere dispersa dal vento.

L’occhio vitreo chiama, vi è riflesso il cielo, ora che non è più coperto dall’erba smisurata, strappata con rabbia. Non si può lasciarlo lì, pasto per vermi e formiche.
Raccoglierlo, metterlo in un po’ di cellophane o di stoffa, e poi… poi non sapere cosa farne. Gettarlo nelle immondizie, scavare un buco, metterlo in una scatola…? Cosa gradirebbe il passero, a parte essere ancora vivo e volare fra i rami del pino che ora lo sovrasta severo? Forse non vorrebbe essere mangiato dalle formiche. O forse non si è mai posto il problema. 

Ma lo sa, un passero, che prima o poi deve morire?

Raccoglierlo non è semplice, fa resistenza, il corpicino non si solleva più di tanto dal suolo, qualcosa lo trattiene. Non è un rifiuto volontario, un’ultima disperata resistenza. Il gelo tra le piume, l’immobilità totale, il silenzio del petto, il becco ciondoloni, tutto indica che in quell’occhio vitreo non c’è vita, non c’è riflesso se non quello passivo del mondo che vi si rispecchia. Il  passero è volato via, ma solo con la sua anima di passero. E allora perché resta ancorato al suolo?

Una zampa.
Una zampetta è rimasta impigliata tra le stecche di legno che delimitano il gradone creato per contenere il dislivello. Piccoli pezzi di legno eleganti, addossati uno all’altro, fa così chic… killer di classe, sì.

Ecco di cosa muore un passero. Di crepacuore, di paura, di disperazione, quando si accorge di essere imprigionato senza scampo fra due stecche di legno elegante, nascosto tra l’erba gigante di una jungla urbana.
E la scena è chiara, come vederla al rallentatore.

Ali che sbattono, dapprima poco preoccupate, poi sempre più freneticamente.
Lo stupore.
I tentativi inutili. Qui non si vola. Perché?
La paura.
Il cuore che batte velocissimo, le ali un mulinello disperato.
La zampa, ormai rotta, fa male.
Un grido di aiuto ai compagni, che intorno non sanno cosa fare, non sanno se fare. Non sanno. Non fanno. Ma sanno.
Non è cosa che li riguardi. Devono pensare a sopravvivere. Mangiano i semi avanzati dai cugini canarini e sono tutti intorno al passero imprigionato, senza guardarlo. È normale. Un altro di loro che se ne andrà. Non fa testo, sono così numerosi che non temono l’estinzione. Si guardano bene dall’avvicinarsi. Quel nemico sconosciuto potrebbe essere fatale anche a loro.
Il terrore.
La fatica, lo stremo delle feroce.
La zampa non si libera.
L’ultimo pigolio.
La resa.

Maledetta pioggia concimante, maledetta erba gigante che nasconde l’agonia di una creatura innocente. Maledetta la cecità del macroscopico che non vede il più piccolo, perché così piccolo.

Sarebbe bastato un po’ di sole. Un occhio meno distratto. La voglia di uscire e osservare. Un orecchio meno sordo.
E il mucchietto di piume starebbe ancora saltellando all’ombra di un pino un po’ meno severo.
La libertà viva, senza costrizioni, senza imposizioni.
La libertà di vivere e volare.

Non resta che liberare la zampa offesa.
Ripiegare le ali inerti.
Lisciare le piume.
Asciugare una lacrima.
Volerò per te.
Te lo prometto.

 

 

di Ramona 21:39:00 Commenta: