29/06/2008
HO VINTO!!!
La busta bianca fa capolino dalla cassetta delle lettere. Insieme ad altre buste, un po’ di depliant pubblicitari, un paio di riviste in abbonamento.
L’intestazione, quella di un premio letterario a Pieve di Cento, mi induce a pensare all’ennesimo invito, che ricevo di tanto in tanto, a partecipare a un concorso. Basta partecipare una volta, poi t’invitano ogni anno. Automaticamente.
Gentile da parte loro. Ma è che non sempre si ha tempo, voglia, o materiale adatto per prendere parte alla gara.
Io negli ultimi tempi ho ridotto moltissimo le adesioni. Praticamente una ogni tanto, quando la vita, benigna, me lo concede.
Anche questa busta qui, sarà il solito invito. Mi viene la tentazione di gettarla direttamente nella raccolta della carta… almeno sarà riciclata e si renderà utile.
Ma vediamo un po’ di che si tratta, tanto per vedere a cosa rinuncio questa volta.
È un periodo infame, ho una grossa preoccupazione in testa, non riuscirei mai a dedicarmi a questo genere di impegni. Non ora, no.
Però la curiosità mi prende, e prima di gettare la busta, il suo contenuto e i depliant pubblicitari nel bidone della carta, le do un occhiata.
“La S.V. si è classificata 1° nella sezione Narrativa con: Sansone, core de Roma”…
Non ho capito.
Rileggo.
“La S.V…” …..e chi sarebbe, scusa, questa S.V??!!
“…si è classificata 1°…” è un 1 quello? È scritto a penna, non è chiaro…
“Sansone, core de Roma…”
…. Ma quello è il mio racconto! Non può essercene un altro con lo stesso titolo, è assurdo! Sansone, er gatto più vecchio de Roma, il felino dal cuore grande uscito dalla mia penna… ehm… dalla mia tastiera, qualche mese fa.
Ma cosa ci fa il mio racconto su un invito a partecipare ad un concorso?
Qualcosa mi sfugge.
Devo rileggere.
Rileggo questa parte e il secondo foglio, dove un elenco denominato Narrativa vede il mio nome in cima alla lista.
A questo punto devo prendere atto… vuoi vedere che ho spedito il mio racconto a questo concorso? Nemmeno me lo ricordo, eppure qua dice che sì, io ho partecipato. E ho pure vinto.
Ho vinto.
Cosa?!
Ho vintooooooooooo!!!!!!!!!!!
No, si sono sbagliati. Non può essere. Non sono io questa.
Ma sì che sono io.
Il racconto è proprio il mio e già era stato scelto dalla casa editrice Edilazio per far parte di un’antologia sull'estate romana. Anche lì si trattava di un premio letterario. Non avevo vinto niente, ma ero entrata fra i finalisti, per questo sono nell’antologia.
Ma non mi ricordavo di averlo spedito anche da altre parti. Eppure non ci sono dubbi!
“Premi: 2500 euro, motivazione, diploma, libri….”
Quanto?!...
Duemilacinquecento…..
Ci dev’essere uno zero di troppo… avranno sbagliato. Mi sarei ricordata di questa cifra, se non del concorso…
Nessuno sbaglio, C’è anche il puntino che separa le migliaia dalle centinaia, le decine e le unità. Non è uno sbaglio.
Duemilacinquecento….
Oh, caspita!
Segue l’invito a partecipare alla cerimonia di premiazione in settembre, con preghiera di conferma.
Confermo?
E certo che confermo!! Se non si sono sbagliati, se vogliono proprio me, io confermo eccome!
Oh, caspita!
Devo sedermi e rileggere, ancora una volta.
Ma com’è che non ricordo nulla, non ricordo di avere stampato e spedito il racconto?
Colpa forse dello stress e degli eventi degli ultimi mesi. Che sono stati quasi tutti negativi, mi hanno coinvolto fortemente e impegnato tutte le mie energie. Questa spedizione dev’essere stata fatta in uno di quei rari momenti in cui sono riuscita a rubare tempo per me, per ricordarmi che io esisto e ho dei desideri, degli hobby, delle passioni che non riesco più ad assecondare. Un momento in cui ho preteso di pensare a me.
Solo che poi ho cancellato dal mio io conscio questo gesto ribelle, e in seguito la vita mi ha travolto con le sue esigenze.
Dev’essere andata così.
E questo è ora il risultato.
Inaspettato.
Insperato.
Dimenticato.
Opportuno.
Proprio adesso, che ho una seria preoccupazione familiare. Che non riesco a pensare ad altro.
Proprio adesso arriva questo messaggio in bottiglia, piovuto da un cielo benedetto che si ricorda di me, dei miei furti di tempo e dei miei sogni. Come a dire ok, ci sei, sei connessa, e talvolta funzioni…
La felicità per questo premio è incommensurabile… mi fa volare, mi strappa alle angosce del momento, cancella, almeno per un attimo fuggente, i pensieri cupi.
Per questo sono felice.
Al di là della somma vinta, pur notevole, la mia felicità è dovuta al recupero della mia dimensione personale. Capisco che non devo trascurarla, che il mio sogno ha diritto ad esistere e ad essere coltivato con passione.
Leggo e rileggo quelle parole… sì, sono io quella…
Chiamo il numero indicato. Riconoscono il mio nome, molti complimenti per il racconto. Mi commuovo, rido e vorrei piangere. Non c’è nessun errore, sono io la vincitrice. Confermo la mia presenza a settembre. Sì, ci sarò. Non posso mancare. È mio dovere pensare anche a me.
Domani intanto parto, torno alle origini. Questa volta non saranno ferie come gli altri anni. Questa volta c’è un pensiero in più, e il treno non correrà mai abbastanza veloce.
Ma arriverà settembre.
E sarà tutto per me.
Dimenticavo: da domani, mi hanno detto, il mio racconto si potrà leggere qui.
27/06/2008
EGREGIO SIGNOR ATLANTE

Egregio signor Atlante, Le scrivo per esprimerLe tutta la mia solidarietà. È da un po’ che mi sento totalmente affine a Lei e volevo dirGlielo. Eventualmente pensavo anche di scambiare le nostre esperienze. Perché anch’io, sa, come Lei, ho il peso del mondo sulle spalle.
Ma mi dica, mi dica un po’. Come si sente? Non Le fa un po’ male la schiena? Quel mappamondo che si ritrova sul collo è un peso del diavolo, accidenti! Come La capisco.
Però Lei, mi perdoni, è assai muscoloso, mica come me, piccolina e un tantino debosciata….
Guardi che bicipiti mette in mostra!! Ha visto i miei, invece? Da paura! Nel senso che fanno pena…
Di certo Lei trova anche il tempo di andare in palestra, intanto che sostiene l’universo.
Sono piena di ammirazione.
Ma lo ammetta: essere uomo, e anche semi dio, l’avvantaggia un po’. Lei non si deve preoccupare, per esempio, di preparare pranzo e cena, e prima ancora di fare la spesa, e prima ancora di inventarsi il menu…e poi di amministrare la casa, la famiglia, tenere le relazioni sociali, sbrigare qualsiasi pratica amministrativa, burocratica, medica, controllare le bollette, andare a lavorare, pensare a tutti e tutto, ricordarsi compleanni, ricorrenze, riparare i guasti e… veda Lei, ce ne sarebbero ancora. Pensi che io le faccio tutte queste cose, oltre che sostenere il peso del mio mondo, che a sua volta è fatto non solo di esteriorità materiali ma anche e soprattutto di una notevole e ponderosa interiorità.
Ogni donna, in particolare, sostiene il proprio mondo, sa? Quanto e più di un uomo. O di un semidio.
Anche la Sua signora, se ne ha una, lo fa, e scommetto che se c’è è più robusta di Lei.
Io a vedere Lei in quella posa innaturale, mi ci ritrovo. Capperi, come ci somigliamo!
Perfino nella durata della condanna: fine pena mai, come un ergastolo.
Lei però, anche se per l’eternità si deve sobbarcare il peso di un globo assai impegnativo, nel frattempo ha avuto la fortuna di essere trasformato in montagna e di essersi rifugiato al calduccio, in Africa... Poverino, ha comunque tutta la mia comprensione per la fatica che si sobbarca, così simile alla mia. Io, che non sono eterna e immortale come lei, né sono una roccia, pare debba sostenere uno sforzo identico al Suo, se non superiore, con il mio peso, la mia carne, il mio spirito, e nei limiti temporali che mi sono stati assegnati.
Su non sia polemico! Lo so che l’eternità è quella che è, infinita, non si può mica paragonare alla vita ristretta di una comune mortale. Ma ci provi Lei, a essere solo mortale per una volta, e a reggere cotanto peso… vedrà che tutto è proporzionato.
Altra cosa: Lei almeno sa cosa ha combinato per essere così punito, no? Ha giocato un po’ alla guerra e Le è andata male. Quel birbante di Zeus è stato un po’ severo…
Io invece non ho ancora capito qual è stata la mia colpa. A parte nascere, voglio dire. E che è, un delitto nascere? Ma se il peccato originale ci viene condonato, da subito, tra le attenuanti generiche e l’indulto, con appena qualche spruzzo di acqua santa!!!…
Come dice?
Ah già, quella della santità e del peccato originale è un’altra storia, Lei non può capire. In poche parole sappia che noi comuni mortali, quando nasciamo, per contratto ci affidano un mondo sulla schiena, e più diventiamo grandi, in età, più questo mondo si fa ricco di esperienze e ricordi, ma anche pesante d’incombenze e responsabilità.
Resta il fatto che io e Lei siamo dei poveri cristi (questo termine lo capisce?) messi in croce e con un gran mal di schiena, visto il lavoro pesante che ci tocca.
Lei, volpino, ci ha provato a incastrare il povero Ercole, a fargli prendere il Suo posto… ma quello, poveraccio, di fatiche da sbrigare ne aveva ben 12, mica si poteva caricare anche questa! E comunque anche lui regge le colonne che portano il suo nome. Ha un po’ da fare, come si dice.
Signor Atlante, doveva scegliere meglio la Sua vittima, si faccia più furbo…
Pensi a me, io non posso delegare nessuno a reggere il mio mondo. Di fatto, poiché è mio a tutti gli effetti, me ne toccano oneri e onori.
E consideri inoltre che Lei deve solo stare lì a sostenere la volta celeste: per quanto pesante, è un compito così romantico! Lei non deve pensare a quello che fa, potrebbe in teoria anche risolvere parole crociate, nel frattempo, o un sudoku.
Io invece, oltre al peso che mi affligge le spalle, oltre a fare centomila cose tutte insieme, come una piovra dagli infiniti tentacoli, ho anche la mente sempre in movimento, e quella sì che fa una gran fatica! Come se ogni pensiero pesasse quanto una stella di quelle che Lei sorregge, signor Atlante. E, Lei m’insegna, i pensieri corrono più veloci della luce, e sono più numerosi delle stelle.
Ecco perché ogni tanto mi fa male la testa, non è solo la cervicale che protesta, sono tutti i neuroni che vanno in corto circuito dal troppo attrito.
Troppo pesanti, i pensieri.
E troppi.
Scusi sa, signor Atlante, se mi permetto queste considerazioni. Io sono una povera piccola mortale, e Lei è un semidio maschio e forzuto. Ma noi non siamo in competizione. A ognuno il suo, di peso. Volevo solo dire che Lei mi sta simpatico perché senza di Lei la coperta celeste non resterebbe su, il mondo e l’universo cadrebbero. Un compito impegnativo, indubbiamente enorme, ma almeno è concentrato in un unico blocco, non è moltiplicato all’ennesima potenza come il mio.
Senta… mi scusi, ma… non è che farebbe uno scambio di mondi, per un po’?
Solo per un po’…
21/06/2008
UN MUCCHIETTO DI PIUME

Un mucchietto di piume dall’occhio vitreo. È nascosto dall’erba alta del giardino, cresciuta a dismisura a causa delle piogge intense e continue degli ultimi mesi. Più che un giardino, una jungla, e più che strappare l’erba o tagliarla, occorre il machete e l’indole impavida di Indiana Jones per aprire un varco.
Non è colpa di nessuno. Sono le perturbazioni, che nascono come vogliono e forse hanno pure un perché della loro esistenza, della mania di persecuzione che riversano su questo umido angolo di mondo.
Non si può fare nulla quando piove così.
L’erba cresce come fosse concimata. Chissà, forse residui di concime si nascondono fra le gocce di pioggia e vitaminizzano la gramigna.
C’è tutto un mondo misterioso in mezzo all’erba alta. Un mondo che non si vede e dunque è come se non esistesse. Invece c’è. Ed è la vita sotterranea di insetti e semi e piccoli animali che vivono all’insaputa del macroscopico, del visibile.
Non è dato di accorgersene, pigri e svogliati dal maltempo.
A meno che, oltre che in Indiana jones, non ci si trasformi pure in appassionati biologi o entomologi.
C’è anche la morte, in mezzo all’erba.
Un fagottino di piume, piccolissimo, leggerissimo.
Si chiamava passero.
L’occhio aperto è spalancato sul suo nulla, sembra finto. Ma le piume sono vere, quel corpicino è vero e fino a poco tempo fa era vivo. Ora è pasto per formiche. Indifferenti, in incessante movimento, in fondo poco più grandi di un microbo, decine di puntini neri frenetici impazzano su quel mucchietto piumato, ancora non offeso.
Di cosa muore un passero?
Di freddo se fosse inverno. Ma oggi fa caldo.
Di fame se si trovasse in un deserto. Ma lì vicino i resti generosi dei pasti dei cugini canarini assicurano la salvezza contro qualsiasi carestia. Poveri cugini, chiusi per sempre in una gabbia. Per quanto grande, è pur sempre una gabbia, i cui limiti atrofizzano ali fatte per volare.
Però i canarini hanno pasti certi e nella prigionia sono protetti dai pericoli. I passeri mangiano forse sì e forse no, e i pericoli sono in agguato.
Di cosa muore allora un passero?
Cos’è che spegne quel piccolo cuore?
Un gatto o un cane, il primo per mangiare, il secondo per giocare, possono trasformarsi in nemici per un tenero uccellino indifeso. Ma non ci sono segni, non c’è sangue, non ci sono ferite. Il povero passerotto non è morto dilaniato.
Comunque sia, le formiche, senza pietà alcuna, o forse senza coscienza, senza rispetto per quello che in fondo è un lauto pasto (mors tua vita mea), proseguono implacabili. Tra non molto di quello che era un simbolo di vivacità e spensieratezza non resterà più niente. Qualche piuma, destinata a essere dispersa dal vento.
L’occhio vitreo chiama, vi è riflesso il cielo, ora che non è più coperto dall’erba smisurata, strappata con rabbia. Non si può lasciarlo lì, pasto per vermi e formiche.
Raccoglierlo, metterlo in un po’ di cellophane o di stoffa, e poi… poi non sapere cosa farne. Gettarlo nelle immondizie, scavare un buco, metterlo in una scatola…? Cosa gradirebbe il passero, a parte essere ancora vivo e volare fra i rami del pino che ora lo sovrasta severo? Forse non vorrebbe essere mangiato dalle formiche. O forse non si è mai posto il problema.
Ma lo sa, un passero, che prima o poi deve morire?
Raccoglierlo non è semplice, fa resistenza, il corpicino non si solleva più di tanto dal suolo, qualcosa lo trattiene. Non è un rifiuto volontario, un’ultima disperata resistenza. Il gelo tra le piume, l’immobilità totale, il silenzio del petto, il becco ciondoloni, tutto indica che in quell’occhio vitreo non c’è vita, non c’è riflesso se non quello passivo del mondo che vi si rispecchia. Il passero è volato via, ma solo con la sua anima di passero. E allora perché resta ancorato al suolo?
Una zampa.
Una zampetta è rimasta impigliata tra le stecche di legno che delimitano il gradone creato per contenere il dislivello. Piccoli pezzi di legno eleganti, addossati uno all’altro, fa così chic… killer di classe, sì.
Ecco di cosa muore un passero. Di crepacuore, di paura, di disperazione, quando si accorge di essere imprigionato senza scampo fra due stecche di legno elegante, nascosto tra l’erba gigante di una jungla urbana.
E la scena è chiara, come vederla al rallentatore.
Ali che sbattono, dapprima poco preoccupate, poi sempre più freneticamente.
Lo stupore.
I tentativi inutili. Qui non si vola. Perché?
La paura.
Il cuore che batte velocissimo, le ali un mulinello disperato.
La zampa, ormai rotta, fa male.
Un grido di aiuto ai compagni, che intorno non sanno cosa fare, non sanno se fare. Non sanno. Non fanno. Ma sanno.
Non è cosa che li riguardi. Devono pensare a sopravvivere. Mangiano i semi avanzati dai cugini canarini e sono tutti intorno al passero imprigionato, senza guardarlo. È normale. Un altro di loro che se ne andrà. Non fa testo, sono così numerosi che non temono l’estinzione. Si guardano bene dall’avvicinarsi. Quel nemico sconosciuto potrebbe essere fatale anche a loro.
Il terrore.
La fatica, lo stremo delle feroce.
La zampa non si libera.
L’ultimo pigolio.
La resa.
Maledetta pioggia concimante, maledetta erba gigante che nasconde l’agonia di una creatura innocente. Maledetta la cecità del macroscopico che non vede il più piccolo, perché così piccolo.
Sarebbe bastato un po’ di sole. Un occhio meno distratto. La voglia di uscire e osservare. Un orecchio meno sordo.
E il mucchietto di piume starebbe ancora saltellando all’ombra di un pino un po’ meno severo.
La libertà viva, senza costrizioni, senza imposizioni.
La libertà di vivere e volare.
Non resta che liberare la zampa offesa.
Ripiegare le ali inerti.
Lisciare le piume.
Asciugare una lacrima.
Volerò per te.
Te lo prometto.
16/06/2008
GUIDA PRATICA ALL'ETERNITA'

Ho letto qualche giorno fa questo libro.
E poi l’ho riletto, con calma e attenzione.
La prima volta l’ho bevuto, la seconda l’ho assaporato.
Poi l’ho ripreso ancora in mano. Colpita ed emozionata.
È un libricino piccolo, quasi tascabile, vestito di uno splendido sole giallo griffato Van Gogh (Seminatore col sole che tramonta, Vincent Van Gogh, 1888), che sembra fatto apposta per infondere ottimismo e speranza. Nonostante.
È un libricino dal costo contenuto, appena 9 euro, quasi non osasse chiedere di più per pudore… costa niente in confronto ai nomi più o meno altisonanti riposti sugli scaffali delle librerie.
Ma io non l’ho comprato.
L’ho avuto in dono.
Con un gesto straordinariamente gentile me lo ha regalato l’autore, don Fabrizio Centofanti, anticipando la mia volontà di ordinarlo online.
Ringrazio ancora il Fabry, come lo chiamano gli amici, per avere pensato a me.
Mi piace pensare, con una leggera presunzione, che questo dono sia dovuto alla nostra vicinanza di pensieri e situazioni, alla condivisione di esperienze di vita difficile, che, sia pure in campi diversi, io nella sanità, lui nel sociale e nel quotidiano parrocchiale, ci accomuna. Entrambi abbiamo infatti contatti ravvicinati con l’umanità derelitta, io malata nel corpo, lui nell’anima. E spesso una delle due cose non esclude l’altra.
Conosco da poco il Fabry, e nemmeno di persona.
È stato lui a cercarmi, un giorno, a dire seguimi.
Dove?, gli ho chiesto.
Dentro LA POESIA E LO SPIRITO (LPELS).
E perché proprio io?
Perché sei come sei, è stata, più o meno, la risposta.
Come un gesù pescatore di uomini, il Fabry ama pescare chi più gli sembra propenso a condividere il suo progetto di cambiare il mondo con l’amore, la bellezza e la poesia.
Ero incredula. Cosa mai potevo fare io in una cerchia di persone dal così alto valore intellettuale e culturale?
Me lo sto ancora chiedendo. Ma il Fabry non se lo chiede, a lui davvero vado bene come sono.
Don Fabrizio è un uomo colto, amante della letteratura, della poesia e della musica. Uno che scrive, anche. Ma don Fabrizio è anche un prete di strada. Uno che da quando ha indossato la tonaca la usa e la consuma nella discesa infinita dentro i tanti gironi di quell’inferno chiamato vita.
Uno che si rimbocca le maniche, che si mette al servizio degli altri, tanto più quanto sono deboli, maltrattati e discriminati.
Un prete che fa il prete, che non si limita a indicare la via, ma la percorre per primo.
Un prete che scrive e veste di sole un piccolo libretto di speranza.
Questo libricino che ha per vestito un enorme sole giallo, s’intitola GUIDA PRATICA ALL’ETERNITA’, Racconti tra cielo e terra.
Tecnicamente è, appunto, una raccolta di racconti. Ma come per incanto ogni racconto è anche un ritratto, una confessione o una riflessione. Un’occasione per sguazzarci dentro, come ho fatto io, affascinata da sempre dai racconti di vita vissuta, specie quando questa è dura e fa male.
Non so se sono masochista… è che sono convinta che solo confrontandosi con il dolore altrui si sminuisce il proprio. È guardandoci intorno che possiamo dire, ma sì, in fondo, c’è chi sta peggio, e allora possiamo provarne compassione, dimenticando il nostro stesso egoismo.
E al tempo stesso possiamo consolare i nostri timori: nessuno è mai veramente solo, qualcuno è sempre al fianco di qualcun altro. Nemmeno i più disgraziati, i più derelitti, i più abbandonati, sono soli. Qualcuno che lotta anche per loro c’è, senza paura di esporsi in prima persona, e ci sembra impossibile che questo avvenga nel cinico mondo che ci ospita.
Testimonianze come queste non possono, in ultima, che incoraggiarci a fare qualcosa anche noi, nel nostro piccolo, per rendere migliore il nostro tempo.
Piccoli eroi quotidiani, anonimi, ma indispensabili.
Nel libricino vestito di sole il Fabry ha messo molto di sé e delle persone che ha conosciuto grazie al suo mestiere di prete di strada. Persone specialissime. Disadattati, alcolizzati, tossicodipendenti. I rifiuti della società, abbandonati lungo i margini, come la monnezza di Napoli. Sono loro quelli che più hanno bisogno di un aiuto o di un amico, e anche se non te lo diranno mai, anche se ti rendono la vita difficile, accettano in qualche modo di essere aiutati.
Nelle parole racchiuse nel libricino dal vestito giallo di speranza, si legge pietà per queste persone, comprensione, solidarietà, talvolta rabbia, ma sempre il desiderio di aiutarle e mai una critica alle loro scelte. Seguendo così un filo conduttore, un esempio a cui il Fabry ha attinto a piene mani. L’esempio di un altro prete, pure lui di strada, un prete sui generis dalle poche parole, molte sigarette e moltissimi fatti. È stato lui a indirizzare l’anima sbandata di un giovane all’epoca alle prese con un dolore immenso e inconfessabile. È stato lui a insegnare a quel giovane a tendere le mani per dare e non per chiedere, e a mettere a disposizione la propria vita per quella degli altri. E non solo in senso figurato.
Don Mario Torregrossa infatti è stato realmente vittima di un folle che gli ha appiccato fuoco, lasciandolo a combattere a lungo tra la vita e la morte, fino a rimanere invalido per sempre.
La figura di quest’uomo straordinario, ancora prima che sacerdote, ricorre spesso nella narrazione di Fabry. Umanamente, come un ritornello senza fine e senza un perché.
E come un ricordo doloroso e ricorrente racconta, quasi a cercare ancora di farsene una ragione, di come fu lui a soccorrere don Mario dopo l’attentato. E poi la lunga pazza corsa verso l’ospedale, con il bisogno segreto di bestemmiare senza poterlo fare (“Trasportando don Mario in ospedale lo vedevo tremare, e pensavo che una bestemmia in questi casi non può essere peccato. Avevo torto, ma il vuoto mi spingeva sui versanti sconosciuti di un dolore feroce, insostenibile, con lo stesso colore del sangue e dei semafori che intimavano l’alt e che io non potevo rispettare, come tutto il resto, se non il suo corpo martoriato, che tremava.” La bestemmia soffocata). E ancora l’angosciosa attesa e le preghiere e il disperato bisogno di credere alle previsioni di un veggente o presunto tale che assicura “si salverà”.
Nelle parole di questo libricino, esile ma pieno di fiducia, ci sono i protagonisti, estratti da un’umanità dolente e terribilmente autentica.
C’è l’attore che diventa alcolizzato dopo che gli muore la bellissima compagna russa, (“….capace di trasformare in sogno le ore della sera, al punto che non capiva come prima si potesse accontentare di quella cosa che chiamava vita. Facevano presto a ritrovasi avvinghiati l’uno all’altra, come se Mario avesse paura che il sogno gli sfuggisse, che un genio cattivo, geloso della sua gioia, gli strappasse dalle braccia il più bel film della sua vita. E così fu.” Come un film.). Bugiardo e infingardo, apatico e indisponente, sempre sbronzo, prende il letto che il parroco gli offre, in canonica, e non lo lascia fino alla morte.
C’è l’arrivista che brucia la propria vita in un attimo, come un vulcano (“Nella vita avrebbe fatto qualcosa di grande, come l’Etna, che torreggiava sulle strade del suo paesone”. Vulcani).
C’è il tossico che le escogita proprio tutte per sfruttare gli altri, soprattutto i preti, senza rinunciare alla roba (“Sui preti ci puoi sempre contare, non c’è nessuno che si faccia infinocchiare come loro.” Canonica Paradiso) e rubare un posto in canonica, e magari in paradiso.
C’è la prostituta che domanda aiuto con umiltà e disperazione, per il figlio tossico che nessuno vuole curare, e il suo bisogno di aiuto è uguale al bisogno di tutti (“Anna ci chiedeva di aiutare il figlio, e ricordavo l’aiuto che avrei voluto anch’io quando tutto era crollato. Ci sono giorni in cui il tempo è sospeso sul desiderio d’impuntarsi, di dire no alla macchina infernale che ti stritola; […] e perfino la notte ti compatisce con gli occhi spalancati delle stelle” Come stai?)
E c’è anche la suora terribile pronta allo scontro, ma che poi si ammala di tumore e diventa dolcissima e paziente, tanto da far capire, con la sua storia, che “…le rabbie e i sogni di noi umani sono un pugno di polvere lanciato verso il cielo, in attesa dell’inevitabile caduta.” (Polvere)
E altri ancora.
Ma nelle parole graffianti di questo libricino dalla veste galla c’è anche il calvario di don Mario e la crescita interiore di un ragazzo dalla vita vuota e difficile (Mani e Pugili allo specchio). E forse proprio queste sono le storie che personalmente mi hanno catturata più di ogni altra. Mi succede sempre, quando le adatto alla persona che le ha scritte e che conosco, perchè entro, in questo modo, nel suo intimo più inviolato. E mi sforzo di farlo inpuntadipiedi, con rispetto…
Nelle pagine di questo piccolo libro c’è la voglia di bestemmiare, ma anche il ringraziamento a Dio, c’è la passione per l’uomo come essere divino e miserabile, ma anche quella per l’omelia e il mistero della Messa.
In queste pagine, insomma, ci sono dei racconti, che non sono solo racconti da leggere, ma vita da bere.
La scrittura secca e allo stesso tempo poetica del Fabry, rende facile la lettura. Facile la riflessione, facile l’immedesimazione, facile l’emozione e il desiderio di conoscere da vicino una persona speciale come il Fabry, prete di strada, scrittore dell’anima.