30/05/2008
QUANDO ARRIVA L'IMBIANCHINO

Quando a casa arriva l’imbianchino, è un terremoto. Sembra che ci si debba preparare all’ultimo trasloco della vita.
Lui, pover’uomo, viene solo per imbiancare i muri, per rinfrescarli e dar quindi luce nuova alle stanze. E difatti è una meraviglia rivedere le pareti di casa uguali a quando ci si è entrati per la prima volta: bianche, candide, quasi brillanti.
Non è colpa dell’imbianchino se rispetto ad allora c’è qualcosa di diverso.
Quella volta c’era una casa nuova. E vuota. Il futuro tutto da scrivere, sulle mura intonse. Quadri ancora da inventare, lampadari che arriveranno dopo qualche anno… Un nido privato da arredare nel corso del tempo, con ricordi catturati strada facendo e gusto del tutto personale.
Oggi la casa non è più così vuota.
Anzi, è decisamente piena.
Anche perché è piccola. E i ricordi catturati sono tanti, i mobili ci sono tutti, quelli essenziali e anche di più, gli oggetti utili sono sopraffatti da quelli inutili ma che “tanto non si sa mai, e poi sono belli e poi…”.
Chi ha progettato la casa non ne ha previsto la capienza esatta. Doveva essere grande il doppio per contenere tutto quello che si ha in testa e nel cuore, tutto quello che si sarebbe incontrato in futuro e a cui non ci si sarebbe potuti sottrarre.
Fatto sta, è una casa piccola e piena.
E va svuotata per facilitare il lavoro all’imbianchino.
Una parola.
Diciamo la verità, in certi posti nascosti, seppure in vista, non è che si passi tutti i giorni uno straccio… nemmeno una volta al mese… diciamo che certi posti sembrano fatti apposta per restare inguardati, a disposizione di polvere e ragni, in eterna attesa che prima o poi qualcuno si ricordi di loro.
Ecco, è arrivato quel prima o poi. Ora e adesso.
Tira giù i libri di scuola dagli scaffali. Ed è un tuffo all’indietro di un quarto di secolo e oltre. Mio dio, i diari delle superiori… strapieni di pensieri, aforismi, poesie, tutto sull’amore!! Amore soffertissimo, naturalmente. Perché a 16 anni, poco prima e poco dopo, per amore si soffre tanto quanto si gioisce…E poi le dediche delle compagne di classe, da cui affiorano sentimenti veri, appassionati, che solo da ragazzi riescono a stravolgere veramente la vita.
Una di loro dice: “non ti dico le mie solite cose, del tipo che vorrei morire, ma ti auguro il meglio dalla vita, non come a me.”. Il pensiero della morte esistenziale, a quell’età, ora fa sorridere, eppure mentre la si vive è una tragedia autentica.
Un’altra dice: “non badare mai al tuo aspetto fisico, quella non sei tu: tu sei ricca e bella dentro, un tesoro a portata di mano.”. Perla di saggezza dei 15 anni, chi lo avrebbe mai detto?
Un’altra compiange per un amore classicamente platonico e impossibile.
Un’altra con durezza rimprovera un ipotetico allontanamento dell’amica del cuore… Ci si litigava, per definire chi fosse la vera, la sola, l’autentica amica del cuore.
Un sorriso si fa strada al pensiero di quelle voci sincere, in parte andate perse, in parte ancora presenti e vive. Un sorriso al pensiero di un tempo che non è più, ma che è stato, che non torna indietro, ma è pur indelebile. Certo, ci voleva l’imbianchino, per riscoprirlo…
Tira giù coppe, medaglie e targhe premio, i trofei racimolati qua e là con quello strano, pazzo hobby che consistere nel mettere insieme tante parole per formare una storia. C’è da chiedersi: ma sono tutti veri, quei trofei? E sono miei? E come pesano nello scatolone! Sono reali, tangibili testimoni di un talento che, anche se in quei casi unito a una buona dose di fortuna, dovrebbe convincere della propria effettiva esistenza. Ecco, nei momenti in cui si è un po’ a terra, quando si pensa di non avere più niente da dire, quelle coppe, quei trofei, servono a risollevare il morale! Sebbene ricordino momenti di sogno, non sono un sogno. Sono prove autentiche, come quelle che si esibiscono in tribunale all’occorrenza… sono fatti. Metterselo in testa non guasta.
E intanto vanno spolverate. Da troppo tempo trascurate. Ma chi lo sapeva che le coppe si riempiono di polvere, nel loro calice?
Tira giù e scomoda i ragni. Questa casa, come scritto una volta nella più bella delle storie inventate, è il regno dei ragni. Ma i ragni portano fortuna. Un ragno è stato protagonista di una delle coppe, la più emozionante. Un ragno ha riempito un periodo di vita. Ucciderne uno è sacrilegio. Scusate ragnetti, da bravi, traslocate almeno provvisoriamente, qui c’è un uomo che deve lavorare. Niente paura, potete tornare dopo, non sarete mai scomodati.
Tira giù tutto dagli scaffali, riempi scatoloni. Una vita impacchettata, e gli scatoloni non bastano mai.. Sembra una partenza, ma in realtà tutto tornerà al suo posto fra un po’. Quasi tutto. C’è qualcosa che immancabilmente va sacrificata. Quella piccola bacheca in compensato, per esempio, piena di sorpresine degli ovetti kinder… siamo seri, a che serve lì appesa? È un concentrato di polvere. Via. Nel tempo si cambia.
Arrotola tappeti, lava tende e finestre.
Tanto piove, i vetri saranno a breve nuovamente sporchi di pioggia. Ma anche il sole è nemico delle finestre pulite. Non sono mai pulite, quando lui vi si affaccia ridendo. Aloni e impronte come marchio di fabbrica della propria inettitudine.
A che servono le finestre con i vetri? A pulire questi ultimi, evidentemente.
Ma insomma, basta farlo solo ogni tanto. Come tutto il resto.
Ogni angolo ha la sua polvere. In alcuni punti sembra abbastanza antica. Peccato disturbarla, magari ha valore.
Mobili spostati e poi rimessi a posto. Protestano, indignati per essere stati disturbati nella loro statica quiete. E cigolano e per dispetto si fanno di piombo pesantissimo.
Ogni oggetto occupa per un po’ il posto di un altro.
Sbaraccamento totale.
Caos primordiale.
Sembra un centro di accoglienza per profughi, per immigrati pieni di stracci.
E dire che tutto serve, ma niente è indispensabile.
L’imbianchino lavora con calma ed efficienza. Non si scompone davanti a ragni e polvere, provvede a eliminarli senza patemi.
Quante case ha visitato, quante storie ha ricavato da quattro mura silenziose. E le tiene per sé, vincolato ad un segreto professionale come un medico. E come un medico, di fronte ad un muro da trattare esprime una diagnosi (muffa!!!, crepe!!!!), prescrive la terapia (ho il prodotto giusto!) e stabilisce la prognosi (così durerà altri dieci anni!), che per un muro non è così infausta. E opera come un chirurgo, stucca dove serve, ripassando con precisione e delicatezza insospettabili. E poi pennella, rulla, riuscendo a sporcare pochissimo, non sprecando gocce della preziosissima tinta bianca, che ha un valore equivalente a un barile di petrolio.
Poi se ne va, soddisfatto. Ma come il medico della mutua che tiene ai suoi pazienti, tornerà a vedere il risultato delle cure, a sfiorare con la mano le pareti grattando qua e là con un’unghia, se gli pare il caso, o a ripassare il pennellino se il risultato non è perfetto.
Dopo di lui, il caos dovrebbe tornare normalità. Le stanze più luminose, si respira freschezza. Tutto di nuovo ordine, precario forse, ma finché dura è così bello.
Nuovi ragnetti si affacciano su quel lindore, con il bagaglio in ognuna delle otto zampette. Cercano il loro posto nel regno dei ragni, in cambio di un po’ di fortuna. Ragno porta guadagno, dice un vecchio adagio. Lo sanno pure loro.
Benvenuti, amici ragni, mettetevi comodi, qui per un po’ nessuno vi disturberà.