30/05/2008

QUANDO ARRIVA L'IMBIANCHINO


Quando a casa arriva l’imbianchino, è un terremoto. Sembra che ci si debba preparare all’ultimo trasloco della vita.
Lui, pover’uomo, viene solo per imbiancare i muri, per rinfrescarli e dar quindi luce nuova alle stanze. E difatti è una meraviglia rivedere le pareti di casa uguali a quando ci si è entrati per la prima volta: bianche, candide, quasi brillanti.
Non è colpa dell’imbianchino se rispetto ad allora c’è qualcosa di diverso.

Quella volta c’era una casa nuova. E vuota. Il futuro tutto da scrivere, sulle mura intonse. Quadri ancora da inventare, lampadari che arriveranno dopo qualche anno… Un nido privato da arredare nel corso del tempo, con ricordi catturati strada facendo e gusto del tutto personale.
Oggi la casa non è più così vuota.
Anzi, è decisamente piena.
Anche perché è piccola. E i ricordi catturati sono tanti, i mobili ci sono tutti, quelli essenziali e anche di più, gli oggetti utili sono sopraffatti da quelli inutili ma che “tanto non si sa mai, e poi sono belli e poi…”.
Chi ha progettato la casa non ne ha previsto la capienza esatta. Doveva essere grande il doppio per contenere tutto quello che si ha in testa e nel cuore, tutto quello che si sarebbe incontrato in futuro e a cui non ci si sarebbe potuti sottrarre.

Fatto sta, è una casa piccola e piena.
E va svuotata per facilitare il lavoro all’imbianchino.
Una parola.

Diciamo la verità, in certi posti nascosti, seppure in vista, non è che si passi tutti i giorni uno straccio… nemmeno una volta al mese… diciamo che certi posti sembrano fatti apposta per restare inguardati, a disposizione di polvere e ragni, in eterna attesa che prima o poi qualcuno si ricordi di loro.
Ecco, è arrivato quel prima o poi. Ora e adesso.

Tira giù i libri di scuola dagli scaffali. Ed è un tuffo all’indietro di un quarto di secolo e oltre. Mio dio, i diari delle superiori… strapieni di pensieri, aforismi, poesie, tutto sull’amore!! Amore soffertissimo, naturalmente. Perché a 16 anni, poco prima e poco dopo, per amore si soffre tanto quanto si gioisce…E poi le dediche delle compagne di classe, da cui affiorano sentimenti veri, appassionati, che solo da ragazzi riescono a stravolgere veramente la vita.
Una di loro dice: “non ti dico le mie solite cose, del tipo che vorrei morire, ma ti auguro il meglio dalla vita, non come a me.”. Il pensiero della morte esistenziale, a quell’età, ora fa sorridere, eppure mentre la si vive è una tragedia autentica.
Un’altra dice: “non badare mai al tuo aspetto fisico, quella non sei tu: tu sei ricca e bella dentro, un tesoro a portata di mano.”. Perla di saggezza dei 15 anni, chi lo avrebbe mai detto?
Un’altra compiange per un amore classicamente platonico e impossibile.
Un’altra con durezza rimprovera un ipotetico allontanamento dell’amica del cuore… Ci si litigava, per definire chi fosse la vera, la sola, l’autentica amica del cuore.

Un sorriso si fa strada al pensiero di quelle voci sincere, in parte andate perse, in parte ancora presenti e vive. Un sorriso al pensiero di un tempo che non è più, ma che è stato, che non torna indietro, ma è pur indelebile. Certo, ci voleva l’imbianchino, per riscoprirlo…

Tira giù coppe, medaglie e targhe premio, i trofei racimolati qua e là con quello strano, pazzo hobby che consistere nel mettere insieme tante parole per formare una storia. C’è da chiedersi: ma sono tutti veri, quei trofei? E sono miei? E come pesano nello scatolone! Sono reali, tangibili testimoni di un talento che, anche se in quei casi unito a una buona dose di fortuna, dovrebbe convincere della propria effettiva esistenza. Ecco, nei momenti in cui si è un po’ a terra, quando si pensa di non avere più niente da dire, quelle coppe, quei trofei, servono a risollevare il morale! Sebbene ricordino momenti di sogno, non sono un sogno. Sono prove autentiche, come quelle che si esibiscono in tribunale all’occorrenza… sono fatti. Metterselo in testa non guasta.
E intanto vanno spolverate. Da troppo tempo trascurate. Ma chi lo sapeva che le coppe si riempiono di polvere, nel loro calice?

Tira giù e scomoda i ragni. Questa casa, come scritto una volta nella più bella delle storie inventate, è il regno dei ragni. Ma i ragni portano fortuna. Un ragno è stato protagonista di una delle coppe, la più emozionante. Un ragno ha riempito un periodo di vita. Ucciderne uno è sacrilegio. Scusate ragnetti, da bravi, traslocate almeno provvisoriamente, qui c’è un uomo che deve lavorare. Niente paura, potete tornare dopo, non sarete mai scomodati.

Tira giù tutto dagli scaffali, riempi scatoloni. Una vita impacchettata, e gli scatoloni non bastano mai.. Sembra una partenza, ma in realtà tutto tornerà al suo posto fra un po’. Quasi tutto. C’è qualcosa che immancabilmente va sacrificata. Quella piccola bacheca in compensato, per esempio, piena di sorpresine degli ovetti kinder… siamo seri, a che serve lì appesa? È un concentrato di polvere. Via. Nel tempo si cambia.

Arrotola tappeti, lava tende e finestre.
Tanto piove, i vetri saranno a breve nuovamente sporchi di pioggia. Ma anche il sole è nemico delle finestre pulite. Non sono mai pulite, quando lui vi si affaccia ridendo. Aloni e impronte come marchio di fabbrica della propria inettitudine.
A che servono le finestre con i vetri? A pulire questi ultimi, evidentemente.
Ma insomma, basta farlo solo ogni tanto. Come tutto il resto.

Ogni angolo ha la sua polvere. In alcuni punti sembra abbastanza antica. Peccato disturbarla, magari ha valore.
Mobili spostati e poi rimessi a posto. Protestano, indignati per essere stati disturbati nella loro statica quiete. E cigolano e per dispetto si fanno di piombo pesantissimo.
Ogni oggetto occupa per un po’ il posto di un altro.
Sbaraccamento totale.
Caos primordiale.
Sembra un centro di accoglienza per profughi, per immigrati pieni di stracci.
E dire che tutto serve, ma niente è indispensabile.

L’imbianchino lavora con calma ed efficienza. Non si scompone davanti a ragni e polvere, provvede a eliminarli senza patemi.
Quante case ha visitato, quante storie ha ricavato da quattro mura silenziose. E le tiene per sé, vincolato ad un segreto professionale come un medico. E come un medico, di fronte ad un muro da trattare esprime una diagnosi (muffa!!!, crepe!!!!),  prescrive la terapia (ho il prodotto giusto!) e stabilisce la prognosi (così durerà altri dieci anni!), che per un muro non è così infausta. E opera come un chirurgo, stucca dove serve, ripassando con precisione e delicatezza insospettabili. E poi pennella, rulla, riuscendo a sporcare pochissimo, non sprecando gocce della preziosissima tinta bianca, che ha un valore equivalente a un barile di petrolio.
Poi se ne va, soddisfatto. Ma come il medico della mutua che tiene ai suoi pazienti, tornerà a vedere il risultato delle cure, a sfiorare con la mano le pareti grattando qua e là con un’unghia, se gli pare il caso, o a ripassare il pennellino se il risultato non è perfetto.

Dopo di lui, il caos dovrebbe tornare normalità. Le stanze più luminose, si respira freschezza. Tutto di nuovo ordine, precario forse, ma finché dura è così bello.
Nuovi ragnetti si affacciano su quel lindore, con il bagaglio in ognuna delle otto zampette. Cercano il loro posto nel regno dei ragni, in cambio di un po’ di fortuna. Ragno porta guadagno, dice un vecchio adagio. Lo sanno pure loro.

Benvenuti, amici ragni, mettetevi comodi, qui per un po’ nessuno vi disturberà.

 

 

 

di Ramona 15:35:00 6 Commenti

24/05/2008

PIOVE!

Piove ancora.
Giorni, settimane. Mesi. Qualche piccolo intervallo che fa ben sperare, poi ancora acqua. E acqua e acqua.
Madre e culla della vita, dicono. E vabbè, ma noi mica siamo pesci! Siamo venuti fuori dalle acque milioni di anni fa, abbiamo trasformato le pinne in braccia e gambe, le branchie in polmoni, e la coda chissà dove e quando l’abbiamo persa. Di quei tempi abbiamo mantenuto solo la capacità di galleggiare nei problemi di una esistenza meravigliosa e perigliosa in parti uguali, cercando di schivare squali e gorghi.
Ma non siamo più pesci!
Abbiamo bisogno di stare all’asciutto!
La nostra lisca… ehm… il nostro scheletro ha bisogno di caldo e secco, altrimenti raccoglie muschi e licheni. E si artrosizza. Cioè si debilita, si riempie di dolori, diventa vecchio e fragile anzitempo.

E piove.
Piove sul governo ladro, si diceva una volta. Probabilmente si potrà dire ancora, il mangia mangia non ha colore politico, e i governi sono arraffatutto per definizione. Per antonomasia. Per volontà divina, che altrimenti da lassù avrebbero fatto in modo che non ci sognassimo neppure di avere un governo. Viva l’anarchia??? Ma no, si fa per dire.

Piove ovunque.
E ovunque sono disastri. Una natura sfruttata vergognosamente non sa come difendersi, e si lascia annegare, seppellire dal fango, cancellare. La cosa bella è che i piccoli uomini si trovano proprio in difficoltà, e in questo caso è facile cedere alla tentazione di dire: ve lo siete voluto! Se non fosse che in qualche caso ci cascano i morti. E questo non è mai bello. Rimane la speranza che si impari dai propri errori. Come dite? Si chiama utopia? Ah, già, è vero.

Piove.
Lacrime d’acqua pura, distillata, al massimo con qualche acido d’inquinamento raspato qua e là. Lacrime che scavano solchi negli animi sensibili, ma anche in quelli che sembrano più robusti. La malinconia si pasce d’acqua e grigio ed è endemica ed epidemica al contempo.
Noi poveri esseri fragili mutevoli a seconda del clima, compiamo i peggiori crimini con un clima depresso come questo. Contro gli altri e contro noi stessi. Tanti, tantissimi, non ce la fanno a sperare in un ritorno del sole, e scelgono il caldo eterno dell’inferno, sicuri come sono di andare a trovarlo compiendo un atto estremo, una scelta sofferta e dolorosa. Vite giovani, senza più futuro, si fermano così, sotto una pioggia indifferente e fredda.

Insomma piove.
Il bucato non asciuga. Mi ritroverò senza più mutande asciutte.
La muffa si fa strada allegramente. Ma io non voglio sentirmi stantia.
La cima delle montagne si nasconde nel grigio, vergognandosi un po’ di essere sopraffatta. Però, là dietro, sopra le nuvolacce nere, io lo so che l’azzurro c’è. E che il sole si sta rimboccando le maniche per farsi strada con la forza e venire a salutare i suoi figli.
Figli del sole, siamo noi, della sua forza amica, altro che acqua! L’acqua va bene per dissetarci, ma niente di più. A meno che non sia un mare azzurro e dolce che ci aspetta a braccia aperte, complici una palma e una brezza leggera…

Ma intanto, uffa, piove!!!

 

di Ramona 13:09:00 4 Commenti

18/05/2008

RINGRAZIAMENTI

Io voglio ringraziare un uomo di 82 anni che per un quarto della sua vita ha fatto parte della mia. Lo voglio ringraziare per l’affetto con cui ha riempito oltre 20 anni del mio tempo. Lo ringrazio per la semplicità del suo vivere, senza per questo essere nient’altro che un uomo, per nulla un santo, e per il sorriso sempre pronto, per le interminabili partite a briscola in cui cercava di insegnarmi inutilmente gli strani “segni” per comunicare.
Lo ringrazio per la stella alpina rubata alla montagna, solo per me, per avermi fatto assistere alla nascita di bianchi e teneri agnellini, per avermi mostrato maiali e pecore, fieno sui prati e legne nel bosco.
Voglio ringraziare quest’uomo per aver generato l’altra metà della mela, che altrimenti starei ancora cercando.
Lo voglio ringraziare per la commovente fiducia che riponeva in me, fino a che è stato in grado di dimostrarmelo, e per avermi messo alla prova nel prendermi cura di lui. Lo ringrazio per i sorrisi sdentati regalati senza più cognizione e senza mai un lamento. Lo ringrazio per il suo essere tornato bambino, per avermi regalato la tenerezza che ispira chi non può difendersi, non può esprimersi, non può chiedere, non può muoversi, e non può fare altro che vivere fino in fondo il proprio calvario.
Lo ringrazio per aver chiuso il cerchio senza troppi accanimenti, senza permettere che chi restava dovesse macerarsi in mille dubbi di liceità.
Lo ringrazio per i numerosi aneddoti che arricchiranno il prossimo futuro di mille, inevitabili “ti ricordi?”.

Io ringrazio quest’uomo e gli auguro un viaggio sereno tra i prati del cielo e le montagne del paradiso. Perché per lui, di sicuro, il paradiso è fatto di alte montagne e neve da spalare e prati da sfalciare.

Ma voglio anche ringraziare altre persone.

Io voglio ringraziare gli infermieri, i medici, il personale sanitario capace di mostrare il lato umano che i telegiornali cancellano. Un braccio sulla spalla, un sorriso affettuoso, sostegno morale, abbracci e baci di conforto e condivisione. Sui telegiornali non appaiono mai, ma io li ho incontrati, una volta tanto da bisognosa anziché dispensatrice. E fanno un bene dell’anima.

Voglio ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a riportare una larva alla condizione, più o meno, di essere umano, con rispetto e passione. Compresi i servizi assistenziali sociali, insostituibili e umanissimi supporti.

Voglio ringraziare chi ha sopportato pazientemente i miei dubbi e le paure degli ultimi mesi, con vera amicizia, impedendo a lacrime d’impotenza di avere la meglio quando proprio non era il caso di arrendersi.
E ringrazio chi ha avuto una parola, un pensiero, un abbraccio, una presenza silenziosa. E chi non ha pensato che ci vuole per forza un legame più stretto per giustificare il dispiacere.

Ricordando un sorriso sdentato, arrivi il mio grazie a tutti.

Ora, sorridiamo anche noi, e andiamo avanti.


di Ramona 20:54:00 4 Commenti

11/05/2008

ARRENDERSI, MAI!


Hanno detto che sono stata malata.
Davvero?
Ma no.
Sono solo stata colonizzata da una schiera di microrganismi, virus e batteri, che hanno fatto di me un ricco, gustoso, appetitoso, nonché abbondante, terreno di coltura.
Ma non sono malata.
Io sarei sanissima, senza di loro.

Quei parassiti.
Non sanno cosa voglia dire civile convivenza. Non sanno fare i saprofiti, e cioè: Io do una cosa a te e tu dai una cosa a me.
Nella fattispecie io avrei messo a disposizione i miei umori, le mucose, il respiro, il sangue. E da loro avrei preso…ci sto ancora pensando, cosa.
Ah, sì!
Da loro dovevo prendere lo stimolo alla difesa.
Difatti, di norma, armo un esercito di anticorpi silenziosi e mi difendo, sempre in silenzio, contro il nemico.
Quale nemico?
A questo punto non lo so più, visto che i voltagabbana mi hanno tradita e si sono impossessati loro della roccaforte.
Aspettando i tartari inesistenti nel deserto, convinta che non esistessero, sono stata assalita a tradimento. Di schiena.
Vili.

Ecco, i saprofiti per contratto, come avrebbe dovuto essere, sono diventati parassiti. E banchettano alle mie spalle. Dentro di me.

Dove sono gli anticorpi che ho armato, che ho sempre vantato come il miglior esercito del mondo, altro che quello americano, altro che quello israeliano?…
Sconfitti in casa.
La lotta si è trascinata intestina per giorni e giorni. Subdola. Nessun segnale. Dov’era la febbre, la 007, spiona di professione? In vacanza, probabilmente. Assente.
Il conflitto è esploso di colpo.
Luoghi della battaglia i più svariati: i bronchi, la gola, il naso, le orecchie, perfino le labbra. Tutto perso. Tutto conquistato.
L’esercito si è arreso, il nemico ha vinto.
Il campo di battaglia è raso al suolo.
Bandiera bianca.

In seguito a questa resa sono stata dichiarata malata.
Non riesco a crederlo. Non accadeva da millenni.
La testa non lo ammette, il corpo urla la sua antica stanchezza.
Nella testa, lucida visione delle mille cose da fare. Rifiuto totale del corpo di obbedire. Salvo per la stretta sopravvivenza. Che pure costa fatica.

La tentazione di lasciarsi andare è netta…
La porta chiusa sul mondo, che non esiste più.
Voglia di tenerezze e coccole…
….Che cosa assurda… un mezzo delirio.
Ma cosa pretendi?!
Sola. Pesta. Sconfitta.

Non sono così indispensabile. Gli ingranaggi girano anche senza di me.
Ma sul serio?
Sì.
Incredibile.
E allora a che servo?
Che domande.
Ti aspetti una risposta?
No.

Astenico, dolorante, il fisico galleggia come un palloncino il cui filo è stato reciso. In balia dell’aria, da qualche parte andrà. Qualcosa farà. Se ci riuscirà.
Chiudere gli occhi e rinunciare ad alzare un dito...
Sarebbe stupendo.

Ma da qualche parte risuona una tromba.
La riscossa.
L’organismo pluricellulare e organizzato che sono io, ha tutte le intenzioni di dimostrare la propria supremazia sugli unicellulari. Sui parassiti.
Che diamine. Così grande e grosso, vogliamo scommettere su chi è più forte?
Gli anticorpi rientrano nei ranghi e si riorganizzano.
Si riparte alla grande. Contro la fatica di vivere, e quella di muoversi, il corpo reagisce, e la mente comanda. Fa intendere che questa è stata solo una battaglia, mica la guerra.
C’è troppo da fare.
A qualcosa servo dopotutto.

Firmato l’armistizio, amici come prima, si ricomincia.
È solo un po’ più faticoso di prima.
Chiaro, le ferite riportate dimostrano l’eroica resistenza, ma non sono così gravi. Su, una medaglia, un encomio, tanto per contentino, e via.

Altro che coccole.
Dimenticarsele.
Non esistono più le coccole di una volta.
Triste, ma è così.

Ultimo giorno di riposo.
Non sono sicura di avere davvero recuperato.
La vita mi chiama alla riscossa.
Questo fisico, fino a prova contraria, è fatto per andare avanti. È lui la vera macchina da guerra. Un panzer.
Non si può fermare.
 

di Ramona 17:41:00 5 Commenti

09/05/2008

LE LIBERE DONNE DI MAGLIANO


Può succedere. Parti per qualche giorno, non hai molto spazio in valigia, ti porti dietro solo un libro da leggere in treno. In teoria dovrebbe bastare per andata e ritorno, ma a metà dell’andata lo hai già finito. Così, quando arrivi a destinazione e hai da occupare qualche ora, senti che sei in astinenza da lettura e giri per una casa che non è la tua, cercando qualche pagina da tenere di nuovo fra le mani.
È stato così, per una crisi di astinenza da lettura, che in quella casa ho sentito il richiamo, unico, fra le decine di libri impilati su una sedia.
Per curare la mia crisi stavolta ho scelto, o forse mi ha scelta, un autentico specialista: Mario Tobino, lo psichiatra scrittore.
Un dottore dell’anima, per il mio avido bisogno di parola scritta.

Di lui avevo già letto tempo fa Per le antiche scale. Ora ho di fronte un altro titolo, che mi intriga moltissimo. Le libere donne di Magliano.
Cosa vuol dire “libere donne”?
Conoscendo Tobino inconsciamente intuisco il vero senso dell’aggettivo, quanto meno mi ci avvicino. Presto ho la conferma che l’istinto per le buone letture non mi ha tradito nemmeno questa volta.
Incomincio, famelica, a leggere.
Ho pochi giorni, le pagine non solo le leggo, ma le divoro, fino a ora tarda. Non voglio essere costretta a lasciare il discorso in sospeso prima della partenza, voglio vedere come va a finire.

In realtà capisco subito che non c’è niente che debba iniziare e finire. 
Non si tratta di un romanzo, ma di una serie di istantanee che raffigurano un mondo assai crudo, violento e tenero, di un’epoca e una situazione non troppo lontani. Una rappresentazione che non sarebbe male rileggere, di tanto in tanto.

Sono ritratti di donne, donne speciali, donne particolari, “libere” di essere se stesse, solo perché “matte”. È una galleria di malate psichiatriche, ricoverate nel manicomio di Magliano, nella realtà  Maggiano, nei dintorni di Lucca. Anche se l’autore, nell’ultima pagina, ci tiene a specificare che “nessuno dei malati descritti in questo libro è ospite di alcun manicomio, nessun personaggio ha un reale contrapposto e qualsiasi nome e riferimento è puramente casuale.”.
Dice ancora che avendo frequentato per lavoro molti istituti, quello che ha descritto è la risultante di tutte queste realtà e il luogo, Lucca, è stato scelto “per la ragione dell’arte.”.

La professione di Tobino gli ha consentito di scavare nell’anima di quelli che la semplicità popolare ha sempre chiamato “matti”, o “pazzi”. I suoi scritti, per stessa ammissione dell’autore, hanno sempre cercato di richiamare l’attenzione dei “sani” su coloro che sono stati colpiti dalla follia.
Dice Tobino, a pagina 18:
“Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto delirî.”.
Come dire che i matti sono uguali a noi e che noi potremmo essere matti in qualunque momento. Non dobbiamo dimenticarlo.

Le malattie mentali esercitano su tutti un grande fascino e altrettanto timore. Misteriose e inquietanti, sono capaci di mutare radicalmente la personalità di uomini e donne “normali”. E chi lavora nella sanità come me, non necessariamente in una psichiatria (i manicomi, si sa, non esistono più, o non dovrebbero esistere), o comunque chi ha a che fare con una smisurata e variegata fetta di umanità, non può non riconoscere l’”anomalia”, il difetto, la stramberia, la deviazione psichiatrica nelle sue forme più svariate. Basta un comportamento inusuale, a volte, e già si è guardati con sospetto.

Sono catturata già dalla prefazione dello stesso autore. Lui, psichiatra, si chiede che cos’è la follia. È davvero una malattia? Non è piuttosto una delle tante espressioni umane, magari la più felice, la più libera, che solo perché si scontra con la cosiddetta ragione ne viene allontanata e respinta?

Leggo queste parole mentre mi trovo rannicchiata su una poltrona e penso soltanto: “Fantastico!”.
Tobino il medico sta mettendo in dubbio ciò che in pratica gli dà da vivere. Se la follia non è una malattia, a che servono, di fatto, gli psichiatri?
Ma il bello è che io, da profana, mi sono spesso posta la sua stessa domanda.
Chi è, mi chiedo talvolta, che stabilisce che i matti sono sempre matti oltre ogni ragionevole dubbio? È quasi una consuetudine affermare, non senza invidia, che in fondo i più felici sono proprio i folli, quanto meno sono i più liberi al mondo. Fuori dalle regole, fuori dagli schemi che imbrigliano, imprevedibili, mai uguali, fuori da ogni imposizione e da ogni confine. La libertà della mente di essere diversa, e quindi unica. La rivendicazione di un’unicità che viene definita patologica.

Follia uguale libertà.

Certo, la mia, forse anche quella di Tobino, è una visione romantica dell’argomento. Nella quale s’insinuano la preparazione e l’esperienza professionale, che m’impongono di ricordare che esistono casi di follia estrema, che porta il paziente a essere violento e pericoloso per sé e per gli altri. Chi non ne ha mai incontrato uno?

Chiudo per un attimo libro e riflessioni e accendo i ricordi.

Rivedo l’anziano che mi torce il polso della mano armata di una siringa a lui destinata per calmarne il delirio: “Signore, così mi fa male”, gli ho detto, “Io VOGLIO farti male”, è stata la risposta naturalissima… del resto, perché mentire?! I matti sono sinceri.
Rivedo un’altra anziana che di notte chiama a gran voce il marito morto da anni per farsi portare via da lì, e sono calci e pugni che vanno a segno su chi cerca di impedire che si rechi danno da sè, incerta sulle gambe, debole di cuore, affannata, affaticata come si ritrova.
Rivedo un giovane e il suo lucido delirio che gli fa sì capire di trovarsi in ospedale, ma che gli impone anche di non riconoscere la necessità del ricovero e di dichiarare semplicemente di volersene andare, in piena notte, un casco da motociclista in testa, come assurda e inconscia difesa, minacciando di gettarsi dalle scale se qualcuno glielo avesse impedito, sordo ad ogni ragionevolezza.
Rivedo l’uomo, appena ricoverato, che lavora tutta la notte per prepararsi la valigia e alle sei di mattina si dichiara pronto a tornare a casa. Tranquillo, imperturbabile, non accetta un ordine contrario. Diventa violento se contraddetto.

Sono follie, queste? O non sono piuttosto tentativi di fuga da una realtà dolorosa? Costringendo queste persone a curarsi, facciamo sempre loro del bene? Ne siamo proprio sicuri? Oppure vogliamo solo difendere i confini legittimi della società, che ai “matti” stanno stretti? La società impone regole comuni per garantire la sua stessa sopravvivenza. Ma questi esseri anomali, scomodi, in un loro modo incomprensibile, non possono accettare tali confini. Non ce la fanno, non a livello razionale.

Quante volte, tante, davvero, mi sono soffermata, affascinata e timorosa, a considerare le incredibili mutevolezze della mente. Quante volte stabiliamo che un matto non ha più nulla di umano e proviamo pietà, ma anche paura. La diversità della mente fa paura. Meglio tenersi alla larga. E come non giustificarla, questa paura, là dove la follia esplode in violenza incontrollata? E come non pensare ad epoche e civiltà in cui invece il diverso era adorato come una divinità?

Lascio per un po’ le divagazioni, ho poco tempo, devo finire il libro.
Era il 1964 quando Tobino scrive nella prefazione della sua diffidenza verso gli psicofarmaci. In alcuni casi questi riducevano o annientavano la malattia, e là dove questa causava vera sofferenza, la persona ne usciva guarita. O “normalizzata”.
In altri casi non c’era successo, se non quello di annullare l’esplosione della personalità “diversa”, mascherarla con una normalità apparente, lasciando il vero fuoco ancora tutto da scoprire, lungi dall’essere guarito.
Già all’epoca Tobino si augurava che agli psicofarmaci, la psichiatria accostasse la psicologia, l’umanità, l’approccio più intimo alla persona per tentare, dove possibile, di capirla nel suo intero. Inoltre: “Ora ci vorrebbero tanti più psichiatri, più infermieri specializzati, più dedizione, più giornaliera pazienza, più denari, più denari […]”.
Come darti torto, dottore? Oggi che i manicomi, come li hai conosciuti tu, non ci sono più, come negare che ci vorrebbe ugualmente e con più decisione un aiuto maggiore alle famiglie con a carico persone così fuori dagli schemi, così impossibili da imbrigliare nelle maglie sociali che esse rifiutano nel loro categorico modo da pazzi? E che cosa diresti leggendo la notizia di poco tempo fa, che gli antidepressivi sono inutili per la maggior parte dei casi per cui vengono prescritti?
Diresti che avevi ragione.
E la ragione non è dei pazzi, vero?

Non riesco a districare il racconto di Tobino dalle esperienze di vita. Da considerazioni tante volte fatte in corsia, di fronte a casi simili.
Eppure la galleria di queste donne di Magliano è terribile e affascinante. L’autore dà maggior risalto all’oscuro erotismo che, selvaggio, senza freno, irrompe da donne che non devono sottostare più ad un codice morale, inventato per condannarle anche quando sono “normali”.

Donne che in preda alla sensualità più libera si lanciano nude contro il medico, bramose di sesso. Come dice un’anonima infermiera del racconto, anche quelle fuori vorrebbero, ma non possono.
Certo, un’esagerazione, ma che sottintende come le imposizioni sociali costringono la donna a “comportarsi bene”, a reprimere gli istinti, al contrario di quanto è concesso all’uomo. Se non lo fa, o è pazza, o è puttana.

Donne che si autoaccusano dei mali del mondo, e cercano di uccidersi trafiggendosi il petto con un ferro da calza. E se non si autoaccusano apertamente, perché non pazze, pensiamoci: forse il mondo le responsabilizza e le reprime ugualmente troppo, incolpandole di ogni cosa, facendole nel tempo streghe, o madri snaturate, o femmine perverse.

Donne che fanno del sesso libero la loro unica ragione (se di ragione si può parlare) e impudicamente si mostrano, provocano, smaniano, insultano le suore, custodi non solo delle malate stesse, ma anche di inconfessate brame verso il genere maschile. Donne indemoniate, si dice delle pazienti, che nude vengono rinchiuse in una cella con un solo letto d’alga, su cui sfogano rabbiose e impotenti la loro smania.

E per chi è preda di quelle che noi chiamiamo allucinazioni, ma che sono verità per queste persone, Tobino svela: “una delle fondamentali leggi è che i matti non hanno né passato né futuro, ignorano la storia, sono soltanto momentanei attori del loro delirio che ogni secondo detta, ogni secondo muore, appunto perché fuori del mondo, vivi solo per la pazzia, quasi avessero quel compito. Di dimostrare che la pazzia esiste.”.

Ce l’ho fatta.
Sono stata sveglia di notte e chiudo il libro sull’ultima pagina che è quasi l’alba. Ma non dormo.
Ripenso alle libere donne di Magliano. E a quante libere persone ho incontrato in tutti questi anni, senza riconoscerle.

 

(Un altro libro per il mio scaffale in Bottega)

 

di Ramona 16:17:00 1 Commento

05/05/2008

BELLINDA


A casa Pinco e Pallina è arrivata Bellinda. Fervono i preparativi per una degna sistemazione. La signorina Bellinda è di alta genealogia, non può mica accontentarsi di un albergo a poche stelle… cioè, di un ricovero da poco.
A dire il vero le quattro mura che a suo tempo ospitarono la povera Stella sono nuove e solide. Quello che necessita con urgenza è il perimetro della passeggiata, dove farle sgranchire le nobili membra.

Chi dice che Bellinda è una cavalla sbaglia di grosso. Bellinda è una modella, alta, affusolata e aggraziata. Bionda come la Bardot dei tempi che furono, provvista in più di una lunga coda dello stesso color platino, che nemmeno lontanamente assomiglia alla chioma dell’attrice da giovane. La camminata è elegante e misurata, la falcata ampia e degna delle passerelle d’alta moda.
Non scherziamo. Qui siamo alla presenza di un’autentica Miss. Bisogna ricrearle il giusto habitat, quello più adatto al suo rango.

Pinco e Pallina si affannano e fanno del loro meglio, spronati dalle imperiose sfuriate della diva a quattro zampe. Che non ha tempo da perdere, lei al chiuso di un box soffre di claustrofobia! E ci tiene a farlo sapere al mondo intero, con una voce che proprio dolce non è…

Il luogo dove Miss Bellinda poserà i suoi poco delicati zoccoletti va delimitato in modo robusto. Il signor Pinco e la consorte Pallina sanno quello che c’è da fare. Basta farlo, dunque, seguendo la ricetta più adatta.

Ingredienti:

Una ventina di pali alti quasi due metri.
Rete metallica.
Corda elettrificata e ganci in cui farla passare.
Mazza, chiodi e martello.
Buona volontà q.b.

Prendere tutti gli ingredienti e portarli nel prato. Alla bisogna usare un trattore, ma anche manualmente va bene, se si è disposti a fare duemila giri su e giù per il prato medesimo... Dipende dalla resistenza dei soggetti, considerando che quella di Pallina, messa ko dal raffreddore, è uguale o inferiore a zero.

Far fare al signor Pinco nel terreno, uno per volta, buchi profondi circa mezzo metro, più o meno equidistanti tra loro.
Dire alla signora Pallina che depositi in ogni buco uno dei pali e suggerirle di tenerli in posizione eretta, possibilmente proprio diritti, a mo’ di totem, e non ad angolo acuto.
Il signor Pinco prenda ora la mazza, dal peso di circa cinque chili o più, e assesti con forza una serie di colpi in cima ai pali per affondarli nel terreno. Diciamo che un centinaio di mazzate, complessivamente, può essere sufficiente.
Si raccomanda al signor Pinco di evitare di colpire la testa e le mani della moglie.
Si raccomanda alla signora Pallina di non paragonare il marito all’omino della Plasmon… quello era un’altra cosa, ma orsù, anche il consorte fa la sua bella figura. Anzi, è pure meglio.

Dopo avere eretto tutti i pali, srotolare la rete metallica, che naturalmente non è né leggera, né di facile trasporto, e fissarla agli stessi. Operazione questa che compirà il signor Pinco con chiodi e martello, sempre cercando di evitare le proprie dita e quelle della signora.
Ora infilare i ganci nei pali (questo è facile).
Ora far passare la corda attraverso i ganci. E che ci vuole. Una passeggiata. Su e giù per il prato. Per l’ennesima volta.
Collegare il recinto così formatosi alla batteria, ed evitare, possibilmente, di toccare il tutto per non farsi un elettroshok gratuito. Magari sarebbe necessario, ma non è questo il momento.
Fermarsi a guardare il risultato, e asciugarsi il sudore prima che il raffreddore si complichi con una polmonite.

Se siete riusciti a compiere queste mosse in meno di due giorni, e senza nemmeno litigare fra voi, complimenti, ora potrete assistere a uno spettacolo formidabile.

Pinco e Pallina effettivamente ce l’hanno fatta. A dispetto del raffreddore, che fa di Pallina un essere senza spina dorsale, nel senso che proprio non si regge in piedi.
Ma l’aria aperta, dopo molti mesi di chiuso, freddo e pioggia, non può che farle bene. Oddio, fa ancora un po’ freschetto. Qualcuno ha detto a chi di dovere che maggio dovrebbe dispensare tepore, se non caldo, invece di quest’aria troppo frizzante e queste nuvole gonfie di pioggia?
Si cerchi di provvedere.
C’è bisogno di primavera, di calore, di sole e buonumore.
Vabbè, per lo meno non piove. Non ancora.

La signora Pallina di nuovo pensa che suo marito è sempre più uguale al gigante della Plasmon. Ok,  quasi… quello batte su un gong, ed è muscoloso, Pinco invece ci dà di brutto su pali enormi con una mazza. E i muscoli… ci sono, ma non si vedono. Sono in incognita.
Il signor Pinco è decisamente meglio del gigante della Plasmon.


Una voce reclama, dal chiuso del box.
Miss Bellinda sembra aver capito che è arrivato il suo momento di gloria. Ha pazientato finora, ma adesso ha visto che i lavori sono terminati ed è impaziente di esibirsi.
Creatura abituata agli spazi aperti, sente il richiamo del prato.

Il signor Pinco la libera, le concede il suo spazio. Il suo space, come si dice. Ed è una festa. Uno spettacolo meraviglioso.
Bellinda si esibisce in un galoppo sfrenato, che meriterebbe le distese della prateria, invece di un piccolo prato montano. Pallina, all’estremità del recinto, la vede arrivare in velocità, come una bomba. Si chiede di sfuggita se i freni dei cavalli siano revisionati a sufficienza, e se la vista di Bellinda abbia superato il test di guida quanto basta perché si accorga della rete prima di finirci sopra.
Il rumore degli zoccoli che sollevano le zolle è pari a quello dei cuori di chi la sta a guardare. Criniera al vento arriva Bellinda di gran carriera, inesorabile.
Vede la rete e si ferma in tempo.
E poi sono sgroppate, piccoli salti di gioia, nitriti imperiosi, rivolti al cielo e a chiunque. Assaggia l’erba, le piace, percorre il perimetro del recinto esplorando quello che da ora sarà il suo territorio, la sua passerella. E si esibisce in un trotto allungato estremamente elegante e altero. E poi via, di nuovo di corsa.
Come non sognare, a questa vista, di tenersi attaccati alla criniera e volare insieme a lei in spazi infiniti?
Pallina sogna, appunto, sapendo che solo di un sogno si può trattare. Nella realtà ha molta più fifa di quanto voglia far sapere in giro.
Ma la visione di questa creatura possente e appassionata scalda il cuore e addolcisce il ricordo della perdita di chi l’aveva preceduta. Povera vecchia Stella… largo ai giovani! Questa potenza, questa vitalità, tu non l’avevi più da tempo… tanta tenerezza e un bacio a te, piccolina.

Bellinda si calma, dopo un’ora di corse e salti. Mangia l’erba e controlla il suo nuovo territorio. Ora sì, si sente a casa.

A Pinco e Pallina concederà poi graziosamente tante coccole e bacini. Con quel muso di velluto, gli occhi furbi e dolci insieme, e il grande corpo forte e caldo, viene voglia di abbracciarla.
Ma lei è una Miss, altezzosa e dispettosa, e mette subito in chiaro, scrivendo con lo zoccolo destro: qui comando io!

Benvenuta, Miss Bellinda.

 

di Ramona 19:29:00 Commenta:

01/05/2008

I MIEI OCCHI SCURI

Ho gli occhi scuri.
Lo sapevo, naturalmente. Sono nata con gli occhi scuri. È una questione di genetica, era inevitabile. Non c’è mai stato nemmeno la lontana possibilità di pensare che potessi avere nel corredo fisionomico gli occhi azzurri come il cielo, o verdi come un prato di primavera, o grigi come la pioggia, o nemmeno di uno splendido nocciola, caldo e dolce come miele. Tutti colori che ho sempre amato e desiderato, negli sguardi degli altri, incantata dalla loro trasparenza innocente.

Io invece ho gli occhi scuri. Castani, ho sempre pensato. Banalmente castani.
Almeno fossero stati neri…come un  pozzo senza fondo cioè, inquietante e appassionato, che metta i brividi a chiunque ne riceva l’attenzione.

I miei occhi invece sono solo scuri. Non marroni, non neri.

Ma sono lucidi di stelle!
Le ho viste brillare, negli attimi di gioia e in quelli di lacrime, allo stesso modo, con uguale potenza, illuminando l’oscurità dell’iride.
Le ho viste luccicare maliziose, quando era il momento di un gioco, di un’allusione, di uno scherzo amoroso.
Le ho viste anche offuscarsi per un poco, ma poi risplendere di nuovo subito dopo.
Le ho viste ridere, sorridere, e arrossarsi di pianto.

Ho gli occhi scuri, ma non opachi, non spenti come credevo. Hanno la luce dentro. Hanno il fuoco che li illumina.
Mi sorprendono da uno specchio, in un filmato, in una foto.
Non me n’ero mai accorta.
Forse i miei occhi non mi avevano mai guardata, prima.

E sono così grandi e vivi!
I miei occhi non riposano mai, ma si posano qua e là senza pace. Sono occhi curiosi, che ci vedono bene e cercano sempre di andare oltre l’apparenza.
Il mio sguardo scuro, come i raggi x, attraversa le cose per scoprirne il vero significato.
I miei occhi non castani, non neri, non celesti, non si fissano a lungo su persone o cose. Non sono indiscreti e non vogliono creare disagi. Perché fissarsi in altri occhi vuol dire carpirne l’anima. Scavare e trovare.
I miei occhi sono scuri e lucenti e basta loro poco per capire, non gli occorre soffermarsi.
Se lo fanno, in realtà non stanno “vedendo”.
Stanno sognando.
Perché loro, i miei occhi grandi e scuri, sanno sognare senza chiudersi al mondo.
Perciò scusateli, se li vedete addosso a voi.
In realtà sono già oltre.

di Ramona 21:02:00 5 Commenti