26/03/2008

LA FINE DI UNA STELLA


C’era una volta una cavallina di nome Stella. Be’, non era proprio una cavallina, forse una gentile signora cavalla, che però, vezzosa come poche, non aveva mai fatto sapere in giro la sua vera età. Perfino il sorriso era ingannevole, e si sa bene che con il sorriso le signore e signorine cavalle non possono mentire. Lei ci riusciva. Ma tutti la perdonavano.

Un bel giorno incontrò due strani esseri a due gambe che rispondevano al nome di Signor Pinco e Signora Pallina. Erano proprio strani, lei piccoletta, lui un colosso che bastava a far rabbrividire la schiena a Stella. Dalla signora Pallina sembrava non ci fosse nulla da temere. Tanto è vero che quando questa volle montare sulla sua groppa, la nostra signora cavalla ne dimenticò addirittura l’esistenza e tentò di rientrare in casa propria, cioè nella comoda stalla che divideva con un po’ di pecore, attraverso la bassa e stretta porta… con Pallina sulla schiena! Avete presente i migliori cartoni animati di gatto Silvestro, o Will Coyote, che passano attraverso i muri lasciandovi il proprio stampo? Ecco, Pallina già si prefigurava un futuro da cartone animato… che però non avvenne. Lo stop arrivò prima.
La signora cavalla Stella e i due strani figuri Pinco e Pallina, nonostante tutto, si piacquero, e iniziò la (quasi) convivenza.

Stella rivelò subito la sua origine di gran signora.
 
Lei non aspettava né coccole né fieno. Lei li pretendeva. Con sonori nitriti e sbuffate d’impazienza. E quando i due poveri grulli inesperti scoprirono che i cavalli mangiano anche mangimi naturali e bucce di mele e pane secco, non ci fu salvezza. Puntuale come un orologio svizzero, il nitrito di Stella ti diceva che ora era.

Lei non aveva alcuna intenzione di scarrozzare sulla schiena né la leggera Pallina, né il peso massimo Pinco. Quando ci provarono, dopo essersi dotati di tutto l’occorrente, da veri cow-boy, o, come preferiva pensare Pallina, da gentleman inglesi alla caccia alla volpe, lei non mosse un passo.
Con Pallina in groppa, in bilico su una sella troppo piccola, aggrappata alle redini per non cadere, la snob signora cavalla Stella non mosse uno zoccolo. Diceva: ma chi vi credete che io sia, eh?? Una qualunque somara? Io da qui non mi muovo. Pinco tirava, Pallina sgambava sui fianchi, ma niente.

Una fatica.

Ci vollero numerosi tentativi, carezze e decisione, un frustino che non faceva male a una mosca, perché la nostra cavalla Stella, annoiatissima, decidesse, massì, di accontentarli. Pinco di lato, a piedi, Pallina in groppa che pareva toccare il cielo… tremava un po’ dalla fifa, ma il suo sogno di bambina ora era proprio lì, sotto il sedere, che muoveva svogliatamente i primi passi da cavalla in servizio. Ma per chiarire bene chi comandava, in famiglia, era sempre Stella che decideva quando era il momento di tornare indietro. Cioè, alla prima curva. Dietro front, e passo spedito verso casa, con Pallina sempre più destinata alla carriera da cartone animato spiaccicato sul muro della stalla.
Niente e nessuno faceva desistere la signora cavalla dalla sua volontà di ferro.
Una fatica.

Lei decise un giorno che era ora di prendersi un po’ di svago. Trovò la strada sgombra e fuggì, seguita a ruota dall’innocente piccolo pony di casa. Due cavalli in fuga. Era una domenica delle palme, e va bene che Gesù era in groppa ad un asino quando fu festeggiato a Gerusalemme, ma quella domenica aveva altro da fare, con tutte le messe che si dicevano in giro, non erano disponibili né Lui né i rami d’ulivo. Ma la signora cavalla Stella, creando pure una piccola processione all’inseguimento delle fuggiasche, ci teneva a vedere il mondo. Solo che il mondo finiva lì dove era scesa dal camion. Oltre, cosa c’era? Per ora meglio non indagare. Dietro front (il suo passo preferito) e via verso casa, con il pony sempre appresso e la macchina fermata in precedenza sulla strada con un “insegua quel cavallo!”,  appena più dietro.
Che fatica.

Lei era pigra e pacifica. Perché scalciare o arrabbiarsi? Troppo impegnativo e poi non è da signora. Mai un calcio, mai un morso, e per questo la Stella vanesia era l’idolo dei bambini. Alla loro portata, da salirci in groppa a pelo, anche in due o tre. Anche il cane, sul groppone. Tanto Stella non si muoveva mai. Conosceva il pericolo in cui potevano incorrere i bimbi ad un movimento falso e dunque non si muoveva e bonariamente sopportava.
Una fatica.

Lei adorava chiunque avesse studiato da cavallerizzo. Montata da un esperto, diventava Varenne, Furia e Tornado messi insieme. Obbediente e disponibile, dove valeva la pena. Pinco e Pallina? Due poveri grulli, ma tanto cari… da poter manovrare a piacimento. Ogni tanto regalava a Pallina un brivido d’avventura, un piccolo trotto che la rendeva felice, la faceva sentire libera come un pellerossa nella prateria, e vogliosa di più, di più, di spazi aperti, di vento nei capelli, del sudore di entrambe mescolato alla pari. Ma durava poco. La signora Stella, nobile unicamente per un timbro, ma senza genealogia, si concedeva con il contagocce.
Una fatica.

Lei, volendo, avrebbe potuto fare una bella figura anche con una carrozza. Pinco procurò tutti i finimenti necessari, quelli lunghi, per il traino. Poi vi si attaccò egli stesso e provò a fare le veci di un carro. La signora cavalla Stella decise di fargli provare l’emozione del carretto e prese il piccolo trotto. Pinco lasciò una parte dei pantaloni sulla strada e poi ripose i finimenti. Per sempre.

Lei aveva la passione per i nodi. Avrebbe potuto fare il marinaio. Li sapeva sciogliere tutti. Bisognava farli doppi e tripli, per darle filo da torcere.
Lei aveva passione per l’orto della nonna. L’insalatina fresca e il radicchietto tenero valevano bene l’abbattimento di recinti e steccati. Altro che fieno dell’anno prima.
Lei aveva passione sempre per l’erbetta che non poteva raggiungere. E sì che non era del vicino, e dunque non era più verde, era solo al di là del recinto e quindi la voleva.
Lei era gentile e amava baciare con le labbra di velluto. Mani, braccia, gambe, e magari anche le tasche, se dentro odorava qualcosa di buono, sbavando allegramente ovunque, tirando le maniche e i pantaloni, lei voleva l’attenzione su di sé.
Una fatica.

Lei un bel giorno cominciò ad avere qualche acciacco.
Per cominciare, uno zoccolo tarlato. Che nonostante le cure amorevoli e costose del signor Pinco, improvvisatosi dottore e infermiere dei cavalli, ci impiegò oltre un anno a guarire. Ma guarì. Via i ferri, ormai non servivano più, via la sella e i finimenti, la signora cavalla Stella era ormai una gentile pensionata, ma guai a dirglielo. Difendeva tenacemente il mistero sulle proprie origini e sull’età. Le ricerche degli investigatori privati non erano mai approdate a niente.

Poi un giorno si distese sul prato e non si alzò. Ci volle tanto tempo perché riuscisse a risollevarsi. Coliche, pensò il dottore (quello vero). E cominciò il periodo delle pappe di lino, rinfrescanti e benefiche. Poi di nuovo, e ancora, sofferenze distese sull’erba, incapacità di alzarsi, di rimettersi sulle proprie gambe. I cavalli sono animali da fuga, in natura, si sdraiano poco, dormono in piedi per essere sempre pronti a salvarsi fuggendo. Restare a terra per tutto quel tempo non era un buon segno. Pinco e Pallina accorrevano, soffrendo insieme a Stella, più di lei. Ma ogni volta, lei, indomita, si rialzava. Artropatia, forse artrite, fu la nuova diagnosi. Pallina dovette imparare a fare le iniezioni alla sua amica, e non si rivelò affatto semplice come sui cristiani. Bisognava perforare il collo, quel muscolo potente e generoso che reggeva la nobile testa e le labbra di velluto. Non fu facile farlo, ma fu imprescindibile.
Fu messo in piedi anche un nuovo e moderno box. La vecchia stalla, oltre che servire per altri scopi, era forse troppo stretta e inadeguata a una signora cavalla di quel lignaggio, ora per giunta malata.
Una fatica.

Nel nuovo spazio la vecchia (vecchia?, chi lo dice?) signora cavalla Stella girava libera, si affacciava alla finestra, cui arrivava appena col muso, e reclamava la colazione alla mattina presto, e quando arrivava qualcuno lo salutava con un nitrito di cortesia. Non le sfuggiva nessuno.
Poi fu la volta di una sospetta mastite. Ma come signora cavalla Stella, alla sua età? Ma lei, al solito altera, non dava spiegazioni. Ricominciò la cura di iniezioni, e massaggi e pomate. Lei lasciò fare, accondiscendente, pensando che le fosse dovuto.
Ma qualcosa non andava.
E non sarebbe più andata.
La vecchia signora cavalla sembrava non avere più la forza di badare al proprio aspetto, che appariva trasandato, nonostante le cure, ed era insolito per lei. La fatica di arrivare fino al prato cominciava a essere visibile.
E che fatica.

Ieri.
Distesa, nel box, incapace di rialzarsi. Gli zoccoli contro le pareti di legno a far un rumore che arriva dentro al cuore. Bagnata, perché aveva rovesciato il secchio dell’acqua, tremante, dallo sforzo e forse dal freddo, il muso di velluto ritirato in una smorfia di sofferenza, i denti allo scoperto.
Pallina inorridisce, capisce che è l’inizio della fine.
Ci prova, disperatamente, a tirarla su. Con tutte le sue misere forze, si aggrappa alla cavezza e tira. Tira. Forza Stella, aiutami. Non puoi restare distesa, lo sai, no?, che devi essere pronta alla fuga, su alzati! E Stella ci prova, alza il collo, spinge, ma non funziona. Pallina chiede aiuto, con il supporto di un uomo forse in due ce la fanno. Lei tira, lui spinge. Per un attimo il miracolo sembra possibile e Stella è seduta… ma solo per pochi secondi e poi crolla di nuovo. Ha il cuore a duemila, trema ancora tutta, è sfinita. Ha voglia di mangiare e rosicchia pane e fieno, da distesa. Pallina la accarezza, le parla, tira ancora, ma non ce la fa. Arriva il dottore. Prova a farle un paio di antidolorifici, ma sia lui che Pallina sanno che conterà poco. E’ l’ultimo giorno, l’ora del tramonto per la vecchia Stella. 
Il signor Pinco è al lavoro, poi dopo anche Pallina dovrà andare. Nell’etere, per ore, un frenetico scambio di telefonate. Come va? Come sta? Si rialza? No, non si alza, chiama, sbuffa, ci prova, ma non  ce la fa. Ti prego dottore, torna presto. Aiutala. Ti prego.
E il dottore torna, è quasi notte. Il signor Pinco è là da un pezzo e da solo, tirando e imprecando, è riuscito almeno a voltarla sull’altro fianco. Ma non c’è risposta nelle vecchie gambe della vecchia signora. Non funzionano, sono inutili. E il grande cuore è ormai allo stremo. La mano pietosa del dottore pone fine allo strazio. E i cuori di Pinco e Pallina accompagnano, tenendolo stretto, il cuore di Stella nei verdi pascoli del cielo.

C'era una volta una cavallina di nome Stella, e ora non c'è più.

Ciao vecchia, bisbetica, indimenticabile Stellina.
Sarà una fatica immensa, ora, stare qui senza di te.


di Ramona 15:17:00 6 Commenti

23/03/2008

IL COSO DI PASQUA


È grande. Accidenti, il più grande che abbia mai ricevuto in regalo.
Raccolto, in una scatola a pareti trasparenti che non lo nasconde allo sguardo, è qui davanti a me.
Uno spettacolo!!
Moraccione dalla dolcezza amara, decorato con un augurio di zucchero colorato, è un incanto….
Liscio, panciuto, l’immagine dell’abbondanza e del mistero.
C’è sempre qualcosa dentro di lui, una consapevolezza che rassicura. Non ti lascia mai a mani vuote.
E questo coso qui è così grande che lascia immaginare un contenuto adeguato.
Oddio, meglio il contenitore o il contenuto???
Non è obbligatorio rispondere, vero? Perché non so rispondere…  il contenuto può anche non essere un granché, nella sostanza, ma le aspettative che crea, sempre, sono impagabili. E imperdibili. Si può rinunciare a tutto, nella vita, ma non toglietevi mai il gusto dell’attesa, dell’immaginare cosa c’è “lì dentro”.

Grasso e soddisfatto, questo coso davanti a me da qualche giorno mi sfida. Una tentazione continua. Aprimi, sembra dire. Mangiami, invita suadente.
No, coso liscio e tondo, stai buono, io ti mangio a Pasqua. Non ci sono santi, no, aspetto.
Pasqua non è lontana.

Pasqua è arrivata.
È un giorno come un altro che ritorna ogni anno, senza il buongusto di farlo sempre nello stesso giorno. Dispettosa Pasqua… prima ti fanno abbuffare, è carnevale, poi ti dicono di digiunare, è quaresima, e quando hai ancora il cappotto addosso e la neve ti circonda, ti dicono che è tornata Pasqua e puoi nuovamente rimpinzarti alla grande.
Nel mio immaginario la Pasqua si accompagna al volo delle rondini, alle campane che suonano a festa, alla natura che risorge insieme al Cristo… e ai questi cosi panciuti, che guai se mancano.
Bè, oggi la primavera è assente ingiustificata, le rondini si sono perse per strada e le campane… le mie orecchie sono decisamente sorde, non le sentono.
Lui però è qui.
Degno rappresentante della sua specie effimera dalla vita brevissima, in barba al significato religioso della Festa con la maiuscola, tremendamente pagano e fiero di esserlo, oggi si autocelebra da sè. Si immola per noi, ed è felice di farlo.
Anche noi siamo felici del suo sacrificio. Lo stavamo aspettando!! La sua Croce è il nostro palato, ma da lì non risorgerà, non è il suo destino, purtroppo.

Sta aspettando, sa che il suo carnefice è qui, sono io,  Hannibal Lecter impaziente e bramoso.
Ebbene sì, mi sento un po’ cannibale, perché un tantino mi ci ritrovo in lui, in questo coso: sono liscia, tonda e mora, amara e dolce come lui, e nel mio vuoto conservo una sorpresa luccicante che si chiama anima.
Orsù dunque fratello coso, ti mangerò oggi che è Pasqua. Sono giorni che aspetto questo momento… tu sarai felice e io pure, insieme godremo per quell’attimo di lussuria che svanirà in meno di un niente, ma per il quale valeva la pena di aspettare e di vivere.

Mi avvicino e ti accarezzo, ti sfioro e sbavo un po’… scusa.
Ho il coltello in mano. Sì, un coltello, non un martello per farti a pezzi, io sono delicata, lo sai. Ti aprirò con delicatezza invece di massacrarti, farò di te due metà perfette. Poi comincerà la vera festa. Ma prima… prima, lo sai, mi devi consegnare il tuo segreto, quello che custodisci nella tua panciotta. Io te l’ho detto cosa c’è in me: un’anima, a volte rattrappita, a volte stanca, a volte esagerata, sempre diversa ma sempre presente. E tu, che una sorpresa ce l’hai da offrire pure tu, da sempre, cosa nascondi lì dentro?
Tra pochissimo lo saprò.

Guardami.
Ti prendo in mano, inserisco la punta del coltello sulla tua sommità.
Una leggera pressione, indolore.
E finalmente ti apri e dentro te...

 

BUONA PASQUA A TUTTI

di Ramona 08:31:00 6 Commenti

21/03/2008

FATICA

È un momento, un attimo. Ti arriva addosso dopo averti corteggiata a lungo.
L’hai sentita giungere a te in progressivo crescendo, ma in realtà non è che ti abbia mai lasciato del tutto.
La stanchezza fa parte di te come un vestito, una seconda pelle mai consumata, mai mutata. Solo che ogni tanto ti suona alla porta e si spaparanza nelle tue fibre.
È come osservarla al binocolo. Da piccolo punto irraggiungibile cresce a dismisura nel tuo campo visivo fino a che non la contieni più. Il tuo corpo non la contiene più.

Un che di gelatinoso che ti afferra. Come i molluschi ti ritrovi senza spina dorsale. Tanto che non riesci a stare nemmeno seduta. La sola cosa che sogni, che cerchi con lo sguardo, è quella che deve consentirti di metterti in posizione orizzontale. Solo per un po’, pensi. Mica per sempre, non è ancora “quel” momento.

Strisciando, aggrappandoti a ogni sporgenza, ti trascini verso il divano. È il più vicino, il più disponibile ad accoglierti.

Le gambe non ti reggono, ma perché? Non hai corso la maratona di New York, non hai scalato una montagna, non hai percorso mille miglia. E non sei una vecchia paralitica. Non ancora.
Bugiarde gambe, mi state ingannando e vi state ingannando. Dovreste fare il vostro lavoro, sostenermi, camminare, ballare, salire e scendere le scale con giocosa sicurezza. Invece siete delle pappemolli.  Riuscite perfino a farmi cadere dalle scale…Volete solo distendervi, fannullone.
Con tutto quello che c’è da fare.
È per questo che ci fermiamo, protestano le gambe quando finalmente riesci a issarle sul divano. Tu non ti accorgi, dicono, di quanta strada facciamo ogni giorno. Non lo vedi che non c’è mai tregua? Pretendi sempre di più da noi. Ma la stanchezza è una nostra alleata. Anche se ci fa male, ci fa pulsare e gonfiare, abbiamo bisogno di lei. Per costringerti a fermarti.
Chiedi alla tua schiena, se non è d’accordo con noi.

Difatti la schiena è curva come quella del gobbo di Notre Dame. Alla base difetta dell’armatura, sai, il ferro che si mette nel cemento per farlo diventare “armato”, appunto, attrezzato per sostenere il peso e la responsabilità di case e palazzi. Manca da un po’ di tempo, quel sostegno nella tua schiena. E lei si curva, non regge, fa male. Implora pietà, solo un pochino, quello che basta.
Per favore.

Il divano chiama, promette l’oblio.
Non è l’ora della pennichella, ma quando mai hai fatto la pennichella, tu?! Eppure quel divano, azzurro come il cielo che sogni nelle grigie giornate di questa fredda primavera, ti chiama.
Strisciando strisciando, ci arrivi.

Ti accoccoli su un cuscino, in posizione fetale. Hai un po’ di freddo. Ti chiudi ancora di più. Stranamente, in questa posa arzigogolata, la schiena si stende, le vertebre tirano, lo senti e ti piace. Vorresti essere tirata ancora di più. Magari ci vorrebbe la tortura medievale, quella che tirava le membra fino a spezzarle… bè, ok, così forse è troppo…
Le gambe si svuotano del tutto, sono leggere, delicate farfalle, non pezzi di legno duri e cattivi.
Stai immaginando un massaggio che parta dalla più umile unghia del piede e arrivi fino alla doppia punta di ogni capello che hai in testa. Un’onda che si distribuisce dentro te, va e viene, cancella e porta via le tossine, la fatica, la stanchezza. Chi te lo fa, un massaggio così? Uno schiavetto d’amore?... sì.
È solo immaginazione.
Il cervello, stimolato da gambe e schiena che finalmente respirano, crea illusioni piacevoli, paradisi inesistenti che per qualche momento ti fanno volare. È palpabile l’arrendersi del cervello alla logica del riposo. Si sgombra, letteralmente, ti conduce lontano, nel nulla più completo. Ti spoglia di quel pesante cappotto di fatica che non ti levi mai, e non perché non vuoi, ma perché non ce la fai, la vita non te lo consente. Non quella che conduci ora, almeno.
Senti un interruttore girare gradatamente fino a spegnersi. Proprio come hai presagito l’arrivo del crollo, allo stesso modo avverti il salto nel buio che rilassa. La spina che si stacca.
Il cervello ricambia così i segnali del fisico: regalando davvero l’oblio. Annullando i sensi, allentando le tensioni delle fibre pur molli che non riescono a svolgere alcun tipo di lavoro.
Stai volando, verso dove non lo sai, verso il paese che non c’è, quello dove non devi fare nulla che non sia esistere, semplicemente.
Stai cadendo nel vuoto ed è meraviglioso, vorresti piangere.

Dura poco.
L’interruttore gira di nuovo in senso inverso, la zavorra ti risospinge ancora tra i viventi.
Nella foschia del risveglio ti accorgi che sono passati solo dieci minuti.
Qualcosa brucia in cucina.
Devi alzarti.
E andare.

 

di Ramona 21:14:00 4 Commenti

16/03/2008

LAUREA


La candidata si siede davanti alla commissione. È la prima di questa sessione di studenti che discutono la tesi per la laurea di primo livello.
È emozionata, la sua voce non si sente, un esile filo che non arriva neppure alle prime file di spettatori. Il presidente richiama il pubblico indisciplinato, due o tre volte, se avesse il martello del giudice lo batterebbe fragorosamente sul tavolo. Ma ha ragione, il brusio irrispettoso disturba l’esposizione della candidata. Anche se le interruzioni del presidente la deconcentrano forse di più del vociare sommesso di parenti e amici.
Per essere la prima della giornata la ragazza inaugura la sessione alla grande, con il risultato immediato di 110 e lode. Un applauso si alza spontaneo. I suoi conoscenti non possono essere più di una decina, ma tutte le persone presenti manifestano all’unisono sincera partecipazione e ammirazione. Segretamente sperano che anche il proprio figlio o figlia o nipote o affine riporti la stessa votazione. Sarebbe motivo d’immenso orgoglio per la famiglia potersi vantare di avere un rampollo laureatosi con lode! Anni di sacrificio ripagati da una sola parolina che nell’immaginario familiare potrebbe aprire chissà quali magiche porte nel prossimo futuro.

I candidati si susseguono. Sono tutte ragazze, per ora. Hanno la toga e il tocco e sembrano tutte uguali. Minute, con gli occhiali o senza, capelli lisci, tacchi alti sotto la toga, trucco leggero. Tutte, indistintamente, nella foga della discussione, gesticolano vivacemente, un po’ anche per nascondere il tremito delle mani. Tutte hanno una voce sottile, a tratti esitante. Hanno scritto una tesi, o meglio, l’hanno sostenuta e motivata e ora la devono discutere con chi ne sa più di loro, con chi ha il compito di esprimere un giudizio sul lavoro di mesi, forse di anni.
Ogni tanto i professori s’incendiano, pongono domande, invitano a dimostrare quanto esposto.
Si sente proprio poco, l’aula magna è in realtà un vecchio deposito della defunta SIP, con un palco rialzato per l’occasione e una platea di sedie nere fantasma. Nel senso che come ti alzi in piedi la sedia ti viene soffiata da sotto il sedere. Il rigiro di persone ha dell’incredibile, un viavai continuo, un incessante vocio di sottofondo, un bambino piccolo che piange disperatamente.
Non c’è acustica, e non ci sono microfoni per le candidate senza voce. Le quali, di fronte a domande precise, hanno in genere una piccola esitazione, ma poiché sanno dove andare a pescare nel loro lavoro, rispondono, riprendendo il discorso imparato a memoria e aumentando la gesticolazione.

Ho un flashback.
Un quarto di secolo fa e un po’ di più.
Un’altra commissione, un’altra serie di scrivanie diaboliche, un altro tipo di esame. È il gran giorno della mia maturità. La prova orale. Sono la penultima esaminanda in tutto l’istituto, dopo di me solo un’altra povera disgraziata.
È il 24 luglio. Non un 24 luglio qualsiasi, ma un 24 luglio in Puglia. Il che vuol dire all’incirca 40° C all’ombra dei fichidindia.
In città è peggio dell’inferno. La calura scioglie l’asfalto e i volti dei commissari. Tutti esterni, solo uno è il nostro rappresentante interno, quello di chimica. I professori sono esausti, da giorni non fanno che interrogare ragazze, si sentono dire sempre le stesse cose, e il caldo li uccide, in un ambiente che non conosce climatizzazione. Hanno voglia di farla finita.
Come me, che sono tranquilla, nonostante qualche calcio ricevuto dal prof. durante la prova orale di chimica. Quanti strafalcioni (e quanti relativi calcioni) sono ammessi ad un esame di maturità per passare indenni? Non lo so, ma ora è il momento della prova d’italiano. E qui non temo calcioni.
La noia si è impossessata dei tratti somatici dei severi commissari. Non ne possono proprio più. Comincio a parlare. Espongo una piccola tesi su Pirandello, frutto di assidue ricerche svolte sui libri, nell’era in cui Internet era fantascienza, nel tentativo tutto personale di dire qualcosa di nuovo.
Perché Pirandello? Ma perché ha sempre fatto parte della mia infanzia, l’ho incontrato da piccola, tra le pagine delle sue Novelle per un anno che, anche se non le capivo fino in fondo, ho letto e riletto e poi letto ancora, perché quello c’era in casa, e pochi altri volumi, e la mia voglia di leggere doveva accontentarsi. Pensaci Giacomino,  La giara, La mosca… e tutte le altre. Volevo capirle, infine.
La commissione si rianima. Rinasce l’interesse sui volti liquefatti. Avvertono la mia passione, sentono parole nuove su un argomento trito e ritrito. Fanno domande e io rispondo convinta, senza esitazioni. Loro si raddrizzano, partecipano, mostrano interesse e non puro dovere. Sono contenta. Mi congedano con molti complimenti e io volo!
Mi sento grande.
Sono matura.

Ora, di fronte a quest’altra commissione, che non conosco, che affronta e discute tesi su argomenti a me sconosciuti, rifletto sulle emozioni di queste ragazze. Ricordo la mia di allora, e la paragono a queste. Mi dico che se fossi io seduta su quella sedia, oggi, dopo tutto il mio vissuto, probabilmente sarei più tranquilla di loro. Le prove che ti presenta la vita le devi superare tutte, perciò ti temprano, ti forgiano, t’irrobustiscono. E ti danno la misura della realtà.
Gli esami non finiscono mai, diceva Edoardo. E quanto è vero!
Gli esami quotidiani sono quando devi sostenere un colloquio di lavoro, o superare un concorso importante, o quando devi dare una brutta notizia o consolare qualcuno, quando ci sei tu dall’altra parte della scrivania e prepari un corso, lo spieghi e poi tocca a te interrogare (e al tempo stesso sei giudicato), quando devi far quadrare i conti, affrontare una malattia, digerire una perdita… Di fronte a prove come queste, e a molte altre, chissà quante volte ti ritroverai a sorridere dell’agitazione di quel lontano giorno della maturità o della laurea. Senza nulla togliere all’importanza del momento.

La commissione esamina un po’ di candidate, poi manda tutti fuori e poi assegna la votazione.
Poi è l’ora del caffè.
Poi finalmente si ricomincia.
Un ragazzo minuto, teso come una corda di violino, pallido che sembra senza sangue, viene chiamato a presentarsi. Si perde dentro la toga, troppo larga per lui. Il suo professore lo presenta come un tipo “esageratamente ansioso”, ma in modo benevolo e in due parole ne espone la tesi. Poi lo invitano a parlare.
E il ragazzo parla parla parla. Ha la voce alta e sicura. Il presidente riceve una telefonata e lui non s’interrompe. Gli fanno un’unica domanda e lui risponde.
Io lo so cosa sta dicendo, anche se quegli argomenti non li ho mai studiati. Lo so perché quella tesi, almeno in parte, l’abbiamo rivista insieme. A distanze annullate, un migliaio di chilometri azzerati grazie ai prodigi di skype.
Riconosco le frasi, rivedo gli errori, ricordo le discussioni.

Ho un altro flashback.
Un neonato. È la prima volta che lo prendo in braccio. È piccolissimo e nero, ha grandi occhi neri, non so da quale parte prenderlo. Io ho 18 anni, non ho pratica di bambini. Qual è il dritto di un neonato, come si tiene in braccio? Sono alle prese con i ciripà e poi con i pannolini. Il biberon e le pappe. Quelle unghie sempre troppo lunghe e sempre da tagliare. E dormire nello stesso letto, lasciare che mi tiri i capelli perché si addormenti, portarlo a passeggio e ammalarsi di varicella, anzi di “baricella”, assieme, lui 2 anni e io 20. Il distacco, il treno che mi porta via, il timore di perdere il suo affetto, così piccolo si dimenticherà presto di me.
E poi i ritorni, i mille momenti rubati alla lontananza, le difficoltà congenite nelle manifestazioni di affetto.
Il tempo che vola.

In virtù dei poteri conferitimi dalla legge, le conferisco la laurea in sociologia con il voto di 105/110 e la nomino dottore in sociologia.

Benvenuto nel mondo dei grandi, fratellino.

 

di Ramona 21:07:00 8 Commenti

08/03/2008

UN ALTRO 8 MARZO


Parto. Vado via per qualche giorno. Ho tutto da sbrigare, tutto da preparare, la valigia quasi pronta ma ancora aperta. Tra poche ore sono ancora in treno, ancora in viaggio.
Ma oggi è un giorno da commentare, anche se in fretta, anche se con poche parole sconclusionate, non pesate, ché manca il tempo. È un giorno da commentare, ma non perché sto preparando la valigia…l’unico commento in merito sarebbe che alla fine questa sarà senz’altro strapiena, perché non mi so mai decidere su cosa mi servirà o non mi servirà lontana da casa.

No, oggi è un giorno da commentare anche col silenzio se vogliamo, se non siamo capaci di parlare.

Il giorno in cui si festeggia la donna, oggi. Chissà cosa vuol dire.
Le donne andrebbero festeggiate sempre! Tutti i giorni è una festa semplicemente perché ci sono, esistono.

Le donne colorano il mondo.
Le donne sono quelle che subiscono, patiscono, vengono offese, umiliate, picchiate. Uccise.
Da padri, fratelli, mariti, amanti. Maschi.
Ma le donne sono quelle che pensano, organizzano, dirigono, si emozionano. Si donano.
Generose, puntigliose, avventurose. Arrabbiate, ironiche, divertenti, pensierose.
Orgogliose e umili. Contraddittorie. Forti e deboli.

Qualsiasi aggettivo va a pennello alla donna, perché la donna comprende tutto l’arcobaleno delle emozioni. Un universo senza fine, inesplorabile: la donna non vuole essere esplorata.
La donna vuole essere amata.

Ma soprattutto rispettata.
Perché la donna si meraviglia di essere considerata “un’altra cosa” rispetto all’uomo. Come se non si fosse mai liberata della sua originaria condizione di costola di Adamo. E allora spesso è una cosa, un oggetto, un essere che non pensa, buono solo per dar piacere, passivamente, e per lavorare, attivamente.
Ma una donna è, come un uomo, un essere umano.
Diverso, certo, come diversi sono tutti gli esseri viventi, l’uno dall’altro.
Ancora ci ripetiamo queste considerazioni. Ancora ci stupiscono.

Ho appena descritto le caratteristiche delle donne, quasi a sottolinearne l’effettiva diversità. È così, ma questo non vuol dire essere migliori o peggiori. È bello essere diversi. È bello riconoscere di essere alla stessa altezza, di essere persone con pari dignità. E dovrebbe essere ovvio, naturale.

In questo giorno si possono non dire molte cose, o dirle.

Alcune, bellissime, sono fra queste righe della mia amica Stefania Nardini, che ricorda l’impegno civile delle donne, spesso pagato con tributo di sangue.

A me oggi viene in mente la giornata dello scorso anno, che ho descritto qui. Per non dimenticare che non c’è giorno di festa in cui qualcuno non soffra.

Poi ci sono le innumerevoli poesie che i poeti, da sempre, dedicano alle donne. Parole d’amore e odio, di bisogno e appartenenza, di venerazione e flagellazione.

Non è ancora un giorno che passa inosservato.
C’è ancora l’uomo che ti fa gli auguri. Di cosa non si sa… però… quando arrivano dal cuore fanno piacere. Perché siamo donne anche in questo. E se arrivano da chi non te lo aspetti… bè… che donne saremmo se non ne fossimo contente? E se alla fine delle nostre battaglie incazzate e impegnate, quando ci ritroviamo stanche ad affrontare l’ennesima notte in bianco, non ci arrivasse un rametto di mimosa insieme a un grazie e a un bacio, come faremmo a commuoverci?

Parto, vado a finire la valigia.
Non ho detto nulla di nuovo, ma non niente di nuovo c’è da dire.

Metto qui le parole di una grande donna. Sì, lo so se ne’è fatto un po’ un abuso, come di tutte le cose. Ma a  me piacciono. È un regalo che mi faccio e che vi faccio, donne.


DONNA

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni….
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è a colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c`e` una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`e` un'altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c`e` in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però  non trattenerti mai!!!

Madre Teresa di Calcutta

 

 

 

di Ramona 12:55:00 5 Commenti

02/03/2008

E COME ANDO' A SENIGALLIA?



Andò così.

Venerdì. I treni viaggiano miracolosamente in orario, e altrettanto per miracolo si presentano puliti. Nessun ritardo, nessun inconveniente, nessun fastidio. Tutto liscio come l’olio. La mia prima uscita, dopo tanti mesi d’impegno fisico e psicologico, non può essere disturbata da alcun disguido. Altrimenti mi metto a mordere come un serpente velenoso.
E poiché neanche il fato ci tiene ad essere avvelenato, il viaggio va bene.

Senigallia sonnecchia in riva al mare in un clima sospeso. Da qualche chilometro, al finestrino del treno è apparso il mare. Questo tratto di costa mi appare sempre bellissimo tutte le volte che ci passo e ha il potere di commuovermi, ogni volta. Cielo assai nuvoloso, aria grigia, vento sostenuto e freddo. Mare grigioverde, cupo ma non troppo. Non proprio l’ideale, ma l’importante è lo spirito. Limportante è esserci.
A Senigallia si presenta Primo Incontro, perbacco! A Senigallia incontrerò gli amici!
A Senigallia però devo andare a vedere il mare da vicino, spiarlo solo dal finestrino non è  sufficiente…Respiro lo iodio di questa giornata ventosa, il mare mi ricarica con la sua sola presenza, lo stress dei giorni passati è affogato in quell’acqua scura. E poi c’è l’Amore e l’Amicizia accanto a me: come posso non sorridere? Un saluto a Penelope, che dagli scogli emerge a mezzobusto e aspetta, eternamente aspetta, fedele per sempre… Una montagna di lucchetti testimoniano quanto questo valore sia ancora un valore, anche nei nostri giorni frettolosi e indifferenti.

E poi, suvvia, andiamo a incominciare!
Il Panzini ci accoglie, c’è da aspettare un po’… Restiamo in trepida attesa che un operaio finisca di usare delle bombole di gas vicino alle nostre poltrone, passando con la fiamma a così breve distanza dalle lunghe tende chiare da farci rabbrividire, e non solo per il freddo che entra dalle finestre aperte…
Intanto sono abbracci e baci, e strette di mano, tra carbonari già conosciuti e quelli che s’incontrano per la prima volta. Perché noi confratelli siamo un mistero anche per noi stessi, mica conosciamo tutti i nostri volti… E poi, insomma, siamo qui per un Primo Incontro, no? E dunque che sia una festa anche il nostro, di primo incontro!

Incomincia la presentazione, con un divertente e istruttivo (!) power point di Bob Fogliardi, geniale ed eloquente intrattenitore, mentre Pino, padrone di casa, orgogliosamente mostra a tutti i lavori dei singoli carbonari ma anche quelli collettivi. La platea, discretamente numerosa, segue attenta. Chiara introduce Tutto il nero d’Italia e poi arriva il momento delle letture. In che senso? Nel senso che i nostri piccolissimi racconti vengono “interpretati” dalla voce intensa, benché un tantino bassa a causa di una recente bronchite, di Mauro Pierfederici, attore di professione.
Ragazzi!!! Il mio minuscolo Primo Appuntamento, letto con tanta espressione, acquisisce spessore e statura, diventa un gigante, io ascolto senza fiatare, come se lo sentissi per la prima volta, non cercando d’indovinare il finale…
Ho la pelle d’oca.
Ma l’ho scritto io?!
Mi dicono di sì.
Sarà… comunque lo stesso effetto fanno anche gli altri racconti letti. Siamo piccoli, ma grandi!!
È stato un successo: tre (3), TRE copie del nostro pargoletto vendute! Stiamo diventando famosi.

La degustazione vinosa fa il suo effetto… nessuno si tira indietro, e poi via a cena, dove ci aspetta una lunga tavolata.
Ho mangiato, sì, lo confesso. Ho mangiato con le papille gustative, ignorando lo stomaco che gridava “basta, sei piena, chiudi i boccaporti!”. Ho mangiato con le lacrime agli occhi per quanto tutto era buono. Non mi intenerivo così di fronte al cibo da tanto tempo… Da quanto? Bè, da quando ho iniziato a usare surgelati. Non c’è tempo per respirare, nella mia vita, figuriamoci per cucinare. Giusto la sopravvivenza.
Immaginarsi come potevo resistere di fronte alle orecchiette con broccoletti e vongole, ai ravioli con gamberetti e arancia, alle linguine allo scoglio come non se ne vedono in giro, alla frittura mista di una leggerezza celestiale… perfino l’insalata e il sorbetto avevano un sapore indimenticabile.
Dov’è lo chef? Lo voglio sposare. Voglio che si trasferisca a casa mia e tutti i giorni cucini così.
Per me.
Solo per me.
Mi servo innumerevoli volte, vergognandomi per la sfacciataggine. I rotolini intorno alla vita invece mi ringraziano per averli foraggiati, e lo stesso la pancetta, per solidarietà. Non c’è di che, bisogna essere generosi a questo mondo. È da troppo tempo che li tengo a regime, cioccolata a parte, oggi è festa anche per loro.

I compagni di merende, o meglio, di cena, sono deliziosi come la cena stessa. Ma non li ho mangiati. Giuro.

La serata finisce, come ogni bella cosa a questo mondo. Baci e abbracci, di nuovo, e ognuno per la sua strada. Ciao, carbonari.
In riva al mare è umido, il freddo penetra nelle ossa, sorvolando sulla maglietta leggera che credeva di essere anche troppo pesante a quelle latitudini. Fortuna che il piumino tiene fuori sia la neve di montagna che l’umido del mare.
In albergo però non sanno che chi viene dal nord ha bisogno di un quintale di coperte addosso. Un leggero plaid, o poco più, non basta a calmare i brividi.
Ma insomma, ho negli occhi il mare, nello stomaco il cibo degli dei, nella testa le immagini più belle della giornata, al fianco un amore insonnolito… non posso proprio lamentarmi!

Peccato per chi non c’era. Il nostro Piccolo Incontro è stato davvero grande!
Un abbraccio speciale all’amico Pino per averlo permesso. Grazie!