26/02/2008
GRANDE UFO
Ehi tu lassù, Grande Ufo! Ti ricordi ancora di me?
Sono sempre io, quella terrestre tanto piccoletta quanto complicata che ogni tanto, quando si ricorda, ti scomoda per chiederti questo o quello. E solo talvolta ti ringrazia. Scusami, a volte me ne dimentico, nella frenesia quotidiana, nella convinzione di dover avere per diritto ciò che penso mi spetti, può capitare che dia tutto per scontato, e quindi salti il ringraziamento.
E dai, ora non te la prendere così per queste cose, non fare finta di essere arrabbiato e non piantarmi il muso. Hai ragione, stop. Sono maleducata. Però non sono cattiva, lo sai. Mi hai programmata tu in questo modo, non posso essere cattiva nemmeno se lo volessi.
È vero, ogni tanto mi scappa un pensiero feroce… Vorrei vedere te al posto mio. Nella vita ti provocano in continuazione, e uno per un po’ porge l’altra guancia, ma a farlo sempre si rischia di passare per fesso!
Scusa, grande Ufo, non volevo dire che tu sei… no, scherzi?! Tu sei un ufo, il più grande, l’Unico, a te riesce a meraviglia l’essere così generoso. Sei fatto apposta. Io sono solo un po’marziana e anche un tantino lunatica, di porgere l’altra guancia potrei non averne sempre voglia.
Ma, ripeto, non sono cattiva.
Lo dimostra il fatto che non riesco a ribellarmi, non riesco a cambiare le cose; ciò che mi capita, anche se non lo digerisco, me lo faccio scendere nei transistor con un po’ di soda caustica. E pazienza se poi lo stomaco mi arde. Una lubrificatina, una passata di antiacido e ogni rospo va giù, tutto torna come prima.
Mi sono sempre detta e ripetuta che dietro a tutto ci sei tu. A volte ti mascheri da destino, a volte da vecchio con la barba bianca e col dito puntato, a volte somigli a una follia carnevalesca senza senso. Ma sei sempre tu, caro Ufo.
Tu ci hai programmati tutti per fare o essere qualcosa, e se questo qualcosa abbia un senso o meno ai nostri occhi, te ne freghi, è così e basta. Capiremo tutto, prima o poi, nei secoli che verranno.
Alle volte, Grande Ufo, scendi al nostro livello e pare perfino che ci ascolti.
Io in passato ci ho provato a comunicare con te, te lo ricordi? Ti chiedevo cose assurde, che presuntuosa! Dei miracoli, come la guarigione materna per esempio, mica briscole. Ero un po’ insistente vero? Che rompiscatole di ragazzina…
Poi sono scaduta nel soft romanticissimo… Ah, l’amore innocente! Ti chiedevo di far restare con me tizio o caio, e non sapevo nemmeno perché te lo chiedevo, che tanto sapevo come andava a finire e che era meglio che finisse così. Ah-ah, era per metterti alla prova!!!... Possiamo riderne, ora, perché quella volta avevi ragione tu…
Ti ho mai chiesto soldi? …. Mmmm… forse. Quando non se ne hanno e sopravvivere sembra difficile, può anche darsi che abbia fatto pure questa richiesta. Ma non ne sono sicura, se è successo ero piccolissima e sognavo di comprare stivali alti e lucidi per la mamma, di pagare le rate della macchina a papà, di stracciare le cambiali, di non dover indossare abiti smessi e fuori moda.
Una richiesta di bambina.
Tu mi hai cresciuta, nel tempo, sussurrandomi nelle orecchie che i soldi non fanno la felicità. E io ti ho creduto, ti credo ancora! Per questo non hanno mai contato troppo per me. Ho dato più importanza alle cose meno materiali, come volevi tu. L’amore, l’amicizia, gli affetti, la generosità, la disponibilità, l’ascolto, il pensiero, e via di seguito. Se i soldi non fanno la felicità, pensavo, queste cose sì che la faranno! Non mi avevi mica detto che anche l’imponderabile contiene fregature e potenziali scottature. L’ho capito da sola, un po’ alla volta. Ma non l’ho capito ancora troppo bene. Ci devo cascare dentro tutte le volte.
Concorderai che da un certo punto in poi non ti ho più chiesto niente, o quasi. Ho apprezzato quello che è venuto accettando anche la fregatura, dove c’era. Perché ho capito il trucco, Grande Ufo.
Il trucco è che se piangi e ti disperi per un fatto o una persona, è segno che sei vivo. Così come se ridi ed esulti per un altro fatto, una coincidenza, un incontro.
Tutto ciò, mi hai insegnato per tutti questi anni, è vita.
Quando hai versato la benzina nel mio motore e poi mi hai messa in moto col tuo soffio, ho
smesso di essere un morto, una cosa inesistente. Sono diventata un umile ingranaggio nell’immenso meccanismo dell’universo, e prima o poi, magari, me lo spiegherai esattamente a cosa servo. Ma soprattutto di colpo ero un essere pensante, piangente, amante ecc. Solo un po’ diverso da C-3PO, il mitico robot delle guerre stellari. Io non ero una ferraglia, mi avevi regalato la capacità di reagire ed interagire con passione, ad ogni evento. Un dono immenso.
Ma, Grande ufo, dimmelo in un orecchio: questo tuo regalo era a tempo? Cioè dopo un tot di anni avrei dovuto restituirtelo? No, perché, sai… non riesco più a trovarlo… frugo nelle tasche dell’anima, ma le trovo più vuote e bucate di un buco nero dello spazio, sì, uno di quei buchi dove tu ti rifugi per sfuggire ai rimproveri delle tue creature quando non ne possono più, o alle loro richieste assillanti (sai fare benissimo il sordo quando vuoi!). Insomma frugo e non trovo nulla.
Te lo sei già preso indietro il tuo regalo? La capacità di emozionarmi, di appassionarmi, di incuriosirmi? E dove lo hai messo, di grazia? Nel buco nero insieme a te? Ma allora dovevi dirmelo che sarebbe andata così, ne avrei nascosto un pochino per il momento del bisogno.
Grande Ufo, a essere pia e devota ti direi ok, fai di me quello che vuoi, che tanto lo fai lo stesso e non mi spieghi nemmeno il perché lo fai. Ma non funziona, non mi viene. Perché io penso che non è bello riprendersi i balocchi già regalati, ‘sta cosa mi fa arrabbiare. Io non sono una bimba cattiva, te l’ho detto, e te lo ripeto, dai, in tutti questi anni non hai ancora capito come sono fatta?
E allora ecco la mia richiesta, sì, ancora una, dopo tanto tempo, fa’ conto che te lo chieda salmodiandola come una preghiera…
Restituiscimi il mio balocco: la mia vitalità, la curiosità, la passione, le risate, la voglia di giocare e di esplorare, la compassione e la pazienza. In cambio ti cedo la staticità che mi circonda, la stanchezza, la rabbia inutile e repressa, l’impotenza e la rassegnazione. È un cambio vantaggioso per entrambi: nei buchi neri ci sta un sacco di posto, queste cose pesanti a te non daranno fastidio. Per me invece sono una zavorra. Io rivoglio il mio giocattolo…
Tu, Ufo fino in fondo, nemmeno rispondi. Mi fai alzare lo sguardo a cercare il sole, che è sempre un più caldo di ieri, a spaziare nei prati, che sono sempre un po’ più verdi di ieri, a guardare intorno, che tutto è diverso da ieri, non è vero che è uguale, cambiano circostanze e persone e fatti e sensazioni.
E io penso: Vuoi vedere che il mio balocco è appena qui vicino a me e devo solo cercarlo? E mi convinco che questa caccia al tesoro che è la vita, in fondo è l’ennesimo regalo del Grande Ufo, quel dispettoso occupante di buchi neri spaziali che non ti renderà mai niente facile, fino a che campi. Perché, mi sembra di sentirlo, se no che gusto c’è?
25/02/2008
UN PRIMO INCONTRO A SENIGALLIA

Avviso ai naviganti.
I Carbonari sono alla riscossa! Il fantasmagorico gruppo di alieni scrittori chiamato Carboneria Letteraria, di cui faccio immeritatamente parte, si appresta allo sbarco in quel di Senigallia. Non paghi (nel senso che di solito non pagano…), ebbri ma non ubriachi di successo, i confratelli sono sempre disponibili a diffondere il Verbo del loro Primo Incontro.
Fra le varie tappe previste dal tour mondiale, ricordo, qui e ora, quella del 29 febbraio corrente anno. Cioè, fra una manciata di ore.
Il luogo deputato è assai prestigioso. Trattasi di istituto scolastico, per la precisione L’istituto Panzini di Senigallia, da tempo avvezzo agli incontri di razza. Voglio dire, a dispetto delle male lingue che vogliono la scuola italiana in crisi, il Panzini ha il meritevole merito (si può dire?...) di avvicinare gli studenti al mondo della letteratura mediante un’iniziativa dal titolo “Lo scrittore della porta accanto”. Il progetto è a cura del carbonaro Giuseppe D’ Emilio coadiuvato da Gianna Cataffo, entrambi illustri docenti del Panzini stesso.
Si portano gli scrittori in aula, tra i ragazzi, si legge e si discute, si nutre l’intelligenza. Vuoi dire che non è un’opera meritevole? E gli scrittori saranno pure esseri alieni, ma di fronte all’idea di conquistare i cuori e le menti degli adolescenti di questo pianeta, si fanno in quattro per partecipare.
Nel caso dalla Carboneria, ci faremo forse in 32 e via crescendo, in modo esponenziale. Perché noi Carbonari siamo tanti, siamo infiltrati ovunque, e soprattutto siamo disponibili ad ogni esperienza.
In questo caso l’appuntamento è serale, alle ore 18, nella sala incontri della scuola.
La Carboneria Letteraria esce allo scoperto e si racconta, attraverso la mente eccelsa e geniale e le sante parole di uno degli affiliati, detto Roberto Fogliardi . Il nostro piccolo figlio collettivo, Primo incontro, edito, com’è universalmente noto, dall’editore Centoautori per la collana Leggere Veloci, verrà illustrato e recitato dall’attore Mauro Pierfederici. 
Cavoli, qui non si scherza. La serata si permea d’arte.
E non solo l’innocente Primo Incontro ne sarà protagonista, ma nella stessa serata si parlerà anche di Tutto il nero d’Italia, una raccolta di gialli e neri (ed. Noubs) curata da Chiara Bertazzoni, sorella carbonara che sarà presente alla serata.
Per rinfrescare la gola, dopo tanto parlare, non mancherà l’occasione di bagnare la stessa con una degustazione di vini pregiati offerta dall’azienda agricola La Distesa.
Insomma, chiunque si trovi a passare per la città dei Galli nell’ultimissimo giorno di questo febbraio bisesto, si fermi al Panzini e non se ne pentirà. E se qualcuno non è proprio di passaggio ma vorrebbe esserlo, non deve fare altro che approntare una valigia con le mutande di riserva e il pigiama e lo spazzolino da denti, che un posto per fermarsi, necessario dopo la degustazione, lo si trova.
Io?... Io ci provo, mi avvio già da ora, non voglio perdere il posto in prima fila… Vi aspettiamo, popolo di naviganti!
16/02/2008
IL TOTEM DEL LUPO

Ero una bambina di 6 o 7 anni. Vedevo i lupi da vicino. Loro in gabbia nella “Villa Comunale” di Lecce, io a scrutarli di fuori. Provai da subito un gran rispetto e una pena intensa.
I lupi erano sempre inquieti, andavano avanti e indietro incessantemente nel poco spazio a disposizione. Dopo qualche tempo, tuttavia, languirono nell’inedia. Ricordo, è indelebile, l’odore forte, insostenibile. Da non poter starci vicino. Pensai fosse odore di selvatico, anche se non avevo mai sentito prima l’odore di selvatico.
Passavo molto tempo a guardare i lupi, quando i grandi mi portavano alla “Villa”.
Mi fu detto che una lupa sotto il leccio era il simbolo della città, e in effetti lo avevo visto, sul selciato in piazza, lo stemma cittadino. 
Ma non mi pareva che l’animale stilizzato somigliasse molto ai lupi veri.
Quel pelo arruffato, quegli occhi che non sembravano mai spenti, neppure nella forzata inattività, quell’odore pungente, erano tutta un’altra cosa.
Ero bambina, ma pensavo ci fosse qualcosa di stonato nella gabbia. Mancava la libertà, lo spazio, la possibilità di correre e decidere e lottare. Un lupo non è un cane, pensavo, non avrebbe mai giocato con me e non mi sognavo neppure di poterlo portare al guinzaglio. Un lupo è un lupo, diceva la mia saggezza infantile infarcita di fiabe: hai presente quello che mangia la nonna in Cappuccetto Rosso?...
Uno alla volta i lupi sparirono. Per ultima una lupa malandata, avvilita, depressa. Non ho mai saputo che fine abbiano fatto.
Il lupo è un animale misterioso.
A scuola mi spiegarono che, tanto tempo fa, una lupa aveva allevato due gemellini appena nati, figli di un dio e di una donna, discendenti da un mito. Insieme al latte la bestia infuse loro il coraggio, la forza, la voglia di vincere della sua razza. Tanto che dai gemelli nacque un impero. La cosa m’impressionò, perché avevo visto da vicino quell’animale e non mi era difficile immaginare che la leggenda non fosse poi del tutto tale, ma contenesse un fondo di verità.
Se non ci fosse stata la lupa, Roma sarebbe mai nata?
Il lupo è un animale straordinario.
Qualche anno fa feci di un lupo il protagonista di un racconto. Versai lacrime nello scriverlo. E il racconto, lieve e possibilista, vinse un concorso.
Il lupo è un animale magico.
Con queste premesse, quando mi sono imbattuta in un libro intitolato “Il totem del lupo”, non ho potuto resistere.
Il lupo è un animale irresistibile.
Parliamo del romanzo.
Uscito in Italia nel 2006 con Mondadori, “Il totem del lupo” già da un paio di anni era un caso editoriale in Cina, ed in un certo senso anche un caso politico.
L’autore si firma con lo pseudonimo di Jian Rong, ma la sua identità non è rimasta segreta a lungo nell’ambiente. Si tratta di un intellettuale dissidente cinese, che ha impiegato circa trent’anni a scrivere questo suo primo romanzo, autobiografico.
Protagonisti: la Mongolia Interna, un ragazzo cinese, i lupi e la prateria mongola. Ambientazione insolita per noi occidentali, che in genere di quei luoghi non conosciamo molto, ma che alla fine, leggendone, ne restiamo stregati.
In sintesi, un ragazzo cinese ed altri “giovani intellettuali”, ossia studenti, come lui, vengono inviati, durante la rivoluzione culturale cinese degli anni Sessanta, nelle terre di confine, lontani da Pechino. La ragione ufficiale è quella di interagire con le popolazioni di etnia diversa e portare la cultura cinese anche tra quelle lande, per una politica di avvicinamento e di fusione con le minoranze. In realtà alcuni di loro hanno in famiglia dei dissidenti o “reazionari” che danno fastidio al governo. Meglio spedire i rampolli lontano dalle cattive influenze, fino a che sono gestibili.
Accade l’imprevedibile per il giovane Chen Zhen e alcuni dei suoi amici. S’innamorano perdutamente della prateria e della vita che il popolo dei mongoli vi conduce. Una vita dura, fatta di nomadismo e pastorizia, di allevamento, di tradizioni secolari rimaste immutate nel tempo. Una vita che, se segue le regole della natura, si adatta ad essa senza mai stravolgerla.
Un ruolo fondamentale in tutto questo lo gioca il lupo.
Tradizionale nemico del contadino cinese, che nel romanzo viene paragonato ad una pecora, il lupo è invece per il popolo di allevatori della Mongolia un autentico totem, un simbolo da combattere sì, lealmente, ma soprattutto da rispettare.
Chen Zhen non ci mette molto a vincere la paura radicata da secoli nella pacifica anima cinese (che, ricordiamolo, per totem ha il drago). Da subito resta affascinato da questo animale e cerca di studiarlo, di comprenderlo.
Il lupo è il vero regolatore dell’equilibrio ecologico della prateria. Predatore, elimina gli erbivori in eccesso che altrimenti distruggerebbero i pascoli naturali, e lo stesso fa con i roditori, altrettanto pericolosi consumatori di semi preziosi .
Il lupo funge da spazzino, facendo piazza pulita delle carcasse di animali, morti magari per altri motivi, impedendo il diffondersi di epidemie.
Il lupo, senza tanti complimenti, si prodiga anche come becchino. I mongoli infatti affidano i defunti alle sue zanne, per permettere loro di salire in cielo. Curioso funerale: il morto viene messo su un carro aperto lanciato al galoppo fino a che viene sbalzato di bordo. Il corpo viene lasciato lì dove cade, con la speranza che i lupi ne divorino presto i resti, garantendogli così l’ascesa al cielo. Il lupo è infatti il prediletto dal Tegger, il Cielo degli antenati, il suo spirito è lo stesso spirito del Cielo e i mongoli sanno che lì farà ritorno. C’è chi giura di averlo visto volare fin lassù, e tutti ci credono. È una spiritualità intensa e materiale quella dei mongoli.
Il lupo è uno stratega perfetto. Cambia tattica di guerra a seconda delle circostanze, non si ripete e impara con l’esperienza.
Il lupo è un animale dal forte spirito di gruppo, si prende cura dei deboli, sa sacrificarsi per la famiglia, ama i suoi cuccioli allo spasimo, confidando in essi per la propria sopravvivenza nel futuro.
Il lupo ha un capo forte, carismatico e intelligente, una vera guida illuminata cui gli altri obbediscono ciecamente.
C’è molto da imparare osservando i lupi. E Chen Zhen decide di catturare un cucciolo per studiarne le caratteristiche selvagge. Scelta contestata come fosse sacrilegio dai mongoli che ospitano il ragazzo, e contro la loro disapprovazione Chen Zhen deve lavorare di pazienza. Anche il vecchio Bileg, il saggio pastore che lo ha adottato come un figlio, ne resta offeso, ma alla fine non lo contrasta.
E il Lupetto, come lo chiamerà Chen Zhen fino all’ultimo, arriva, catturato quando non ha ancora aperto gli occhi. Dividerà alcuni mesi con il giovane, che ne resta stregato e finisce, anche senza volerlo, per fargli quel male che pure aveva cercato di evitargli.
Non si può domare un lupo. È lui che domina, sempre e comunque, anche quando è in cattività.
Il romanzo è molto lungo, e non parla solo di lupi. È un concentrato di biologia, di storia, di sociologia, di filosofia, di politica. È una finestra sull’Oriente, sulle sue tradizioni millenarie e sulle scelte politiche di un’epoca che ha segnato la Storia. A volte incomprensibili i riferimenti storici e leggendari, per noi, che dei mongoli conosciamo solo la furia di Gengis Khan e non il suo genio di condottiero, e ignoriamo completamente la quasi totalità delle complesse genealogie ed etnie cinesi.
Dunque un libro istruttivo, per chi vuole conoscere un altro mondo, altre culture.
E pazienza per le dissertazioni intellettuali disseminate qua e là, non sempre avvincenti...
E pazienza se ci s’impantana ogni tanto e il ritmo narrativo rallenta. Del resto può succedere quando il racconto è lungo oltre 600 pagine. In fondo, viviamo lo stesso ritmo della prateria…
E pazienza anche se anche la traduzione, specie nella prima parte del libro (anzi, direi solo nella prima parte del libro), appare ogni tanto un po’ sciatta e perfino ingenua… immagino che non sia facile tradurre il cinese….
Ciò che è piaciuto a me, e molto, è il lupo.
Il lupo che quando lo guardo non è nella stupida gabbia di una cittadina pugliese, ma in uno dei suoi habitat naturali, in questo caso la prateria mongola, contesa da sempre all’uomo. La sfida per la supremazia affina in entrambi l’intelligenza e la forza, l’istinto e la ragione. Il lupo ne esce dipinto con amore e rispetto per tutto quello che esso è, e perfino la sua ferocia, si scopre, ha una ragione d’essere.
Il signore della prateria, il totem dei mongoli.
Costretto a difendersi dall’uomo, che teme, eppure capace di vendette e di astuzia, di indiscussa ed efficace strategia militare.
È da brivido la scena in cui un branco di lupi riesce a uccidere “per vendetta” almeno 80 cavalli, i migliori tra quelli che i mongoli allevano per il governo.
Sembra di essere presenti con il cuore in gola, tanto è ben raccontata, anche in un’altra epica battaglia fra gli uomini e i lupi. E francamente non si sa per chi fare il tifo.
Indomabile, necessario, immaginifico lupo.
“La storia del mondo non sarebbe stata la stessa senza i lupi” si dicono i giovani intellettuali già a pagina 278, e a quel punto abbiamo abbastanza elementi per esserne convinti pure noi.
No, il lupo non ha niente a che vedere con il cane, che muove la coda e implora una carezza. L’esperimento di Chen Zhen di crescere il cucciolo lo dimostrerà.
Il lupo è uno spirito libero.
Il rapporto del giovane con il Lupetto è fra le cose più belle descritte nel romanzo, diverte, coinvolge e commuove.
Le scoperte del cucciolo, che non ha mai visto i suoi simili (ricordiamo che quando è stato tolto alla madre aveva ancora gli occhi chiusi) ci appassionano, ma dimostrano anche che l’istinto è scritto nel DNA. È con l’istinto che il Lupetto scopre, dopo buffi tentativi, di essere capace di ululare, la rivelazione meraviglia lui per primo, e riempie di orgoglio e tenerezza noi che leggiamo. Ma induce allo sconcerto gli altri lupi, che nei millenni, a memoria, non avevano mai udito di uno di loro cresciuto fra uomini e pecore. Non può essere.
Tanti altri episodi faranno capire a Chen Zhen quanto grande sia stata la sua presunzione, e nonostante il Lupetto cresciuto in cattività riveli alcuni gesti decisamente amichevoli nei confronti dell’uomo che lo ha nutrito, la sua natura è, e deve restare, la libertà assoluta. Il Lupetto non sarà mai un cane. Il Lupetto non sarà mai lupo fra i lupi.
Il lupo è leggenda.
(chiedo scusa, avevo postato un video sbagliato... questo è quello giusto...)
14/02/2008
FOLLIA DI SAN VALENTINO

DELIRIO.
Cullarmi nel sogno
per nenia
parole di carta.
Immaginare il tuo viso
svelarlo infine:
evanescente
bolla leggera
di sapone,
d’incanto ci sei
poi non più
con le tue umide bugie.
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NOTTURNO.
Nel profondo
di una notte
infinita
stellata
in un letto
di sogni e
desiderio
occhi aperti sul ricordo:
le ore
sono piene
di te.
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EMOZIONE. 
Fluttuare lieve
nel tempo,
sospesa,
indifferente
alla sua clessidra
e abbracciare
teneramente
i tuoi pensieri.
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ASSENZA.
Il vuoto silenzio
nell’ombra
trabocca del ricordo.
Legata nell’aria
ad atomi di ossigeno
struggente
necessaria
la mia malinconia
si pasce
della tua assenza
e la tua voce
nella mente
accompagna
questa tristezza.
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SCRIVI UNA STORIA.
Scrivi una storia,
poeta,
dove cuore bacia amore
e amore è poesia
in un mondo
che non è mondo.
Scrivi una storia
d’incantevole stupore,
poeta,
e di nuvole ardite
d’immacolata perfezione
nel cristallo più turchino.
Poeta,
scrivi per me
una storia qualunque
speciale e infinita
da farmi posare, leggera,
i piedi sull’arcobaleno
ed il capo sul tuo petto.
Una storia così,
poeta,
non è una storia.
E’ il sogno.
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L’ONDA.
Arde la pelle
nell’attesa.
Un gemito impaziente muore
strozzato
prima di nascere.
Ed eccola, l’onda,
profonda azzurrità.
Lenta e sicura.
Mormora il mio nome.
Poi cresce
aumenta
s’innalza al cielo
e irrompe
lava
sbatte
e ribatte
sconquassa
grida.
Grida.
E poi riposa.
Ciottolo sudato e felice
mi lascio carezzare
dalla sua schiuma.
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LA CONCHIGLIA.
In una conchiglia dimenticata
dall’onda
cerco il tuo mistero.
Goccia su goccia
che riempie il mare.
Madreperla lucida
ricolma d’amore
la vita che hai percorso
quando io non c’ero.
Amore disperso
da una brezza gentile
e mai compreso.
Tramonti hanno infuocato
la scura profondità
dei tuoi occhi
e aurore dorate.
Senza di me.
Il mormorio dell’oceano
cerco
nel lustro e vuoto guscio,
la voce della tua assenza.
Memoria antica di salsedine
e fatue sirene.
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VIAGGIATORE.
Tu mi guardi
nell’anima
e mi trovi.
Io ti chiedo
muta
di andare al di là
del tuo stesso pensiero
in un viaggio solo sognato.
Attraversa
mio caro
un confine che non c’è.
Esplora ardenti colline
morbide
e boscose pianure
odorose
e pozzi profondi
caldi.
Risali il limpido fiume
tremante
cavalcalo
e penetra,
infine,
nella vastità selvaggia
del mio grido.
Viaggiatore di terre
e sensi
inesplorati.
Non mi lasciare
vuota di te.
08/02/2008
SOLITUDINI TECNOLOGICHE

Ci sono giorni in cui ti senti solo.
Giorni in cui vorresti parlare, tirar fuori i tarli che rodono, i dispiaceri che affliggono, le lacrime che reprimi, i sorrisi che regali al nulla, le capriole che immagini di saper fare.
Ci sono giorni in cui vorresti condividere la tua vita.
E non c’è nessuno con cui poterlo fare.
Non sono i mezzi che mancano.
Hai il telefono, il cellulare, le mail, il blog, skype. Puoi contattare il mondo con un click. Ma il mondo non si interessa di te. Ha altro da fare.
Il mondo corre e non ha tempo per te.
Mandi messaggi che restano senza risposta. E tutta la tua tecnologia resta muta.
Sono giorni di silenzio assoluto.
Forse anche tu sei uno che non ha tempo per il mondo. Anche se non ti sembra, può darsi che sia così. Quante volte sei di corsa, affannato, e rimandi tutto, anche un ascolto, a un domani che è peggio dell’oggi?
Ci sono giorni in cui avverti tutta la solitudine di un mondo super affollato, super frettoloso, super tecnologico. Un mondo che ha molti mezzi per comunicare e nessuna voglia di farlo. Un mondo che non ha tempo per ascoltare o capire la gioia o il dolore altrui.
In giorni così vorresti tornare alla preistoria, quando bastavano un sorriso e un disegno su una pietra per comunicare.
In giorni così vorresti sentire di nuovo il senso e il calore dell’umanità vera.
01/02/2008
CARNEVALE

Mi hanno truccata. Io non volevo. Mi sentivo già abbastanza ridicola così conciata. Ho tentato di mettere il broncio, di rifiutarmi, ma broncio e rifiuto fanno talmente parte di me che nessuno ci bada più. Anche se ogni volta è perché davvero c’è qualche cosa che mi fa stare male. E non riesco a farlo capire a nessuno.
Ora come ora, stasera, la causa del broncio è questo stupido trucco, che insieme allo stupido vestito fa di me una stupida maschera.
Perché quando hai sette anni tutti credono di sapere cos’è che ti piace?
Sono una femminuccia e dunque uno crede che per carnevale io non aspetto altro che vestirmi da fatina buona. Qualcuno potrebbe mai immaginare che invece invidio le piume da capo indiano e l’arco con le frecce e i pantaloni con le frange e i segni rossi sulla faccia, e tutto quanto è stato dato in dotazione ai miei fratelli, solo perché maschi?
Ho tentato l’arma del pianto, ho versato lacrime vere e ho anche emesso qualche singhiozzo. Ma come ho detto, nessuno mi ha badato. Io piango sempre, non è una novità.
Un capriccio, passerà.
E così ora mi portano al veglione per bambini.
Cos’è un veglione? Una festa? E ci devo andare vestita così?
Sì. Anche col trucco, che mi fa la faccia bianca, ma tanto ero già pallida, e le guance dipinte di rosso col rossetto. E rossetto pure sulla bocca, che schifo!!
E ho la parrucca con i capelli finti e celesti, il berretto a cono, di cartone, e in mano tanto di bacchetta magica con stellina di plastica. Però non funziona, la magia, altrimenti avrei già fatto sparire questo vestito e io sarei sparita con lui, via di qua.
Mi sento ridicola come un pagliaccio del circo. Loro fanno ridere, con la faccia e la bocca dipinta, e io non ho niente di diverso da loro, perciò faccio ridere anch’io.
Ma io non voglio far ridere. E non voglio ridere. Non mi diverto niente a stare qui con questa sottana azzurra addosso, con sotto un maglioncino e i pantaloni lunghi, perché fa freddo. La parrucca mi fa prudere la testa come se avessi i pidocchi. Non lo so come prudono i pidocchi, ne ho solo sentito parlare a scuola, ma immagino che sia esattamente come mi prude la parrucca.
E se la parrucca avesse i pidocchi? Niente me lo toglie dai pensieri, e mi viene da piangere ancora di più. Ma mi hanno detto tutti di non piangere, che se no il trucco si rovina e allora sì divento un pagliaccio.
Quanto è forte la musica, non vedo chi è che suona, lo sento soltanto. Anche i sordi lo sentono, penso.
Che baraonda, mi gira la testa. Ci sono tanti bambini, tutti vestiti in maschera, e ridono e scherzano. Ballano in girotondo, io non capisco niente. C’è il pirata, qualche zorro, tanti cow-boy e damine.
Tante trombette, quelle di cartone, che suonano, e tutte fanno pepeee, nessuna fa un suono diverso e insieme alla musica così alta aumentano la confusione.
Dicono che a carnevale tutti si divertono e si può fare chiasso e nessuno ti rimprovera. Io penso che con le piume da capo indiano sarei stata benissimo. Anche se i pantaloni con le frange mio fratello non me li avrebbe dati, poco importa, i miei sarebbero stati perfetti, già li metto dentro gli stivali come i veri indiani. E con le piume e gli stivali sarei andata nel bosco, come l’altro giorno, quando cercavamo i funghi. Mi sarei nascosta dietro gli alberi, avrei cercato le rane nello stagno, avrei ascoltato il vento nei rami. E il silenzio. Non mi avrebbe fatto male la testa, come stasera. Non mi sarei grattata il cranio in continuazione e questa inutile bacchetta magica l’avrei bruciata davanti alla tenda e davanti a tutta la tribù. Avrei accettato anche le trecce, ecco, di solito voglio i capelli sciolti, sono lunghi e piango quando la mamma mi pettina. Ma nei film ho visto che gli indiani portano le trecce e allora anche io, così le piume stanno su meglio.
Non sono nel bosco, un pepeee nelle orecchie mi riporta alla realtà di questo veglione per bambini, e chissà come sono quelli dei grandi, che pure sono qui, mica se ne sono andati.
La strombettata viene da un principe in calzamaglia gialla e corona in testa. È di fronte a me, è grande come me, e ha gli occhi tristi. Soffia in una stella filante che mi si appiccica tra parrucca e cappello a cono, come una ragnatela. Lui non ride, ne soffia un’altra. Allora io mi ricordo che ho un sacchettino di coriandoli in mano, ne afferro una manciata e gliela getto addosso. Tutto intorno è pieno di coriandoli, per terra ce n’è un tappeto che nemmeno gli aghi di pino nel bosco sono così morbidi. E anche nell’aria c’è una nevicata di coriandoli e palloncini colorati sospesi che sono scappati dalle mani.
Il principe continua a soffiare nelle stelle filanti, che quando fanno la coda a spirale sono davvero belle, e lui è bravo. Però non parla. Mi chiede solo il nome, io glielo dico, lui mi dice il suo, ma non lo capisco, con questo chiasso.
Quando ha finito le stelle filanti, io ho finito anche i coriandoli e non sappiamo più cosa fare.
La festa impazza, ora bambini e grandi fanno il trenino nella sala.
Il principe rimane ancora un momento a guardarmi, e anche io lo guardo. Poi la sua mamma lo prende per mano e lo porta via. Mi fa ciao agitando la mano libera.
Resto sola, nella confusione. Voglio andare a casa.
Chissà come si chiamava.
Chissà se avrebbe potuto essere, rubando il colore del mio stupido vestito, invece che giallo, un principe azzurro.
Chissà se mai lo rivedrò, quando sarò grande.