21/01/2008
UN SOGNO IN SALDO CONTRO LO SPLEEN
Le solite facce. Compresa la mia.
I soliti gesti. Meccanici.
I soliti pensieri. Un circolo chiuso.
I soliti doveri. Senza uscita.
Le solite parole. Inutili.
La solita vita. La mia.
La solita noia. Che non è la mia.
Odio la monotonia. E la ripetitività mi annoia. Quando mi accorgo che intorno a me ruotano sempre le stesse cose, che tutto si ripete, che non si presenta nemmeno una novità, un respiro fresco, mi assale la disperazione, mi manca il fiato.
Lo spleen.
Non ce la faccio a sopportare la routine, la ripetitività. Se fossi stata capace di farlo avrei scelto un lavoro alla catena di montaggio. La meccanicità vuota di un gesto ripetuto all’infinito sgombra la mente. A qualcuno può andare bene. Non pensare, non farsi domande, non fermarsi, avvita, sbullona, riavvita, arriveranno le cinque del pomeriggio, usciremo come zombie con gli occhi sbarrati e il cervello in fumo per il disuso.
No, io non sono fatta per questo.
Ho bisogno di stimoli, di novità. Di qualcosa che mi faccia battere il cuore, emozionare, entusiasmare.
Il “solito” non sempre mi rassicura, talvolta mi angoscia. Mi fa sentire in trappola, ingrigita, impotente. Mi porta a chiedermi terrorizzata se anche il resto della vita deve trascorrere allo stesso modo, piatto, uniforme, insensato.
Mi viene da urlare.
Quando come un coperchio il cielo pesa
grave e basso sull'anima gemente
in preda a lunghi affanni, e quando versa
su noi, dell'orizzonte tutto il giro
abbracciando, una luce nera e triste
più delle notti; e quando si è mutata
la terra in una cella umida, dove
se ne va su pei muri la Speranza
sbattendo la sua timida ala, come
un pipistrello che la testa picchia
su fradici soffitti; e quando imita
la pioggia, nel mostrare le sue strisce
infinite, le sbarre di una vasta
prigione, e quando un popolo silente
di infami ragni tende le sue reti
in fondo ai cervelli nostri, a un tratto
furiosamente scattano campane,
lanciando verso il cielo un urlo atroce
come spiriti erranti, senza patria,
che si mettano a gemere ostinati.
E lunghi funerali lentamente
senza tamburi sfilano né musica
dentro l'anima: vinta, la Speranza
piange, e l'atroce Angoscia sul mio cranio
pianta, despota, il suo vessillo nero.
(Charles Baudelaire – Spleen)
Ho fame di cose nuove, il giro vizioso di quelle ormai note non mi aiuta.
Ma non sono così disperata da stare in attesa. Io non mi chiamo Baudelaire.
Se la novità non viene, non mi resta che procurarmela.
Come, cosa?
Ho un campo d’azione limitato. Sono una brava bambina, da sempre. Non urlo come vorrei, non picchio come dovrei, non pesto i piedi per capriccio e nemmeno i calli a chicchessia. Non ricorro a paradisi artificiali che trovo inutili, peggio ancora, stupidi.
Sono sempre calma e controllata. Il mio urlo da noia è dentro.
Come cercare una novità, uno slancio, uno stimolo, nel cerchio ristretto di una vita sotto controllo e sotto pressione, senza uscire dai miei limiti di brava bambina?
Faccio spese.
Una mini trasgressione, in fondo. E la novità dov’è? Ho sempre fatto acquisti, cosa c’è di diverso ora?
La novità sta in quello che compero.
Un paio di stivali alti, neri, a punta, tacco a spillo 8 cm. Una follia. Non sono pratica a camminare sui trampoli. Ma indossarli mi fa sentire di colpo femmina. Otto centimetri in più di femminilità non sono da buttare. I tacchi mi costringeranno a rallentare i ritmi. Fino a che indosso i soliti scarponcini devo per forza andare di corsa, di qua, di là, a fare sempre le stesse corse e le stesse cose, massaia tuttofare dalle mille mansioni da sbrigare, lavoratrice indefessa che non si assenta mai dal lavoro. Io sono quella che risolve tutto, senza nemmeno guardarsi allo specchio, dimenticando il rossetto, questo sconosciuto, e talvolta anche il pettine. Senza chiedere mai niente.
Una gonna. Due gonne. Spacco laterale, coscia in evidenza.
Io?
Sì.
La gonna stretta si sposa con gli stivali dal tacco a spillo che è una meraviglia. Calze autoreggenti. Le ho, dimenticate in fondo ad un cassetto. Sì. Questa è proprio una novità, dove sono i miei jeans? Che importa? I jeans sono di tutti i giorni. Una gonna così invece non l’ho mai avuta.
Mi sento sempre più femmina, sempre meno macchina. Che strana sensazione.
Il tubino nero. Stretto che di più non si può. Il tubino è l’accessorio per eccellenza delle femmine. Questo qui fascia senza pietà tutte le curve. Dimentica i freni cara mia, osa accelerare sulle tue curve!! È meraviglioso… rido davanti allo specchio, premo l’acceleratore, sto buttando via i soldi, ma tanto ci sono i saldi. Potessi mettere in saldo tutto, ma proprio tutto l’invenduto che mi riguarda…Ma ora mi si accende la fantasia, grazie a una spesa assurda: ecco, partecipo a feste e ricevimenti, incontro gente, faccio viaggi istruttivi e riposanti, conosco mondi diversi. E cambio abito ad ogni occasione.
Ci saranno sì, queste occasioni, ed io sarò pronta.
Maglietta aderente, spalle scoperte. La trasformazione sta avvenendo sotto i miei occhi. Mi piaccio. Da brutto anatroccolo indaffarato a… papera più o meno elegante e vanitosa, trés chic…
Posso ridere di me stessa, è liberatorio.
Il portafoglio si è alleggerito, ma pure la noia. C’è voluto così poco in fondo. Un sogno nuovo contro la routine, la fantasia per cambiare le cose che non cambiano, una risata per sdrammatizzare.
Rientro in me stessa, rientro nel quotidiano. Non me ne posso liberare, posso solo affrontarlo al meglio. E il meglio di me è dissacratorio quanto basta, non è da tutti la volontà di andare avanti sempre, come un panzer inesorabile, con la convinzione che tutto sta scritto, anche la mia noia, e che in fondo tutto torna.
E poi m’illumina la consapevolezza che non sono sola. Le solite facce, i soliti volti, non sono quelle di soliti ignoti. Sono amici e affetti, da sempre presenti. Sono il mio punto fermo, la mia ancora, la mia certezza.
Sono la mia vita.
Ho bisogno di una ventata fresca che mi faccia volare.
Ma poi ho anche bisogno di tornare.