25/01/2008
LA MULTA

All’incrocio c’è la pantera della stradale con una preda fra le fauci. Mi fermo allo stop, con religioso scrupolo, e osservo.
L’incrocio in questione è di quelli strategici, più centro che periferia, ma nel cuore della città sembra improbabile che possano verificarsi grosse mancanze da parte degli automobilisti. Il traffico congestionato limita le follie di piloti in delirio di onnipotenza.
In questo punto tuttavia ci sono una pista ciclabile, a ostacoli, un senso di marcia obbligato, segnalato da una freccia bianca in campo azzurro nel tempo diventata invisibile agli esseri umani, una rotatoria che sembra stare antipatica ai più e che quindi viene di regola snobbata, e un passaggio a livello per trenini fantasma transitanti per gli stessi binari delle auto nelle ore di punta. Non bastasse, nel quartiere dimora stancamente la sede dell’azienda sanitaria locale, uffici e ambulatori. L’umanità sofferente e affaccendata ogni giorno si reca all’appuntamento con una burocrazia che, nel tentativo di essere generosa, spesso è solo kafkiana.
Insomma, volendo, qualcuno un’occasione di peccare, automobilisticamente parlando, la potrebbe sempre trovare.
Mica io, ovvio, che sono così distinta e ligia a regole e regolamenti. Dicevo per gli altri.
La pattuglia ha fermato un giovane dai capelli tinti di giallo oro, lo vedo ancora seduto, imbambolato al posto di guida nella sua macchinona grigia. Basette lunghe, scura barba incolta. In effetti non ha l’aria molto raccomandabile, ma questo non vuol dire. Non si condanna a priori qualcuno solo per l’apparenza. Io almeno, che sono una brava persona, non lo faccio.
Però… quella faccia è inquietante.
Cosa mai avrà combinato?
Magari avrà svoltato contromano, è il vizietto di quasi tutti quelli che escono dall’incrocio che sto attraversando ora. Perché mai, si chiede chiunque, andare a ruotare attorno alla rotatoria, che in realtà è fatta apposta per ruotare solo che, uffa, è tanto più in là del crocevia? Lo prescrive il medico che per svoltare a sinistra devo prima andare a destra, fare un girotondo e poi tornare sui miei passi come un ubriaco che abbia smarrito la via?
Ma forse il ragazzo è solo straniero. L’occhio di falco dei nostri tutori della legge lo ha identificato come tale, e ora vuole accertarsi che non sia un pericolo pubblico per gli onesti cittadini come noi. Come me.
Non sarà sbronzo?... no, sono appena le 10 del mattino. O forse sì? Magari dalla sera prima?
Non lo posso sapere e in fondo non m’interessa, sono cavoli suoi.
Per conto mio sono una cittadina e automobilista modello, ossequiosa della legge come pochi.
Ho la cintura di sicurezza allacciata anche se si procede a passo di formica. Ora faccio il mio bravo girotondo intorno alla rotatoria, stando attenta a mettere tutte le frecce giuste che manco un indiano, e a dare le precedenze a sinistra che poi chissà perché prima t’insegnano di darla a destra, e finalmente m’immetto sul viale alla ricerca del parcheggio.
Sono fortunata, nonostante l’ora intensa di posti liberi sulla strada ce ne sono in quantità. Certo, sono a scadenza oraria, per carità, chi dice niente, è giusto, è una zona molto trafficata. Ci sono anche quelli a pagamento, ma insomma, oggi non è che mi vada di ingrassare le casse del Comune. Ultimamente ho frequentato gli uffici sanitari tante di quelle volte, e ho sempre pagato più del dovuto, che non c’indovino mai sul tempo, che se per una volta approfitto del disco orario, cosa vuoi che sia. Non evado mica le tasse.
Ecco, qui è ok, non sarà vicinissimo alla sede, ma una passeggiata in questa bella mattina di sole mi farà bene. Eseguo alla perfezione una splendida manovra in retromarcia, che non si direbbe essere il mio punto debole nella guida, e parcheggio esattamente dentro le strisce legittime. Regolo il disco, ho un’ora di tempo. Sono le 10,15, ma i quarti d’ora, chissà perché, non sono previsti. Regola vuole che debba conteggiare i 15 minuti appena trascorsi, quelli in cui io non c’ero, come se invece fossi arrivata alle 10.
E perché?
Già questo tempo è tiranno, ci vuole altro che un quarto d’ora in meno per farmi ringiovanire. Disinvolta, giro il disco sulle 10,30. Sono ligia al dovere, sono un’onesta residente. Ma quando ci vuole ci vuole.
Appena più in là la vigilessa vigila. Mi sento tranquilla e protetta. Il crimine qui non può averla vinta sulla brava gente, angeli in divisa vegliano su di noi.
Nell’ufficio va per le lunghe. Come già detto, Kafka, buonanima, qui ci sguazzerebbe, mentre noi c’impantaniamo e basta. Tuttavia, in qualche modo tutto procede. Ci sono anche funzionari gentili, gli stessi che fino a ieri erano iene oggi sono agnelli. Chi non crede alle reincarnazioni sbaglia di grosso.
L’agnello in questione però è un po’ pigro, se la prende comoda. Ma la sua docilità oggi mi affascina e non penso alle conseguenze. Pazienza se è quasi ora di pranzo, poverino, anche lui ha il suo da fare. E io sono a posto con la coscienza, in regola con tutte le mie cosine e con il parcheggio. Bè, l’orario è un po’ scaduto, ma solo un po’, suvvia.
Quando, alla fine, esco, vedo che la vigilessa è stata raggiunta da un collega in macchina. La sensazione di tranquillità si dirada leggermente, sostituita da una vaga inquietudine. Ma che ci fanno questi ancora qui, dopo più di un’ora? Ci sono tante altre strade da pattugliare, cittadini da difendere, incroci da sbrogliare…
Raggiungo la mia auto, la trovo addobbata come un albero di natale. Un tagliandino giallo e un bollettino postale per decorazione, però assai anacronistica: il natale era un mese fa.
Occavolo!!!
Una multa a me, integerrima e onesta come sono, con tutte le mie cosine a posto, come si diceva, e le tasse pagate, io che non passo mai con il rosso, forse col giallo ma rispettosamente, io che mi fermo alle strisce pedonali e non per raccogliere i suddetti pedoni e i loro stracci che intralciano il cammino, io che rispetto i limiti di velocità soprattutto se loro rispettano me e non sono troppo assurdi.
Insomma, proprio a me una multa?!!
Il mio orologio segna un’ora terribile: le 11,50. Sono fuori dallo stabilito di 20 minuti. Ma non è stata colpa mia, la colpa è dell’agnello che era una iena ma si è travestito da agnello per fare impunemente i suoi comodi. Quella scarna mezz’ora di ritardo è solo per colpa sua e della sua pigrizia. E il lungo percorso dall’ufficio maledetto fino al parcheggio, dove lo mettiamo?, non ho mica le ali, in compenso ho le gambe corte e il passo lento da sfilata.
Ah, la vigilessa vigilante mi capirà se glielo spiego, lo so. Fra donne ci s’intende. Le mostrerò anche la mia fedina penale pulita e immacolata, che tanto ancora nessuno mi ha presa in flagranza di reato. Come pure avrà la sua importanza il mio aspetto pulito e curato, il tailleur di marca, il piumino rigonfio, i capelli freschi di parrucchiera. Mica come il biondo di prima, inquietante era dir poco con la faccia sospetta che si ritrovava e la capigliatura giallo oro.
Venti minuti di ritardo per una donna non sono la fine del mondo, è la prassi. Non la mia, no, che io sono sempre rigorosa e preferisco anticipare piuttosto che ritardare, tanto che sono arrivata così presto stamattina da disorientare pure il mio disco… ma dai, ci siamo capiti.
Signorina vigilessa, lei ha fatto più che il suo dovere, il cielo gliene renderà merito, ma guardi che io sono in un ritardo modesto e non per causa mia. Sa, l’agnello, la strada le ali, il rossetto in ascensore. Suvvia, lei mi comprende. Io sono una buona, non commetto reati di sorta, non di quelli grossi almeno, che poi i peccati veniali, siamo donne di mondo, ce li concediamo, ma non è che si multano. Sa, signorina vigilante….
La signorina vigilante parla un’altra lingua e ha un altro orologio. Alla fine comprendo i suoi vaneggiamenti. Mi sta dicendo che in quel tratto di strada il permesso di sosta è di 30 minuti, non di un’ora.
L’allocco mi somiglia molto in questo momento. Occhi sbarrati, un tantino increduli, becco rapace, artigli pronti a ferire… ma sono una persona irreprensibile, di fronte all’evidenza ritiro tutto, ripongo gli artigli e il tagliandino giallo, dove c’è scritto che l’imperturbabile vigilante ha emesso il suddetto alle ore 11,30, quando già ero in torto di oltre mezz’ora. Figuriamoci, ora ne è passata un’altra mezza. Ripongo anche la mia figuraccia del cavolo, insieme al bollettino postale che mi toglierà l’impiccio del pagamento in contanti al comando, ma quanto sono gentili loro.
Faccio dunque, come in precedenza, una retromarcia con tutti i crismi, anche se sono a piedi, più che altro perché le autorità ora sono due e uno è pure un maschio robusto. Con la signorina forse potevo vedermela a quattrocchi, oppure no, chissà se sono addestrate alle arti marziali quelle lì della polizia municipale. Io invece sono solo una povera contribuente distratta, però la legge non ammette ignoranza e quindi devo pagare.
Pagherò.
Come sempre.
Sono gli innocenti che pagano e i ladri sono a spasso. Non è mica un luogo comune, no, è la verità.
Salgo sulla utilitaria umiliata da una multa più grande di lei (quanto spazio vuoi che occupi, una scatoletta così, per un’ora in più o in meno, poi, che diamine…). Faccio inversione a U con una manovra azzardatissima, taglio la strada a camioncini sorpresi e biciclette sputate dalla ciclabile, e filo via offesa con la giustizia.
Su una curva poco più in là è appostata felina (felina?) la gazzella dei carabinieri. Un’altra pattuglia di persecutori che si guadagna il pane a scapito della gente perbene. Con un marameo virtuale ma furioso sul serio gli passo davanti a 95 km/h, anche se il limite è di quasi la metà, e la curva la percorro su due ruote, quelle di destra. Poi pigio l’acceleratore, c’è il rettilineo, l’utilitaria non mi tradirà.
Limite di 50 km orari, dossi artificiali, attraversamenti pedonali, non guardo più niente. Non vale la pena faticare per essere onesti per poi essere fregati alla prima sciocchezza che nemmeno un prete vorrebbe ascoltare in confessionale. Una vita improntata ad una rettitudine pressoché esagerata, ora rovinata per sempre. Tanto vale strafare!
Sul rettilineo lungo circa 800 metri sfioro i 120 all’ora, l’utilitaria sta per avere un infarto, ma vola, schiva lo schivabile, non guarda in faccia a nessuno. Nemmeno all’ennesima pattuglia, ancora polizia municipale!, appostata alla fine del quasi chilometro di libertà illusoria, prima della curva successiva, che prendo come prendo, felice e beata.
Penso che avrei dovuto farlo prima, penso alla faccia della vigilessa vigilante che credeva di avermi fregato, e rido, mentre il coro delle sirene di Ulisse mi raggiunge da dietro, sempre più vicino.
Sempre più vicino.
21/01/2008
UN SOGNO IN SALDO CONTRO LO SPLEEN
Le solite facce. Compresa la mia.
I soliti gesti. Meccanici.
I soliti pensieri. Un circolo chiuso.
I soliti doveri. Senza uscita.
Le solite parole. Inutili.
La solita vita. La mia.
La solita noia. Che non è la mia.
Odio la monotonia. E la ripetitività mi annoia. Quando mi accorgo che intorno a me ruotano sempre le stesse cose, che tutto si ripete, che non si presenta nemmeno una novità, un respiro fresco, mi assale la disperazione, mi manca il fiato.
Lo spleen.
Non ce la faccio a sopportare la routine, la ripetitività. Se fossi stata capace di farlo avrei scelto un lavoro alla catena di montaggio. La meccanicità vuota di un gesto ripetuto all’infinito sgombra la mente. A qualcuno può andare bene. Non pensare, non farsi domande, non fermarsi, avvita, sbullona, riavvita, arriveranno le cinque del pomeriggio, usciremo come zombie con gli occhi sbarrati e il cervello in fumo per il disuso.
No, io non sono fatta per questo.
Ho bisogno di stimoli, di novità. Di qualcosa che mi faccia battere il cuore, emozionare, entusiasmare.
Il “solito” non sempre mi rassicura, talvolta mi angoscia. Mi fa sentire in trappola, ingrigita, impotente. Mi porta a chiedermi terrorizzata se anche il resto della vita deve trascorrere allo stesso modo, piatto, uniforme, insensato.
Mi viene da urlare.
Quando come un coperchio il cielo pesa
grave e basso sull'anima gemente
in preda a lunghi affanni, e quando versa
su noi, dell'orizzonte tutto il giro
abbracciando, una luce nera e triste
più delle notti; e quando si è mutata
la terra in una cella umida, dove
se ne va su pei muri la Speranza
sbattendo la sua timida ala, come
un pipistrello che la testa picchia
su fradici soffitti; e quando imita
la pioggia, nel mostrare le sue strisce
infinite, le sbarre di una vasta
prigione, e quando un popolo silente
di infami ragni tende le sue reti
in fondo ai cervelli nostri, a un tratto
furiosamente scattano campane,
lanciando verso il cielo un urlo atroce
come spiriti erranti, senza patria,
che si mettano a gemere ostinati.
E lunghi funerali lentamente
senza tamburi sfilano né musica
dentro l'anima: vinta, la Speranza
piange, e l'atroce Angoscia sul mio cranio
pianta, despota, il suo vessillo nero.
(Charles Baudelaire – Spleen)
Ho fame di cose nuove, il giro vizioso di quelle ormai note non mi aiuta.
Ma non sono così disperata da stare in attesa. Io non mi chiamo Baudelaire.
Se la novità non viene, non mi resta che procurarmela.
Come, cosa?
Ho un campo d’azione limitato. Sono una brava bambina, da sempre. Non urlo come vorrei, non picchio come dovrei, non pesto i piedi per capriccio e nemmeno i calli a chicchessia. Non ricorro a paradisi artificiali che trovo inutili, peggio ancora, stupidi.
Sono sempre calma e controllata. Il mio urlo da noia è dentro.
Come cercare una novità, uno slancio, uno stimolo, nel cerchio ristretto di una vita sotto controllo e sotto pressione, senza uscire dai miei limiti di brava bambina?
Faccio spese.
Una mini trasgressione, in fondo. E la novità dov’è? Ho sempre fatto acquisti, cosa c’è di diverso ora?
La novità sta in quello che compero.
Un paio di stivali alti, neri, a punta, tacco a spillo 8 cm. Una follia. Non sono pratica a camminare sui trampoli. Ma indossarli mi fa sentire di colpo femmina. Otto centimetri in più di femminilità non sono da buttare. I tacchi mi costringeranno a rallentare i ritmi. Fino a che indosso i soliti scarponcini devo per forza andare di corsa, di qua, di là, a fare sempre le stesse corse e le stesse cose, massaia tuttofare dalle mille mansioni da sbrigare, lavoratrice indefessa che non si assenta mai dal lavoro. Io sono quella che risolve tutto, senza nemmeno guardarsi allo specchio, dimenticando il rossetto, questo sconosciuto, e talvolta anche il pettine. Senza chiedere mai niente.
Una gonna. Due gonne. Spacco laterale, coscia in evidenza.
Io?
Sì.
La gonna stretta si sposa con gli stivali dal tacco a spillo che è una meraviglia. Calze autoreggenti. Le ho, dimenticate in fondo ad un cassetto. Sì. Questa è proprio una novità, dove sono i miei jeans? Che importa? I jeans sono di tutti i giorni. Una gonna così invece non l’ho mai avuta.
Mi sento sempre più femmina, sempre meno macchina. Che strana sensazione.
Il tubino nero. Stretto che di più non si può. Il tubino è l’accessorio per eccellenza delle femmine. Questo qui fascia senza pietà tutte le curve. Dimentica i freni cara mia, osa accelerare sulle tue curve!! È meraviglioso… rido davanti allo specchio, premo l’acceleratore, sto buttando via i soldi, ma tanto ci sono i saldi. Potessi mettere in saldo tutto, ma proprio tutto l’invenduto che mi riguarda…Ma ora mi si accende la fantasia, grazie a una spesa assurda: ecco, partecipo a feste e ricevimenti, incontro gente, faccio viaggi istruttivi e riposanti, conosco mondi diversi. E cambio abito ad ogni occasione.
Ci saranno sì, queste occasioni, ed io sarò pronta.
Maglietta aderente, spalle scoperte. La trasformazione sta avvenendo sotto i miei occhi. Mi piaccio. Da brutto anatroccolo indaffarato a… papera più o meno elegante e vanitosa, trés chic…
Posso ridere di me stessa, è liberatorio.
Il portafoglio si è alleggerito, ma pure la noia. C’è voluto così poco in fondo. Un sogno nuovo contro la routine, la fantasia per cambiare le cose che non cambiano, una risata per sdrammatizzare.
Rientro in me stessa, rientro nel quotidiano. Non me ne posso liberare, posso solo affrontarlo al meglio. E il meglio di me è dissacratorio quanto basta, non è da tutti la volontà di andare avanti sempre, come un panzer inesorabile, con la convinzione che tutto sta scritto, anche la mia noia, e che in fondo tutto torna.
E poi m’illumina la consapevolezza che non sono sola. Le solite facce, i soliti volti, non sono quelle di soliti ignoti. Sono amici e affetti, da sempre presenti. Sono il mio punto fermo, la mia ancora, la mia certezza.
Sono la mia vita.
Ho bisogno di una ventata fresca che mi faccia volare.
Ma poi ho anche bisogno di tornare.
12/01/2008
QUANDO PIOVE COSI'

Quando piove così ci si sente un po’ annegare.
Ci si guarda attorno e sembra di vedere qualcuno che, a scanso di equivoci, raduna una coppia di tutte le specie animali e mette mano a chiodi e martello per costruire… che cosa?
Ma come, non era inverno, non c’era la neve?
Non sono più le stagioni di una volta.
Parliamo per cliché, ma si sa che i proverbi l’indovinano sempre.
Ma è meglio la neve o la pioggia?
Il proverbio non ha dubbi: sotto la neve pane, sotto la pioggia fame.
Ma e del sole cosa si dice? Del sole, che quando manca si sente, ma non si capisce cosa manchi?
Alle nove del mattino c’è il crepuscolo. Ogni cosa è ombrosa, in casa ci vuole la luce artificiale.
Gocce di pioggia su di noi.
Ma questa, ora, non è una canzone felice, questo è un mezzo diluvio fuori stagione.
Le gocce scendono a raffica, bagnano ogni cosa, anche i recessi dell’anima. La terra ha sete, c’è stata siccità. Pioggia benefica a dispetto dei proverbi.
C’è una parte del mondo che è disidratata, arsa, infuocata. Pioggia, non è che hai sbagliato strada?
Miliardi di gocce riciclate dall’evaporazione di mari e fiumi, dopo una vacanza nell’aria a bordo delle ali del vento, gratuita e istruttiva, ritornano alle origini. Cadono ovunque senza risparmiarsi. Colpiscono vetrine appena lucidate, marciapiedi sporchi di ogni bruttura, fisica e umana, strade interminabili e ingozzate di veicoli. Colpiscono persone distratte senza ombrello, che se ne ricordano giusto ora che sono fradice. Ma anche quelle con l’ombrello imprecano perché le gocce arrivano da tutte le parti, attraverso la sottile tela sintetica, dalle pozzanghere, dalle auto sadiche che spruzzano i malcapitati, senza parere. A che serve, un ombrello? Qualcuno lo spieghi.
Le gocce cadendo portano via i germi dell’influenza.
Non manca mai il saggio che fa questa affermazione. Sarebbe un piacere afferrare una goccia al volo, metterla sotto il microscopio e fare ciao ciao al criminale che attenta alla salute, quel killer che ci fa starnutire. E poi, magari, con un gesto altrettanto criminale, ma giustificato dalla legittima difesa, accendere un focherello sotto la goccia, farla evaporare, e insieme a lei il virus cattivo. Lavato e vaporizzato, steso al sole come i panni da bucato.
Perché la pioggia fa malinconia?
Perché manca il sole. Mancano la luce, il calore e dunque l’energia vitale che garantisce la sopravvivenza. Però anche la pioggia serve alla vita. Servono anche l’umido che l’accompagna, le macchie di muffa, il brivido delle ossa, i disagi delle articolazioni? Si vede di sì. Altrimenti non sarebbero nemmeno esistiti. Un senso ce l’avranno anche loro.
Il suicidio acquatico continua senza sosta. Senti i funghi crescerti addosso, mettersi il cappello e diventare sempre più ciccioni. Ecco, l’umido fa bene certamente a loro, lasciali crescere, poi te li strappi di dosso e li cucini con la polenta. Polenta e funghi è un ottimo piatto autunnale.
Gocce, miliardi di gocce, tutte uguali fra di loro (ma ne siamo sicuri? Davvero sono formate solo da H2O e detriti radioattivi vari?), con esperienze e provenienze diverse, con destino simile. Quasi come gli esseri umani. Miliardi di persone, fortunatamente e sicuramente uniche fra loro, miliardi di esperienze e provenienze diverse, che potrebbero raccontare l’una all’altra per confrontarsi e crescere, come un fiume in piena. Se solo qualcuno fosse disponibile all’ascolto…
Destinazione finale uguale per tutti, anche se ci si arriva per modi e vie tra i più disparati.
Scende la pioggia ma che fa.
Quando piove così, si scatena la fantasia. Si aprono gli scenari più caldi, di sole bollente e spiagge accecanti e mari cristallini. Si sogna, da sotto il tepore di un quintale di coperte o piumoni, di bruciare cappotti e ombrelli, di indossare il bikini o forse neppure quello, per voglia d’amore e coccole in libertà.
Si sogna, appunto.
Le gocce cadono ma che fa
Se ci bagniamo un po’
Domani il sole ci potrà asciugar.
09/01/2008
E SONO 30
E sono 30.
Non uno di più, né uno di meno.
Un terzo di vita, nelle sue aspettative di oggi. Poco meno di quello che è toccato in dote a te.
Un ergastolo commutato, secondo la legislazione vigente.
Ma cosa vuoi che siano, 30 anni, per te che il tempo lo vivi senza confini, senza le convenzioni della misera condizione umana.
In questi 30 anni saresti invecchiata, saresti piena di acciacchi, chissà. Invece, pensa, un mago ti ha lasciata eternamente giovane, non hai bisogno di lifting o interventi estetici. E il bello è che non te ne importa niente, come non te ne è mai importato, mentre oggi le tue coetanee, o anche più giovani, sono ossessionate dalla ruga o dal chilo.
In 30 anni invece io ti ho raggiunta e superata in età… Lo avresti detto? Avresti voluto vedermi compiere il sorpasso? Ma dai, non sarebbe stato possibile, lo sai! Tu saresti sempre stata più avanti di me, non ti avrei mai presa…
In 30 anni il mondo è così cambiato da togliere il fiato, da estorcere qualche lacrima e perfino struggenti nostalgie di quando si stava meglio nello stare peggio.
Tu 30 anni fa non hai visto i computer, ti rendi conto?... Sembra impossibile che non ci fossero computer, 30 anni fa.
Tu 30 anni fa facevi le parole crociate della Settimana Enigmistica (ma quella c’è ancora!) e leggevi gli inserti d’amore di Intimità e Confidenze. Guardavi i film il lunedì sera sul primo canale, in bianco e nero e magari ti commuovevi, ma con una battutina delle tue lo nascondevi. Poi il sabato era Canzonissima e comunque tutti a letto dopo Carosello. Non ti saresti mai sognata un CD Rom, un DVD, ma nemmeno le cassette in VHS o i colori nella tv… A dire il vero anche un cinema quasi non sapevi cos’era… costava troppo andarci.
Tu 30 anni fa telefonavi in duplex e bisognava andare a bussare dalla vicina perché liberasse il telefono. Chissà se avresti riso anche tu, a ripensarci, ora che i cellulari hanno invaso il quieto vivere e le suonerie impazzano in ogni luogo. Te la saresti immaginata la vicina col cellulare?...
Tu 30 anni fumavi le tue MS, perché chi lo sapeva che faceva male… figurarsi!
Tu scaldavi la casa con la stufa a cherosene, e per un periodo bisognava fare la fila, dandosi il turno, per riempire la lattina al distributore. Gas, pannelli solari?! Fantascienza. E del resto non hai neppure visto la serie tv di SPAZIO 1999, che sembrava predire un futuro stellare che non c’è stato. Il 2000? Un altro millennio? Troppo lontano, non era nemmeno nei pensieri della gente, appena uscita dal tunnel dell'austerity per finire in quello di piombo del terrorismo rosso e nero.
Tu 30 anni fa non hai conosciuto nemmeno una semplice ecografia…non parliamo di TAC o di risonanza magnetica, che diamine, quella sì era fantascienza!, ma di semplici ultrasuoni che, chi può dirlo, magari ti avrebbero salvato la vita. O forse no. I trapianti d’organo erano ancora più o meno sperimentali da meno di un decennio, i pazienti trapiantati erano casi clamorosi che comunque vivevano poco. Per lo più in America, in Sudafrica, in casa al diavolo. Non certo nella Terronia di allora. Pensare che, 30 anni dopo, i trapianti si fanno anche con persone vive. Pensa che talvolta se l’organo manca lo s’inventa.
Naahh… se te lo avessi raccontato avresti risposto che si trattava certo di una novella di Isaac Asimov… Quelle ti piacevano, mica era realtà.
Forse non era il caso che tu vivessi altri 30 anni.
Avresti visto tante cose, ma non è che tutte ne sarebbero valsa la pena. Solo quelle che riguardavano i tuoi figli, probabilmente, il cui avvenire, per te, 30 anni fa, si era trasformato di colpo in un angosciante punto interrogativo. Avresti voluto, allora, non uno strumento fantascientifico, ma una cosa più antica che la tua fantasia poteva evocare con meno fatica: la sfera magica delle streghe, per sapere come sarebbero stati i tuoi figli dopo 30 anni, se ce l’avrebbero fatta senza di te. Erano così piccoli, santo cielo, così piccoli…
Ma dopo l’hai capito anche tu che il tempo per te non avrebbe avuto più senso, che saresti diventata tu stessa passato e futuro e pure presente, senza limiti, senza spazio, senza confini. E la tua essenza sarebbe esistita sempre.
Certo, 30 anni fa, non lo avresti detto.
E neppure io.
Visto che 30 anni non bastano per dimenticarti, vuol dire che ci sei ancora.
E io non voglio ripetermi, le cose che ti ho detto un anno fa le penso ancora e sono sempre valide, anche oggi che abbiamo compiuto questo compleanno tondo, anche domani per gli anniversari che verranno.
Volevo solo dire che 30 anni per te sono niente, nonostante quello che non hai visto del mondo in tutto questo tempo (oppure lo hai visto?!...). Ma per noi che siamo ancora qui sono stati proprio tanti.
Un abbraccio, mamma, ovunque tu sia.
06/01/2008
TI TOCCO, VECCHIO BAMBINO
Io ti tocco, vecchio.
Tocco la tua pelle sottile, fragile e antica come pergamena. Sulle braccia, sulle gambe, sulla pancia, i segni delle cure: chiazze viola che fanno impressione. Disegnano la mappa della tua fragilità e la ruvidezza delle mie attenzioni, pur necessarie. Giochiamo a fare che sia la mappa dei pirati, ogni chiazza un’isola da raggiungere, ogni livido il ricordo di un monte scalato. La pelle lacerata, nient’altro che una ferita di guerra, la sciabolata di un nemico.
Io ti tocco, vecchio, perché non posso farne a meno. Hai bisogno di me. Eppure non è per questo che non posso farne a meno. Ti tocco perché fra i due sono io ad averne la necessità.
Ti tocco, vecchio.
Ti scosto un ciuffo dalla fronte, quando ce l’hai un ciuffo da spostare. Altrimenti ti sfioro un’altura libera. Cerco di rubarti i ricordi, dovrebbero essere depositati più o meno a questo livello... Voglio vederti com’eri, attraverso gli occhi della mia mano, all’epoca in cui, se una ragazza ti toccava, forse arrossivi dal piacere.
Certo, forse anche adesso ti piace un tocco leggero, non mirato a rivoltarti come un calzino. Però non è la stessa cosa di allora, vero?...
Ti prendo la mano, vecchio.
Non ha più forze, mangiate dagli ictus, eppure si aggrappa alla mia. Vuoi essere condotto, guidato, aiutato, come si fa con i bambini. Un vecchio bambino. Non te ne accorgi neppure, la tua richiesta è spesso muta, inconsapevole. Quanti nodi alle dita, quante rughe, qua e là le macchie della vecchiaia. Le avrò anch’io mani nodose e rugose, se e quando sarò vecchia? Avrò le mani come le tue? E ci sarà qualcuno che me le stringerà con affetto e farà i miei stessi pensieri ?
Passo un dito sulla guancia, sul naso, ti faccio i dispetti. È divertente… reagisci ammiccando, fintamente infastidito. Se ce la fai borbotti, perfino. Cosa dici, non si capisce. Non sempre è facile comprendere i tuoi suoni. La lingua si rigira nella bocca, ha tanto spazio, perché non ci sono più i denti, ma questo sembra essere uno svantaggio, come se in tutto quel vuoto perdesse l’orientamento e non sapesse dove andare a pescare la parola. Però a volte sai quello che vuoi dire. Certo, se non ti capiamo la colpa è nostra, il linguaggio dei vecchi non lo abbiamo imparato, non ce lo ha insegnato nessuno. Quando lo avremo finalmente appreso, sarà perché i vecchi saremo noi. E nessuno ci capirà.
Ti tocco, vecchio.
È un gesto istintivo, come quello delle madri. Anche fra animali ci si tocca, per come può farlo un animale. Il contatto infonde qualcosa. La somiglianza fra i due esseri, il riconoscersi, la domanda e l’offerta di aiuto. La tenerezza. Io ti tocco, vecchio, perché mi riempi di tenerezza. Sei indifeso, inabile, eppure sei uguale a me, a quello che sarò.
Hai un tesoro, dentro, che rimane in gran parte sconosciuto. È il tesoro di ciò che sei stato, di ciò che hai vissuto, di ciò che hai visto. È il tesoro che ha occupato uno spazio nel tempo per tutti questi anni. Pagherei perché tu lo condividessi con me. Perché mi raccontassi, come il nonno ai nipotini, la favola del tuo essere stato persona.
Ti tocco perché tu mi trasmetta un po’ di te. Poi, se vuoi, accetta un po’ di me.
Ti tocco, vecchio, e sento il gelo che ti scorre nelle vene. La fatica del sangue che scorre, caparbio, nonostante tutto, nonostante la densità più vischiosa, nonostante il tragitto pieno di ostacoli trombotici.
Nelle vene nuotano con difficoltà anche i tuoi pensieri, così elementari, così retrocessi. Il nostro percorso, tu me lo insegni, non è che una parabola, si ritorna dove si è partiti, come nel volo del boomerang, solo con un bagaglio più pesante.
E così ritornano i panni e gli omogeneizzati, i denti sono andati persi chissà dove, nessun topolino porterà il soldino, ma pazienza… Si ritorna a balbettare e a fare i capricci, ma un ciucciotto non può più bastare a ritrovare la tranquillità, occorreranno le gocce. Si ha paura di cadere, come quando si impara a camminare, solo che ora si sono smarriti gli schemi del cammino, che non è più una fiduciosa scoperta, ma semplicemente un affare impossibile e due braccia di sostegno, sebbene forti, non ti tolgono il terrore e il tuo corpo diventa di piombo.
Ti tocco, vecchio bambino, ti asciugo il moccio dal naso, che ti colava anche quando eri piccino e la mamma ti sgridava… e ti asciugo la pappa che ti cola dalle labbra e che dimentichi di ingoiare, proprio come quando era l’ora di smettere di succhiare dal seno materno e tu, come tutti i lattanti, non ne volevi sapere.
Io ti tocco, vecchio.
Non ne posso fare a meno.
Una carezza non restituirà a te gli anni fuggiti.
Ma a me darà un senso.
04/01/2008
NEVICATA

Eccola! La signora Pallina se lo sentiva già dalla sera prima. Parlavano per lei le vecchie ossa doloranti. Certo sperava non fosse vero, ma questa mattina la tragica conferma.
Nevica!
Nevica a fiumi, se così si può dire. Viene giù a palate, a secchiate, e come ogni altra volta è bianca.
Lo spettacolo è assicurato. L’atmosfera è fiabesca, il mondo è incantato, racchiuso in una patina grigia. Insomma ci sono tutte le carte in regola per godersi il classico inverno… coi fiocchi.
Pallina è tranquilla. Con un istinto da meteorologa pluridecorata aveva previsto l’approssimarsi della bianca sorella e si era messa in ferie dal lavoro. Così non avrebbe corso il rischio di essere presa alla sprovvista dalla nevicata mentre era in servizio agli orari più assurdi, o scoprire alle 5 di mattina che era il caso di mettere le catene.
Catene?
Cosa sono, come si usano, come si mettono?... non è pane per i denti di Pallina. Sono un optional di cui lei sa solo che per legge deve portarsele appresso nel portabagagli della topolino, che fanno un gran casino ad ogni curva, sballottate di qua e di là a causa del territorio montano e che probabilmente vanno montate sulle ruote in caso di neve. Ma la parte pratica è competenza esclusiva del signor Pinco. E negli affari degli uomini, si sa, le mogli non ci devono entrare… se non sono costrette.
Dicevamo dunque che Pallina è contenta di essere a casa mentre la panna condisce il giardino con l’albero di natale, le strade, i virus e tutte le altre magagne. Bè, quasi tutte… Pallina infatti avrebbe voluto che sotto tutto quel silenzio bianco ci finissero anche certi problemi, e che vi restassero seppelliti, muti e congelati per sempre. Ma proprio quelli non ci finiscono mai, sotto la neve.
Pazienza.
La mattina scorre lenta, la signora Pallina si muove al rallentatore e si gode un dolce far niente. Fa freddo, chi ha voglia di muoversi? Il naso alla finestra, fra i decori natalizi, Pallina guarda tutti i vicini di casa approfittare di un ripensamento nella corsa a terra dei fiocchi, che si diradano un tantino, per liberare scale, ingressi, rampe, vialetti e parcheggi dalla scomoda ospite. Pale di varia natura e muscoli, l’attrezzatura perfetta.
Bah! Stavolta me la cavo, pensa Pallina.
Tutti gli anni il signor Pinco stipula un patto con il dispensatore di nevicate ottenendo che faccia il suo mestiere sempre quando lui è al lavoro e la moglie a casa. Così che il repulisti tocca sempre a lei. Certo era sempre stata in buona compagnia: tutte le donne del quartiere si mettevano all’opera e solo qualche pensionato ancora un po’ gagliardo rappresentava l’unico accenno di competitività maschile. Ma che diamine, era pur sempre un lavoro da uomo! Il caro signor Pinco si scomodava solo per i lavori di rimozione neve che richiedevano almeno l’uso di un mezzo motorizzato. Senza il quale, si sa, non c’è divertimento.
Ma stavolta Pallina è salva. Il signor Pinco tornerà a momenti dal lavoro e ancora prima di sedersi a tavola per il pranzo compirà il suo dovere di sgombraneve. Stava scritto nel contratto di matrimonio, che questa era una sua specifica incombenza. Salvo impedimenti forzati.
Telefono.
Cara, non torno prima di sera. Impedimenti forzati. Ricordati la clausola del contratto matrimoniale.
Clausola?
Tradotto significa pala e muscoli.
Accidenti.
Signor Pinco, avete vinto anche stavolta. Tu e il dispensatore di nevicate.
E così la signora Pallina fa due conti e si dice che meglio sbrigarsi. Se nevica ancora farà più fatica, e poi chi lo smuove più il muro di neve?
All’opera! Con un sospiro.
La pala è larga e rossa, di plastica leggera. Solo che quando è piena pesa. Ma anche la neve, Pallina ormai l’ha imparato, non è mai uguale. Alle volte è scirocca, umida, e pesa di più. Altre volte invece, a parità di volume, pesa meno. Questa qui è quella lieve. La pala anche piena non pesa troppo.
Prima la rampa del garage. Sennò la topolino, nonostante le scarpe invernali, non ne emergerà mai e bisognerà liberare le catene dalla loro custodia intonsa che riposa nel bagagliaio.
No, le catene no. Meglio la pala.
Uffa, voglio anch’io il 4x4, pensa Pallina mentre fa volare una spalata oltre il giardino (ehi, sembra quasi il titolo di un libro di Mozzi…)
Fatto.
Ancora una parte di strada. Solo un po’, dài, gli altri hanno già liberato il pezzo che gli compete.
Ora il vialetto.
Sì, per consentire al postino di arrivare alla cassetta delle lettere. Chissà perché poi, dato che quell’uomo non porta mai lettere, solo depliant pubblicitari, bollette da pagare e richieste questuanti di beneficenza. Potrebbe anche fare a meno di passare di qua. Oppure potrebbe arrangiarsi, attrezzarsi con i mammut e fare ugualmente il suo lavoro. Altri non ci sono che si servono del vialetto. I venditori ambulanti aspetteranno il disgelo e Pallina non sentirà la loro mancanza.
Ma dài, che in fondo è divertente spalare neve! Pallina è rimasta sola, gli altri hanno finito. Suda dentro al piumino, mentre le mani nei guanti sono, come sempre, ghiacciate. Cammina avanti e indietro e come il classico spazzaneve raspa via tutto. Ci mette un sacco di tempo. La pala è ottima, anche se ogni tanto s’inciampa in qualche misterioso sasso invisibile agli occhi umani. Sono i muscoli a difettare. Per logica deduttiva, il tempo impiegato aumenta in modo inversamente proporzionale: - muscoli = + minuti necessari. Lo sanno anche i bambini.
Ma mica c’è fretta. Libera dall’impegno di organizzare il pranzo, la signora Pallina procede coscienziosamente e lentamente. E ammette di godersela… Per un attimo la sfiora la tentazione di costruire il pupazzone col naso a carota…
La neve è dolce, rilassa. Attutisce le brutture. Fa bene alla campagna (sotto la neve, pane…) e alle anime. I rami degli alberi carichi di fiocchi bianchi ai lati della strada formano tunnel irreali. Non si pensa ad altre cose quando c’è la neve.
Domani non sarà più così bello. Domani la pioggia o una corrente un po’ più calda scioglierà la purezza, che diventerà fango e si scioglierà senza rimedio, per poi trasformarsi nuovamente in una lastra di ghiaccio sporca e infida.
Il lavoro è finito. Non è stato troppo faticoso.
Appoggiata alla pala la signora Pallina riposa un attimo. Passa un camion che suona il clacson, allegramente, con confidenza. Lei sorride e alza la mano in segno di saluto. Non ha bisogno di voltarsi per sapere che è il signor Pinco. Ma non è che venga a controllare il lavoro fatto… no, cosa dite… è che lui, proprio, non sa starle lontano.
Nemmeno quando nevica.