06/12/2007

UN CICLAMINO STANCO


Il ciclamino è stanco di vivere.
La sua è una lotta continua in un ambiente ostile, non ce la fa più.
Sono io che gli rendo la vita difficile. Non lo annaffio a sufficienza. O forse lo annaffio troppo, chissà… non l’ho ancora capito. Di certo non gli parlo come dovrei, non elogio i suoi bei fiori lilla. Lo lascio troppo al buio, o troppo esposto al sole.
Non so.
So solo che si è stancato di me, della mia assenza, delle mie distrazioni.

Mi rattrista vederlo così. So che è colpa mia. Mi sento crudele, anche se so di non esserlo. Non con intenzione, almeno.
Il ciclamino rispecchia le mie incapacità.
Non so coltivare niente. Piante, amicizie, passioni, entusiasmi… Attecchiscono e nascono, ma poi tutto rimane a metà, sfiorisce, nonostante il concime e l’impegno.

Povero ciclamino.
È giunto in casa mia in una luminosa mattina di inizio ottobre, splendido, colorato, orgoglioso. Per chi me lo ha donato era la scusa per un’offerta benefica, oltre che un pensiero gentile per me.
Aveva tutti i motivi per essere orgoglioso, il ciclamino.
La sua sola presenza mi diceva: vedi, sono nato per fare del bene. I soldi spesi per acquistarmi vanno ad aiutare qualcuno. Abbi cura di me.
E io ci ho provato.
Ma come spesso accade con le cose che dovrei coltivare, ho fallito.

Quelle foglie gialle e tristi sono un attentato alla coscienza, il mio rimorso perenne.
Mi accorgo che lui cerca di rialzarsi, mi chiede ancora aiuto, ma non so che altro fare.

Acqua: tanta, poca?… ho l’impressione di sbagliare comunque, come spesso sbaglio con le parole o i comportamenti… darne, non darne, dire, non dire, fare, non fare… Temo che anche il ciclamino, come tanti prima di lui, mi abbia frainteso sulle intenzioni. Colpa mia, che non so comunicare, non so rassicurare.
Luce: creatura del sottobosco, forse non gliene serve molta, forse ama la tranquillità e la semioscurità, lontano dalla ribalta luminosa… Ma in questa tana dov’è capitato, povero, non c’è molta scelta. O il buio o il sole. Spazio e tempo limitano le possibilità. Ma sono certa almeno di avergli evitato le correnti e gli sbalzi di temperatura.
Concime: gliene ho dato, io ci provo sempre a regalare la mia energia vitale, per questo ne sono spesso priva, e rimango svuotata di ogni forza. Forse ho esagerato… Il troppo amore brucia. La troppa disponibilità pure. E si paga pegno, vedendo sfiorire ciò che era nato per noi o grazie a noi.

Però è vero: io gli ho dato tutto, al ciclamino, ma alla fine  l’ho lasciato a se stesso.
Troppa fretta, troppe cose da fare e organizzare, troppe cose cui pensare, troppe da cui farsi travolgere. Eppure altrettante vanno ugualmente alla deriva: la casa, le occasioni, i doveri…
Com’è che funziona? Com’è che ci si sente sempre oppressi, sempre di corsa, e si riesce a trascurare lo stesso, pur non volendolo, le cose importanti? Perfino se stessi? Com’è che alla fine non rimane niente di concreto fra le mani, non si costruisce né si realizza nulla?

Il ciclamino ha rialzato le foglie, anche qualcuna di quelle gialle. Uno sprazzo d’orgoglio, di voglia di vivere. O forse un prolungamento di agonia. Oppure tenta disperatamente di consolarmi, di non farmi pesare le mie colpe. Dai, mi dice, non sto troppo male…

Caro ciclamino, dimmi cosa posso fare per te, dimmi dove ho sbagliato, dimmi se davvero perdoni il mio inconsapevole averti lasciato solo… non sono cattiva, lo sai? Lo hai sentito quando ho cercato di rimediare agli sbagli tagliando le foglie secche e i fiori morti? Ti ho forse fatto male? Ma la forbice era affilata, sono stata attenta. Cercavo di darti sollievo, respiro, di farti recuperare le forze e concentrarle nel tuo centro ancora vivo.

Il ciclamino non risponde. O forse io non lo sento. I suoi ultimi fiori sono ormai condannati, le foglie restano impettite.

Mentre penso amaramente che non sono in grado di mantenere nulla, di far crescere nulla, avverto le fusa di un vecchio gatto contro le mie ginocchia. Un rimprovero. Lui mi sta scaldando le gambe e il cuore. Mi sta dicendo: e io? E ha ragione. Lui non è un fallimento. Lui è ormai un nonno gatto, e se è arrivato fin qui, malgrado i malanni e le disavventure, se ancora è in grado di saltarmi in grembo e pretendere le mie carezze con un’unghiata affettuosa, è perché con lui non ho sbagliato niente. O perché lui ha, da sempre, capito e afferrato il mio amore.
Dopo tutto qualcosa ho saputo coltivare anch’io.

Coraggio, ciclamino… cercherò di non farti più mancare nulla, luce, amore e acqua nella misura giusta, né troppa, né troppo poca. Vorrei rendere quel che resta della tua vita la migliore possibile, senza più sbagliare.
Farò del mio meglio.