01/12/2007
TI RACCONTO I MIEI SOGNI
UNO.
Sono a casa sua.
La casa è sulla spiaggia, in un paese esotico. Forse Brasile, non ne sono sicura, ma non m’importa. La sabbia è bianchissima e fine come polvere di marmo.
È notte.
Sono sulla soglia di una porta finestra. Sento la voce del mare, un mormorio sommesso, ma lo distinguo appena, una macchia scura contro il chiarore della spiaggia.
Vedo le luci di altre case, vicine, ma lontane quanto basta per sentire protetto il proprio privato.
L’attrazione circola latente, non si dichiara.
Lui indossa solo un costume da bagno. Non boxer o mutandoni informi. Slip aderenti color del mare quando il mare è azzurro. Fisico magro, asciutto, muscoloso. Neanche l’ombra di volgarità. Molta naturalezza, nel muoversi per casa.
È allegro, ride, molto giocoso.
Lo vedo a letto con la segretaria. Elisabetta, bella, lunghi capelli biondi. Ma è un attimo. Invece sorride a me e mi abbraccia. Lei non conta veramente, si sa. Ma è lui che conta per lei, le leggo la sofferenza negli occhi arrendevoli.
Lei è molto triste.
Ci sono ladri in casa. Minacciano con un coltello. Sono nascosta da una porta, non mi vedono, mentre io osservo tutta la scena. Sembra un film.
In costume da bagno azzurro e grembiule da cucina, lui è costretto dal coltello a preparare da mangiare.
Ho paura. Lui è teso, si vede, ma rimane tranquillo. Sta asciugando un piatto, sorridendo al coltello.
Mi sveglio con il cuore impazzito.
È buio.
DUE.
Sto andando dalla zia. La casa è uguale a 30 anni fa, quando la zia era ancora una zia e non un mucchietto di cenere. L’ingresso, il salone, la cucina. Tutto è come era.
Lei è malata, ma vado da lei perché mi ha detto che vuole studiare con me.
Entro, la trovo addormentata sul divano. Appare sfinita, pallida, consumata. Un gran mucchio di indumenti è poggiato sul tavolo, sembra buttato là alla meno peggio. Riconosco il mio bucato, appena raccolto, evidentemente, e fuori è buio.
Le serrande sono abbassate. In casa la luce artificiale è piuttosto cruda.
In silenzio comincio a ripiegare meglio, ordinatamente, il mio bucato. Asciugamani, strofinacci, mutande. Sul viso addormentato della zia l’approssimarsi della Signora. È accoccolata sul divano, accanto a lei.
La zia apre gli occhi, si fa forza. Non ne ha, di forza, eppure la trova. Perché vuole che studiamo insieme. Per vedere quello che io so, la mia conoscenza, e per mantenere il pensiero attivo.
È proprio lei, grintosa, tosta, com’era prima che diventasse polvere; nei suoi gesti l’impronta genetica, le movenze della famiglia che riconosco.
Non lo so cosa voglia studiare, o cosa vuole che io studi. Non si tratta solo di imparare, ma proprio di studiare.
Allora, ripiegando una federa ricamata, comincio a parlare di come è fatta una federa.
La zia annuisce, seria. Faticosamente si alza e va a preparare il te.
TRE.
Andiamo al mare. Non è stagione, fa piuttosto freddo. Ma il mare è sempre il mare. Al suo richiamo non si resiste.
Con gli amici arriviamo sulla spiaggia, tutti imbacuccati.
C’è gente. Già da lontano vedo bagnanti coraggiosi e passanti freddolosi con i piumini addosso.
Il mare è furioso, onde alte e verdi trascinano rabbia e sporcizia, di alghe e altri lordumi. Ma a tratti, dove è calmo, appare cristallino.
Bambini, a riva, giocano sul bagnasciuga, nonostante il freddo. Non lo sentono, il vento freddo.
Nell’acqua bassa qualcosa che si muove: due figure.
Una piccola e grigia, con le orecchie lunghe. Un cane dal lungo pelo bagnato. Muove la coda pesante.
Accanto c’è qualcosa di più grosso. Un cavallo, immerso fino al ventre. Alza di colpo la testa, la criniera disegna un arco bagnato in controluce, le gocce vanno al rallentatore. L’animale ha il sole alle spalle e contro il verde del mare induce una splendida suggestione.
I due escono lentamente dall’acqua, passeggiano sulla spiaggia, indifferenti.
Il cavallo ha il mantello candido come neve vergine. Abbaglia. Ma non è un cavallo. Sono due!! Da un unico corpo escono due teste, non appaiate, ma una dietro l’altra, in fila perfetta sullo stesso collo. Come disegnate. Indipendenti, bellissime, intelligenti.
È una creatura magnifica e orribile. O sono due creature in una, orribili e magnifiche? Non so se devo pensare al plurale. Le nobili teste si voltano all’unisono a guardarmi, gli occhi parlano. Poi, su sole quattro zampe, se ne vanno.
Ci avviciniamo ad un pontile molto alto, da poterci sostare sotto, ma il personale ci manda via. È in arrivo una nave nigeriana e sono in corso i preparativi per i festeggiamenti e il gran pavese sbatte nel vento colorandolo.
La bambina che è con noi mi porta tutta contenta il borsellino che ho lasciato in questo luogo, dimenticandolo, tanto tempo fa. Lo apro. Il passato è ancora tutto là, in uno sbarluccichio di monetine.