31/12/2007

ULTIMO BAGNO, PENSIERI DI MEZZANOTTE



Quest’ultimo giorno sta finendo. Le sue ore, non più di 24, come al solito, si sono suddivise fra la frenesia nevrotica e bisognosa di una corsia d’ospedale e il sorriso gentile di commessi in procinto di chiudere bottega. Gli auguri impazzano, l’eleganza è in partenza per una notte memorabile. Voglia di divertirsi e non pensare.
Mi ritrovo mio malgrado contagiata. Penso che sia bello questo scambio speranzoso di future belle cose fra persone che non si conoscono. Mi ben dispone.
So cosa fare, cosa voglio fare per me, oggi. Come festeggiare, stanotte, che è l’ultima notte.
 
Apro i rubinetti. L’acqua scroscia con forza liberatoria. Il suo canto è meraviglioso.
Io sono una creatura d’acqua. Non importa se nuoto a malapena, se temo e rispetto il liquido elemento, se pochi mesi fa ho ingaggiato con il blu del mio mare una breve lotta, io stremata, lui insaziabile, da amanti dissonanti. Non importa tutto questo, l’acqua è e resta il mio elemento.
La vasca del mio bagno non è il mare, eppure è quello che mi serve ora.
 
Là fuori già si sentono i botti. L’odore di bruciato penetra in casa, avvolge i muri e ogni altro suppellettile, me compresa.
 
Acqua bollente.
Schiuma.
Abbondo con la schiuma. È profumata e lascivamente morbida, apre un angolo di paradiso. Il suo buon odore copre quello acre della polvere da sparo.
Vapore. Nebbia in valpadana…. Non si vede più nulla.
Oblio?...
 
Via gli indumenti, tutti.
La nebbia mi avvolge ed è calda. Mi sento libera. Mi sento bella, e che lo sia o meno è di  secondaria importanza. Anzi, direi che non ne ha alcuna.
Senza la mortificante prigione del vestiario il corpo respira, si rilassa, rivela armonie e imperfezioni. Sorride. Tutto sorride, gli auguri della gente stanno galleggiando attorno a me.
 
Insieme ai vestiti mi spoglio del vecchio anno.
È passato di moda, ormai, e qui non si scherza, è obbligatorio stare al passo e procurarsene uno nuovo. E la novità è sempre una festa.
M’immergo.
Prima un piede, dentro e fuori dall’acqua. Poi tutto il resto.
La pelle si scotta, arrossisce al limite dell’ustione. La schiuma mi protegge, mi avvolge, lenisce l’eritema. Ha un profumo inebriante, sa di fiori. In pieno inverno chiudi gli occhi, fai un bagno caldo e ti ritrovi in un incantevole giardino odoroso. È una magia.
 
L’olfatto è un organo di senso importante.
E se il mondo fosse senza odori?...
D’accordo, non ci sarebbero puzze, nemmeno quelle sotto il naso di certi schizzinosi, e anche questa invasione violenta di polvere da sparo non esisterebbe. Ma senza profumi… che tristezza!
E che parte avrebbe allora il richiamo dei ferormoni? L’attrazione verso il possibile partner ha un odore che non c’è, per lo meno non è percepibile consciamente. Però esiste. E’ un odore, un composto chimico volatile che attraverso un naso inconsapevole raggiunge cuore e cervello. E gli organi del piacere. Se non esistessero gli aromi… mi chiedo se vivrebbero ugualmente l’innamoramento, il colpo di fulmine, la voglia pazza d’amore.
 
Facciamo che è meglio che ci  siano, gli odori.
 
Il floreale effluvio è esaltato dal calore. Ora sono immersa definitivamente.
Emergono i seni, sferici isolotti gemelli dalla vetta trionfante.
Emerge la pancia, un soffice altopiano, solo un po’ rotondo, quel tanto che serve per sporgere dalla superficie liquida.
Sto bene, sono a mio agio, in balia di un languore benefico e stimolante.
 
Si dilata tutto, in me, anche il mio tempo. Si rilassano le tensioni.
Ma sì, il vecchio anno ormai se n’è andato, a breve gli facciamo il funerale. Inutile rimuginare su cosa è stato. Mica torna indietro. Quel che è fatto è fatto. Nel suo testamento mi ha lasciato per eredità un giusto disincanto, la consapevolezza di bastare a me stessa e la volontà di non dipendere da nessuno. Doni preziosi.
 
La vita è un bagno caldo.
Scotta un poco, ma ti regala le migliori sensazioni.
Basta prenderle come vengono e goderne le essenze.
Basta miscelare un po’ di acqua fredda se ci si sta proprio ustionando.
Basta lasciarsi scivolare la schiuma addosso in una tenera carezza.
Con queste accortezze si resta sempre a galla, senza affogare.
 
Mi giro nell’acqua  a pancia sotto, provocando un’ondata. Anzi, uno tsunami.
Vorrei essere un delfino. Io che sono una buffa papera ho sempre amato i delfini e la loro allegra agilità. Dentro e fuori, un salto e cambia il blu, dal mare al cielo, ma blu rimane.
 
Ora sono i glutei a far capolino dalla montagna di schiuma. Scarlatti anche loro, poveracci… eppure beati, come tutto il resto di me, in questo tardo notturno che rasenta la perfezione.
E dopo essermi crogiolata e ustionata davanti e dietro, come uno spiedino sulla griglia, non dimentico di strofinare via tutte le impurità. Tutti i dispiaceri, le fatiche, i problemi. Non esistono più, sono passati, lavati via.

Ci si presenta vergini al nuovo anno, nudi e puri. È tutto da ricostruire, tutto da affrontare, tutto da superare. Un sacco di lavoro. Bisogna tenere occupati 365 giorni, anzi, stavolta anche un malandrino di più…  mica pochi. Quando sono ancora da scrivere tutti questi giorni sono davvero tanti e all’inizio spaventano un po’.
Troppo facile rileggere ora i 365 giorni appena finiti. A saperlo prima, qualcosa forse sarebbe stato riscritto, qualcosa evitato, qualcosa vissuto. Ma appunto, ora è troppo facile. Il divertimento, dopo tutto, sta nell’azzeccarla. E se non si riesce, pazienza.
 
Un’altra dose di bagnoschiuma profumato, voglio ubriacarmi di essenza odorosa. Altro che spumante. Non mi serve, stasera brindo col profumo. Apro ancora il rubinetto dell’acqua calda, non mi piace avvertire il primo freddo. Sotto lo stimolo della cascata altre bollicine si formano, scivolano dalle mie rotondità, precipitano a valle, s’infrangono. E rinascono.

I desideri non muoiono mai.
Si dice che senza desideri si vive meglio, perché non ci si rattrista se non si avverano. Ma un bagno senza bollicine sarebbe proprio infelice. Le bollicine anche se si rompono poi risorgono. Così i sogni.
Il disincanto lasciatomi in eredità dal vecchio brontolone che muore stanotte non mi protegge del tutto dai sogni. Perché sono un’inguaribile sentimentale, che preferisce scottarsi, spellarsi viva, piuttosto che diventare un freddo ghiacciolo.
Ghiaccio?! Impossibile. A queste temperature non reggerebbe un nanosecondo.
 
Là fuori sì che fa freddo. Ma tra pochi istanti la notte impazzita si riscalderà con i fuochi di benvenuto all’ennesimo, incognito primo giorno. E ci sarà luce come di sole perenne, mentre quello che resta della luna, un tempo colma, impallidirà un po’ di più. Gli animali tremeranno al rumore dei botti, vorranno nascondersi o fuggire, inermi, spaventati, incapaci di farci comprendere che in fondo siamo terrorizzati anche noi mentre cerchiamo il divertimento. Questa notte, così simile a una guerra, non sarà che un esorcismo contro le guerre vere, contro i pericoli di un mondo scricchiolante e sempre più cattivo. Un  botto contro il terrore.
 
Là fuori fa freddo, anche l’acqua in cui sono immersa ormai è tiepida e mi fa rabbrividire. Tutto mi si raggrinza, per l’umido e per il freddo. È il momento di riemergere dalla mia culla acquatica. Tolgo il tappo, rubo l’ultimo tepore. Mi alzo in piedi, rossa e gocciolante. Sono libera, leggera e seducente. Mi sono liberata di orpelli e insicurezze. Sono pronta per incontrare il primo, giovane minuto dopo la mezzanotte  e tutti gli altri fratelli che lo seguiranno.
Non mi rivesto, rimango nuda e sconveniente. Non cerco lingerie beneaugurale, non ne ho bisogno.
L’ultimo rivolo mi abbandona definitivamente, si lascia ingoiare dal buco nero dello scarico: anche lui insegue un sogno di libertà, lo spazio aperto, la rinascita marina.
Io invece mi faccio ingoiare da un letto morbido e un abbraccio caldo.
 
Là fuori esplode la notte.
Chiudo gli occhi, avvolta in un mare di tenerezza.
Arrivi nel migliore dei modi, anno nuovo.
Benvenuto.

25/12/2007

AUGURI!


 BUON NATALE A TUTTI!

di Ramona 08:43:00 4 Commenti

24/12/2007

QUANDO IL NATALE E' LETTERARIO


C’era una volta il Natale…
Potrebbe essere l’incipit di una favola natalizia. Ma se lo fosse sarebbe un modo un po’ banale per parlare del Natale. Almeno in senso letterario.
 
Del Natale se ne può dissertare come si vuole.
Si può porre l’accento sulle guerre che imperversano, anche a Natale;
sulle tragedie che accadono ugualmente e se ne fanno un baffo del Bambino;
sul consumismo e sulla povertà incipiente che sotto i riflettori del Natale acquistano maggior splendore;
sull’accattone disperato e sull’immigrato delinquente che a Natale facciamo finta di non vedere, sempre che non ne parli la tv;
sulle luci e gli alberi e le renne, e sul cenone coi parenti perché quello sì che è Natale;
sulla neve che non c’è e come fa a essere Natale senza neve…

Insomma, tantissimi sono gli argomenti correlati al Natale, tutti di attualità, tutti validi, tutti un po’ scontati.

In senso letterario pure, c’è un che d’inevitabile legato al Natale. È quasi obbligatorio scrivere del Natale o leggere qualcosa del Natale. Ce lo insegnano fin da piccoli, a scuola, a recitare le poesie di Natale. Non si può, e forse non si vuole, restarne fuori. Il Natale incatena a un’atmosfera unica, che non si ripete più nell’arco di un anno.
La letteratura aiuta, come sempre, a fissare sensazioni speciali e riflessioni del momento e a mettere un po’ da parte le banalità e le consuetudini del periodo, nonché le eventuali tristezze e miserie quotidiane.

Io al Natale ci ho sempre pensato, tutti gli anni. Mi prende dentro.
Ho pensato anch’io a tutte quelle cose elencate più sopra.
Ho pensato anch’io, una sera della Vigilia che vedeva la prima neve dell’inverno, a com’era bello, più bello, il Natale sotto un manto candido.
E ho pensato anch’io ai derelitti del mondo, come quelli dello tsunami del sud-est asiatico di tre anni fa, che mentre noi gozzovigliavamo, loro morivano affogati.
E ho pensato, di volta in volta, a come i natali possano essere molto personali, un po’ tristi o un po’ sereni.

Quest’anno è stato proprio il punto di vista letterario a caratterizzare il mio Natale. Be’, non solo… A essere sinceri, c’è stato, e c’è, anche altro, di molto problematico, ma è lo stare dentro la letteratura che mi ha aiutato, mi ha distratto da pensieri altrimenti troppo seri e affannosi. Grazie a questo Natale letterario mi sono costretta a ritagliarmi uno spazio a prova di tristezze.

È per questo che quest’anno mi sento di proporre due strenne speciali a chi viene a trovarmi qui, nel mio angolino inpuntadipiedi.

A chi voglia leggere qualcosa di nuovo sull’argomento Natale consiglio di fare un salto su Vibrisselibri. E' uscita oggi una raccolta di racconti natalizi scritti dai vibrisselibrai, in omaggio al periodo, ai lettori, a noi stessi… Ventuno racconti, ventuno modi diversi di vedere il Natale. Che può essere divertente, ironico, triste, dissacrante, classico… Ce n’è per tutti i gusti.
Nella raccolta c’è anche un mio racconto, una vecchia favoletta che, gli amici ricorderanno, ha già avuto qualche momento di celebrità… L’ho solo rivisitata e tirata un po’ più a lucido per l’occasione, che non poteva essere più prestigiosa di questa. Sono molto orgogliosa di esserci. E sono orgogliosa anche per un altro motivo…
La raccolta me la sono coccolata io stessa, per come ho saputo fare, e con la supervisione dell'amica Gaja Cenciarelli. Ho radunato i racconti e li ho curati come si cura un cucciolo. Non è stato un lavoraccio, ma un piacere, dato che i racconti sono tutti belli… E i vibrisselibrai, a mio parere, sono stati tutti bravi.
Per conto mio mi sono divertita, mi sono tenuta la mente sgombra da altre cose, sono entrata nei vissuti di ogni autore ed è stata una bella esperienza.
La lettura dell’insieme risulta gradevole e la raccomando per passare qualche momento di serenità, con semplicità, senza pretese. Non anticipo niente, il libro, preceduto da una presentazione firmata da me e da Giulio Mozzi è scaricabile gratuitamente qui. La splendida parte grafica è curata da Alessandro Simonato, che è anche uno degli autori.

La seconda proposta, la seconda strenna è indirizzata a chi abbia voglia invece di un tuffo nel Natale letterario con la maiuscola, quello offerto da autori famosi. La Poesia E Lo Spirito, grazie ai suoi redattori, ha messo insieme una raccolta di poesie e brevi testi a carattere natalizio. Siamo nel classico, siamo nella Letteratura, siamo nella Poesia che non stancano mai. E anche questo è un bel modo per passare la Vigilia, e poi la Festa. La scoperta, o la riscoperta, di testi e versi senza tempo, indispensabili per arricchire la parte più inafferrabile di noi.
E del nostro Natale.

Buone letture a tutti.


di Ramona 18:46:00 6 Commenti

15/12/2007

VIBRISSELIBRI: DAL WEB, ALLA CARTA, AL VIDEO, A... CHE ALTRO?

  Vibrisselibri naturalmente è una fucina in continua attività. Non si ferma mai. Neanche per le feste comandate. Colpa del genio che vi dimora e della passione sua consorte.

Per un po’ di libri che cercano la carta, qui da noi, altri trovano sia la carta che un video…
Una tragedia negata, che si può leggere su Vibrisselibri gratuitamente, come si sa, sarà pubblicato da Il maestrale fra pochissimo, rendendo felice il suo autore Demetrio Paolin, e tutti noi in quanto suoi fratelli e sorelle adottivi.

Modernità oggi vuole che un libro possa essere, oltre che letto per intero sul web, gratis, anche lanciato nel mondo sotto forma di filmato, sempre gratis. Aspetta, fare un filmato con questo scopo si dice fare un booktrailer.
Complicato? Ma no… è come quando al cinema prima di vedere il tuo film ti gusti le immagini delle prossime programmazioni, pochi fotogrammi per invogliarti. La stessa cosa succede con il libro. Pochi minuti, assai coinvolgenti, e tu ti ritrovi rapito a pensare: ammazza, che bello… Perché l’immagine che integra la parola scritta, l’annuncia, ne fa uno stuzzichino, un antipasto coi fiocchi, è quanto di meglio e di più stimolante possiamo godere in questi tempi convulsi.
E così ti ritrovi ad andare a leggere il libro, con negli occhi le immagini e nelle orecchie le parole del trailer… anzi del booktrailer, il trascinatore (folle) di libri.

Guardare qui, per crederci o direttamente dall'immagine sopra:


Versione principale, con commento:
http://it.youtube.com/watch?v=oxCfsWDqnJk


Altra versione senza commento, solo musica:
http://it.youtube.com/watch?v=c-YiLi7J9h4

Il filmato, grandioso come sempre, è ad opera di Grenar, vibrisselibraio di genio, il quale sa già che alla prossima notte degli Oscar sarà seduto in prima fila con un pupazzo giallo (che non è il tapiro d’oro…) in mano. Mentre noi saremo appena dietro di lui a fare la hola.
Lui è il nostro regista preferito. Lo si era capito?
Guardate e diteci se non abbiamo ragione.

di Ramona 19:01:00 3 Commenti

15/12/2007

NENIO, DE MEDIO, PAROLE E PITTURA


C’è un bambino, in quell’angolo. Mi sta guardando. Ha grandi occhi scuri e seri, è magro, capelli corti. Mi guarda e non parla. Cosa vuoi bambino?
Signore, tu vuoi bene ai bambini?, mi chiede.
Che strana domanda… certo, ho due figli, sono la ragione della mia vita, il futuro che continuerà dopo di me. L’ho pensato e non sono stato capace di rispondere. Il bambino mi guarda ancora e attende. Così, senza sapere perché, mi ritrovo a dire che sicuro che voglio bene ai bambini, che a casa ho due maschietti che sono il mio orgoglio e a cui non faccio mancare mai nulla, hanno tutto quello che vogliono e io lavoro tanto per loro. Ma tu, non ce l’hai una mamma e un papà?
Il bambino fa cenno di sì col capo, ma abbassa lo sguardo un attimo e poi parla di nuovo.
Signore, se tu vuoi bene ai bambini, devi fare una cosa.
E mi porge un portatile che nascondeva dietro l’angolo. È acceso e sul monitor, in grande, spicca la foto del bimbo che ho davanti. Mi stupisco molto, è proprio lui…
Leggi questa storia, signore, mi dice con il computer ancora in mano, così evidentemente pesante per lui. Mi siedo per terra, sul marciapiede e comincio a leggere.

C’è un momento in cui non riesco a continuare… c’è un momento in cui dietro tutti quei bit della pagina elettronica si affollano le tante notizie di abusi sui bambini che ci raggiungono quotidianamente e che ormai ascoltiamo un po’ distrattamente. Sì, ci indigniamo, noi padri di famiglia onesti, e madri premurose, e diciamo per fortuna ai nostri figli non accadrà. Ma in questo momento non posso fare a meno di pensare alle volte che i miei bambini cercavano di parlarmi e io, stanco, stressato, non li ascoltavo, restavo indifferente, se non infastidito, dal loro chiacchierare.
Da dietro queste parole elettroniche sono entrato nella testa del bambino violato e ho toccato quello che nessuna notizia al telegiornale potrà mai spiegarmi: la sua paura. Il suo dolore. Il suo silenzio così ricco di richieste d’aiuto, che potrebbe essere quello dei miei figli.

Il bambino davanti a me aspetta paziente. È così drammaticamente tranquillo. Sembra non voler disturbare, eppure sento che vuole qualcosa da me.
Finisco la lettura e sono un’altra persona.

Restituisco il computer al bambino, che lo spegne, diligentemente,  e lo ripone nella sua borsa.
Cosa vuoi bambino? Cosa vuoi, piccolo Nenio?

Signore, se vuoi bene ai bambini, questa storia la devi fare di carta.
E io penso che è proprio quello il mio lavoro, quello di fare storie di carta, come fa lui a saperlo?... E a Natale potrei proprio mettere una nuova strenna, sotto il mio albero, e regalare un sorriso a un bambino che di sorrisi non ne ha conosciuti.

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Questa storia non è accaduta, non ancora. Nenio è un libro virtuale, che tutti possono leggere qui,  su Vibrisselibri, ma che ancora non ha incontrato qualcuno che lo possa rendere di carta. La storia di Nenio però è vera e drammatica, e si ripete tutti i giorni, in tutto il mondo.
In questo Natale pensiamo ai bambini, vicini e lontani, che conoscono il male e la sofferenza, e ricordiamoci che sono gli adulti di domani, quelli cui dovremo affidare il destino del mondo. Il nostro destino.

Nenio è stato scritto da Eugenio De Medio, architetto, artista e ottimo pittore. I suoi quadri sono qui, sono belli, colorati e delicati, proprio come Nenio, e come Nenio cercano una casa e un po’ di calore.
                           

 

di Ramona 18:02:00 Commenta:

14/12/2007

VESTIRE L'ALBERO DI NATALE


È giunta l’ora. Arriva il Natale, bisogna accoglierlo con tutti gli onori.
Comincio ad addobbare l’albero.
Il vecchio albero sintetico, un abete argentato un po’ spelacchiato, è entrato in questa casa insieme a me e al gatto Tobia. Molti anni fa. I segni del tempo sono evidenti su di noi. Ma lui è ancora in gamba, dopo tutto, proprio come lo siamo noi…Anzi, diciamo che i suoi tre piedini sono un po’ zoppi, che la pendenza è quella della torre di Pisa, che la calvizie incalza sui rami un po’ acciaccati e che qua e là un rametto è stato amputato da una posa scomoda nella scatola.
Ma lo stesso, non posso sostituirlo, l’abete. Non ancora. Fa parte di questa casa. Come il gatto. Come me. Perciò rattoppo alla meno peggio i pezzi amputati, distendo i rami anchilosati e procedo alla vestizione.

Ecco le palline, gialle e blu. Appenderle di solito mi regala una certa divertita rilassatezza. Bisogna disporle in un modo un po’ artistico, perché ce ne sono di grandi e di piccole, e poi si sa che vanno messe solo sul davanti dell’albero, come le luci colorate e intermittenti, però a me piace sapere che ce ne sono anche dietro, perché se no, povero albero, rimane nudo proprio sul posteriore e non sta bene…
Appendo una pallina gialla. Un’operazione distensiva, dicevo, che stavolta però non si esenta dal restare aggrappata alla realtà. E le mie riflessioni pure, si legano alle palline e procedono di pari passo all’addobbo, che doveva essere scacciapensieri e invece non lo è.
Così, mentre cerco un’altra pallina da appendere, penso a un uomo appena mancato, al vuoto che ha lasciato nella sua famiglia, in una figlia adorata e che lo adorava. Era un artista, e vivrà di certo, oltre che nel genio della figlia, uguale al suo, anche nelle opere che ha lasciato in questo mondo. A dimostrare che in fondo quando partiamo non possiamo portare nulla con noi di quanto abbiamo realizzato, perché deve servire a consolare almeno in parte chi resta col vuoto fra le braccia. Che triste Natale in quella casa…
Mi accorgo che insieme alla pallina gialla ho appeso una lacrima cristallina.

Passo a una pallina blu. È un bel colore questo blu lucente, né chiaro, né scuro. È trasparente, e mi fa riflettere su come spesso, invece di chiarezza e onestà, ottengo solo silenzi e ambiguità. Non lo sopporto. La sensazione di essere presa in giro mi rattrista, mi stampa dentro un interrogativo grosso come una montagna, ma destinato a non avere mai risposta… 
Le palline dell’albero di Natale, quelle classiche, quelle di una volta, sono fragili, si fanno male facilmente.  Anche io sono un pezzo di antiquariato. Ho pensato di farmi di plastica, come le ultime palle acquistate, ma non mi riesce. Accidenti, non mi riesce mai.
Ma ne vale la pena? In fondo ci sarà pure chi apprezzerà la delicatezza di una pallina di vetro e ne avrà rispetto. Io sono come sono, di vetro, non infrangibile, e questo è quanto.

Un’altra pallina gialla, un po’ più grossa. Questa la metto su un ramo basso, così se cade non fa troppi danni. Una persona cara invece cadendo si è fatta male, non ha potuto evitarlo, non aveva potuto scegliere un ramo basso, ed ora i pensieri intorno a lui si moltiplicano come funghi in un autunno piovoso. Ecco, diciamo che meritano più di una pallina. Una gialla, una blu, una qui, una lì. Vorrei che questi pensieri fossero come le palline. Basta appenderli, così li si guarda da lontano, non occorre più prenderli in mano, pesarli e soppesarli, cercar loro una sistemazione che quasi non lascia dormire la notte. Vorrei che Babbo Natale li appendesse per me, risparmiandomi dubbi, insonnie e timori di sbagliare. Ehi, Babbo Natale! Mi hai sentito???... Non fare finta di non sentire, non dare la colpa all’età, che se lo vuoi sei un giovanotto niente male…

Procedo verso l’alto, perché i pensieri ora si fanno lontani. Nel senso di pure distanza fisica, ma non per questo sono meno importanti. Una pallina lucente a ciascuno, a due bambini che chissà come vivranno il loro Natale. Forse non si accorgeranno che c’è qualcosa di diverso in casa, che l’atmosfera di festa è forzata e densa di preoccupazioni. Certo non sanno che potrebbero non averla più una casa, fra poco. E visto che Babbo Natale fa il sordo, cosa può fare un vecchio abete spelacchiato a mille chilometri di distanza? Solo regalare loro qualche pallina, un pensiero e tanto affetto, che non si riesce mai a dimostrarne abbastanza. I bimbi sono la continuazione e la speranza, sono quello che resta dopo di noi. Avvolgo le palline gialle e blu con un festone dorato e ci pongo vicino una lucetta intermittente. Hanno bisogno di protezione e calore, i bambini.
Ero una bimba anch’io, ieri.
Vorrei tanto esserlo anche oggi.
Ma devo continuare a vestire l’albero.

Ho terminato le palline, ma ho ancora qualcosa da appendere. Gli angioletti. Ce ne sono un paio fatti con la pasta, e questo mi fa pensare alle tristezze del mondo. Ai lutti recenti, all’indifferenza globalizzata, alla mancanza di valori, alla fatica che si fa a complicare tutto, quando le cose invece sarebbero molto semplici, proprio come questa pasta. Lo disse un Bimbo, quando divenne Uomo, più di due millenni fa: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Tutto qua. Mica difficile, no? Invece le vittime a questo mondo sono tante, così tante, che non so nemmeno da quale parte cominciare a rattristarmi. Né chi aiutare. Come si fa ad aiutarli tutti, quando non posso fare niente nemmeno per chi mi è caro e mi è più vicino?...
Ecco, angioletti, è qui che tocca a voi, fate il vostro dovere, fatevi ascoltare, guadagnatevi la pagnotta, epperbacco!!!
Uno degli angioletti è diverso, è delicato, adagiato su una nuvola bianca. È il mio angelo custode, che talvolta ha la testa sulle nuvole, appunto, e si distrae… Però c’è sempre, non manca mai. In fondo è bravo, rimedia in fretta quando si accorge di avermi abbandonata, solo per un attimo, per inseguire grilli e sogni… Rimedia regalando a me altrettanti grilli e sogni e amici e affetto e occasioni fortunate. Così io, che brontolavo perché mi sentivo sola, mi zittisco e gli strizzo l’occhio. È troppo adorabile, un po’ svampito ma generoso.

Ed ecco che grazie a lui i pensieri prendono la strada delle nuvole e per un po’ seguo la sua stessa leggerezza. Difatti è il turno dei fiocchi rossi, ora. Un tocco di allegria e di speranza che annoda gli aghi del mio abete spelacchiato, proprio all’estremità di ogni ramo. Un rosso acceso di passione e vitalità che mi ricorda che queste due qualità fanno parte di me, mi spingono in tutte le direzioni dove ci sia la vita, con le sofferenze e le gioie che essa porta e che, mi ricordo una volta di più, procedono sempre a braccetto, inscindibili. Basta accettarlo.
E se prima appendevo una lacrima trasparente insieme a una pallina, ora appendo un sorriso fiducioso per ogni fiocco rosso. E ritrovo il coraggio. Tanto che volo in cima all’abete per depositarvi la stella appuntita, e non ho paura di stare così in alto. Da qui posso abbracciare tutti, fare il pieno di fiducia e ripartire. Ancora una volta.

Ecco caro il mio abete. Sei vestito. E sei bellissimo.

 

di Ramona 22:18:00 6 Commenti

06/12/2007

UN CICLAMINO STANCO


Il ciclamino è stanco di vivere.
La sua è una lotta continua in un ambiente ostile, non ce la fa più.
Sono io che gli rendo la vita difficile. Non lo annaffio a sufficienza. O forse lo annaffio troppo, chissà… non l’ho ancora capito. Di certo non gli parlo come dovrei, non elogio i suoi bei fiori lilla. Lo lascio troppo al buio, o troppo esposto al sole.
Non so.
So solo che si è stancato di me, della mia assenza, delle mie distrazioni.

Mi rattrista vederlo così. So che è colpa mia. Mi sento crudele, anche se so di non esserlo. Non con intenzione, almeno.
Il ciclamino rispecchia le mie incapacità.
Non so coltivare niente. Piante, amicizie, passioni, entusiasmi… Attecchiscono e nascono, ma poi tutto rimane a metà, sfiorisce, nonostante il concime e l’impegno.

Povero ciclamino.
È giunto in casa mia in una luminosa mattina di inizio ottobre, splendido, colorato, orgoglioso. Per chi me lo ha donato era la scusa per un’offerta benefica, oltre che un pensiero gentile per me.
Aveva tutti i motivi per essere orgoglioso, il ciclamino.
La sua sola presenza mi diceva: vedi, sono nato per fare del bene. I soldi spesi per acquistarmi vanno ad aiutare qualcuno. Abbi cura di me.
E io ci ho provato.
Ma come spesso accade con le cose che dovrei coltivare, ho fallito.

Quelle foglie gialle e tristi sono un attentato alla coscienza, il mio rimorso perenne.
Mi accorgo che lui cerca di rialzarsi, mi chiede ancora aiuto, ma non so che altro fare.

Acqua: tanta, poca?… ho l’impressione di sbagliare comunque, come spesso sbaglio con le parole o i comportamenti… darne, non darne, dire, non dire, fare, non fare… Temo che anche il ciclamino, come tanti prima di lui, mi abbia frainteso sulle intenzioni. Colpa mia, che non so comunicare, non so rassicurare.
Luce: creatura del sottobosco, forse non gliene serve molta, forse ama la tranquillità e la semioscurità, lontano dalla ribalta luminosa… Ma in questa tana dov’è capitato, povero, non c’è molta scelta. O il buio o il sole. Spazio e tempo limitano le possibilità. Ma sono certa almeno di avergli evitato le correnti e gli sbalzi di temperatura.
Concime: gliene ho dato, io ci provo sempre a regalare la mia energia vitale, per questo ne sono spesso priva, e rimango svuotata di ogni forza. Forse ho esagerato… Il troppo amore brucia. La troppa disponibilità pure. E si paga pegno, vedendo sfiorire ciò che era nato per noi o grazie a noi.

Però è vero: io gli ho dato tutto, al ciclamino, ma alla fine  l’ho lasciato a se stesso.
Troppa fretta, troppe cose da fare e organizzare, troppe cose cui pensare, troppe da cui farsi travolgere. Eppure altrettante vanno ugualmente alla deriva: la casa, le occasioni, i doveri…
Com’è che funziona? Com’è che ci si sente sempre oppressi, sempre di corsa, e si riesce a trascurare lo stesso, pur non volendolo, le cose importanti? Perfino se stessi? Com’è che alla fine non rimane niente di concreto fra le mani, non si costruisce né si realizza nulla?

Il ciclamino ha rialzato le foglie, anche qualcuna di quelle gialle. Uno sprazzo d’orgoglio, di voglia di vivere. O forse un prolungamento di agonia. Oppure tenta disperatamente di consolarmi, di non farmi pesare le mie colpe. Dai, mi dice, non sto troppo male…

Caro ciclamino, dimmi cosa posso fare per te, dimmi dove ho sbagliato, dimmi se davvero perdoni il mio inconsapevole averti lasciato solo… non sono cattiva, lo sai? Lo hai sentito quando ho cercato di rimediare agli sbagli tagliando le foglie secche e i fiori morti? Ti ho forse fatto male? Ma la forbice era affilata, sono stata attenta. Cercavo di darti sollievo, respiro, di farti recuperare le forze e concentrarle nel tuo centro ancora vivo.

Il ciclamino non risponde. O forse io non lo sento. I suoi ultimi fiori sono ormai condannati, le foglie restano impettite.

Mentre penso amaramente che non sono in grado di mantenere nulla, di far crescere nulla, avverto le fusa di un vecchio gatto contro le mie ginocchia. Un rimprovero. Lui mi sta scaldando le gambe e il cuore. Mi sta dicendo: e io? E ha ragione. Lui non è un fallimento. Lui è ormai un nonno gatto, e se è arrivato fin qui, malgrado i malanni e le disavventure, se ancora è in grado di saltarmi in grembo e pretendere le mie carezze con un’unghiata affettuosa, è perché con lui non ho sbagliato niente. O perché lui ha, da sempre, capito e afferrato il mio amore.
Dopo tutto qualcosa ho saputo coltivare anch’io.

Coraggio, ciclamino… cercherò di non farti più mancare nulla, luce, amore e acqua nella misura giusta, né troppa, né troppo poca. Vorrei rendere quel che resta della tua vita la migliore possibile, senza più sbagliare.
Farò del mio meglio.