24/11/2007

NOI, DIVISE BIANCHE

Eppure è strano.
Il viso mi è familiare da molti anni. Vederlo là, contro il bianco di un letto, è strano.
Sembra un paziente come un altro.
Devo riguardarlo, scrutarlo, pescare nella memoria. Sì, è lui.
Vederlo lì, sotto il candore disinfettato del lenzuolo, fa impressione.
Sentirlo chiamare con un numero, o, a voler essere un po’ più umani, con il cognome, fa impressione. Quest’uomo ha sempre avuto un nome, è stato battezzato con quel nome, e per nome è stato chiamato per tutta la vita. Oggi è un numero. O un cognome appena.
Tutto mi fa impressione, ora che non indosso la divisa bianca, ora che sono un visitatore in abiti comuni, come tutti gli altri.

Il numero, ossia l’uomo che viene chiamato col numero, è poco più di una pianta. Come le piante nel vaso lui è radicato, per forza, su quel letto. Non c’è dubbio che potendo, volendo, si alzerebbe e con le radici grondanti acqua e terra camminerebbe. Semplicemente, un passo dietro l’altro, la cosa più naturale del mondo. Del resto lo ha sempre fatto, anche quando la malattia non glielo rendeva facile.
Ma ora non può.
Camminare è ormai un atto che appartiene al passato, sono trascorsi tanti di quei lustri da quando, era solo un infante, gattonava sul prato… difficile pensare che ora possa imparare a farlo ancora una volta. Non è più tempo di gattonare.
Però non è nemmeno scritto che le radici debbano riposare per il resto della loro vita in posizione orizzontale. Questo numero, questo cognome con le sembianze umane, che solo per caso si ritrova in quel letto, può guardare il mondo in posizione verticale, da seduto.
Alzatelo, per favore.
Lo chiede la divisa bianca farcita d’affetto, dentro me.
L’uomo non può camminare, ma può stare seduto. Come uno di noi, di voi.
Per favore.

La sua mente funziona a corrente alternata. I volti di una vita diventano estranei. Non ricorderà mai più di avermi regalato, un giorno, una stella alpina, colta in montagna apposta per me.
Anche l’ambiente circostante per lui è inesistente o irriconoscibile. Lui non chiede dove si trova. Non sa implorare un bicchiere d’acqua, né può prenderselo da sé. E forse non sa nemmeno dire se ne sente il bisogno, se ha fame o sete.
Ma non è un vegetale disteso e non è un manichino spento.
È ancora e sempre un uomo.
Non dimenticate che è un uomo.
Non è un numero e non è un cognome.
Chi ha la divisa bianca deve ricordarsene.
Dovrebbe.

Spogliati della divisa bianca, messi per solidarietà famigliare dall’altra parte del letto di corsia, si notano, dolorosamente, cose che, a chi la divisa la indossa, passano inosservate, automatiche figlie della fretta, del superlavoro, della cattiva organizzazione, di un mestiere difficile.
Ma la scortesia, l’indifferenza, il pretendere che dai letti non arrivino pretese o per meglio dire, bisogni… tutto ciò può essere comprensibile? Fino a che punto?

Ora indosso la mia divisa bianca. Sono in corsia.
Sto per chiamare una persona col numero del suo letto. Mi fermo. Quella persona ha un nome. Sì, ma non tutti ci pensiamo, non tutti consideriamo che il numero ha un nome e una storia e una vita. A volte sono costretta, dal bisogno di usare un linguaggio universale col resto del personale, a usare il numero. Ma non mi sta bene.

Dai letti è tutto un chiamare, tutto un bisogno, tutto un farti correre… alcuni sono bisogni concreti, altri meno urgenti, ma chi stabilisce l’urgenza quando si è costretti a stare da quella parte del letto? Anche farsi grattare il naso potrebbe essere un’urgenza, a volte, quando si è impossibilitati a farlo da soli.
Ci pensiamo mai, noi divise bianche?

Rivedo il viso familiare sotto le lenzuola asettiche. Lui che non chiede niente, ed è lasciato a vegetare. Per lui cos’è un’urgenza? Potersi muovere come l’istinto gli suggerisce sarebbe già molto. Non può, ma non domanda nulla.

Indosso la divisa bianca, è mio dovere accorrere sempre, anche per quella che sembra un’inezia, o per ciò che a volte è solo la richiesta assurda di una persona maleducata.
Ma non posso non pensare a chi non può e non sa chiedere nemmeno un bicchier d’acqua, a chi non si lamenta se si sporca di vomito o altro e non riesce a mandar giù niente, a chi viene lasciato sul letto a vegetare e non chiede perché.

Non posso non pensare alle divise bianche che si dimenticano di lui.

 

di Ramona 19:31:00 8 Commenti

19/11/2007

DORMIRE, PER CARITA'.


Dormire tre ore su ventiquattro, o poco più.
Alzarsi dal letto senza distinguere se è troppo presto o troppo tardi, se è giorno o se è notte.
Planare nel mondo dei doveri, che come belve ti assaltano alla gola.
Difendersi dagli imprevisti, dai contrattempi, dalle malevolenze, dai truffatori.
Cedere alle prepotenze, oppure dare di matto.
Discutere, discutere, discutere, discutere.
Registrare i dolori dell’esistenza: un dito, il capo, il piede, le gambe…
Sbagliare, uno dopo l’altro, gli approcci al prossimo. Non azzeccarne una.
Sfiancarsi, tenere gli occhi aperti: fatica immane.
Programmare, pianificare, calcolare il minuto secondo. Poi mandare tutto all’aria.
Vuotare i serbatoi lacrimali, rinnovare le scorte per la prossima volta.
Provare a togliere le ragnatele dalla mente, cercare il colore, senza riuscirci.
Bisogni. Tanti bisogni, e non poter nominarli.

Astenia globale.

Devo dormire.
Lasciatemi dormire, per carità.

 

 

di Ramona 17:54:00 7 Commenti

18/11/2007

LA DIVERSITA'.

Ci sono persone diverse.
Sono diverse da quel concetto astratto che è la normalità.
Normale vuol dire maggioranza. Quando una stragrande quantità di individui hanno in comune certe caratteristiche, si dice che quelli sono i normali.
I diversi sono la minoranza. E spesso non hanno che un filo di voce per farsi ascoltare, tanto sottile che viene facile far finta di non sentire.
Oppure si preferisce voltarsi dall’altra parte. Le diversità sono difficili da tollerare, da affrontare, da risolvere.

A volte queste diversità, è vero, sono irrisolvibili per natura. E i rispettivi portatori vengono messi da parte. Perché con la loro sola esistenza fanno sentire impotenti, e non è facile accettare di esserlo, oggi che invece siamo, o ci sentiamo, onnipotenti.
Meglio, in tal caso, chiudere gli occhi e le orecchie. Per non soccombere, umiliati, alla sconfitta. Per l’ego sarebbe intollerabile.

Ci sono poi diversità che possono essere affrontate, ma che richiedono troppo sforzo: bisognerebbe andare contro un sistema basato sull’ignoranza, sulla diffidenza, sull’economia. E come si fa? Non per niente questo tipo di difficoltà sono quasi più difficili di quelle certamente irrisolvibili. Perché i muri da sormontare (non si dice di abbatterli, si dice solo di sfidarli), sono altissimi e corazzati. Protetti da briglie chiamate leggi, soldi, bilanci… Neppure i trampolini della pietà, della solidarietà, riescono a dare lo slancio sufficiente a superarli. Anzi,vengono ignorati.

Le persone diverse da sempre vengono considerate prive di qualcosa… prive della salute, prive della normalità, prive della fortuna. In realtà sono persone che hanno quel qualcosa in più che i normali spesso non hanno: la voglia e il gusto di vivere. Esse reclamano il diritto alla vita, che appare tanto più prezioso quanto più si è prossimi a perderlo. Pensare invece che chi ne è in possesso, chi vive “normalmente”, non lo prende nemmeno in considerazione. Perché è così scontato, così naturale. Così banale. Vivere è ovvio.

No, non è scontato vivere, quando si ha a che fare con diversità invalidanti progressive. Non è scontato, quando ogni minuto che batte sonoramente il suo tempo ti ricorda che è un minuto veloce, più veloce, che ti viene sottratto, e per questo è difficile metterselo alle spalle. Ogni minuto di questi che se ne vanno costa sempre più  fatica muoversi, parlare, respirare. Non è dunque scontato vivere, quando sai che a breve alcune macchine, se sei fortunato, ti sostituiranno nelle funzioni più importanti, come appunto muoversi, parlare, respirare.

Ci sono diversità che paralizzano un po’ alla volta, ma lasciano inalterato il cervello, l’ultimo “muscolo” funzionante, quello che osserverà impotente, ma lucido, il tuo lento declino e ciò che resterà di te. E sarà allora, una volta di più, che sarà da ripensare a quello che i normali sono stati capaci di negare al diverso, perché i diversi sono pochi e per pochi il gioco non vale la candela, non vale la spesa.
La diversità non rende. Costa troppo.
Prenderne atto, curarla, sconfiggerla o almeno rallentarla. Costa. Vederla, considerarla, averne compassione, contrastarla. Costa. È impegnativo, difficile, può essere che porti a sconfitte, può essere un pugno nello stomaco che non si riesce a incassare. Costa. Può distogliere fondi da altre cose più adatte ai normali.

E poi ci sono così tante diversità: c’è chi ha un cromosoma in più, chi uno in meno, chi lo ha in un posto sbagliato, chi ha una sequenza proteica invertita, per non parlare di scontri fortuiti con gli agenti imprevedibili della vita. Perché a volte nasci “normale” e diventi “diverso” strada facendo…

Le diversità sono tante, ma per ognuna ci sono “pochi” detentori, e quindi le risorse, che sono sempre limitate per definizione, vanno alla maggioranza. Vanno ai normali. O a quelli che più si avvicinano a tale concetto. Cioè quelli subito dopo la maggioranza.
Ma quei pochi, quei diversi, sono persone, ed è quanto troppo facilmente si dimentica. Chi glielo spiega a quei pochi diversi che la loro vita non vale la spesa?

Costoro devono quindi arrangiarsi. Anzi, devono scontrarsi con quei muri altissimi e corazzati, perché tutto, ma chissà chi lo ha detto per primo, dev’essere più difficile per i diversi.
La legge è sempre quella del più forte, no? Il normale è forte, il diverso no. Il diverso deve sottostare alla selezione innaturale. Non c’è molto di naturale, infatti, nell’essere consapevoli che un rimedio al male c’è, fosse anche un palliativo, ma  non viene concesso. Non è la stessa cosa che rassegnarsi ad un rimedio che non esiste.

Sono venuta a conoscenza della storia di una persona. Si chiama Sante.
Una fra tante, anzi, tra le poche, perché appartiene ai diversi, ai non normali, e dunque alla minoranza. Quella minoranza che non riesce a far valere il proprio diritto a una vita dignitosa, che non fa la voce grossa, anzi, la sua voce non arriva nemmeno a scalfire la legge dell’economia e del bilancio o semplicemente quella del cuore.
Andiamo a trovare questa persona e facciamole compagnia, regaliamole un abbraccio.
Unendo la mia, la nostra voce alla sua, forse riusciremo a superare quegli orribili muri.
Lo vorrei tanto.
Lo voglio.

 


di Ramona 20:59:00 2 Commenti

16/11/2007

NUOVO COMPLEANNO E NUOVO MOSTRO PER VIBRISSELIBRI


Nuovo compleanno per Vibrisselibri!
Ma come, non ne abbiamo appena festeggiato uno pochi mesi fa? Ogni quanto compie gli anni ‘sta Vibrisselibri?!
Vedi, c’è un compleanno per la nascita dell’idea. Ed è stato a giugno.
Poi c’è il compleanno per la nascita ufficiale, di quando cioè il mondo si è accorto di noi. Ed è quello di oggi.
Poi, vedrai, ci sarà anche il compleanno della consacrazione ad associazione a tutti gli effetti.
E infine possiamo eventualmente trovare altre piccole ricorrenze da festeggiare, perché in Vibrisselibri, in un anno, ci sono stati molti traguardi, ognuno meritevole di essere ricordato.

Ma intanto festeggiamo questo compleanno.
Un anno fa il battesimo ufficiale, a Roma, il salto che ci permetteva di passare da idea a organismo vivente e pensante. Nonché funzionante.
Un anno denso di emozioni, le mie sono riassunte qui, in poche ma sentite parole.
Mentre leggendo qui, quando durante questa giornata mi prenderà la nostalgia, rivivrò attimo per anno quel meraviglioso 16 novembre 2006.
Mi sembra quasi di essere un’altra persona, rispetto ad allora. Sono cresciuta, ho imparato molte cose… e di fatti ne sono accaduti, personali e pubblici, in questi 12 mesi… ma l’entusiasmo di appartenere a questo gruppo è quello di sempre, lo confermo.

E intanto il miglior regalo di compleanno per questa festa è la nascita di un nuovo mostro. Perché Vibrisselibri non smette mai di cercarne. E ogni volta è una bella avventura.
L’ultimo nato si trova qui, si intitola Canti emiliani dei morti, ed è scritto da Giuseppe Caliceti. Leggerlo, per crederci.

Un mondo di bene a Vibrisselibri, agli amici che insieme a me ne formano il cuore e la mente.
Un augurio perché i successi si moltiplichino, perché la passione non venga mai meno e le amicizie si rinsaldino.
E grazie di esistere, dal mio profondo.

di Ramona 08:57:00 6 Commenti

12/11/2007

COME ANDO' A VERONA?

E vabbè…

La presentazione di PRIMO INCONTRO  si fece. E fu bella, interessante, vivace, spiritosa e coinvolgente.

C’erano i carbonari, pochi, ma buoni in rappresentanza degli altri fratelli, simpatici, allegri e rilassati, nonché motivati e appassionati.

C’era un moderatore intelligente e abile con le parole, pronto a coprire le defaillance degli emozionati autori e a incoraggiare a dire le cose giuste, con un sorriso e un complimento; anch’egli ricco di passione per l’opera, gli autori, il libro, come se fossero propri figli. E un po’ lo erano.

C’era un’attrice che leggeva brani del libro, anzi, due interi racconti, VIDEOAMATORE e PRIMO INCONTRO, con tanto estro da ingentilire il primo per non turbare la serenità del pubblico (pubblico?).

C’era un bellissimo tavolo in una sala dall’acustica ottimale, e microfoni perfettamente funzionanti, senza fischi né fruscii o echi strani.

C’era una città magnifica tirata a lucido per l’occasione, perfino le rovine sembravano eleganti, e l’Arena più maestosa che mai.

C’era una serata splendidamente tiepida e voci e persone in movimento, la bella vita che si mette in mostra.

C’era tutto, insomma. Non mancò proprio nulla.

Oddio…

Mancò il pubblico.

Il Pubblico!

Quello che avrebbe dovuto ascoltare a applaudire e fare domande e chiedere a gran voce il bis, e quando pubblicate ancora ecc. ecc.

Mancò. 

 

Presenti, oltre ai parenti, non 4 gatti, ma cinque persone. CINQUE!! Di cui una dormiente, nella fila in fondo. Chissà se vale la metà o il doppio, uno che dorme, si sveglia bruscamente e se ne va a metà discorso?!

Per fortuna l’anziana signora o signorina (sembrava proprio una signorina di una volta) in prima fila fu attentissima e non si perse una parola.  Meravigliosa. Forse faceva il pubblico di professione. Però non applaudì. E forse alla lettura di VIDEOAMATORE rimase un tantino perplessa. Chissà.

  

Però gli intrepidi carbonari portarono a termine eroicamente la propria missione. Meritando una medaglia al valore.

E tutto sommato si divertirono a stare insieme, a conoscersi e riconoscersi, baci e abbracci e sorrisi. Pacche sulle spalle e poi progetti, idee, futuri nuovi lavori.

Poi mentre chi di dovere smontava gli stand, riponeva i libri, tirava le somme, con un’occhiata intorno appena un po’ malinconica, perché la fine di qualcosa mette sempre malinconia, ma col sorriso giocoso di sempre, i nostri chiusero la porta alle loro spalle e si rivolsero al domani.

Perché domani, si sa, è sempre un altro giorno. 

di Ramona 19:41:00 4 Commenti

09/11/2007

PRIMO INCONTRO A VERONA


Eccolo!
Reduce dai trionfi del debutto in società a Napoli e della scoppiettante conferma  al Luccagames, atterra sul tappeto rosso riservato ai VIP la magica antologia PRIMO INCONTRO, scritta dalla Carboneria Letteraria, pubblicata dall’editore Centoautori, Collana leggere Veloci.
L’atterraggio è previsto a Verona, nientepopodimeno che alla Fiera del Libro di recenti, ma autentiche, scaligere tradizioni, indetta per il secondo anno da Inchiostro.

Io l’ho visto, il libricino. L’ho annusato, sfogliato, ammirato. E ho pensato, stupita: qui dentro ci sono pure io… Per convincermene ho aperto la pagina che contiene il mio racconto bonsai e ho fatto finta di essere un lettore qualsiasi capitato lì per caso…
Ma a chi la do a bere… un lettore qualsiasi mica finisce per prima cosa, così di botto, al mio racconto…

No, un lettore qualsiasi che compra PRIMO INCONTRO lo compra perché è un lettore veloce innanzi tutto, e le ridotte dimensioni del volumetto sono fatte apposta per lui. Le pagine si bevono in un baleno, racconto dopo racconto, anche cominciando dall’inizio.
Racconti mignon, o bonsai, gnomi raffinati, che in due o tre pagine raccontano una storia, divertente o commovente, sensata o aliena, comunque completa.
Insomma, il libro nanerottolo dà delle soddisfazioni a chi vuole leggere qualcosa di bello ma non ha tempo, a chi vuole svagarsi nei pochi minuti d’attesa a una fermata e non vuole perdere il tram o la metro perché smarrito dentro un tomo, a chi mangia un toast nella pausa pranzo, perché un pasto e un libro tradizionale richiedono troppo tempo, insomma, a tutti coloro che, nella frenesia quotidiana riescono a ritagliarsi un breve momento di relax . Perché vivere, dopo tutto, comprende anche quella piccola evasione chiamata lettura.

Eh, sì, il nanerottolo ha la copertina lucida, vagamente inquietante eppure attraente. Un po’ ipnotizza e un po’ cattura.
Ha un prezzo, e questo sì è emozionante: per quel che mi riguarda, per la prima volta una mia storia ha un costo… e se non fossi in ottima compagnia, attorniata dai fratelli carbonari, me ne vergognerei un po’.
Però diciamo pure che 3 euro è un prezzo alla portata di tutte le tasche. Perfino quelle di coloro che si fanno il mazzo per meno di mille euro, e con tutte le spese del normale sopravvivere faticano ad arrivare alla fine del mese. A questi forzatamente squattrinati amanti della lettura, come si può chiedere di fare sacrifici, stringere la cinghia, privarsi della pagnotta, per pagare il best seller di turno con l’equivalente di pane e latte per due settimane? Vuoi mettere?...Tre euro invece, un pugnetto di monetine, non  ci si accorge nemmeno di averli, e uno che ama leggere e non vuol far la fame può anche permettersi di spenderli per PRIMO INCONTRO. 
E così io ho un po’ meno rimorso, ecco…

Ma cosa contiene questo nanerottolo?
Il nanerottolo contiene la sfida di un pugno di carbonaretti gaudenti alla morte, che se li vorrebbe portare via, la cattivona…Ma loro per salvarsi chiedono il tempo di raccontare una storia ciascuno, e così…  Ma il finale no che non ve lo dico.
 
Ecco i responsabili della nascita incontrollata di tutte quelle storie, ognuno con la propria creatura…

PROLOGO      Paolo Agaraff

INNOCUO      Biancastella Lodi
SQUAME AFFIDABILI    Gabriele Falcioni
VIDEOAMATORE   Giuseppe D’Emilio, Roberto Fogliardi, Alessandro Papini, Arturo Fabra (In tutti fanno un unico Pelagio D’Afro)
L’ASSICURATORE DI AOSTA  Piernicola Silvis
C’ERA UNA PRIMA VOLTA   Gaja Cenciarelli
PANCABBESTIA   Matteo Scandolin
L’APPUNTAMENTO  Ramona Corrado
L’ALIENO DEFINITIVO  Lorenzo Trenti

PRIMOULTIMO Arturo Fabra
PRIMO INCONTRO Andrea Angiolino

EPILOGO…..   a sorpresa

E che ci fa dunque il nanerottolo, così ricco nella sua piccolezza, in quel di Verona?

Si da il caso che alla fiera di Verona ci sarà la sua presentazione al nord est.. E guarda un po’,  fra i carbonari presenti ci sarà anche la sottoscritta. Che, per una volta si troverà proprio dietro quella scrivania, anziché seduta di fronte, a parlare, o a tentare di farlo, del piccolo grande PRIMO INCONTRO.

E dici niente…

È proprio vero che c’è sempre una prima volta nella vita. E questo sarà il mio primo incontro, tanto per restare in tema, con un pubblico di potenziali lettori…

A tutti coloro che passano di qua: se volete conoscere me, altri carbonari, e il nostro figliolo nanerottolo, l’appuntamento è per domenica 11 novembre ore 19 circa, alla fiera del libro di Verona.

Venite numerosi!!

 

 

di Ramona 22:19:00 8 Commenti

05/11/2007

LA GUERRA, NEI RICORDI


“Scusa G., ma tu di che classe sei?”.
I due anziani si vedono per la prima volta, dividono la stessa stanza d’ospedale. G. è appena arrivato, mentre M. è qui da un po’.
“Eh, son del 1922…”.
“Oh, che brutta annata…”.
“Quella…”.
“…della guerra”.
Quest’ultima frase è pronunciata all’unisono. I due si sono compresi al volo.
M. dice ancora:
“Mio fratello era del ’22. Aveva 20 anni, nel gennaio del ’43, quando  ricevemmo la sua ultima cartolina dalla Russia. Di lui, da allora, non abbiamo saputo più niente”.
“Io ero in attesa di partire per la Russia, già nel novembre del ’42. Dovevo andare a rinforzare l’armata. Le notizie non erano delle migliori, la disfatta era già nell’aria. Però dicevano, gli italiani resistono.  Ma avevano bisogno di soldati ed io aspettavo. Non mi hanno mai chiamato. Così mi son salvato.”.
“Mio fratello era nel battaglione (…), reparto sciatori. Era alpino istruttore. Aveva l’incarico di insegnare a sciare ai soldati italiani che non lo sapevano fare. L’inverno in Russia era un inferno, bisognava lottare soprattutto con la neve e il gelo.”.
“Ho aspettato 40 giorni. Poi arrivò la conferma della ritirata, il disastro, e non sono più partito.”.
“Non sappiamo dove si trovi mio fratello, se, e come è morto. Non sappiamo nulla. Solo che non è più tornato.”.

Ascolto parlare questi due vecchi e mi calo di colpo nel loro passato, che non è studiato sui libri di storia, ma vissuto sulla pelle. Questi vecchi, la storia, potrebbero scriverla.

Una famiglia vede partire il figlio più grande, spedito in un paese lontanissimo, quasi dall’altra parte del mondo. Lui che è nato sulle montagne, sulla neve ci ha gattonato, ha volato con uno slittino improvvisato, ai piedi, da quando ha imparato a camminare, i pesantissimi sci di legno e gli scarponi, che per lui sono come pantofole. È troppo bravo. Nel suo battaglione lo scelgono come istruttore per i commilitoni in Russia. Deve insegnare loro a sciare per tentare di sopravvivere. A combattere in condizioni climatiche impossibili. A sparare ai fantasmi bianchi di neve, giovani come loro, padroni del gelo e delle steppe. Perché sparare? I ragazzi che marciano affondando nel bianco fino alle ginocchia, non lo sanno, perché devono sparare. La Patria in quel momento è un concetto troppo assurdo, difficile, al massimo si può riassumere nel focolare di casa, nel bacio della mamma o l’abbraccio furtivo della morosa. Voglia di polenta, voglia di profumo di fieno, voglia di sguardi a montagne amiche che abbracciano le stelle, così vicine da toccarle nelle notti d’estate.
Lui, l’istruttore di sci, vent’anni come gli altri, ha la stessa nostalgia. E scrive una cartolina a casa: A presto, baci.

In un’altra famiglia si aspetta trepidando. Si accendono ceri in chiesa, si fanno fioretti.
Signore, non far partire il mio figliolo per quel posto così lontano… tutti mormorano che da lì non si torna vivi. Ma non si può dirlo ad alta voce, è un reato punibile con la galera. Signore, ho solo queste dalmede (zoccoli di legno, n.d.A) per camminare, ma giuro, faccio voto di camminare scalza se lasci qui il mio ragazzo. Ho solo lui, due braccia forti che potranno aiutare le sue sorelle, ancora bambine.
Poi, lo so che anche qui si può morire… Io non lo so, però, perché dobbiamo fare la guerra, che male gli abbiamo fatto, noi siamo gente povera ma onesta. E i russi, gesummio, sono comunisti mangiapreti, ma che vuol dire, se ne stanno a casa loro come noi stiamo nella nostra.

La cartolina arriva. In famiglia la baciano come una reliquia. Il figlio, il fratello, è vivo e pensa a loro. Finirà questo inverno, finirà questa guerra, e lui ritornerà… Mentre altre famiglie sono in lutto. Ritornano a casa i resti di quelli che erano stati giovani con un futuro davanti, oppure non torna nulla, solo qualche vestiario. O a volte neppure quello.
A volte ti dicono: è morto da eroe… ma solo perché da morto non può smentire, non può raccontare di essere morto nel fango, con la paura e il pianto e la voglia di casa che taglia la gola.
No, lui ritornerà. Perché noi lo aspettiamo.

Le voci sono sempre più insistenti, anche alla radio se ne parla… la campagna di Russia è un fallimento, le truppe italiane, o quel che ne resta, si ritirano, ma dopo una strenua, eroica resistenza. Le reclute in attesa saranno destinate ad altre campagne, di certo meno infernali, pure se in mezzo alle bombe, pure se sotto il fuoco incrociato del nemico (ma perché nemico?!). Il figlio rimane qui, vicino casa. Grazie signore, camminerò scalza fino a che non me lo riporti sano e salvo a casa.

L’istruttore di sci si è dissolto nel nulla come la neve delle sue montagne. Le autorità dicono solo: disperso. Neanche una tomba su cui piangere, solo la speranza, ultima a morire, che sia andato a sciare da qualche altra parte. Vivo, sorridente, forte. Non fa niente se lontano, purché vivo. Non avendo dei resti da piangere, passeranno i decenni, arriverà un nuovo secolo, e il giovane militare sciatore rimarrà giovane per sempre.
Il ragazzo che doveva partire per la campagna di Russia, evitata per un soffio, dopo il sacrificio di migliaia di coetanei, sopravvive al resto della guerra. Ritrova la pace, vede scorrere gli anni, imbianca, sposa la morosa di allora e poi la perde, dopo una vita passata insieme, cercando di dimenticare le bombe e chi non è più tornato.

Le vicende dei due soldati tornano a incrociarsi qui, più di 60 anni dopo, in una stanza d’ospedale. Si sviluppano liberamente nella mia fantasia, incrociano nella memoria nozioni scolastiche e sono vive.
Comunque sia, io trattengo il respiro, di fronte alla Storia.

di Ramona 20:17:00 2 Commenti