09/10/2007

IO, TIZIANO, L'ARTE E LA STORIA



C’è qualcosa che non manca mai di stupirmi e commuovermi, ogni volta che la incontro. Ed è la Storia. Se poi è accompagnata all’Arte, non si può proprio chiedere di più.

Sono andata a vedere una mostra importante, e sono rimasta muta di fronte al passato con la maiuscola, all’autorità del capolavoro che può infischiarsene dello scorrere dei secoli, a opere che testimoniano l’esistenza della bellezza senza tempo.

Le cose rilevanti e tecniche le lascio ai critici d’arte. Io non lo sono. Io, forse, ho visto altro.

Ho visto libri antichi, vecchi di quasi 600 anni, quelli di cui il Sommo Pittore amava circondarsi durante la sua vita poco meno che centenaria. Stampati e disegnati con tocco elegante su carta ingiallita. Erano dietro una vetrina, visibilissimi e irraggiungibili. Del resto mi farebbe paura toccarli. La mia mano tremerebbe sapendo di sfiorare il respiro del tempo. Immagino altre mani, così lontane che non sono più mani da tempo, sfogliare quelle pagine e soffermarsi sulle parole dai caratteri oggi quasi incomprensibili, eppure così chiari all’epoca. La stampa era una scoperta recente, una rivoluzione che nessuno aveva previsto e che aveva reso possibile la diffusione della lettura come mai prima.
Su quelle pagine immagino gli sguardi attenti degli uomini di cultura, sento il loro fiato dubbioso e le goccioline di saliva atterrarvi sopra mentre loro commentano o leggono ad alta voce. Vedo il grande Maestro, ormai vecchio, faticare a voltare quei fogli così fragili, mentre sul naso le lenti sfornate dalle botteghe del suo Cadore lo aiutano a non perdere il senso delle parole.
È un’emozione grande. Che diventa più grande nell’ammirare le lettere scritte di suo pugno, indirizzate ai grandi della terra e presentanti il conto per le opere portate a termine su commissione. E poi la spesa per il funerale del Maestro, l’annotazione del rito funebre, tutto scritto a mano, con la scrittura del tempo che fu e l’inchiostro che pure, incredibilmente, resiste, non sbiadisce, non scompare.

E poi ho visto i quadri. Da vicino, molto vicino. Tanto vicino da scorgere le ditate che l’artista, nel suo ultimo periodo, spalmava sulla tela, incapace di accettare il pennello, a sua volta impossibilitato a rendere la volontà dell’uomo. Ed è da vicino che ti rendi conto della grandiosità dell’opera, segno per segno, sfumatura per sfumatura. Tele a volte immense, molte a sfondo scuro, come se l’artista  sapesse di essere al crepuscolo della vita e vedesse solo l’ombra attorno a sé.
Eppure, i particolari…

Come può un occhio così anziano dare luce ad un gioiello, vita a una piega di tessuto, coscienza ad uno sguardo?
Un cane sembra saltare fuori dalla tela, ti osserva guardingo pronto alla difesa.
Una bambina, in una folla adorante Maria, si volta a guardarti, l’unica fra tanti che non si rivolge alla Madre, che non ti volta le spalle, ma ti pianta gli occhi negli occhi. Perché guarda proprio te?
Ritratti vivi, ad altezza di sguardo, osservano alteri il fiume di gente che gli scorre ai piedi. Gente che non trova alcun ostacolo, che può, volendo, carezzare ognuno di quei visi severi o baciare loro le mani per rispetto e deferenza.
Temi sacri, dai soggetti dolenti o gloriosi. Santi e madonne, e l’Ecce Homo, cristi emaciati (a differenza degli altri uomini raffigurati con glutei e cosce da sollevatore di pesi), sanguinanti e sofferenti quanto basta a indurti a chiederti, non senza sensi di colpa, se meriti tanta tribolazione.
Temi mitologici, Perseo e Andromeda…
E poi vedo i nudi di donna, quelli che rappresentano Venere, soprattutto… Venere con amorino, un cane e pernice…qualcosa di commovente.

Io m’incanto e mi perdo a studiare la bellezza di quelle donne. Visi splendidi, sorprendentemente moderni, che sembrano appartenere a modelle di oggi. Ma i corpi no, non sono di modelle. Eppure sono… sono… 
Sono pieni, morbidissimi, ai limiti dell’obesità. Estremamente sensuali. Seni alti e sodi, piccoli, volendo misurarli potrebbero essere una seconda misura, quella della coppa di champagne… Sproporzionati, per i canoni attuali, ai fianchi generosi, molto materni, ma al contempo intriganti. La pancia è morbida e rotonda, a dispetto di tanti addominali del secondo millennio scolpiti con fatica e sudore (ma perché?!). E volendo essere pignoli, un tantino di cellulite non manca, specialmente sulle ginocchia, mentre i piedi sono assai curati, perfetti.

Queste donne, e non solo le dee, sono bellissime. Non c’è altro aggettivo possibile. La loro opulenza è rassicurante, non disturba, non è ridicola. Viene voglia di sprofondare in quelle carni bianchissime. E lo dico da donna, sentendomi loro sorella, vicina per certi aspetti, ma al contempo assai lontana da quella bellezza.

Prima di terminare alla grande la visita alla mostra, ammirando altre tele spettacolari, mi sono soffermata un po’ di più davanti alle veneri di cinque secoli fa, con il pensiero a chi le ha immortalate.

O sommo pittore che dipingevi ritratti tanto realistici, non ho motivo di dubitare che le donne fossero proprio così al tempo tuo. Io, l’ho già detto, mi ci riconosco in parte, in quelle femmine (che però sono tanto più belle…), più che nelle femmine del tempo mio.
Dimmi una cosa, maestro, un dubbio mi assilla dopo quest’omaggio alla tua arte: secondo te, sarebbe stato più giusto, più logico, che nascessi io nella tua epoca, o tu nella mia? Tu che rendi viva la tela, stregone dell’arte, non potresti compiere la magia di farci incontrare?

Il Maestro non risponde.
Io esco, ma resto nel suo passato, vivendo il mio presente.