26/09/2007

TOM JONES


Lo avresti mai detto che una lettura “obbligata” ti avrebbe fatto piacere? No, non ci avresti scommesso. A scuola niente di peggio che studiare “per forza” certi autori di cui non te ne fregava niente. Da grande, se hai la fortuna di diventare un lettore, le letture ti piace sceglierle. Oppure gradisci farti scegliere da loro, dipende dal rapporto più o meno viscerale che sei riuscito a instaurare con i libri. Libri che, in genere, ora nessuno ti impone più. Ma quando per qualche motivo si verifica una prescrizione forzata di lettura, ti pare di essere tornato a scuola, con l’incubo di dover studiare quello che non ti piace per rimediare un voto appena decente. E con la probabile conseguenza di odiare il libro e chi lo ha scritto.
E cosa succede quando un libro “imposto” si rivela invece una gradevole esperienza?
Succede che non lo avresti mai creduto possibile e sei il primo a stupirti.


Durante un corso di scrittura ben riuscito e ben gradito, un bel giorno nasce la proposta di fare qualcosa di diverso. Invece di scrivere, dice, stavolta leggiamo. Leggiamo un testo, uno per tutti, con calma e secondo le nostre abitudini. Poi ci ritroviamo e ne parliamo insieme.
Il testo proposto dal docente super partes è pressoché ignoto a tutti i partecipanti. Ovvio, altrimenti dove sta il bello?...
Si tratta, per la cronaca, di Tom Jones, di Henry Fielding.

Con la vaga sensazione, appunto, dello scolaro che deve farsi i compiti per le vacanze, ma con la curiosità e l’innocenza del lettore quasi onnivoro, apro il libro in una notte d’estate. E lo richiudo in una notte d’autunno, ridacchiando fra me e me.

Il Tom Jones è un tomo di quasi mille pagine, che nell’edizione Garzanti si presenta in due volumi (comprendenti, lo dico subito, qualche refuso qua e là…). Nella realtà è stato pubblicato tra la fine del 1748 e l’inizio del 1749, a fascicoli. Ogni fascicolo è un capitoletto, un certo numero di capitoli fanno un libro, in totale ci sono 18 libri. Ma originariamente i volumi stampati erano sei.
Una mole così imponente di solito basta a scoraggiarmi. Non per la dimensione in sé, ma per il tempo che prevedo mi occorra per portare a termine l’impresa e che mi sembra di sottrarre ad altri libri. Mi sento sempre così quando affronto un grosso volume.
Ma questa è un’altra storia.
Parliamo del mio rapporto con questo stravagante libro.

Innanzi tutto, mi ci vuole un po’ più del mio consueto per capire come funziona. Si sa, entrare in un nuovo libro equivale a entrare in un nuovo mondo, tutto da scoprire. Questo nuovo universo è particolarmente interattivo… Fin dalla prima pagina l’autore instaura, e poi continua per  tutta la narrazione, un dialogo diretto con me, lettore cui da amichevolmente del tu. Specialmente nel primo capitolo di ogni libro, una sorta di prologo, mi mette al corrente di alcune considerazioni personali, fa il confronto con la letteratura contemporanea o passata, mi delucida, o vorrebbe, con dotte citazioni in latino (in realtà talora mi confonde… ma è colpa della mia abissale ignoranza in merito), fa ancora nuovi paragoni, spiega, introduce il resto. Solo dopo prosegue la storia vera e propria. Ma, come ho detto, mi ci è voluto un tot a entrare in un meccanismo alquanto insolito per i nostri canoni.

Anche i titoli all’inizio mi hanno disorientato, perché si prendono la briga di spiegarmi certe cose del capitolo che sta per iniziare.
Per esempio: nel libro II il primo capitolo s’intitola “Mostra che genere di storia sia questa: che cosa sia e che cosa non sia”…
Delizioso, eh? Dimenticavo: anche ciascuno dei 18 libri ha un sottotitolo. Quello del libro II è: “Scene di felicità domestica in diversi stadi della vita; e vari altri fatti avvenuti durante i primi due anni di matrimonio tra il Capitano Blifil e Madamigella Bridget Allworthy”…
Un altro esempio, magari più corto? Il libro VIII si presenta con tre parole: “Due giorni circa”, il che vuol dire che quanto vi è raccontato si svolge nell’arco di due giorni, appunto. E il suo primo capitolo recita: “Capitolo straordinariamente lungo, concernente il meraviglioso, assai più lungo di tutti gli altri capitoli introduttivi.”
Una specie di guida insomma. Che all’inizio un po’ infastidisce, ma che poi ti ritrovi a leggere avidamente per avere in anticipo un’idea di cosa ti aspetta nelle prossime pagine.

La trama.
Siamo in Inghilterra, nel settecento e qualcosa. Tom Jones è un trovatello che viene adottato da un cosiddetto squire,  un gentiluomo di campagna con poteri di giudice. Il signor Allworthy, persona buona e benestante, trovandosi l’infante nel letto senza alcuna spiegazione decide di tenerlo con sé. Il giovane crescerà poi insieme al nipote di lui, più giovane di un anno. I due ragazzi sono l’uno l’opposto dell’altro. Tom è simpatico, generoso, bello, ingenuo e sfacciato. L’altro è mellifluo, falso, servile e opportunista. E sarà la causa della rovina di Tom. Con astute menzogne farà in modo che venga cacciato con disprezzo dalla casa del padre adottivo. Tom s’imbarcherà allora in un’avventura dietro l’altra, farà gli incontri più strani, avrà uno strampalato compagno di viaggio e per tutto il tempo sospirerà per l’amore (forse) impossibile per la sua bella. Il finale, che non rivelo, è assai pirotecnico e da solo vale tutto il libro. Difatti è per arrivare presto fino in fondo alla storia che quella notte ho dovuto fare le ore piccole… non potevo lasciare all’indomani le ultime pagine, mi stavo divertendo troppo.

Il libro è considerato un capolavoro della letteratura settecentesca inglese, tanto da aver influenzato buona parte di quella successiva. Forse per la prima volta, all’epoca, un romanzo cosiddetto comico si trasforma in un attendibile affresco sociale, grazie al realismo, pur con quel tocco epico, col quale è scritto. E anche grazie alla profonda caratterizzazione dei personaggi, analizzati nelle loro mille sfaccettature, con un occhio bonario verso tutte le loro apparenti contraddizioni. Il giudice Allworthy è onesto all’inverosimile, eppure inflessibile fino a essere duro. Tom è l’eroe irruente, ingenuo, un po’ sciocchino, ma buono, cui si perdonano facilmente vizietti “scandalosi” come la passione per le avventure galanti, che si premura di non disdegnare pur consumandosi d’amore per la sua Sofia. Questa, appunto, è l’eroina, pura come un angelo, che difende la propria virtù a tutti i costi, svenendo al momento giusto, se occorre, e rivelando tuttavia un carattere di ferro nell’apparente sottomissione al padre. Il padre, caciarone e impulsivo, irascibile ma affettuoso è uno dei protagonisti più gustosi. E così via, all’infinito, in un carosello di personaggi assai convincenti.
La storia, ricchissima di colpi di scena, è raccontata con humor tipicamente inglese, non si può non sorridere di tanto in tanto…

Personalmente ho molto ammirato l’abilità narrativa dell’autore, la sua capacità di intrecciare i vari fili disseminati lungo il racconto e lasciati sì in sospeso, ma mai dimenticati, usati sempre con coerenza nella fantasiosa rappresentazione del reale.
Be’, a dire il vero ogni tanto, trovandosi evidentemente in un vuoto narrativo, il nostro Fielding, per spiegare qualcosa di altrimenti poco verosimile, se ne esce con una battuta del genere: “Sai, lettore, fino adesso non te lo avevo detto, ma è ora che tu sappia….” E quindi compaiono per incanto personaggi o situazioni strane.
È troppo divertente! In un autore contemporaneo boccerei una mossa così furba, ma qui, in questo particolare contesto, mi sembra una trovata assai simpatica.

Alla verifica finale è stato appurato che i lettori moderni mal digeriscono questo tipo di scrittura. Difficile, oggi, accettare il continuo dialogo che l’autore ha col suo lettore, quel suo pontificare e/o giustificarsi, quell’apparente inverosimiglianza, quei personaggi così definiti, concreti, ma a tratti assurdi come maschere carnevalesche… Eppure io mi sono divertita! Una volta riuscita a entrare nella storia, nel linguaggio un po’ aulico (ma non troppo), nel rapporto aperto con l’autore e  nel suo connettersi continuamente a me, ho accettato il tutto, ricordando che in fondo questo testo appartiene a un’altra epoca, sono io che mi devo adattare a lui e non viceversa.

E poi ci sono alcune riflessioni che mi hanno colpito, a quasi 300 anni di distanza, per la sconcertante attualità. Come questa, a pag. 542:

“Anche se esistono in un’opera difetti giustamente criticabili, se non sono nelle parti essenziali o sono compensati da altre e maggiori qualità, soltanto un calunniatore maligno, non un saggio critico potrà severamente condannarla sulla base d’alcune parti difettose. È proprio il contrario di quel che dice Orazio: […]

ma dove le bellezze brillano più numerose
non vado in collera, se per caso un verso
 (che scorre disuguale per qualche insignificante difetto)
 mostra una mano inesperta o l’umana fragilità.

Come dice Marziale […] nessuno libro può esser composto in modo diverso.”

Grandioso! Un mirabile, sfacciato buttarsi in avanti dell’autore per giustificare qualche cedimento nella lunga narrazione… Bellissima scusa che potremmo utilizzare anche noi, scrittori dilettanti, nel comporre l’ipotetico capolavoro della vita. Potremmo mettere, infatti, in un prologo, o prefazione, un chiaro avviso al lettore. Qualcosa del tipo: “Ebbene, se sono riuscito a scrivere qualcosa di decente, caro lettore, porta pazienza per qualche cosuccia che ti pare non quadri, tutto il resto merita, te lo assicuro!”.

(n.b. Non si finisce mai di leggere, in Bottega)

di Ramona 15:00:00 Commenta: