14/09/2007
QUESTIONE DI ATTIMI
Ieri, ore 23. Rientro a casa dopo un pomeriggio di turno in ospedale, prolungatosi oltre l’orario per una serie infinita di strani eventi.
La strada è deserta. Sarà la stanchezza, ma mi sembra di procedere lungo un tunnel e il fatto di essere la sola in circolazione mi dà un senso d’irrealtà. Mi torna alla mente l’inizio di quello che avrebbe dovuto essere il mio romanzo, che mai sono riuscita a proseguire oltre le prime 3 o 4 pagine. La storia cominciava col protagonista che una notte, nel ritornare a casa, ha un incidente in macchina. Ho un brivido, ricordando come avevo descritto la dinamica dell’incidente. Mi dico che questa notte sembrano verificarsi le stesse condizioni. Mi aspetto due fari assassini dietro la prossima curva...
Sono stanca, evidentemente, mi sento su una nuvola, fatico a seguire la linea di mezzeria. Sono la padrona della strada. Sai quante cose possono accadere in una notte così, in un posto così?
E poi alla svolta su un lungo rettilineo, a due passi da casa, vedo le luci.
E di colpo fiction e realtà si mescolano e io non so più dove sono.
Un incidente.
Automobili ferme, solo due prima di me. Un albero in mezzo alla strada, un’auto di traverso, due ruote fuori dal ciglio, nell’unico breve tratto privo del guard-rail, un niente prima di gettarsi verso la leggera scarpata. Il motore manda inquietanti segnali di fumo.
Non c’è ombra di soccorsi, solo altri automobilisti costretti a fermarsi, perché di là non si può passare in nessuno dei due sensi di marcia. È appena successo.
Dio mio, appena successo.
Questione di attimi.
Mi ricordo della mia professione, di cosa sono io. Una che aiuta chi sta male. Lucida e determinata, come fossi in corsia, vado a vedere se c’è qualcosa che posso fare e se l’ambulanza è stata chiamata.
L’auto ha gli sportelli aperti, mi sembra di vedere qualcuno dentro. Mi viene la pelle d’oca. Ci saranno morti?
Nessuno al posto di guida, l’airbag è scoppiato, ma sul parabrezza è disegnata la ragnatela di un colpo. Un ragazzo, o tale mi sembra, al buio, è seduto al posto del passeggero. Un altro cammina avanti e indietro, incapace di stare fermo. Ogni tanto si siede sul sedile posteriore, poi si rialza. Il passeggero sembra sano e salvo, ma non scende. L’altro è di certo sotto shock. Sanguina dalla fronte e da altri punti della testa, ma non riesce proprio a fermarsi. Provo a fare domande, voglio capire come stanno. Sembrano stranieri, non riesco a comprendere molto.
Inutile chiedere come è successo. Gli occhi sbarrati del ferito la dicono lunga sul suo stato. Non mi sembrano in pericolo di vita, non c’è niente che possa fare. Chiamo il 118, è stato già allertato, stanno arrivando i soccorsi.
Freddamente immagino i prossimi minuti. I vigili del fuoco per mettere in sicurezza l’auto e rimuovere l’albero, polizia o carabinieri per i rilievi, l’ambulanza per portarsi via i due ragazzi. Tra pochissimo di qui non ci si muoverà più. Risalgo in auto, complice una piazzola provvidenziale riesco a girare la mia utilitaria, faccio dietrofront per imboccare la via alternativa. Luce lampeggiante blu. I vigili del fuoco, i primi ad arrivare.
Questione di attimi, e non avrei più potuto tornare indietro.
Arrivo a casa e di colpo perdo la freddezza.
Bastavano pochi attimi e al posto dei ragazzi, o insieme a loro, ci sarei stata io. Invece tutto ha complottato per farmi ritardare la fine del turno. Telefonate impossibili, una flebo che non ne voleva sapere di funzionare, campanelli che suonavano a ripetizione, le complicazioni più strane. Tutto da raccontare al cambio. Le consegne che si allungano, io che vado via quasi un’ora dopo… Né un minuto più, né un minuto meno, per evitare di essere coinvolta nell’incidente.
Sarebbe bastato una suonata di campanello in meno, o che la flebo fosse fluita liscia, o che la collega del cambio fosse arrivata un minuto prima… e quegli attimi recuperati li avrei investiti nell’incidente.
Non so ancora se l’albero è caduto addosso ai due, o se i due sono andati addosso all’albero, abbattendolo. Ma so che per pochi attimi ho evitato di scoprirlo a mie spese.
Non vado subito a letto. Mi metto a tremare, a scoppio ritardato, ho un groppo alla gola, ripensando alla serie di combinazioni che ha guidato la mia vita, preservandola, nelle ultime due o tre ore. E mi dico che c’è stato qualcuno che ha orchestrato in un certo modo perché accadessero tutte quelle cose, tutti quei ritardi. Forse il mio angelo custode. Sì, di certo è lui. Ne ho l’improvvisa certezza, perché mi si è affacciato alla mente di colpo.
Non so come ringraziarlo, non so come si ringraziano gli angeli, non ci penso mai. Alla fine gli dico solo grazie. Non sono in grado di fare altro.
Rivolgo un pensiero ai due ragazzi, mi dico che forse avrei dovuto restare ancora un po’ a controllare, ma so che non sarebbe servito: soccorsi competenti stavano arrivando, meglio non intralciare. Prego di non avere sbagliato a valutare.
Trascorro oltre un’ora davanti al pc, per cercare di togliermi di dosso la reazione tardiva che mi ha colta a tradimento Sono lenta in tutto, anche nel reagire ai traumi e agli spaventi… quando mi decido ad andare a letto è l’una passata, e ho un solo pensiero in testa.
Questione di attimi.
La nostra vita è solo una fortuita combinazione di attimi che vanno ad incastrarsi in un unico modo possibile fra milioni di possibilità. Un solo attimo in più o in meno e tutto verrebbe stravolto.
Questione di attimi.
Dovremmo pensarci più spesso.