27/09/2007

UN FIUME ROSSO


Un fiume rosso scorre in Birmania. Un fiume rosso che chiede pace e rispetto per la dignità dell’uomo.
Il fiume rosso non ha armi, non ha voce, ha solo la propria presenza, il diritto di esistere, che pure gli viene negato.
Il fiume rosso cammina e cammina, cammina contro la tirannia, contro l’ingiustizia, contro la violenza.
Il fiume rosso cammina scalzo, sotto la pioggia, in un paese che ha cambiato il nome ma conserva ancora il pugno di ferro.
Il fiume rosso si colora e diventa ancora più rosso, diventa il sangue versato nella sua marcia a testa alta, il sangue dei suoi figli senza colpa.
Dal fiume rosso si alzano preghiere, che volano più alte degli spari e arrivano in tutto il resto del mondo libero.

Una donna guarda il fiume rosso e piange per lui, per le sue tante piccole onde, uomini e donne, monaci e suore profeti di pace, che non hanno paura di chiedere democrazia e libertà. Come lo ha chiesto lei, piccola donna disarmata, così simile a un altro piccolo uomo di un Paese non lontano, in un tempo che era solo ieri. Fino a quando non l’hanno reclusa e confinata fuori dal mondo, la donna ha parlato con quanta voce aveva in corpo, con quanto fiato la sosteneva, ha parlato, denunciato e chiesto.
Ora è il fiume rosso che chiede per lei. Rosso come le tonache dei monaci, e come il loro sangue, e quello di chi era là e ha pagato con la vita per mostrare il violento e la paura di chi sa solo rispondere con le armi alle preghiere, con i fucili a quella marcia, silenziosa sì, ma che tutti sentono dentro, viva, immortale, forte.

Ora il fiume rosso è diventato multicolore. Vestiti comuni dopo le tonache, teste capellute dopo i crani rasati. La richiesta è la stessa, universale. Pace, libertà, tolleranza.

Se il fiume rosso non c’è più, disperso dalla forza bruta, lo faremo rivivere noi. Una maglietta rossa come il sangue e siamo anche noi monaci e suore, al di là delle religioni, al di là delle convenzioni, al di là degli egoismi, un fiume potente, eternamente in marcia per il diritto e la dignità di essere uomini.

(foto da repubblica.it)


di Ramona 21:11:00 Commenta:

26/09/2007

TOM JONES


Lo avresti mai detto che una lettura “obbligata” ti avrebbe fatto piacere? No, non ci avresti scommesso. A scuola niente di peggio che studiare “per forza” certi autori di cui non te ne fregava niente. Da grande, se hai la fortuna di diventare un lettore, le letture ti piace sceglierle. Oppure gradisci farti scegliere da loro, dipende dal rapporto più o meno viscerale che sei riuscito a instaurare con i libri. Libri che, in genere, ora nessuno ti impone più. Ma quando per qualche motivo si verifica una prescrizione forzata di lettura, ti pare di essere tornato a scuola, con l’incubo di dover studiare quello che non ti piace per rimediare un voto appena decente. E con la probabile conseguenza di odiare il libro e chi lo ha scritto.
E cosa succede quando un libro “imposto” si rivela invece una gradevole esperienza?
Succede che non lo avresti mai creduto possibile e sei il primo a stupirti.


Durante un corso di scrittura ben riuscito e ben gradito, un bel giorno nasce la proposta di fare qualcosa di diverso. Invece di scrivere, dice, stavolta leggiamo. Leggiamo un testo, uno per tutti, con calma e secondo le nostre abitudini. Poi ci ritroviamo e ne parliamo insieme.
Il testo proposto dal docente super partes è pressoché ignoto a tutti i partecipanti. Ovvio, altrimenti dove sta il bello?...
Si tratta, per la cronaca, di Tom Jones, di Henry Fielding.

Con la vaga sensazione, appunto, dello scolaro che deve farsi i compiti per le vacanze, ma con la curiosità e l’innocenza del lettore quasi onnivoro, apro il libro in una notte d’estate. E lo richiudo in una notte d’autunno, ridacchiando fra me e me.

Il Tom Jones è un tomo di quasi mille pagine, che nell’edizione Garzanti si presenta in due volumi (comprendenti, lo dico subito, qualche refuso qua e là…). Nella realtà è stato pubblicato tra la fine del 1748 e l’inizio del 1749, a fascicoli. Ogni fascicolo è un capitoletto, un certo numero di capitoli fanno un libro, in totale ci sono 18 libri. Ma originariamente i volumi stampati erano sei.
Una mole così imponente di solito basta a scoraggiarmi. Non per la dimensione in sé, ma per il tempo che prevedo mi occorra per portare a termine l’impresa e che mi sembra di sottrarre ad altri libri. Mi sento sempre così quando affronto un grosso volume.
Ma questa è un’altra storia.
Parliamo del mio rapporto con questo stravagante libro.

Innanzi tutto, mi ci vuole un po’ più del mio consueto per capire come funziona. Si sa, entrare in un nuovo libro equivale a entrare in un nuovo mondo, tutto da scoprire. Questo nuovo universo è particolarmente interattivo… Fin dalla prima pagina l’autore instaura, e poi continua per  tutta la narrazione, un dialogo diretto con me, lettore cui da amichevolmente del tu. Specialmente nel primo capitolo di ogni libro, una sorta di prologo, mi mette al corrente di alcune considerazioni personali, fa il confronto con la letteratura contemporanea o passata, mi delucida, o vorrebbe, con dotte citazioni in latino (in realtà talora mi confonde… ma è colpa della mia abissale ignoranza in merito), fa ancora nuovi paragoni, spiega, introduce il resto. Solo dopo prosegue la storia vera e propria. Ma, come ho detto, mi ci è voluto un tot a entrare in un meccanismo alquanto insolito per i nostri canoni.

Anche i titoli all’inizio mi hanno disorientato, perché si prendono la briga di spiegarmi certe cose del capitolo che sta per iniziare.
Per esempio: nel libro II il primo capitolo s’intitola “Mostra che genere di storia sia questa: che cosa sia e che cosa non sia”…
Delizioso, eh? Dimenticavo: anche ciascuno dei 18 libri ha un sottotitolo. Quello del libro II è: “Scene di felicità domestica in diversi stadi della vita; e vari altri fatti avvenuti durante i primi due anni di matrimonio tra il Capitano Blifil e Madamigella Bridget Allworthy”…
Un altro esempio, magari più corto? Il libro VIII si presenta con tre parole: “Due giorni circa”, il che vuol dire che quanto vi è raccontato si svolge nell’arco di due giorni, appunto. E il suo primo capitolo recita: “Capitolo straordinariamente lungo, concernente il meraviglioso, assai più lungo di tutti gli altri capitoli introduttivi.”
Una specie di guida insomma. Che all’inizio un po’ infastidisce, ma che poi ti ritrovi a leggere avidamente per avere in anticipo un’idea di cosa ti aspetta nelle prossime pagine.

La trama.
Siamo in Inghilterra, nel settecento e qualcosa. Tom Jones è un trovatello che viene adottato da un cosiddetto squire,  un gentiluomo di campagna con poteri di giudice. Il signor Allworthy, persona buona e benestante, trovandosi l’infante nel letto senza alcuna spiegazione decide di tenerlo con sé. Il giovane crescerà poi insieme al nipote di lui, più giovane di un anno. I due ragazzi sono l’uno l’opposto dell’altro. Tom è simpatico, generoso, bello, ingenuo e sfacciato. L’altro è mellifluo, falso, servile e opportunista. E sarà la causa della rovina di Tom. Con astute menzogne farà in modo che venga cacciato con disprezzo dalla casa del padre adottivo. Tom s’imbarcherà allora in un’avventura dietro l’altra, farà gli incontri più strani, avrà uno strampalato compagno di viaggio e per tutto il tempo sospirerà per l’amore (forse) impossibile per la sua bella. Il finale, che non rivelo, è assai pirotecnico e da solo vale tutto il libro. Difatti è per arrivare presto fino in fondo alla storia che quella notte ho dovuto fare le ore piccole… non potevo lasciare all’indomani le ultime pagine, mi stavo divertendo troppo.

Il libro è considerato un capolavoro della letteratura settecentesca inglese, tanto da aver influenzato buona parte di quella successiva. Forse per la prima volta, all’epoca, un romanzo cosiddetto comico si trasforma in un attendibile affresco sociale, grazie al realismo, pur con quel tocco epico, col quale è scritto. E anche grazie alla profonda caratterizzazione dei personaggi, analizzati nelle loro mille sfaccettature, con un occhio bonario verso tutte le loro apparenti contraddizioni. Il giudice Allworthy è onesto all’inverosimile, eppure inflessibile fino a essere duro. Tom è l’eroe irruente, ingenuo, un po’ sciocchino, ma buono, cui si perdonano facilmente vizietti “scandalosi” come la passione per le avventure galanti, che si premura di non disdegnare pur consumandosi d’amore per la sua Sofia. Questa, appunto, è l’eroina, pura come un angelo, che difende la propria virtù a tutti i costi, svenendo al momento giusto, se occorre, e rivelando tuttavia un carattere di ferro nell’apparente sottomissione al padre. Il padre, caciarone e impulsivo, irascibile ma affettuoso è uno dei protagonisti più gustosi. E così via, all’infinito, in un carosello di personaggi assai convincenti.
La storia, ricchissima di colpi di scena, è raccontata con humor tipicamente inglese, non si può non sorridere di tanto in tanto…

Personalmente ho molto ammirato l’abilità narrativa dell’autore, la sua capacità di intrecciare i vari fili disseminati lungo il racconto e lasciati sì in sospeso, ma mai dimenticati, usati sempre con coerenza nella fantasiosa rappresentazione del reale.
Be’, a dire il vero ogni tanto, trovandosi evidentemente in un vuoto narrativo, il nostro Fielding, per spiegare qualcosa di altrimenti poco verosimile, se ne esce con una battuta del genere: “Sai, lettore, fino adesso non te lo avevo detto, ma è ora che tu sappia….” E quindi compaiono per incanto personaggi o situazioni strane.
È troppo divertente! In un autore contemporaneo boccerei una mossa così furba, ma qui, in questo particolare contesto, mi sembra una trovata assai simpatica.

Alla verifica finale è stato appurato che i lettori moderni mal digeriscono questo tipo di scrittura. Difficile, oggi, accettare il continuo dialogo che l’autore ha col suo lettore, quel suo pontificare e/o giustificarsi, quell’apparente inverosimiglianza, quei personaggi così definiti, concreti, ma a tratti assurdi come maschere carnevalesche… Eppure io mi sono divertita! Una volta riuscita a entrare nella storia, nel linguaggio un po’ aulico (ma non troppo), nel rapporto aperto con l’autore e  nel suo connettersi continuamente a me, ho accettato il tutto, ricordando che in fondo questo testo appartiene a un’altra epoca, sono io che mi devo adattare a lui e non viceversa.

E poi ci sono alcune riflessioni che mi hanno colpito, a quasi 300 anni di distanza, per la sconcertante attualità. Come questa, a pag. 542:

“Anche se esistono in un’opera difetti giustamente criticabili, se non sono nelle parti essenziali o sono compensati da altre e maggiori qualità, soltanto un calunniatore maligno, non un saggio critico potrà severamente condannarla sulla base d’alcune parti difettose. È proprio il contrario di quel che dice Orazio: […]

ma dove le bellezze brillano più numerose
non vado in collera, se per caso un verso
 (che scorre disuguale per qualche insignificante difetto)
 mostra una mano inesperta o l’umana fragilità.

Come dice Marziale […] nessuno libro può esser composto in modo diverso.”

Grandioso! Un mirabile, sfacciato buttarsi in avanti dell’autore per giustificare qualche cedimento nella lunga narrazione… Bellissima scusa che potremmo utilizzare anche noi, scrittori dilettanti, nel comporre l’ipotetico capolavoro della vita. Potremmo mettere, infatti, in un prologo, o prefazione, un chiaro avviso al lettore. Qualcosa del tipo: “Ebbene, se sono riuscito a scrivere qualcosa di decente, caro lettore, porta pazienza per qualche cosuccia che ti pare non quadri, tutto il resto merita, te lo assicuro!”.

(n.b. Non si finisce mai di leggere, in Bottega)

di Ramona 15:00:00 Commenta:

24/09/2007

LA CARBONERIA


Silenziosi, quatti quatti, escono dall’ombra. Si tengono per mano, sono fratelli di sangue… cioè, di scritture. In gran segreto, come in ogni setta degna di questo nome, qualche anno fa un pugno di impavidi ha dato vita a un conglomerato informe e conforme, a immagine e somiglianza di ognuno e di nessuno, battezzando la creatura col nome di carboneria Letteraria.
Poche le certezze, tanto lo spirito di corpo.
Fra quelle poche certezze, la più certa era quella di voler scrivere. Magari assieme. Ma anche da single, però in cooperativa.
L’altra certezza certa era di volerlo fare divertendosi, di dar libero sfogo all’angolo più ludico delle loro animacce nere, solitamente represso dal mondo perbenista e formale.
L’altra certezza un po’ meno certa, ma comunque mantenuta finora, era la segretezza. La cospirazione, la goduria dei propri frizzi e lazzi e delle proprie creazioni con la piena libertà dell’anonimato, senza costrizioni o convenzioni.
I carbonari non si conoscevano tutti di persona, ma erano uniti da un piccione viaggiatore telematico assai efficiente travestito da mailing list.
Un po’ alla volta ai soci originari si sono uniti altri membri, e chiamarli membri, credetemi, voleva dire farli raddrizzare d’orgoglio… ehm.
Unisci qua, associa là, nel giro di poco la carboneria può vantare ben 17 di questi membri efficientissimi.
Me compresa, magari non così efficiente, ma assai partecipe e orgogliosa.

Che emozione definirmi carbonara!! Basta guardarmi e sussurrare questo appellativo, e subito non puoi non pensare alla pancetta (ce l’ho!!) al burro (sono tutta burrosa), alla panna (chi più morbida, cioè molle e bianca, di me?... e comunque, mi dicono, la panna sulla carbonara NON CI VA!!) e poi all’ovetto (quello non lo so fare ancora, ma se m’impegno…).
Insomma, io e la pasta alla carbonara siamo perfettamente sincroni. Non potevo quindi non essere anche l’affiliata ideale alla carboneria.

I carbonaretti, tutti figli dell’allegria, hanno la passione del gioco, ma non quello d’azzardo, bensì nel senso più festoso e puro che si possa intendere.
Giocando giocando un bel dì si disse: “Perché non facciamo un laboratorio di scrittura fra di noi? Tanto per tenerci in allenamento…”
Così fu.
Il tema fu scelto felicemente dalla nostra decana, e fu PRIMO INCONTRO.

E fu un primo incontro, un primo lavoro collettivo estremamente fruttuoso. Perché il gioco dei carbonari, per qualche strano incrociarsi delle vie celesti lassù, divenne un (possibile) libro. Anzi, togliamo le parentesi. Quel nostro giochetto in fondo divertente ma intrapreso con serietà, è diventato davvero un libro!!! Un’antologia in uscita nei prossimi giorni in tutta Italia, per la collana Leggere Veloce, edizioni Centoautori. Trattasi di volumetto mignon, da leggere, appunto, velocemente, alla modica cifra di 3 euro.
Mica bruscoli, eh?!
E il bello è che c’è anche il mio nome in mezzo a quello degli autori… perché c’è anche il mio racconto, lì, fra gli altri, e si chiama PRIMO APPUNTAMENTO. Opperbacco!
E per fare le cose serie, presto ci saranno presentazioni del volume un po’ dappertutto, le prime a Napoli e Verona, prossimamente, e poi ovunque! I carbonari invaderanno il paese, in nome dell’amore per la letteratura. Libere letture, libere scritture, in un libero paese. I carbonari escono allo scoperto.

E poiché sono persone al passo con i tempi, hanno pure un sito e un blog. C’è la lista segreta dei componenti della setta, che ora non è più segreta, ma cerca il suo posto meritato e al sole (perché all’ombra ormai fa freddo…). C’è qualche foto sventurata, qualche gioco d’illusione fotografico (e come poteva non esserci?)… Presto ci sarà anche l’elenco delle pubblicazioni avvenute, perché i carbonari, signori, non si fermano qui. Qui non c’è alcun capolinea, nessuno stop ma solo una fermata di servizio come un’altra, dove la gente può salire e scendere, poi il viaggio riprenderà verso una meta ancora più bella.
Scommettiamo?

di Ramona 18:48:00 8 Commenti

17/09/2007

SI'.

Sì. Ci sono cose che ti fanno stare bene. O forse, poiché tu stai bene, tutto quanto accade ti sembra bello e perfetto. Chissà da quale parte ha la testa e dove la coda quest’affermazione, che però nel suo mordersi la coda produce un incredibile effetto endorfinico.

Di certo una giornata fra amici è trascorsa piacevolmente a parlare di letture e scritture, argomenti che di solito bastano a riempire, stracolmare, di emozioni positive. Ci sono sempre tante cose da dire e ancora di più da ascoltare. Se poi la conversazione si tiene all’aria aperta, intorno a un tavolo, e con un bel sole che accarezza e colora il volto, alla faccia delle rughe future, si raggiunge un vertice di serenità e soddisfazione raccomandabile a chiunque e condivisibile con tutti.
Da aggiungere poi il ritrovarsi a mangiare cose buone mai provate prima, il sole che, prima di lasciare la compagnia, ha regalato a molti il rossore della prima tintarella fuori stagione, e un arrivederci fra risate e progetti. Totale: uno stare davvero bene.

L’onda piacevole è proseguita e non la guasta nemmeno la pioggia… Ma come, non c’era il sole, fino a ieri??? Già, ieri era estate, il calendario segna autunno, e il temporale è primaverile. Ma cosa può un po’ di pioggia contro un sonno durato ben 11 ore filate e un risveglio fresco e riposato come non capitava da tempo?
E poi c’è la consapevolezza che la pioggia non è mai stata eterna. Anche durante il diluvio universale durò solo 40 giorni, terminando giusto in tempo, appena prima che Noè si beccasse la depressione: il primo metereopatico della storia di certo è stato lui, c’è da scommetterci.
Ecco che torna il sole ed è ancora un’estate anziana e piena di vigore che commuove come commuovono tutti i vecchi.

Poi, sai, quando va bene, va bene tutto.
Riesce alla perfezione perfino il mettersi al volo il rossetto mentre si guida, senza nemmeno una sbavatura. Non è solo bravura, o pratica, il merito va anche alla lumaca a quattro ruote che gigioneggia davanti e che in un altro momento sarebbe stato inviato diretto a quel paese. Ma oggi, che è una giornata in cui tutto va bene,  merita riconoscenza. Nella fretta di uscire il rossetto, che di solito è un optional ma se il giorno è così, ci vuole assolutamente, era stato dimenticato. Alè, rimediato! Grazie lumaca. Volendo, ci potrebbe scappare anche il caffè o una pastasciutta, a quest’andatura, la colonna dietro non se ne accorgerebbe neppure.

E quando ti va bene, ti trovi a tuo agio in qualsiasi cosa che indossi. Un paio di jeans che non tirano nemmeno, e una maglietta che forse tira un po’ troppo, ma chi se ne importa, va bene così. Anche  quella ciccetta che salta fuori impertinente e orgogliosa da sotto la maglietta troppo corta, oggi ti dà soddisfazione. Sì.
Come pure entrare, senza averlo previsto, in un negozio di scarpe e comprarne due paia. Capperi. Non c’è niente che soddisfi di più che comprare scarpe. Specie se vanno bene al primo tentativo. E specie se non avevi messo in conto l’acquisto. Un regalo che ti fai e che ti rende contenta.

Il sole è ancora amico, strizza l’occhio prima di andare a dormire. Le montagne si preparano all’inverno, perché sanno che magari già domani avranno freddo. Per oggi però sembrano, come me, soddisfatte delle ultime 24 ore.
Ci scambiamo un sorriso d’intesa, io e loro. Domani sarà un altro giorno anche se non lo vogliamo, e chissà come sarà.
Scende la notte, un velo di serenità ci veste.

di Ramona 20:14:00 4 Commenti

14/09/2007

QUESTIONE DI ATTIMI

Ieri, ore 23. Rientro a casa dopo un pomeriggio di turno in ospedale, prolungatosi oltre l’orario per una serie infinita di strani eventi.
La strada è deserta. Sarà la stanchezza, ma mi sembra di procedere lungo un tunnel e il fatto di essere la sola in circolazione mi dà un senso d’irrealtà. Mi torna alla mente l’inizio di quello che avrebbe dovuto essere il mio romanzo, che mai sono riuscita a proseguire oltre le prime 3 o 4 pagine. La storia cominciava col protagonista che una notte, nel ritornare a casa, ha un incidente in macchina. Ho un brivido, ricordando come avevo descritto la dinamica dell’incidente. Mi dico che questa notte sembrano verificarsi le stesse condizioni. Mi aspetto due fari assassini dietro la prossima curva...
Sono stanca, evidentemente, mi sento su una nuvola, fatico a seguire la linea di mezzeria. Sono la padrona della strada. Sai quante cose possono accadere in una notte così, in un posto così?
E poi alla svolta su un lungo rettilineo, a due passi da casa, vedo le luci.
E di colpo fiction e realtà si mescolano e io non so più dove sono.

Un incidente.

Automobili ferme, solo due prima di me. Un albero in mezzo alla strada, un’auto di traverso, due ruote fuori dal ciglio, nell’unico breve tratto privo del guard-rail, un niente prima di gettarsi verso la leggera scarpata. Il motore manda inquietanti segnali di fumo.
Non c’è ombra di soccorsi, solo altri automobilisti costretti a fermarsi, perché di là non si può passare in nessuno dei due sensi di marcia. È appena successo.
Dio mio, appena successo.
Questione di attimi.

Mi ricordo della mia professione, di cosa sono io. Una che aiuta chi sta male. Lucida e determinata, come fossi in corsia, vado a vedere se c’è qualcosa che posso fare e se l’ambulanza è stata chiamata.
L’auto ha gli sportelli aperti, mi sembra di vedere qualcuno dentro. Mi viene la pelle d’oca. Ci saranno morti?

Nessuno al posto di guida, l’airbag è scoppiato, ma sul parabrezza è disegnata la ragnatela di un colpo. Un ragazzo, o tale mi sembra, al buio, è seduto al posto del passeggero. Un altro cammina avanti e indietro, incapace di stare fermo. Ogni tanto si siede sul sedile posteriore, poi si rialza. Il passeggero sembra sano e salvo, ma non scende. L’altro è di certo sotto shock. Sanguina dalla fronte e da altri punti della testa, ma non riesce proprio a fermarsi. Provo a fare domande, voglio capire come stanno. Sembrano stranieri, non riesco a comprendere molto.
Inutile chiedere come è successo. Gli occhi sbarrati del ferito la dicono lunga sul suo stato. Non mi sembrano in pericolo di vita, non c’è niente che possa fare. Chiamo il 118, è stato già allertato, stanno arrivando i soccorsi.
Freddamente immagino i prossimi minuti. I vigili del fuoco per mettere in sicurezza l’auto e rimuovere l’albero, polizia o carabinieri per i rilievi, l’ambulanza per portarsi via i due ragazzi. Tra pochissimo di qui non ci si muoverà più. Risalgo in auto, complice una piazzola provvidenziale riesco a girare la mia utilitaria, faccio dietrofront per imboccare la via alternativa. Luce lampeggiante blu. I vigili del fuoco, i primi ad arrivare.
Questione di attimi, e non avrei più potuto tornare indietro.

Arrivo a casa e di colpo perdo la freddezza.
Bastavano pochi attimi e al posto dei ragazzi, o insieme a loro, ci sarei stata io. Invece tutto ha complottato per farmi ritardare la fine del turno. Telefonate impossibili, una flebo che non ne voleva sapere di funzionare, campanelli che suonavano a ripetizione, le complicazioni più strane. Tutto da raccontare al cambio. Le consegne che si allungano, io che vado via quasi un’ora dopo… Né un minuto più, né un minuto meno, per evitare di essere coinvolta nell’incidente.
Sarebbe bastato una suonata di campanello in meno, o che la flebo fosse fluita liscia, o che la collega del cambio fosse arrivata un minuto prima… e quegli attimi recuperati li avrei investiti nell’incidente.
Non so ancora se l’albero è caduto addosso ai due, o se i due sono andati addosso all’albero, abbattendolo. Ma so che per pochi attimi ho evitato di scoprirlo a mie spese.

Non vado subito a letto. Mi metto a tremare, a scoppio ritardato, ho un groppo alla gola, ripensando alla serie di combinazioni che ha guidato la mia vita, preservandola, nelle ultime due o tre ore. E mi dico che c’è stato qualcuno che ha orchestrato in un certo modo perché accadessero tutte quelle cose, tutti quei ritardi. Forse il mio angelo custode. Sì, di certo è lui. Ne ho l’improvvisa certezza, perché mi si è affacciato alla mente di colpo.
Non so come ringraziarlo, non so come si ringraziano gli angeli, non ci penso mai. Alla fine gli dico solo grazie. Non sono in grado di fare altro.
Rivolgo un pensiero ai due ragazzi, mi dico che forse avrei dovuto restare ancora un po’ a controllare, ma so che non sarebbe servito: soccorsi competenti stavano arrivando, meglio non intralciare. Prego di non avere sbagliato a valutare.
 Trascorro oltre un’ora davanti al pc, per cercare di togliermi di dosso la reazione tardiva che mi ha colta a tradimento Sono lenta in tutto, anche nel reagire ai traumi e agli spaventi… quando mi decido ad andare a letto è l’una passata, e ho un solo pensiero in testa.
Questione di attimi.
La nostra vita è solo una fortuita combinazione di attimi che vanno ad incastrarsi in un unico modo possibile fra milioni di possibilità. Un solo attimo in più o in meno e tutto verrebbe stravolto.
Questione di attimi.
Dovremmo pensarci più spesso.

di Ramona 23:33:00 2 Commenti

12/09/2007

CON POESIA E SPIRITO, ATTORNO AL FUOCO

C’è un luogo che io chiamo dell’anima, ed è questo.
È un luogo stimolante per il benessere della mente. Vi trovano spazio sereni confronti e discussioni pacifiche (quelle offensive vengono eliminate senza complimenti).
È un luogo che facilita la crescita dello spirito, l’amicizia e la civiltà.
In questo posto si incontrano la poesia e la letteratura, il testo di una canzone amata e il ricordo di un’esperienza personale legata anch’essa, in qualche modo, alla cultura letteraria. Perché la letteratura fa parte della vita.

Meglio ancora.
Nonostante le mie considerazioni nel post precedente, questa letteratura composta di parole, giuste o sbagliate, vivide o inerti, è vita. Soprattutto per le persone dotate di una speciale sensibilità, capaci di farne un’occasione di accrescimento, di progresso intellettuale e umano.
In questo luogo, come attorno a un falò, si riuniscono un numero meraviglioso di belle menti per raccontare delle storie e per ascoltarne delle altre. E scaldando la fantasia al calore della  conoscenza scorre un tempo sereno e produttivo.

In questo luogo, per vie misteriose e stupefacenti, sono approdata anch’io(immeritatamente, c’è bisogno di dirlo??), invitata a dire la mia.
Ma…a dire cosa?

Eh, qualcosa…
…senza pretese, perché io non ho pretese.
…di semplice, perché io sono semplice.
…di vero, perché io le bugie non le dico.
…che, spero, rispecchi il mio essere, come quello che leggo in quelle pagine immagino rispecchi chi lo scrive.

E così eccomi là attorno al fuoco anch’io, in un angolino in penombra, timida e incosciente come al solito, a raccontare le mie piccole cose a chi le vuole sentire. Sperando possano essere gradite.
E se non lo fossero, abbiate pazienza.
Prima o poi imparo.

di Ramona 17:39:00 4 Commenti

09/09/2007

PAROLE

Parole, parole parole. Soltanto parole. Niente altro che parole.
L’invenzione più bella. Ma non la più necessaria.

Parole servono a descrivere qualsiasi cosa. Il mio dolore e il mio piacere. I tuoi capelli e il tuo sorriso. La montagna enorme e il mare immenso. La bellezza e l’orrore. I colori e il vento, la pioggia e il sole.
Tutto quello che esiste, tutto è racchiuso in una parola.
Anche ciò che non esiste, o meglio, che non posso toccare e vedere o avvertire con i cinque sensi. L’odio e l’amore, la simpatia, la paura, l’allegria e la gioia, l’amicizia che ho per te e quella che tu non hai per me. Aggettivi più che sostantivi, nomi propri e pronomi, ma sempre parole. Che inquadrano e definiscono, che descrivono e colorano. Che mutano un’idea da astratta a concreta, che vedono per chi non vede e accendono milioni di cellule in noi, che tentiamo di sceglierle, ricordarle, usarle, archiviarle, capirle.

Parole e poesia.
Parole e musica.

Storie di parole, parole di sogno.
Parole su una pagina bianca.

Parole che si accostano una all’altra, si urtano, si sposano. Parole che orizzontano.
Parole che vorrei sentire e non sentirò.
Parole che non posso dire e non dirò.

Parole che si liberano. Possono essere grosse e offendere, far male e uccidere. Possono essere piccine e sfuggenti. Anche se sono solo parole, fatte di consonanti e vocali. Fatte di niente.

Parole e lacrime.

Parole nell’aria, inconsistenti e pesanti. Verba volant, dicevano gli antichi, le parole volano e si dissolvono, ma spesso lasciano il segno.
Parole, tuttavia, che non concludono. Parole che imbrogliano e confondono e lasciano in sospeso. Parole che chiedono e parole che non rispondono. Parole in girotondo effimero, parole che non approdano e non arrivano, eppure partono, senza guida. Parole che sbagliano bersaglio.
Parole con cui non si mangia, parole che nutrono e non saziano.
Parole che stordiscono e meravigliano e lasciano insoddisfatti.

Parole che girano in tondo e gira, gira, gira anche la testa e vorresti fermare il fiume di parole per fermare anche la testa.
Parole senza risultato, parole che fanno arrabbiare.
Una parola cento concetti. Per un concetto centinaia di parole.

Parole mescolate, in fila per due o confusionarie.

Uno sguardo, più di mille parole.
Un gesto, più di mille parole.
Un fatto, più di mille parole

Parole indispensabili, ma parole di cui si può fare a meno.
Parole aleatorie. Parole che non vogliamo.
Parole che cerchi e non trovi. Parole in gola, morte in un singhiozzo.


Parole che non cercano solo un punto, ma anche un a capo.
Per ricominciare.


di Ramona 21:53:00 Commenta: