31/08/2007

MEZZA GIORNATA PER SCRIVERE


Non ci posso credere. Ho mezza giornata libera. Niente corse fuori di casa, niente lavori dentro casa, niente lavoro ufficialmente retribuito. Tutto calmo, tutto tranquillo.
Mezza giornata per me.
Finalmente.

Non mi pongo troppe domande su cosa devo farne, di questa mezza giornata. Di certo scriverò. È tanto che non scrivo. Sempre tanti impegni, sempre altro da fare. E scrivere, quando?...
Ecco, oggi è il momento. Oggi scriverò. Non so ancora cosa. Qualche embrione di idea si abbozza, magari riciclata, poi abortisce da sè. Non importa, ne verrà un’altra. L’importante è che oggi scriva.

Prima però gironzolo per casa, penso, cerco un argomento. Un racconto o un aneddoto? Lacrimevole o spiritoso? Un ricordo? Una fantasia?
Sistemo un cuscino, spazzolo il divano dal pelo del gatto e continuo a pensare.
Il computer mi chiama, devo scrivere. Mi prudono le dita, non vedono l’ora di volare sulla tastiera, anche se sanno che faranno sempre gli stessi errori di battitura. Non sono dita che hanno studiato dattilografia. Loro vogliono solo agire, accarezzare i tasti, provare l’orgasmo della creazione.

Sì, ma io cosa scrivo?
Apro il pc, e nel frattempo penso che sia meglio imbastire un po’ di cena, visto che oggi il tempo ce l’ho. Avevo detto che dovevo scrivere? Sì, certo, ma bisogna anche mangiare.
Intanto che il pc si accende, lento com’è, che ci vuole a mettere sul fuoco due peperoni già puliti e tagliati da ieri? Scriverò mentre si cucinano.
 Dicevo, cosa scrivere?
Ancora non lo so, ma qualcosa arriverà di certo.

Intanto scrivo una lettera. Ah, ecco, queste cose mi riecco sempre bene.
Dovrei scriverne un’altra, ma meglio non esagerare. Meglio concentrarsi sulla narrativa.
Un racconto in effetti sarebbe la cosa più naturale da scrivere.
Da quanto tempo non scrivo racconti? Tanto.
Ma oggi, che ho la mezza giornata di libertà, lo farò.

Apro word e la pagina bianca mi guarda.
Il gatto vuole mangiare, mi alzo, devo sfamarlo. Con la vecchiaia sembra dimenticare gli intervalli necessari alla digestione. Gli ho dato da mangiare mezz’ora fa. Ma se non fa il bis non mi lascia concentrare. Il suo miagolio da vecchio è pietoso e snervante. E poi è meglio che mangi, piuttosto che faccia lo sciopero della fame, come gli capita ogni tanto, che poi devo dargli le pastiglie e come gliele do se non mangia? Apro la scatoletta, lo aspetto, se non arriva devo andare a prenderlo perché si è perso. Non ci vede più ormai, e non per la fame. Ok, con un po’ di pazienza è arrivato e ora mangia.

Mi risiedo davanti alla pagina bianca e penso.
Ci sarebbero anche degli articoletti che potrei scrivere, mica dev’essere per forza un racconto. Ho in mente vari argomenti, non so scegliere quali e soprattutto non so come affrontarli. Un momento d’inceppo, capita.
Rimandiamo. Meglio il racconto.

I peperoni urlano, stanno bruciando nella pentola. Una mescolata, forse li salvo. Altrimenti devo ricorrere al solito surgelato. E oggi con tutto questo tempo a disposizione, sarebbe un peccato.

Word rimane bianco.
Scrivo un incipit di non so cosa e lo cancello.
Penso, ancora. Sto pensando troppo.
Un caleidoscopio nella mente, spezzoni di spunti qua e là. Niente di ordinato. Le dita fremono, aspettano l’ordine, l’input che le farà volare.
Lo sguardo spazia oltre la finestra. È una bella giornata, il sole è resuscitato dopo una settimana di pioggia. Le mie piante, là fuori, mostrano segni di cedimento. Vado a togliere qualche foglia secca, bagno i vasi assetati.
Agonia dei peperoni. Corro di nuovo in cucina.
Ritrovo la pagina bianca e mi risiedo. Al diavolo, quando mai avrò ancora un’intera mezza giornata per scrivere?

Avevo cominciato un racconto, tempo fa, che doveva essere scritto a quattro mani. L’idea era di farne un romanzo. Le altre due mani si sono volatilizzate, e la storia si è interrotta quasi prima di cominciare. Ma io due mani e venti dita valide ce le ho. Un cervello solo, però, e pure a mezzo servizio. E, in realtà, solo due o tre dita su venti sono abilitate a scrivere, ma sono piene di buona volontà e sanno andare veloci.
Riapro il racconto. Non è male. Sistemo qua e là qualcosa. Devo ricordarmi di proseguirlo, in futuro, magari di documentarmi. E se ne venisse fuori qualcosa di buono?
Salvo e archivio anche i buoni propositi, per non consumarli tutti subito, che tanto in mezza giornata non è che scrivo un libro.

Nel frattempo scarico la posta. È da fare anche questo. Ci sarebbero ancora mail che aspettano risposte. Risponderò. Non manco mai di farlo. Per oggi forse no, perché oggi è la mia mezza giornata di libertà e voglio scrivere.
Devo solo capire cosa effettivamente voglio scrivere.

I fantasmini di ipotetici articoli ritornano svolazzando. Dovrei afferrarli per le vesti e fissarli su quel foglio, candido come loro. Ma perché non si fermano?

Vado a spulciare nel mio archivio personale. Ci sono degli abbozzi da buttare via, ma io sono un’affezionata, non riesco a liberare neanche gli armadi di casa dagli abiti smessi, figuriamoci se elimino quelle poche idee che vengono a trovarmi di tanto in tanto. L’esperienza mi ha insegnato che prima o poi tutto torna utile. Se non altro alla Caritas, per vestire un bisognoso.
Curioso, c’è anche qualcosa che non ricordavo di avere scritto, tanto meno ne ricordo l’uso che ne ho fatto. Baggianate, ovviamente, ma mi inducono a un senso di tenerezza. Almeno sono baggianate complete e hanno un senso, almeno hanno macchiato la pagina bianca. Questa che ho davanti ora è proprio tosta, difende la sua verginità e non mi lascia scrivere niente, perché niente è degno di essere scritto.
Ma non mi arrendo. Oggi è la prima mezza giornata che posso dedicare alla scrittura, da tanto tempo, e qualcosa m’inventerò.
Nel frattempo si sono cotti i peperoni, senza troppe bruciature. Mi manca un ingrediente, ma non vado a comprarlo, perderei tempo e oggi devo scrivere, non posso fare altro. Perciò spengo il gas e mi sistemo di nuovo davanti al pc.

Il vicino di casa è, al solito, preda del raptus dell’homo facentibus, ha in mano qualche attrezzo rumoroso e distoglie la mia mente dai fantasmini che stava tentando di acchiappare. Insomma, per certe cose ci vuole silenzio!  Disgraziatamente, la mia mezza giornata di libertà coincide con la sua. L’unica cosa che non coincidono sono gli interessi. Lui ha bisogno di fare casino, io di tranquillità ispirata.
Datemi un’isola deserta, o una vetta da 8000 metri, o una cella imbottita in manicomio.
Datemi silenzio.

Persa la concentrazione per il nuovo, che comunque non mi portava in alcun luogo, mi ritorna una vecchia ispirazione, guarda un po’. Ho racimolato argomenti per scrivere una decina di articoli, ormai. Potrei cominciare oggi stesso, anzi, dovrei farlo, altrimenti mi si accumulano e poi non ho più tempo.

Word beffardo è sempre lì, le dita sono sempre inutilmente svolazzanti e lo sguardo è sempre perso oltre la finestra. Il sole, ancora discretamente caldo, invoglia ad andargli incontro prima che vada a dormire, cosa che non mancherà di fare fra breve. Ricordi di mare, attesa d’autunno, timore d’inverno gelido. Tutto mi si affolla dentro. Insieme ad un grave problema che mi assilla e che cercavo di mettere da parte: cosa ci metto insieme ai peperoni per cena? La mia pagina bianca?

La mezza giornata di libertà sta per concludersi. Avvilita, contemplo il mio capolavoro d’improduttività. Tutte le mie belle idee, tutti gli spunti fantasmini, sono restati tali. Non ho scritto un romanzo, nemmeno un racconto e neanche un articolo. Eppure oggi era la giornata dedicata alla scrittura. Ma quella pagina è rimasta bianca.
Anche se, a ben guardare, qualche macchietta di colore, qualche riga in nero, un piccolo pensiero, insomma, qualcosa di me ce l’ho lasciata lo stesso.
O no?


 .

di Ramona 16:59:00 2 Commenti

22/08/2007

PINCO, PALLINA E LA RISTRUTTURAZIONE

La casa avita del signor Pinco necessita di lavori di ammodernamento, restauro, ristrutturazione. Quello che servirebbe anche a me, pensa la signora Pallina, un tantino smarrita di fronte alle condizioni del rudere,  avvertendo una certa similitudine e solidarietà fraterna con la vecchia casa. Ma poi si scrolla via di dosso i sentimentalismi retorici: i paragoni sono impensabili, suvvia! Quell’edificio ha più di cento anni, Pallina molti di meno, perdinci…. Le rughe e la polvere che si notano sugli antichi sassi non sono equiparabili ai leggeri segni che il tempo (ma non certo un secolo!!) ha depositato sulle infrastrutture della nostra. Tanto è vero che costei, armata di sola buona volontà, non esita ad unirsi al signor Pinco nell’intraprendere i lavori di cui sopra. Come una giovanotta.
Meglio: come un autentico, giovane manovale, nel pieno delle forze, uno di quelli specializzato in … praticamente tutto quello che serve in un cantiere.

Il lavoro, nella fattispecie, consiste nell’operare una magia, trasformando una vecchia stanza, abitata finora dal regno animale (più di una specie, invero, con tante o poche zampe e magari qualcuna provvista d’ali), in una confortevole camera agibile a creature a sole due gambe malaticce.
Diamo l’incarico a una squadra di uomini? A un’impresa edile? Nooooo, perché mai? Bastiamo io e te, dice il signor Pinco con tanto amore… io, te e naturalmente i parenti più stretti e più validi, quelli cioè che non possono esimersi. E poi, quando servirà, uno che sappia fare lo troviamo.

Per intanto, bisogna demolire.
E che ci vuole?
Piccone, pala, carriola. E motore umano ad operare gli utensili.

La vecchia stanza ha i muri a sassi, e questi, poggiati sul suolo, appaiono fiduciosi come cherubini su una nuvola. Le fondamenta, in quel tempo palafitticolo in cui la casa vide la luce, non erano state ancora inventate. Tanto le pietre, quando trovi quelle che si incastrano fra loro, una volta che si abbracciano è per sempre. Non crollano. Restano fedeli al nuovo vincolo. Mica come tanti matrimoni, al giorno d’oggi, che non stanno in piedi nemmeno col cemento armato.
Il suolo è terra da scavare. E montagna da incontrare, incocciando il piccone, stupiti di trovarla proprio lì, intoccabile, incorruttibile, inossidabile.
“E su questa pietra io fonderò la mia casa….”
No, era Chiesa.
Vabbè, è lo stesso, la solidità dell’intento, evocata dalla stabilità di una base di roccia viva, è sempre quella.

Quanta terra, quanti sassi! Pinco e Pallina e gli altri operai improvvisati ci danno dentro. Pallina è sicura che con una simile ginnastica, a forza di spalare materiale, presto avrà i pettorali e i bicipiti di una lottatrice di wrestling. La schiena non è d’accordo, e avanza pretese da prima donna. Quante storie, pur di farsi notare. Tanto domani sarà tutto dolorante alla stessa stregua.
Pallina continua a pensare che il suo, di restauro, sarebbe stato molto più riposante.

C’è un che di catartico nel lavoro duro, puramente manuale. La fatica straripa da tutti i pori, il sudore pure, ma in un certo senso è un atto liberatorio. Stai demolendo per costruire. Hai uno scopo.  Stai manipolando, tu, pura materia, altra materia uguale a te. Sei a contatto con la tua parte primitiva. Uomo o donna non importa, lavori secondo la tua forza, e si scopre che a prescindere da questa c’è dell’uguaglianza fra i due. Entrambi possono fare, in proporzione, le stesse cose.
Bè, certo, quello che il signor Pinco solleva in un colpo solo, la signora Pallina lo distribuisce su tre o quattro. Il signor Pinco è una potenza elevata a enne. La signora Pallina, dopo tutto, è solo una sua frazione, non si può pretendere.

Ma dove non arriva il muscolo, compensa la logica.
La signora Pallina, addetta all’impasto della malta con la piccola betoniera, non fa che discutere con il marito sulle proporzioni degli ingredienti: su sabbia e cemento che se la veda pure lui, ma l’aggiunta dell’acqua è affar suo, di Pallina. E vedere rimescolare il tutto fino a che non acquisisce una certa consistenza, non è diverso dal rimestare la polenta o l’impasto di un dolce. A naso, Pallina sa quando è arrivata la cottura. Ma il signor Pinco deve sempre aggiungerci l’ultimo tocco, personalizzare con un goccio d’acqua in più, ché senza quel goccio tutta l’opera crolla di certo… Mica può darla vinta a una manovale donna…

E poi arrivano il camion da scaricare e il capo a comandare. Mattoni rossi che lasciano il colore, fragili più del vetro (ma saranno affidabili per tirar su un muro??, si domanda Pallina) e sacchi di cemento da 25 chili l’uno, però il primo pesa sempre meno dell’ultimo… Il capo è una ruspa, lavora e comanda senza sosta. Lui sa quello che va fatto, e con tanti apprendisti sotto mano, figuriamoci, come non approfittarne? Tu fai così, tu fai colà, porta questo, riponi quello… Intanto il lavoro procede a vista d’occhio, e l’antica stanza acquista un aspetto sempre più giovanile. Un lifting molto, molto efficace...

Il tempo, felice, si commuove e ci mette le sue lacrime. Pioggia torrenziale, freddo quasi dicembrino ad agosto. Il sudore sparso si incolla sulla schiena in cerca del calore e se lo prende tutto. Dopo tutto, un piumino addosso non ci sta mica male.

La casa avita si tira su una costola, si fa bella e soprattutto utile. La band di manovali improvvisati, acciaccati come la banda bassotti dopo un incontro con la spingarda di zio Paperone, tutto sommato è soddisfatta.
Pinco e Pallina si guardano senza parlare, che proprio non ce la fanno a spiaccicare parola. Stasera fa male anche il muscolo della lingua… ma sorridere no, non costa fatica.
Stanno pensando entrambi la stessa cosa. È così bello e quasi terapeutico demolire; è così bello e sano ricostruire; ed è così bello e gratificante fare tutto questo per i  cari vecchi, che la fatica non la si avverte neppure.
Per fortuna, perché domani si ricomincia.


di Ramona 20:10:00 Commenta:

14/08/2007

STIRARE IL SETTIMO SIGILLO


L’altra mattina mi sono messa a stirare.
Gran brutta faccenda.
Stirare è un’attività terrificante e pericolosa. Impegna le mani, ma non abbastanza, dato che nel frattempo puoi fare un sacco di altre cose: preparare il pranzo, parlare al telefono, stendere il bucato appena sfornato dalla lavatrice, ecc. ecc.
Al contempo, può sembrare strano, stirare impegna pure la mente. Certo, non è che occorra riflettere per piegare una maglietta, e le grinze sulla tovaglia non è che tolgano il sonno in quesiti esistenziali se rimangono lì anche dopo averle spianate col ferro, e perfino le camicie, vabbè, vengono come vengono, alla stregua dei pensieri sciolti. Pensieri che, di solito, sono per l’appunto assai vari e ondivaghi.
Stirare, insomma, è un’azione che permette di farne tante altre in contemporanea. È un’azione che, per la sua inconsistenza spirituale, concede troppa libertà all’immaginazione, al rimugino, e a volte si rischia di spaziare in troppi luoghi che sarebbe meglio, in certi momenti un po’ così, non scoperchiare.

L’altra mattina, quanto a decollo pensieri, sembrava giusto essere una mattina a rischio, proprio uno di quei famosi momenti “un po’ così”; per non parlare delle possibilità occupazionali che mi reclamavano da ogni angolo della terra, mentre il cesto della biancheria da stirare singhiozzava implorante, soffocato dal suo stesso volume…

È stato allora che mi sono rifiutata di soccombere.
Passi per il lamento della biancheria, era ciò cui volevo porre rimedio al più presto, ma non potevo permettere che tutto il resto mi sequestrasse senza rispetto come al solito, che fosse un fare o un pensare.
Dovevo cercare un modo per non compiere altro che il puro atto dello stirare e bloccare la solita voragine dinamica di riflessioni e supposizioni e prese di posizione e previsioni senza senso.
Ci voleva qualcosa che mi riducesse ad un puro robotismo e chiudesse il flusso dei pensieri.
Già. Ma cosa? Un film?... Guardare le figure dentro lo schermo, ascoltare dialoghi consapevolmente finti, non pensare ad altro e al contempo stirare…
Sì, si poteva fare. Sono andata sicura verso lo scaffale che contiene la mia modesta videoteca.

Un amico, un bel po’ di tempo fa, mi aveva regalato il dvd de IL SETTIMO SIGILLO, film in bianco e nero, targato 1955 e timbrato Bergman. Lo avevo visto da bambina e al di là di poche memorabili scene non ricordavo molto. Né avevo più avuto occasione di rivederlo, nonostante il graditissimo dono. Se n’è parlato di recente, per la morte del regista e per altre piacevoli coincidenze.
Sai quando qualcosa ti ronza addosso e non ti dà pace? Ho sentito il suo richiamo esattamente in quel momento, l’ho considerato l’occasione giusta per rinfrescarmi la memoria pur adempiendo al triste dovere casalingo. Era quello che cercavo, una distrazione, non un impegno. Mutande e fazzoletti non avevano bisogno della mia concentrazione per essere messi a posto. Ma la mia testa, in quella mattina d’agosto in cui il mondo chiudeva per ferie globali, aveva bisogno di uno svago non impegnativo.

Ho azzeccato, come sapevo già per istinto, la scelta del film. Ma sul fatto che non fosse impegnativo e che mi avrebbe svagato… bè, ho toppato.
Mi ha catturato subito. E mentre il ferro da stiro viveva di vita propria, io facevo mio il dramma interiore del cavaliere che ingaggia una partita a scacchi con la morte.
 
Dice il cavaliere Antonius Block, reduce dalle crociate, incrociando la Morte nel viaggio di ritorno, che il suo spirito è pronto, ma il corpo si ribella all’idea di morire. Per questo strappa un po’ di tempo alla Morte stessa, ingaggiando con lei una partita a scacchi. Crede di poterla sconfiggere, per avere quindi salva la vita. È una motivazione che lo ravviva, che gli consente di cercare ancora uno scopo, un’occasione per vivere. Lui che ha fatto le crociate per quella fede che poi ha perso, lui che avverte un vuoto profondo dentro di sè, che non crede nemmeno al diavolo, che nulla sembra scuotere da un oblio interiore, ecco che ci prova, lancia una sfida.
E nel cammino verso casa incontra dei personaggi che pure nella loro semplicità gli infondono nuova linfa. Attori girovaghi: un marito visionario e dolcissimo, una moglie giovane e bella e saggia e un bellissimo bambino su cui poggiano le speranze per il futuro. Il cavaliere chiede loro di viaggiare con lui, per proteggerli. E loro accettano, unendosi a lui, al suo  scudiero, e a un po’ di umanità variegata incontrata per caso.

Per tutto il film la partita a scacchi prosegue, la Morte è abile e ingannatrice, non lesina trucchi e inganni, sa che vincerà.
Il cavaliere prosegue fino in fondo, si macera nei propri dubbi, confessa il vuoto che ha dentro, quanto poco gli importi di sé e del prossimo, chiede che gli si mostri le prove che la vita valga la pena di essere vissuta, che un dio esiste e che non ci sia il nulla alla fine di tutto.
Poi il destino segue il suo corso, e chi dei nostri eroi aveva un appuntamento imprescindibile, sarà tenuto a rispettarlo.

Mi sono scottata le dita col ferro da stiro, almeno tre volte, ma nemmeno me ne sono accorta. Ero assorta dentro la storia e il suo significato. Dentro le domande del cavaliere. Che in fondo sono le nostre.

Il vuoto.
Quella condizione per cui ti guardi allo specchio e non vedi nulla che valga la pena. Quella domanda che ti assilla senza risposta: perché? Quell’assenza di emozioni, quella ricerca di una scossa, di una prova, quella sconfitta esistenziale. Un’unica parola per definire il tutto: vuoto.
Un vuoto pneumatico che risucchia il nostro sé, lasciando che ogni forma di vita e di pensiero gli scivoli addosso senza lasciare traccia. Un vuoto liscio e sordo ad ogni richiamo. Indifferente a tutto, tranne che a poche domande inutili che piroettano e scavano senza riposo. Quell’attesa che accada qualcosa, perché si sa che deve accadere qualcosa.

È un po’ come vivere il mese di agosto, ho pensato. Se non vai in ferie, ti scopri in mezzo al vuoto, al niente. Non accade nulla di rilevante nella tua vita, un bisogno qualsiasi è meglio che non ti venga, perché resterà sospeso e niente potrà soddisfarlo. Hai tutto il tempo per farti la domanda cruciale: che ci sto a fare qui? A cosa servo? Dove sono gli altri? Importa qualcosa a qualcuno di me? E a me importa qualcosa di qualcuno? Che scopo ha questo mese inerte? Solo vuoto intorno a te, vuoto dentro di te. Una sospensione, un’attesa, una richiesta inevasa. E, almeno fino a settembre, niente che accada.

O meglio. Qualcosa, dopo tutto, accade anche in agosto.
E’ accaduto che stirando stirando il film è finito, lasciandomi sottosopra come un paio di calzini rivoltati, proprio lì, sui titoli di coda.
È accaduto che in quest’ora e mezza ho collezionato un numero imprecisato di scottature sulle mani, che il pranzo non sarà pronto ad orario, che le magliette sono state piegate così così…
E’ accaduto che non volendo impegnare la mente mi sono ritrovata immersa in quid filosofici, mentre avrei solo dovuto mettere a bollire l’acqua per la pasta…
È accaduto che ho preso atto, una volta di più, dell’ineluttabilità della vita e del suo termine. E ho avuto l’ennesima prova dell’universalità dei sentimenti, di cui nessuno ha l’esclusiva.
È accaduto che mi sono persa come al solito in una storia, incapace di esserne spettatrice passiva.

Guarda quante cose sono accadute. E pensare che volevo solo stirare, in quella mattina agostana.


di Ramona 23:23:00 2 Commenti

07/08/2007

UNA BELLA BIMBA BIONDA

Ciao signorinella. Non hai certo più di 4 anni. Piccola, minuta, sei un’adorabile bimbetta, quintessenza della femminilità.
Capelli lunghi, biondissimi, tutti boccoli, e fermagli luccicanti a forma di cuore a trattenere le ciocche dispettose. Scommetto che li hai scelti tu, ma chissà se dopo lungo pensare o se è stata una scelta d’impulso, sicura, come se sapessi per certo cosa ti sta bene o cosa no.
Una manina allontana, di tanto in tanto, un ciuffo o un ricciolo, soprappensiero, con innata civetteria. Mi piace come ti sei vestita, e non ho dubbi che hai scelto tu cosa indossare: pantaloni alla moda, rosa, con tante tasche, laccetti e che lasciano scoperti i polpacci. La maglietta, assolutamente in tinta. 
E ai piedi… i piedini ciabattano orgogliosi dentro un paio di infradito di plastica rosa trasparente. Le unghie le hai laccate di un rosso fragola, uguale a quello della mamma. Ma su di te, piccola, su quelle estremità minuscole, è irresistibile.

Mi guardi con occhioni scuri, da Bambi, e d’un tratto mi sorridi con la bocca a cuore.  Impossibile resisterti, non devi fare tanti sforzi per sedurmi.

Sei così bella che mi si stringe il cuore. Così bella e innocente, tu non sai cosa vuol dire diventare adulti, non hai alcuna consapevolezza di quante preoccupazioni esistano in questo mappamondo così grande. Devi sapere che quella palla azzurra che gira, quella che nella tua cameretta s’illumina grazie a una lampadina nella pancia, è molto più gigantesca di quanto tu possa immaginare. Più grande di un palazzo, più grande di una montagna o del mare. Non contiene la luce del sole, sai, ma tanti, tanti problemi. Tante cattiverie che prego dio non ti sfiorino mai. Oppure che ti passino appena un po’ vicino, quel tanto che basti a farti decidere, una volta ben più padrona di te di quanto tu lo sia ora, di prodigarti per migliorare il domani che lascerai a tua volta ai tuoi bambini. Sarai come una leonessa per loro ancora prima di concepirli, ti basterà il pensiero per lottare indomita.
Non perderai il buonumore, l’allegria furba di quei tuoi occhi parlanti conquisterà chiunque incontrerai sulla tua strada.
Ahimè, cominci già da ora a fare strage di cuori…attenta a te, piccola. Cerca di essere un po’ meno bella per un qualche tempo ancora.

Ma questi sono discorsi che tu non capisci, il tuo futuro non è cosa che ti riguardi, per ora.
Che cosa è il futuro?
Niente, è una cosa troppo grossa che nemmeno si conosce.
Non ti preoccupare.
Non ci pensare.
Difatti non badi alle mie paure. Per ora, il tuo pensiero più urgente, mentre mamma fa la spesa e spinge la carrozzina con dentro il fratellino più piccolo, è quello di chiederle di comprarti uno snack a forma d’ippopotamo.  Sì, quello che vedi in tv, quello che balla e canta e ti fa ridere tanto.

Il lampo birichino degli occhi ti tradisce mentre mi sbirci ancora. Sei una cucciola, a dispetto dell’aria da grande. Vorresti giocare, senza nemmeno troppa timidezza, mentre siamo in coda alla cassa, tu davanti a me insieme alla mamma. Ci scambiamo sguardi e sorrisi; di più, qui al supermercato, non si può fare. E poi io non sono brava a giocare con le bambine, sai…non so come si fa. Però se vuoi, se mi ci fai pensare un po’, ti posso raccontare una storia.

Ti vorrei raccontare di una bambina della tua età, che tanti anni fa viveva lontano. Allora aveva i capelli un po’ più corti dei tuoi, solo dopo li fece crescere lunghi lunghi, ma erano scuri e non belli come i tuoi splendidi fili d’oro. Qualche volta portava le trecce, come gli indiani… Ah, già, tu ancora non sai chi sono gli indiani… al massimo, mi sa che tu conosci Barbie e le Winx. Però sai chi sono le veline.
Invece, vedi, quella bambina i pellerossa li conosceva e fingeva di essere come loro. Inforcava una sedia al rovescio, vi legava una corda e cavalcava libera nelle praterie. Aveva anche un arco con frecce vere… cioè, era dei fratelli, ma che contava? Di nascosto era anche suo…
Non giocava mica con le bambole, quella signorina così diversa da te. Né era così civettuola, di certo odiava i fermagli e non conosceva lo smalto. E pensa un po’, invece di un sorriso aveva sempre un broncio scontroso a nascondere un’estrema timidezza.
Non ti somigliava molto quella bambina…  eppure, piccola, potrei giurare che se quella bambina nel proprio futuro avesse incontrato una figlia, quella figlia sarebbe stata uguale a te.
La bimba bionda che non ho avuto.


di Ramona 20:44:00 Commenta:

03/08/2007

VIBRISSELIBRI HA FATTO CENTRO!!


Ecco, è quando accadono queste cose che sono soddisfatta di me. Delle mie scelte. E’ all’annuncio di certe notizie che mi dico che sono dalla parte giusta. Faccio parte di una squadra di vincenti!! E che il mio contributo sia relativo, poco importa in questi frangenti: il valore del singolo è ampliato dal valore del gruppo. Rimescolato, affinato, esaltato. Ed è in questi momenti che si ha voglia di suonare la carica e ripartire al galoppo con maggiore entusiasmo di prima!

Vabbè, falla corta, direte voi: che è successo??

È successo che Vibrisselibri  ha fatto centro! È di questi giorni la notizia che ben due dei libri mostruosi pubblicati in rete da Vibrisselibri hanno incontrato la carta. E verranno pubblicati da due case editrici tradizionali. Si tratta di Una tragedia negata, di Demetrio Paolin, che uscirà nella primavera 2008 per Il Maestrale, e Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, di Monica Viola, che in gennaio uscirà per Rizzoli.

Due libri su cinque in catalogo… tombola!!

E’ un successo strepitoso! È il sogno che avevamo inseguito. O meglio, il suo completamento.

Ecco, ora faccio la maestrina e spiego ancora una volta… perché non capita tutti i giorni di vedere realizzato un sogno. O di centrare semplicemente il proprio obiettivo.

La prima parte del sogno era di incontrare testi mostruosi, fuori del comune, e dar loro il giusto risalto… ed è accaduto abbastanza facilmente. Quelli sulle pagine di vibrisselibri sono tutti libri mostruosi, per vari motivi, e noi ne siamo tutti orgogliosi.

La seconda parte del sogno era di metterli a disposizione gratuitamente di tutti, dopo averci lavorato sopra per renderli libri a tutti gli effetti, vestiti cioè dell’abito buono, quello della festa, quello che è indossato da qualsiasi libro “reale” in libreria. E anche questo è stato facile. E divertente, e coinvolgente. Istruttivo, per me, assolutamente  nuovo e stimolante.
Insieme abbiamo dunque scelto, vestito e “regalato” cinque libri, a disposizione di tutti sul web.

Ma non potevamo accontentarci. Perché il libro è carta, e noi le nostre creature le volevamo di carta.
E quindi è partita la caccia all’ultima parte del sogno: un vestito di carta per tutte loro. Perché volevamo che le parole incontrassero non solo gli occhi, ma anche le mani della gente, e anche i loro nasi, sotto forma di profumo d’inchiostro fresco di stampa.

Perciò adesso siamo felici. È come se fossimo un orfanotrofio che riesca a trovare una famiglia ai suoi orfanelli. Due hanno trovato casa.
Esultiamo!!
E lodiamo l’intelligenza di chi lo ha permesso, persone competenti e appassionate come noi che però hanno in più la sacralità della carta. Queste persone, riconoscendo il valore dei nostri mostruosi bambini, danno un senso anche al nostro lavoro, assolutamente non retribuito, frutto solo di una grande passione e del tempo rubato ad altre attività, quelle che, anche se non gratificanti, consentono tuttavia di sopravvivere in questo mondo troppo materiale.

Ecco, vedete, quando accadono queste cose, io, astemia, stapperei lo champagne e brinderei fino a ubriacarmi. Quando accadono queste cose mi sento orgogliosa di appartenere ad un gruppo specialissimo come quello di vibrisselibri, fatto di gente in gamba assai.
 E mentre le bollicine già mi danno alla testa, faccio gli auguri ai nostri autori per aver realizzato un sogno. E dico a tutte le persone intelligenti che lavorano nell’editoria che se hanno voglia di adottare dei bambini un po’ mostruosi, abbiamo, per ora, altri tre orfani meritevoli. Date un’occhiata qui , qui  e qui e ditemi se non è vero.
Fatevi avanti: queste sono storie importanti che aspettano d'incontrare il loro sogno di carta.


di Ramona 11:15:00 4 Commenti

02/08/2007

IL PROTOTIPO MAL RIUSCITO

Ci sono. Sì. Risulto ancora fra i viventi. Così dice l’anagrafe.
La realtà è un po’ diversa.
Io sono un prototipo.


Il mio corpo c'è, si muove, lentamente forse, dato il rapporto inverso fra la temperatura esterna (ambientale) e la pressione interna (non quella delle gomme, s’intende, ma quella che tiene in piedi la baracca…). La cosa strana è che, pur muovendosi con lentezza, svolge tutte le mansioni non vitali di cui è incaricato. E anche di più.
Di fatto, il mio corpo c’è. Cammina, lavora, fa tutto in automatico. Ma l’automatico non funziona, maledetto, perché sono un prototipo, un automa pensante, e pure mal riuscito.
 
Gli automi non hanno bisogno di essere coscienti.
Premi un bottone e vanno. Hanno un software primitivo, un programma prestabilito ma soggetto a modificazioni continue, perché facilmente aggredibile da brutti virus come pigrizia, riflessione, riposo, sonno… brutte bestie in grado di rovinare la macchina. Bisogna che questa si adatti di volta in volta in relazione alle esigenze. Ed è bravissima, non c’è che dire.
Fare, fare, fare sempre qualcosa. Anche più di una. Agire, resettare, agire.

Un automa va in crisi solo quando saltano i circuiti o si esaurisce la batteria o viene aggredito a martellate dal suo inventore. Ma di certo non si chiede il perché accade. Si ferma e stop. Niente arrovellamenti, niente domande esistenziali, niente scoraggiamenti o depressioni e nemmeno euforia. Agire, agire, agire. Resettare. Stop.
Al massimo un automa aspetta paziente di essere riparato e poi riparte senza tanti grilli per la testa.

Io però, purtroppo, non sono un automa puro.
Agisco come un robot, appunto, ma ho un software che va  per conto suo. Ed è quello che si surriscalda e va in tilt, ma la macchina, indipendente, continua a funzionare.
Il corto circuito provoca il sorgere di nuovi pensieri, non precisamente allegri. Mille domande retoriche che resteranno senza risposte. Milioni di volte a ripetersi che non è umano, che uno non può farcela, ma intanto quell’uno va sempre avanti.
L’ho detto: macchina e software in me sono indipendenti. Non interagiscono, non dipendono l’uno dall’altra. Il corpo va e fa, la mente scoppia. E poi riprende. Perché la magia, o la condanna, del programma è che si riattiva sempre.

A volte vorrei davvero essere un automa autentico.
Vorrei non avere decisioni da prendere, programmi da organizzare, tutto da stabilire. E non vorrei starci male se non riesco a farlo.
Vorrei non avere sogni e desideri, perché sono irrealizzabili e il mio programma non lo accetta.

In questi giorni sono travestita da robot, ma purtroppo resto un robot pensante.
Brutta razza.
Io sono solo un prototipo, ma spero di dimostrarmi talmente inefficiente da scoraggiare l’idea di crearne degli altri.
Bisognerebbe separare le due cose. O essere cervello, puro pensiero e puro spirito. O essere automi  che lavorano senza consapevolezza. Essere tutti e due fa male.
Perché quando la macchina non ce la fa si ferma e basta. Ma se è dotata di cervello spinge oltre i limiti, aziona le riserve e continua il suo lavoro. E sente la fatica, ma spinge ancora, perché nel cervello è tutto organizzato e bisogna fare, fare, fare. E poiché anche i limiti estremi hanno il loro limite, e non si può riuscire in tutto e qualcosa resta indietro, il software piange.
Si è mai visto un software piangere?
 Ah, è una specialità dei prototipi. Per questo posso dire che è un esperimento mal riuscito. Quanta energia sprecata. Non è nemmeno energia riciclabile.

In futuro, per favore, create automi senza cuore né cervello. E create cuori e cervelli che non siano obbligati a svolgere compiti e mansioni, ma che possano godere in santa pace di quello che più aggrada loro, di quanto di bello la vita ha da offrire.
Vi assicuro. Entrambe le cose sono incompatibili.

di Ramona 00:03:00 Commenta: